La discussione pubblica sulle frasi pronunciate da Michele Mari a proposito di Michela Murgia, una discussione torrenziale che va in onda da un paio di giorni ovunque, è per il novanta per cento la “solita” discussione sul femminismo militante alle prese con il patriarcato.
Non dubito sull’utilità eventuale di riproporla ogni volta uguale, tra l’altro molto spesso con le stesse parole riproposte dalle medesime persone. È una discussione che ha pregi e limiti, più pregi che limiti, probabilmente necessaria, da ripetere ogni volta che, come in questo caso, ve ne sia occasione. Quindi ok. Anche se è anche una discussione che porta con sé un tono educativo forte e abbastanza disperato. Sembra dire: io ve lo sto spiegando ma lo vedo che tanto voi non mi ascoltate.
Tuttavia c’è un tuttavia. Nel caso di Michele Mari e delle sue esternazioni durante un viaggio su un pulmino, l’aspetto maggiormente rilevante sul quale soffermarsi non riguarda le frasi di Mari ma, appunto, il pulmino. Perché la sarabanda abbia inizio, lasciando stare l’eventuale interesse privato della scrittrice che ha fatto scoppiare il caso, è necessario dare per scontato che una conversazione privata su un mezzo di trasporto sia un atto pubblico. È un assunto che chi desiderava aprire le danze sul corpo della donna, la sua sessualizzazione da parte del maschio ha dato per scontato. Vale a dire che dentro quel pulmino Mari parlasse ex catedra, quasi fosse con un microfono su un palco.
Trovo che l’individuazione del confine fra ciò che è intimo e ciò che è pubblico e quindi di tutti, messo nella disponibilità di chiunque, sia il vero tema del quale si dovrebbe discutere.
Il tema del bilanciamento fra elementi di vita privata e esternazioni pubbliche è oggi importante, se non altro perché riguarda moltissime persone ogni giorno. Dove terminano i luoghi della nostra riservatezza, quelli che noi chiamiamo casa, quelli in cui le nostre miserie restano in qualche maniera protette e celate ai più?
La ragione per cui moltissimi pensano che qualsiasi parola ascoltata sia una parola pubblica ha solide relazioni con la crescita degli ambienti digitali. Luoghi nei quali il diaframma pubblico-privato si è infranto un paio di decenni fa per banali questioni di design. Come sempre quando le abitudini cambiano non tutto è stato necessariamente disprezzabile: l’aria respirata nel chiuso della propria cerchia privata era spesso irrespirabile e aprire qualche finestra ha avuto effetti certamente positivi. Anche se, come è evidente, non si trattava di un processo di liberazione ma una strategia di differente coercizione.
Sia come sia da quando sono nate le reti sociali la parola di chiunque è stata “liberata”, in una accezione del termine che comprende anche “equivocata”, “falsificata”, “espressa e poi negata”. I nostri pensieri, sciolti dai legacci del loro essere essenzialmente privati, hanno mostrato finalmente la loro pochezza, la vecchia faccenda del gentiluomo e del cameriere, e contemporaneamente i limiti fisici della parola stessa nel momento in cui essa viene allontanata dal contesto e offerta al pubblico in forma piana. Vale per tutto: per i nostri pensieri incauti espressi in libertà, per le intercettazioni a vario titolo eseguite, per gli equivoci casuali e quelli intenzionali, per i sottili giochi semantici che consentono a una frase di poter significare concetti opposti.
Ci siamo così abituati al senso prevalentemente pubblico di qualsiasi parola, mentre venivamo da un contesto in cui solo alcune parole ben definite erano pubbliche, mentre la maggioranza di esse erano comunque e sempre private. Magari ascoltate ugualmente da estranei che mai si sarebbero fatti carico di interrompere il diaframma abituale fra ciò che si decide di comunicare e ciò che invece rimane fuori dalla disponibilità di tutti. Oggi l’off the record non esiste più, non solo nella facilità con cui in questi giorni molti hanno affermato: “Certo che erano parole pubbliche, era su un pulmino. con altri scrittori!”, ma in un numero amplissimo di discussioni pubbliche. Le parole private diventano pubbliche perché esistono gli strumenti per registrale e perché esistono le persone disposte a diffonderle.
La parola privata è così rapidamente diventata un nido vuoto, da presidiare attentamente dentro la nostra testa se ne saremo capaci: tutto il resto, indipendentemente dalla nostra volontà, abiterà in luoghi pubblici in cui la spazzatura impera e dove anche i nostri pensieri si candideranno talvolta a rendersi indistinguibili da essa.
Ricordo con tenerezza le inutili discussioni di un paio di decenni fa sulla risevatezza della comunicazione elettronica, sulla necessità di prevedere il consenso dell’autore per diffondere una cosa che ci era piaciuta trovata sul web. Già allora arrivava qualcuno (erano dei precursori e noi non lo sapevano considerandoli invece più semplicemente dei cafoni) a spiegare che se quella cosa era stata scritta e pubblicata, significava che l’autore desiderava fosse pubblica e quindi poteva essere presa e diffusa come meglio si credeva.
Oggi rendersi conto del fatto che proprio in relazione alla potenza degli ambiti digitali gli spazi di riservatezza andrebbero aumentati per definizione, per scelta comunitaria e non ridotti per presa d’atto, è un pensiero davvero di retroguardia. Eppure si tratta dell’unico pensiero possibile. L’alternativa a questo è sotto i nostri occhi e certo il caso del raffinato scrittore che se ne esce con una frase deludente può meravigliare solo chi abbia un’idea del mondo davvero elementare. Anche gli scrittori raffinati pronunceranno frasi deludenti, anche i grandi artisti, perfino i poeti impareggiabili. In questo – solo in questo – loro sono come noi e noi siamo come loro.
Occuparsi di quelle parole che tanto ci hanno indignato sarà lecito nel momento in cui chi le pronuncia ne sancisce il loro essere pubbliche, il loro essere espressione di un pensiero compiuto che si intende rivolgere al maggior numero di persone possibile. In tutti gli altri casi, tutti quelli che dicono, “certo che era in pubblico era su un pulmino”, dovranno rendersi conto di essere loro stessi una parte rilevante del problema.



Giugno 22nd, 2026 at 18:08
Hai ragione sul ragionamento di ridefinizione spazio pubblico/spazio privato.
Non sono però persuaso che tutto questo basti, provo a spiegarmi.
Io e te siamo a un evento a sentire sproloquiare Gallizio e in un momento di networking, comune, ci sono altre persone che magari non conosciamo personalmente ma son più o meno famose e una di queste dice una stronzata fotonica come quella di Mari. Cosa si fa?
Perché fare elegantemente finta di nulla mi pare evidente che non sia più un’opzione socialmente valida.
Ciao Mante!