Un mio vecchio amico, quando 25 anni fa ci immergevamo nelle prime barbose discussioni sulla nascita degli ambienti digitali e sui loro influssi sulla società, era solito ripetere questa frase:

“Tenete conto che questa è la preistoria”.

Era una frase che suonava già molto saggia allora, in fondo Internet stava nascendo, il web iniziava a diffondersi e i social network non erano stati ancora immaginati: una frase che non ha perso un grammo della sua saggezza oggi.

Sono passati tre decenni, siamo probabilmente ancora piantati nella preistoria digitale ma qualche modesto punto fermo, a differenza di allora, potremo forse cominciare a fissarlo.

Uno dei più longevi meme della rete internet risale al 2005 ed è conosciuto con il nome di Disaster girl.





L’espressione indecifrabile, una specie di ghigno soddisfatto, di una bambina che si volta verso l’obiettivo mentre sullo sfondo divampa un incendio.

Quel meme ha una storia: a noi oggi basterà sapere che l’incendio sullo sfondo non è quello che sembra.

Qualche mese fa ho letto su un quotidiano l’intervista ad una grande esperta europea di Intelligenza Artificiale che spiegava come le molte insidie delle IA, non devono spaventarci troppo: saranno risolte con una corretta educazione dei loro utilizzatori. È quella che noi, all’inizio della preistoria, chiamavamo “alfabetizzazione digitale”, parola italiana orribile, con un corrispettivo inglese, “digital literacy”, ben più fascinoso.

Una delle poche evidenze che i primi decenni digitali ci hanno indicato con chiarezza è questa: l’alfabetizzazione digitale NON funziona e non potrà funzionare. È un concetto elegante che ci fa sentire bene, un alibi, una frontiera progressiva che sarà affascinante immaginare, un pacchetto di comportamenti che vediamo applicato in noi stessi con qualche silenzioso compiacimento ma che, fuori dal circolo degli esperti, degli ex intellettuali, dei nerd, dei politici maggiormente sensibili ai temi della modernità e di una fascia minoritaria della popolazione, semplicemente NON funzionerà.

L’educazione digitale non funziona. E non funziona non perché non sia un’idea opportuna necessaria e ragionevole, al contrario, ma perché i tempi di una sua eventuale ricaduta nelle consuetudini sociali dei cittadini (di tutti i cittadini) sono incompatibili con la velocità con la quale, dall’altro lato, la tecnologia impone sé stessa. L’esempio della IA è emblematico: nel giro di un paio d’anni l’occhiolino tentatore dei vari ChatGpt, Gemini, Grok, Deepseek ecc. è comparso ovunque, sui browser, dentro i nostri telefoni, nelle app, mentre la nostra alfabetizzazione verso simili avvolgenti tecnologie, il tempo necessario alla società per districarsi fra insidie e vantaggi, richiederà, nel caso non scontato in cui tutto dovesse andare benissimo, molto più tempo. Se vogliamo insistere con il solito errore decanteremo il magico effetto della IA sul 10% della popolazione ignorandone gli effetti sul restante 90%.

Come la risolviamo?

I primi stupidi alfabetizzatori digitali, club al quale mi pregio di essere stato iscritto, non avevano punti di riferimento e potevano spargere al vento stupidaggini in assoluta libertà. Era la preistoria-preistoria, non esistevano limiti alla fantasia. Potevamo permetterci di essere entusiasti e ottimisti, potevamo illuderci che “col tempo” tutti avrebbero compreso gli enormi vantaggi comunicativi e di conoscenza che NOI avevamo sperimentato; ora, trent’anni dopo, questo lusso gigantesco di ingenua innocenza non dovrebbe essere più consentito. Non dentro uno schema di onestà intellettuale e intelligenza minima. Voi dite “alfabetizzazione digitale delle masse” ed io metto mano alla pistola.

Adam era un ragazzo di 16 anni di cui si parla molto in USA in questi giorni perché i suoi genitori hanno fatto causa a OpenAI. Adam chattava a lungo con ChatGpt e aveva chiesto consigli alla macchina su come suicidarsi. Poiché ChatGpt è flebilmente programmato per dissuadere i suoi utenti da progetti suicidari espliciti, è bastato che Adam dicesse alla macchina che le istruzioni che stava chiedendo non erano per lui ma per un suo “personaggio” che ChatGpt – evidentemente sollevato – ha ripreso a spiegare con accuratezza come preparare il cappio con il quale poi Adam si è ucciso.

Non è difficile hackerare la macchina quando la macchina fa di tutto per consentirlo. Il primo comandamento della macchina in questo caso è affascinarci. Vuole stupirci, la macchina. Il resto conta inevitabilmente meno.

Mentre in USA discutono di questo doloroso fatto di cronaca, che apre interrogativi giganteschi anche su quali saranno le nostro interazioni preferenziali in futuro, in Italia è in corso una piccola discussione sulla decisione del Ministro dell’Istruzione Valditara di vietare gli smartphone nelle scuole superiori.

Qualche giorno fa nel tentativo di opporsi in qualche modo alla scelta radicale del Ministro (una scelta del resto che è stata adottata un po’ ovunque in Europa) un esperto di cultura digitale italiano ha prodotto una lunga lista di lavori scientifici che, dal suo punto di vista, suggerirebbero maggiori cautele al Ministro. Fra i molti lavori è citato uno studio cambogiano del 2024. In Cambogia – spiegava l’esperto – l’utilizzo degli smartphone a scuola “migliora negli studenti la motivazione, il coinvolgimento e la percezione della propria efficacia nell’apprendimento linguistico”.

Per molti anni abbiamo biasimato l’immobilismo e l’incultura della politica nel rapporto con l’innovazione e probabilmente si continuerà a farlo con ragione: ma anche sugli esperti e su certe posizioni acrobatiche talvolta ci sarebbe qualcosa da dire. Valeva un tempo così come ora.

Torniamo alle questioni pratiche. Verso la fine della prima fase della preistoria è accaduta una cosa molto importante: i social network ci sono esplosi in faccia. Avevamo riposto in loro – stupidi che eravamo – un numero molto vario di speranze che andavano dal ruolo di collante digitale durante le cosiddette “primavere arabe” alla costruzione di nuove forme di democrazia elettronica, dalla maggiore trasparenza che le reti sociali avrebbero imposto a politici ed amministratori pubblici, all’utilizzo degli ambienti paritari per superare le reticenze e le collusioni del media. Una bella lista di sogni infranti.

Cosa siano diventati i social network oggi mi pare sia chiaro a tutti e nonostante io sia abbastanza convinto che esista da qualche parte uno studio scientifico cambogiano che ne sottolinea gli innumerevoli predominanti aspetti positivi, è evidente che non potremo concederci il lusso di fare finta di niente: la morte dei social network, o meglio la loro trasformazione in ambienti tossici eterodiretti di propaganda, contrapposizione, falsità automatiche e odio digitale è il fallimento dell’idea aristocratica secondo la quale la potenza degli ambienti digitali dispiega i suoi effetti benefici e il suo afflato democratico appena tutti i partecipanti hanno sufficienti competenze per utilizzarli.

Come la risolviamo?

Riducendo la questione ai minimi termini le cose stanno così: se non possediamo (noi tutti, collettivamente, intendendo con tutti la comunità degli umani) gli strumenti culturale di base per controllare la tecnologia, e se questa è florida e cangiante e rapidissima come mai lo è stata in passato, l’unica soluzione, almeno nel breve periodo, sarà quella di utilizzarla meno e con maggiori cautele.

In questa scelta di riduzione delle aspettative digitali come unica possibile via di fuga – una scelta che diventa a tutti gli effetti un atto politico – giocano un ruolo le evidenze pregresse di questi primi trent’anni di vita digitale, quel poco che l’esperienza ci ha insegnato e di cui dovremmo fare tesoro, ma in misura perfino maggiore il disvelamento ormai palese di chi sieda dietro la macchina e di quali siano i suoi intenti. Non stiamo più parlando evidentemente di un pugno di studenti di Stanford o Harvard dai nomi curiosi.

L’aspetto maggiormente rilevante dei sistemi di intelligenza artificiale che modelleranno la nostra vita prossima ventura riguarda in ogni caso la loro inevitabilità. In virtù di questo non saremo nelle condizioni di scegliere, non saremo in grado di rifiutarli nel momento in cui è stato deciso che quegli ambienti “fanno per noi”.

Da quando esistono le reti digitali le tecnologie, per funzionare ed imporsi a tutti negli utilizzi quotidiani, per rendersi pervasive e rientrare dagli investimenti, utilizzano la dittatura del default. Sono tecnologie ampiamente disponibili in un formato prestabilito (il default), sono tecnologie imposte (la dittatura) perché farne a meno sarà complicato e modificarne gli effetti, quando sarà possibile, richiederà scelte tecnologiche che pochissimi decideranno di intraprendere.

E mentre il potere del default si organizza dentro i laboratori tecnologici di Asia e nord America (e all’Europa come sempre del tutto fuori dalla partita resta nelle mani la piccola bandierina regolatoria) il disegno che lo sostiene non è mai stato tanto trasparente. Mai come oggi sono chiari i legami fortissimi fra aziende tecnologiche e potere politico con la loro lunga lista di interessi comuni nei confronti dei cttadini digitali.

È una morsa molto stretta dalla quale sembra impossibile liberarsi e la tecnologia ha rapidamente perduto, sono bastati 25 anni, il suo possibile illusorio ruolo a favore dell’interesse comune per scegliere, con grande chiarezza, l’altra sua possibilità: il fronte reazionario a stretto contatto con il potere.

Non è casuale che la discussione pubblica sul divario digitale sia completamente collassata. Il digital divide si è trasformato da piaga biblica a grazia divina. Le persone meno connesse, autoconfinatesi a suo tempo nell’isola deserta del loro disinteresse digitale sono oggi, paradossalmente, quelle meno influenzabili; il luogo in cui abitano ha oggi per noi un fascino che fino a qualche tempo fa era impensabile.

Zoe Roth – la ragazzina di disaster girl – ha compiuto 24 anni. Con i soldi ricavati dal suo meme si è pagata gli studi universitari ed ora lavora in una società finanziaria. Per molti anni si è discusso in rete dell’espressione del suo viso di bambina in quella foto famosissima, eppure il centro dell’immagine era sullo sfondo, in quell’incendio. Un incendio appiccato dai pompieri.

Nulla è quello che sembra negli ambienti digitali e a noi tutto sommato molto spesso fa piacere chiudere gli occhi e dimenticarcelo.


14 commenti a “La preistoria digitale”

  1. nicola dice:

    A me sembra che il problema si sia spostato, in questi ultimi 30 anni. Se pre 2000 il problema era come usare questa cornucopia di possibilità, oggi il problema è come non farsi incaprettare da interessi economici e di potere che si sono presi la cornucopia. Usare meno la tecnologia mi pare una cosa irrealizzabile. Se parliamo di cose irrealizzabili allora è meglio puntare a una alfabetizzazione di base (lavoro in ambiente IT pieno di laureati STEM e trovo sempre il collega che cade dalle nuvole su concetti base, tipo che se apri 134 finestre il problema non è che il pc ha poca RAM, è che lo stai usando sbagliato e questo è vero oggi come 30 anni fa) e a una rinnovata coscienza politica che si riprenda la cornucopia rubata.

    Però la vedo dura. Speriamo bene.

  2. Bandini dice:

    @Nicola: perché usare meno la tecnologia ti sembra irrealizzabile? È tutta tecnologia di cui abbiamo davvero bisogno? Abbiamo bisogno di FB? Io ho smesso di usarlo da anni e vivo benissimo e non mi sembra di avere chissà quale handicap.

  3. nicola dice:

    @bandini – Se usare meno la tecnologia intenti non usare (alcuni tipi di) social network, allora sì, è facile. Se usare meno tecnologia intendi usare meno IA o meno tecnologie informatiche allora no, penso non sia possibile. (Io potrei rinunciare al telefono e alla TV, non alla fibra ottica in casa, per esempio.)

  4. Gaspar dice:

    Torno adesso da una vacanza eravamo praticamente senza connessione per tre settimane. Per telefonare bisognava fare le scale fino alla cima di una collina.
    E’ stato bellissimo.

  5. massimo mantellini dice:

    @gaspar eccolo l’uomo della preistoria ;)

  6. Massimo dice:

    Le persone meno connesse e le persone che connesse e fin troppo lo sono state e che si sono rese conto di aver detto una serie infinita di bischerate e si sono rotte gli zebedei :)

  7. Beppe dice:

    A tutto questo e al nuovo connubbio di tecnopotere reazionario si applicano benissimo le immortali parole di F. Guccini: “Ma adesso avete voi il potere / adesso avete voi supremazia / diritto e polizia / gli dei i comandamenti ed il dovere / adesso non so come siete in tanti / e molti qui davanti / ignorano quel tarlo mai sincero / che chiamano pensiero”

  8. Carola dice:

    ciao Massimo, grazie per averlo scritto. Hai espresso non solo ragionamenti ma sentimenti anche dolorosi che nutro da un po’ al riguardo. Non sono sicura sulle soluzioni perché siamo in un sistema così totalizzante che gli sforzi individuali di sottrarsi richiedono capacità e lucidità non comuni e quindi ricadiamo nella fallacia logica dell’alfabetizzazione digitale (che resta importante secondo me, ma il punto è che non è risolutiva). Continuo a pensare che servano risposte collettive. Dal basso sicuramente, dall’alto (dalla politica) anche benché rappresentanti e istituzioni siano ancora costituzionalmente inadeguati. Ma dopo venti per alcuni trenta anni di storia di internet vissuta con sincero entusiasmo bisogna avere anche il coraggio intellettuale di capire gli errori, anticipare scenari già visti e soprattutto guardare ai rapporti di potere e di economia politica, sapendo che anche le migliori tecnologie rischiano di essere assorbite e trasformate da meccanismi politico-economici, se non si fa nulla per cambiarlo. Non che sia facile. Ciao e grazie

  9. Pino dice:

    L’uomo della preistoria – caro Mantellini – sono io, perchè non ho cellulari :)

  10. Anna Masera dice:

    Hai scatenato un bel dibattito sulla lista del centro Nexa…

  11. Anna Masera dice:

    p.s. Mi sono tolta da tutti i social ma per ora tengo ancora Instagram…

  12. massimo mantellini dice:

    Ciao Anna,
    certo vedo sempre le tue foto in giro per il mondo ;)

  13. Piero Bosio dice:

    Mi sono cancellato da Facebook da alcuni anni e mi sono fiondato nel Fediverso. Tutto un altro mondo (o meglio, la riscoperta dell’acqua calda), vengo da lì.

  14. attilio dice:

    credo occorra inserire nella riflessione un dato rilevante: fino alla fine degli anni 2000 internet era il mondo della liberta e del gratuito (e questo ha determinato i tanti fallimenti delle cd dot.com), mentre attualmente è il mondo del business e dei fatturati miliardari (cfr. IL CROLLO DI BABELE)

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