Sul Repubblica di oggi è comparso un lungo articolo di Nicola Piovani in difesa del copyright a margine della discussione di questi giorni sul nuovo regolamento europeo. Non vorrei ma sono costretto a fare l’analisi del testo.


Il diritto d’autore è una delle sacrosante conquiste della Rivoluzione francese. In precedenza, gli autori erano considerati servitù, l’opera dell’ingegno non era riconosciuta come proprietà dell’autore ingegnoso. Grazie a questa conquista i “poeti” guadagnarono una porzione di libertà, non dipendendo più solo dal committente, dal potente di turno, ma anche e soprattutto dal pubblico.


No. Il copyright nasce in Inghilterra con lo Statuto di Anna. 150 anni prima. La rivoluzione francese non c’entra nulla.


Questo diritto ha resistito più o meno civilmente per più di due secoli. Ma oggi, in tempi di rivoluzione digitale, vacilla e scricchiola sotto gli attacchi dei giganti multinazionali, abituati a calpestare i diritti delle civiltà culturali a colpi di lobby: un discorso ampio che investe molti campi. Ma la particolarità sorprendente, per quanto riguarda il diritto d’autore, è che i potentati di mercato trovano un grande alleato nella demagogia retorica oggi molto di moda: “La musica – come la poesia, la prosa, le opere del pensiero – deve essere libera, chiunque deve poterla scaricare e usufruirne gratis, la musica dev’essere come l’acqua”.


Il copyright ha resistito più o meno civilmente per un paio di secoli facendo pagare un prezzo molto caro ai cittadini e alla condivisione delle conoscenza. Dai 14 anni di protezione delle opere iniziale l’attività di lobbing dell’industria lo ha portato vicino ai 100 anni verso la fine del secolo scorso (quando fu necessario estenderlo in USA di altri 20 anni per continuare a guadagnare sui diritti di Topolino che stava passando nel pubblico dominio). La citazione sulla gratuità è totalmente insensata. Non ci sono grossi dubbi del resto che l’attuale disciplina di protezione debba essere radicalmente modificata dopo Internet.


Principio libertario per il quale l’opera dell’ingegno non avrebbe proprietari, non essendo un bene materiale. I mezzi di riproduzione – iPhone, iPad, iPod, televisori – sono beni materiali e quindi proprietà del proprietario. Mentre i “contenuti” – musiche, poesie, canzoni, sceneggiature – non dovrebbero avere proprietario, sono di tutti, come l’aria. Quindi se rubo un lettore Cd sono un ladro, se rubo una poesia sono un libertario. Se costruisco una bicicletta è mia, se scrivo una poesia è di tutti.


I contenuti non devono avere un proprietario, sono di tutti, è ESATTO. Tuttavia non si tratta di una stupidaggine legata agli ambienti digitali. È sempre stato così. Incidentalmente è l’essenza della legge sul copyright che non a caso è da sempre (tecnicamente anche oggi) un diritto di usufrutto TEMPORANEO. Scaduto il periodo di copertura la musica, la letteratura, il teatro, diventano DI TUTTI. La poesia è di tutti, la bicicletta è di chi la acquista. Il diritto d’autore non è un diritto di proprietà. LE BASI.


Questo non è un principio libertario, questo è un gretto principio materialista.


Questa, con rispetto parlando, è una scemenza.


I demagoghi tirano in ballo naturalmente gli autori miliardari, che certo esistono; ma esistono anche tanti autori piccoli, poeti poco conosciuti, musicisti non famosi che sopravvivono e continuano a scrivere in libertà grazie ai pochi proventi del loro diritto d’autore, che è e deve restare un diritto per tutti, soprattutto per gli indifesi, non solo per il celebre rapper dalle uova d’oro; questo diritto deve difendere la libertà del poeta debuttante, del musicista sperimentale, del commediografo poco rappresentato.


L’attuale normativa sul copyright difende pochssimo i piccoli autori. Il commediografo poco rappresentato avrà di sicuro un altro lavoro.


Qualsiasi società che voglia raccogliere i proventi degli autori e redistribuirli non può essere un’associazione a scopo di lucro: deve essere no-profit, deve rispettare regole di protezione di tutti gli associati. Non può raccogliere solo i proventi degli autori ricchi e convenienti, trascurando quelli che producono entrate basse, a volte inferiori al costo della raccolta, come nel caso di musica da camera, danza, prosa sperimentale.


Le collecting society in tutto il mondo sono società a scopo di lucro. Sono normalissimi mediatori, non capisco il problema. il problema, semmai, nasce dove un’unica società, come in Italia, ha il monopolio.


Non entro nel merito delle questioni in corso, che riguardano l’Antitrust, e della direttiva che sarà discussa nei prossimi giorni al Parlamento di Strasburgo: in termini legali il problema sarà affrontato e risolto in sedi competenti da professionisti competenti. Ma combatto il pregiudizio delle retoriche libertarie.


Il regolamento in discussione rischia di creare grossi problemi alla circolazione del sapere nei formati digitali, forse sarebbe il caso di occuparsene.


Ho letto qualche tempo fa, su un giornale molto serio, la descrizione della Siae come di una società di ottantamila iscritti in cui “la torta se la spartiscono ogni anno i soliti noti”. Ma l’abusata metafora della “torta da spartire” ha senso solo per una società che spartisca denaro dello Stato. La Siae non ha finanziamenti pubblici, si finanzia con i proventi prodotti dall’opera degli associati, buona parte dei quali arrivano dall’estero.


La divisione dei proventi della SIAE avviene in maniera oscura e caotica da decenni. Il punto centrale non è che sia una società inefficiente e ingiusta nelle ripartizione dei diritti ma che per un artista non sia possibile (o sia molto difficile) sceglierne una differente.


Se vogliamo considerare gli introiti Siae una torta da spartire, non dimentichiamo che quella torta è fatta con le uova, la farina e lo zucchero prodotti dagli autori.


Vabbè, buon zabaglione a tutti.


7 commenti a “Piovani e il copyright”

  1. .mau. dice:

    come ho scritto da me, è partita la potenza di fuoco a favore della direttiva. Scommetto che questa settimana si parlerà persino meno dei migranti.

  2. Davide dice:

    Mi riesce veramente difficile riuscire a credere che una persona di cultura così elevata possa partorire un documento pieno di simili scemenze. Non si tratta di avere opinioni diverse ma falsificare informazioni storiche per avvalorare la propria tesi. Le BASI! Come dice Mante. Uno straw man argument al cubo, dico io.

    Bisognerebbe intasargli la mail con copie a caso dei libri di Lessig che sono pure free sotto creative commons.

  3. alessandro dice:

    applausi

  4. Visto nel Web – 347 | Ok, panico dice:

    […] Wikimedia envisions an Internet that does not have filters and blocks. The current EU #copyright proposal contradicts this vision censura ::: wikimediapolicy ::: shintakezou_it ::: WikimediaItalia ::: laura_nobilis ::: webmink ::: fabiochiusi ::: fabiochiusi ::: fabiochiusi ::: meobaldo ::: fabiochiusi ::: fabiochiusi ::: communia_eu ::: communia_eu ::: communia_eu ::: fabiochiusi ::: communia_eu ::: zacchiro ::: valigiablu ::: quinta ::: maxdantoni ::: Senficon ::: WikimediaItalia ::: zacchiro ::: fabiochiusi ::: demartin ::: neilhimself ::: xmau ::: communia_eu ::: WikimediaItalia ::: manteblog […]

  5. Sarà dice:

    Proprio in quanto assolutamente contraria a mettere qualsiasi bavaglio agli utenti della rete, considero la protesta della uichipidia italiana un inno all’ipocrisia. Tutti gli utenti italiani da oggi si ritroveranno quel messaggio spammato in ogni pagina a cui tenteranno di accedere, purtroppo quasi nessuno di loro verrà mai a conoscenza di blog quali Wikiveliero o Wikiperle che testimoniano quanto la uichipedia italiana sia tutto fuorché libera. Consiglio chiunque legga questo commenti d’informarsi prima di credere ai proclami dei reggenti della uichipidia italiana con potere di vita e di morte su qualunque utente.

  6. .mau. dice:

    @Sarà: non è gentile nei confronti di Massimo copincollare il commento che Lei aveva scritto da me, tenuto poi conto che lui non parlava nemmeno di Wikipedia (che in fin dei conti non è il centro del mondo)

  7. July 08, 2018 at 02:18PM – Marco Zanetti dice:

    […] A posto siamo. Link: Piovani e il copyright […]

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