Con la vicenda spiacevolissima delle proteste dei tassisti, a Roma e altrove, si ripropone un problema che abbiamo già visto molte volte nell’ultimo decennio. E’ un argomento che riguarda l’innovazione ed il contesto digitale e pur essendo politicamente semplicissimo, sembra essere costantemente dimenticato dalla politica.

Il punto è che – al di là del singolo caso – l’ecosistema digitale spezza le rendite di posizione. Lo ha fatto con l’industria discografica, con la grande distribuzione, con il comparto editoriale e quello cinematografico. Lo fa con i tassisti o gli albergatori, con i ristoratori e con i trasportatori. Lo fa. Senza appello. La rendita di posizione è messa in pericolo e quasi sempre, almeno in parte, ridimensionata.

La discussione sulla sharing economy ha due facce altrettanto importanti. Una è ovviamente questa, il suo spezzare oligopoli, la seconda è quella del tipo di lavoro che simili nuove opzioni impongono, quando e dove riescono a farlo.

Non è che questa seconda parte del problema non sia rilevante, lo è anzi moltissimo, è un tema politico molto rilevante, ma quando i tassisti vanno in piazza, quando i sindacati si oppongono ai magazzini di Amazon, quando il sistema cerca comprensibilmente di mantenere l’esistente (un tentativo che da noi riesce molto meglio che altrove) la prima risposta della politica ai campioni del mondo precedente dovrebbe essere chiara: il mondo cambia le vostre aspettative dovranno essere ridotte.

La politica dell’innovazione parte da qui, il suo passo successivo è quello di garantire condizioni di equilibrio fra vecchie e nuove forme di lavoro, protezioni per i cittadini ed i lavoratori. Insomma un maledetto casino. Ma nel frattempo la prima cosa che il Ministro Delrio dovrebbe avere l’onestà di dire ai tassisti che fanno il saluto romano contro Uber spalleggiati da Virginia Raggi è che il mondo è cambiato, che non si può far finta che non lo sia e che le loro aspettative dovranno essere ridotte.

Se non si parte da lì, se non si trova l’onestà per dirlo e si cerca di aggiungere opzioni senza disturbare nessuno (sarebbe bellissimo ma è impossibile), non si va da nessuna parte.

Non andare da nessuna parte del resto, non scegliere mai, dare ragione a tutti, è una grande specialità della politica di questo Paese.

19 commenti a “Il senso di Delrio per l’innovazione”

  1. Matteo dice:

    Noo no no non è vero che spezza le rendite di posizione, bugia

    Chi si è convertito ad Uber (caso esemplare di un modello sistemico) ora protesta per le condizioni schiavistiche, non solo: meste multinazionali pagan le tasse in paradisi fiscali..

  2. Matteo dice:

    Comunque puoi leggere anche il post del tuo amico Gilioli che dopo aver analizzato pro e contro, dei due modelli liberista VS protezionista, giunge ad una posizione protezionistica. (Tipo il “buy american” di Obama? La questione è aperta)
    A parte la vigliaccheria dell’ipocrisia violenta, ma anche la tua idea di sinistra liberista è ormai anacrinistica perchè i nodi stanno arrivando al pettine, indipendentemente dai tassisti e dai provincialismi

  3. Umberto dice:

    L’ecosistema digitale non solo non spezza affatto le rendite di posizione ma distrugge posti di lavori e li converte (pochi) in precariato sfruttato e senza diritti (a 3 euro l’ora…)

  4. Bic Indolor dice:

    Più corretto sarebbe dire che l’ecosistema digitale sostituisce le rendite di posizione esistenti con altre, meno numerose e più grandi (ergo, più ricchezza concentrata in meno mani).

  5. Emanuele (l'altro) dice:

    Il problema nel caso specifico è che per diventare tassisti occorre:
    avere 21 anni
    patente B
    fedina penale senza condanne definitive
    assolto obbligo scolastico
    non svolgere altre attività
    certificato di abilitazione professionale (la “carta del conducente”) che si ottiene previa frequentazione di un corso con relativo esame
    liscrizione al ruolo di conducente per il servizio pubblico non di linea presso la Camera di Commercio regionale dopo superamento di test orali e scritti
    conseguire la licenza per guidare il taxi, che si ottiene dopo essere stati inseriti in un’apposita graduatoria a seguito dell’emanazione di un bando di concorso specifico da parte di un Comune della propria regione
    più tutte le norme che regolano il servizio

    mentre per Uber Pop che è quello che crea più problemi, se ricordo bene basta avere la patente da 3 anni senza sospensioni, fedina penale pulita e una macchina a 4 posti in buone condizioni non più vecchia di 8 anni. Niente esami, test, iscrizioni ad albi o altro.

    Questo al netto di tutte le considerazioni sociologiche sulle nuove tecnologie e le conseguenze sulla vita delle persone. Al proposito delle quali suggerirei qualche riflessione sulla teoria della disruptive innovation di Clayton Christensen che è stata presa a modello dai guru della Silicon Valley. Gli stessi che dopo aver passato anni a mandare all’aria l’industria tradizionale con le loro innovazioni (abbondantemente finanziate da speculatori e fondi di investimento) ora si chiedono se non sia stata anche colpa loro se parti sempre più ampie di popolazione rimaste tagliate fuori dal mondo del lavoro grazie alle nuove tecnologie abbiano finito per votare Trump (o la Brexit o il no al referendum di Renzi).

  6. stefano dice:

    “Più corretto sarebbe dire che l’ecosistema digitale sostituisce le rendite di posizione esistenti con altre, meno numerose e più grandi (ergo, più ricchezza concentrata in meno mani).”

    non è esatto. Intanto crea dei lavori meglio pagati (intendo quelli che sviluppano e vendono i sistemi), che sono una fetta più sottile dei vecchi artigiani, tassisti o che, ma sono una fetta molto più larga degli azionisti della Silicon Valley. E inoltre crea un sacco di servizi a basso costo per gli utenti, vi ricordo che un tempo le caselle di poste elettronica erano a pagamento (ora non sono gratis, ma è un altro discorso…).
    Insomma, il computo totale della ricchezza andrebbe calcolato in una maniera più complessa.
    Che parte di questa ricchezza andrebbe redistribuita in forme di continuità di reddito è la prossima sfida, ma l’annosa questione della redistribuzione in un sistema capitalistico non mi pare sia nata con il web, ma gli spettri s’aggirano per l’Europa da un po’.

  7. Giuliano dice:

    Direi che la sharing economy cambia soprattutto le aspettative del consumatore riguardo la modalità di fruizione del servizio, il suo prezzo e la possibilità di condividerne l’esperienza. Il rapporto di potere cambia a favore del consumatore e chi non è pronto a riconoscere questo spostamento perderà quote di mercato, in economia come in politica. Opporsi a questo cambiamento è un suicidio lento.

  8. Shylock dice:

    @Emanuele (l’altro): esami, test, iscrizioni ad albi o altro non devono essere serviti a granché, visto il materiale umano all’opera sui taxi, o in piazza.
    Infatti tutti questi fini intellettuali hanno superato i relativi test (orali e scritti): il resto della pappardella che hai citato è burocrazia.
    La realtà è che per fare il tassista il livello di qualificazione richiesto è molto basso, motivo in più per aprire il mercato e permettere a chiunque ne sia in grado di esercitare il mestiere, almeno fino a quando arriveranno auto in grado di fare da sole: anche lì, ho la sensazione che tecnologicamente ci siamo già o quasi e che i vincoli frapposti siano soprattutto di natura burocratica; in un Paese regressista e fiero di esserlo come l’Italia potranno tenere più a lungo che altrove, ma è solo questione di tempo.

  9. paolo d.a. dice:

    Senza necessariamente tirare in ballo il digitale, quello che accadrà è già accaduto ai piccolo negozi di un tempo, sostituiti da grandi centri commerciali dove vincono i grandi franchising internazionali. Non ricordo grandi proteste ma solo qualche convegno sponsorizzato dai grandi gruppi di investimento commerciale.

    I tassisti godono da sempre di una speciale protezione politica, Rutelli li definì energumeni, e non sono cambiati da allora.

    Il mondo cambia ed è bene che cambi e che cambi rapidamente, il minimo che un buon governo possa fare è ricordarlo a tutti, sempre. Rifugiarsi nelle regole per ostacolare la libera iniziativa funziona molto in Italia, l’effetto più evidente è il suo declino costante.

  10. Emanuele (l'altro) dice:

    @Shylock
    Test e altro teoricamente servono per garantire che chi svolge un certo lavoro sia qualificato. Le regole da seguire in servizio servono per garantire un livello minimo di sicurezza. A maggior ragione dato che si tratta di trasportare persone. Che poi ci siano tassisti che è meglio perderli che trovarli fa parte delle cose ma non per questo sono d’accordo sullo sperare in una tabula rasa a solo favore del libero mercato perchè le regole servono comunque e dove mancano si impone inevitabilmente il più forte.
    Per il resto ti rimando alla disruptive innovation, di cui l’auto che va da sola è un esempio perfetto. Solo negli USA si calcola che almeno 2 milioni di persone impiegate nel trasporto umano o di merci perderebbero il lavoro. Potrai dire: “è il progresso”, magari aggiungendo “bellezza”, termine che va tanto di moda. Poi però non ti lamentare se quei due milioni con i loro familiari votano il Trump di turno lasciando basiti gli inventori delle auto che vanno da sole, che non capiscono perché ci sono tali derive.
    Il progresso può essere bello e le nuove tecnologie fighissime ma se i processi evolotuvi non vengono governati ma imposti dal più forte lasceranno sempre milioni di esclusi dietro che poi vanno a votare.
    In attesa che un nuovo guru stabilisca che il diritto di voto spetta solo a chi ha un lavoro.

  11. Marco[n] dice:

    Emanuele (l’altro) La protesta dei tassisti non è contro Uber Pop, già vietato dalla legge, ma contro Uber in quanto tale, cioè NCC. E quindi cadono parecchie delle tue considerazioni.
    Per quanto riguarda la “disruptive innovation”, mai nessuno è riuscito a bloccarla nel passato, non mi aspetto che ci riescano né Trump né i suoi illusi elettori.
    I telai a vapore hanno fatto perdere il posto agli artigiani, le automobili ai maniscalchi e via così. E’ inevitabile, con o senza “bellezza”, ma qualcuno ogni volta pensa di riuscire a conservare l’esistente all’infinito.

  12. Emanuele (l'altro) dice:

    Lo so che è vietato (in Italia da maggio 2015 ma ha divieti e problemi in un sacco di altri posti meno “regressisti” di noi) ma avrai visto che da parte dei liberisti e dei fautori della “sharing economy” c’erano le stesse polemiche di oggi quando il divieto entrò in vigore. Le proteste contro gli NCC sono dovute al fatto che viene regolarizzata una tendenza finora teoricamente vietata ma nella realtà mai punita, che è quella di non sostare in aree pubbliche e di non ritornare nelle rimesse dopo svolto il servizio. E’ giusto? E’ sbagliato? Non lo so, però decisioni come questa lasciano sempre il retrogusto di pezze all’italiana: fatta la legge, non rispettata, si legalizza la violazione.
    E’ quello che successe con le tv private negli anni settanta. Allora tutti a favore delle piccole televisioni locali. Oggi tutti contro perché da quelle tv è nato il fenomeno Berlusconi. Chissà che fenomeni partorirà la sharing economy.

  13. unbrexit dice:

    In un modo o nell’altro dovrebbe essere un processo governato dalla politica, che non lasci a casa nessuno in modo indiscriminato e che preveda una distribuzione equilibrata dei vantaggi e dei sacrifici.
    Insomma cose già scritte da tutti.
    Basta che la politica si dia da fare.
    Semplice, no?

  14. MaX dice:

    “La discussione sulla sharing economy ha due facce altrettanto importanti. Una è ovviamente questa, il suo spezzare oligopoli”

    più che spezzare ne può creare di nuovi.

  15. paolo d.a. dice:

    La politica non esiste quando è sufficiente una bomba carta e qualche volto arrabbiato per archiviare anche la più minima apertura ad un minuscolo cambiamento dello status quo. Non è che si possa discutere di servizi alternativi, libertà di impresa o diritti dei consumatori, la “politica” cede tutto a chi fa la voce grossa, e i tassisti nei decenni si sono specializzati nel far deragliare anche solo un dibattito sul “loro” mercato, che è poi il diritto delle persone a spostarsi e quello di chi è tenuto fuori di trasportare quelle persone.

  16. Giò dice:

    Avevo letto il titolo del post come “il senso del delirio di innovazione”, ma poi ho letto bene :)

    A parte gli scherzi, anche Flixbus, ora è stata bloccata… sono le solite cose all’italiana, anche Tim ha acquistato il brevetto WImax che salvare la sua rete….. ora bofonchia una super fibra che non arriverà mai a tutti….

  17. Andrea dice:

    @Giuliano: “Il rapporto di potere cambia a favore del consumatore”. Mi piacerebbe pensare che hai ragione. Ma ho piuttosto l’impressione che il consumatore si trovi sì di fronte a prezzi più accessibili, ma che questo sposti poco per non dire niente, da quella parte, i rapporti di potere.
    Per tacer del fatto che molti dei consumatori siano a loro volta produttori penalizzati.
    Anni fa, al principio del commercio equo e solidale, si tentava di spiegare ai consumatori del nord come fosse anche loro interesse “allearsi” ai produttori del sud del mondo, pagando un prezzo giusto per i prodotti del loro lavoro.
    Ora, ho l’impressione che ognuno di noi goda nel suo piccolo dell’opportunità di pagare 2 lire qualcosa che prima dell’avvento p.e. di Amazon (ci) costava assai di più. Ma faccia fatica (e non sia per così dire incentivato) a coglier il nesso esistente tra i minori costi che affronta e i minori diritti ed emolumenti di cui può disporre.

  18. Emanuele (l'altro) dice:

    Non è apparsa la mia risposta a Marco

  19. Emanuele (l'altro) dice:

    In attesa che appaia la mia risposta di ieri aggiungo questo articolo che spiega un po’ di cose

    http://www.ilpost.it/2017/02/25/uber-condizioni/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+ilpost+%28Il+Post+-+HP%29

    vediamo alcuni estratti
    ” Soprattutto in Europa molti autisti hanno fatto causa ad Uber, sostenendo che il loro lavoro costituiva in realtà un vero e proprio rapporto subordinato e non una semplice fornitura di un servizio.”

    “massicci investimenti che la società ha fatto nel settore delle automobili che si guidano da sole, che per Uber è particolarmente importante visto che i suoi costi principali sono proprio quelli degli autisti. ”
    (a proposito di disruptive innovation: ora i fulminati della sharing economy se la prendono con il vecchiume perché sperano o di tagliarsi una fettina microscopica di utile o di pagare meno. Quando i primi faranno la fine dei tassisti di oggi resteranno i secondi, sempre se guadagneranno abbastanza per salire su un’auto automatica)

    e infine
    “La tesi di Horan è che Uber attiri molti capitali perché i suoi investitori sanno benissimo qual è l’obiettivo della società: operare in perdita grazie al massiccio afflusso di capitali, eliminare la concorrenza, istituire una sorta di monopolio e quindi iniziare ad aumentare i prezzi, comprimendo i salari dei dipendenti e iniziando così a generare utili.”

    Il lavoro più vecchio del mondo dopo la prostituzione: creare monopoli. Solo che una volta gli stati che controllavano anche l’informazione avevano il potere di intervenire, oggi le masse adoranti della tecnologia premono su internet perché questo avvenga, non vedendo più in là del loro naso (o del giorno dopo).

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