Matteo Galiazzo su FB:

Nel 2006 lavoravo a Sampierdarena, e in pausa pranzo andavo a camminare nella passeggiata pedonale sotto la Lanterna. Lungo il percorso passavo per uno dei portoni del palazzo Lancia, sotto la sopraelevata, e ho notato che di fianco al citofono qualcuno aveva scritto qualcosa con un pennarello nero.
A Genova a metà degli anni 80 le scritte a pennarello facevano parte del panorama urbano ordinario della città. Ad esempio c’era un misterioso scrittore a pennarello che usava come pagine i lati dei cassonetti verdi della raccolta del vetro, quelli piccoli rettangolari che c’erano allora, con nel coperchio una specie di valvola tricuspide in gomma dove inserire le bottiglie. Questo tizio scriveva un sacco, realizzava delle paginette perfettamente composte e giustificate nella cornice verde del lato del cassonetto. I temi erano per lo più geopolica, euromissili, la nato, le relazioni italia america, e lui sembrava saperla lunga su un sacco di cose, probabilmente era un radicale.
Negli anni novanta c’era una rivista letteraria a Genova che si chiamava La rosa purpurea del Cairo, bellissima, infatti hanno sempre rifiutato la roba che gli mandavo, mentre Venerandi c’era in quasi in tutti i numeri. In questa rivista c’era una sezione che si intitolava Microrecensioni in cui recensivano prodotti culturali ma anche cose materiali e immateriali, cose tipo l’aria di milano, il tizio che da un po’ mi chiama alle quattro di notte cercando giorgio, il portogallo, la multa per divieto di sosta, questa stessa recensione, e cose così, e una di queste recensioni era proprio sul tizio che scrive a pennarello sui cassonetti del vetro, diceva chissà chi è questo tizio, e poi quante ne sa, probabilmente è un radicale.
La scritta sul portone di palazzo Lancia era stata fatta con un pennarello che si stava scaricando: la prima riga si leggeva, la seconda anche, le righe successive svanivano gradualmente come immergendosi via via nel marmo.
La prima riga diceva: Bevo a una casa distrutta.
Questa frase mi è entrata nell’occhio e superata la soglia ha attecchito subito e molto nel mio cervello, come se fosse fatta di un materiale liofilizzato che aspetta solo che arrivi un tizio con dell’acqua: credo che sia stato perché in pochissime parole contiene un sacco di cose notevoli e disallineate: un personaggio che ci parla, uno scenario, una situazione catastrofica, delle macerie, e una indole particolare nel reagire alla catastrofe.
Non sapevo di chi fosse la frase e ho pensato automaticamente al tizio dei cassonetti del vetro. La frase era una specie di brindisi e magari, mi sono detto, il tizio questa dimestichezza con i cassonetti del vetro l’ha acquisita brindando spesso. Forse abitava nel palazzo Lancia con una e poi la storia era finita e lui se n’era andato lasciando la scritta di fianco al citofono come saluto. Tutto il panorama attorno alla scritta si adattava al tono della frase: il cielo del marciapiede ostruito dalla sopraelevata, i piloni metallici attorno, dall’altra parte della strada alcuni capannoni venivano demoliti, ampi spazi pieni di detriti, tutto contribuiva a scoraggiare la presenza umana.
E infatti quella zona dove c’è il palazzo Lancia è così: maledetta: è stata ricavata dallo sbancamento del promontorio roccioso di San Benigno all’inizio del secolo scorso in modo da collegare Genova a Sampierdarena. Sopra il promontorio c’era un cimitero inglese, quindi tutto quello che vediamo è stato costruito sotto un cimitero, e la zona è probabilmente vittima di una maledizione inglese che a giudicare dai risultati sta funzionando benissimo e non si è ancora esaurita. Qualche anno fa hanno costruito due alte torri di abitazioni e sono rimaste vuote, invendute per anni, la sera quasi tutte le finestre erano spente.
Nel 2006 andavo sempre in giro con una macchina fotografica compatta e così ho fatto una foto alla scritta, e l’ho pubblicata da qualche parte in rete. E quindi da qualche parte qualcuno ha commentato sotto la foto: ah, la Achmatova. Doveva essere qualcuno tipo Pier Paolo Rinaldi che è una specie di google lens vivente: tu gli mostri una scena e lui ti elenca tutti i riferimenti culturali nella scena in ordine alfabetico.
Così ho saputo cos’era la scritta: una poesia di Anna Achatova che si intitola Ultimo brindisi.

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

(traduzione di Michele Colucci)

Quindi io di Anna Achmatova ho incontrato prima alcune parole, e poi il nome.
Quindi comunque c’è stato qualcuno che girava per Sampierdarena e scriveva poesie di Anna Achmatova col pennarello sui muri di fianco ai citofoni.
La settimana scorsa ho partecipato a uno di quei viaggi in cui Paolo Nori accompagna in giro per Pietroburgo una trentina di appassionati di letteratura russa, gli mostra le case degli scrittori e le locations dei romanzi, e si portano fiori sotto le lapidi.
Così sono stato nella casa museo di Anna Achmatova a Pietroburgo. I muri dell’atrio del museo sono pieni di scritte a pennarello, come quella di fianco al citofono del palazzo Lancia, moltissime, in molte lingue diverse, molte in cirillico, altre in caratteri latini.
Seguendo il percorso siamo arrivati fino alle stanze, fino al tavolino davanti al divano.
E così è da qui, ho pensato, è da questo tavolino davanti al divano che sono partite quelle parole, da qui hanno attraversato lo spazio per migliaia di chilometri per andare a conficcarsi nel muro di fianco a un citofono del palazzo Lancia. E c’è quindi come un filo che unisce il citofono del palazzo Lancia a questo posto e io ho seguito quel filo per migliaia di chilometri e ora sono qui dove sicuramente migliaia di migliaia di altri fili come il mio convergono da tutti i posti del mondo in cui sono state scritte sui muri le poesie di Anna Achmatova, da tutti i muri del mondo a questo tavolino davanti al divano.
Nel museo ci hanno spiegato come è stato scritto Requiem nell’appartamento pieno di microfoni spia fatti installare da Stalin. Stalin oltre ai microfoni aveva anche fatto piazzare una sua statua nei giardini davanti alla casa, e la statua era rivolta proprio verso le finestre dell’appartamento di Anna Achmatova e la salutava con la mano.
In pratica per scrivere Requiem nella casa piena di microfoni spia lei invitava a casa degli amici con buona memoria e mentre tra loro parlavano d’altro lei scriveva dei versi sopra dei piccoli foglietti, gli amici dovevano leggerli parlando d’altro, leggerli e memorizzarli, dopodiché lei bruciava il foglietto in una ciotolina, loro tornavano a casa e riversavano quello che ricordavano su carta. Meno male che non ero io, ho pensato, uno di quegli amici, altrimenti temo che Requiem a quest’ora sarebbe composto unicamente di versi tipo: ehmm, allora, aspetta, com’era…
Ma ripensando alla scritta di fianco al citofono e alla facilità con cui mi ha attraversato l’occhio, forse invece no, forse me le sarei ricordate tutte, quelle parole.


Un commento a “Bevo a una casa distrutta”

  1. Bandini dice:

    Bellissimo. Non sapevo che scrivesse ancora, Galiazzo. Mancava un sacco.

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