Breve vademecum sulla disinformazione in Italia vista con gli occhi di un lettore di notizie.

Punto primo: disinformare in Italia è molto facile. Esistono da decenni tutte le condizioni perché questo accada. Un basso tasso di scolarità, un modesto accesso ai mezzi di informazione, una tendenza storica ad essere condotti per mano dal primo che passa che forse non ha eguali in Europa. L’Italia è, in questo senso, un Paese disponibile, lo è molto più di altri. Per guardare solo ai fatti recenti abbiamo avuto al governo, negli anni recenti, politici che davano credito a disinformatori professionali come Vladimir Putin senza alcun imbarazzo e senza riceverne alcun rimbrotto.

Punto secondo: cosa intendo con il termine disinformazione? È complicato tracciare un confine, come è noto qualsiasi informazione si presta a piccole o grandi manipolazioni talvolta nemmeno intenzionali. Nell’esposizione di una notizia conta chi siamo, cosa pensiamo, come vediamo il nostro ruolo nella società, talvolta perfino il tono della nostra voce. Quando parlo di “disinformazione” mi riferisco invece a un progetto preordinato, non l’interpretazione partigiana e occasionale della notizia ma l’utilizzo di ogni notizia fra quelle disponibili al conseguimento di uno scopo predeterminato.

Un luogo comune abusato indica nella nascita di Internet e soprattutto dei social network il primum movens per lo sviluppo di nuove insidiose forme di disinformazione. È certamente vero, tuttavia in simili ragionamenti si tende a sottolineare quasi sempre il ruolo attivo dei lettori, la loro capacità di rendere virale una notizia falsa amplificandola con grande velocità e se ne deduce che questa nuova abilitazione tecnologica sia una delle cause principali della disinformazione. La mia idea è che non sia così: gli utenti attivi (quelli che una volta si chiamavano prosumer) hanno un ruolo marginale nella produzione della disinformazione: sono, in molti casi, semplici strumenti inconsapevoli dei disinformatori professionali i quali sono sempre gli stessi di prima, con strumenti più potenti di prima. In alcuni casi la disinformazione nasce invece alla periferia, senza il progetto eversivo di cui dicevo poco fa: nel corso della pandemia e anche negli ultimi mesi ne abbiamo osservato molti esempi. Si crea così un rapporto simbiotico fra forme di disinformazione differente e spesso i disinformatori professionali si abbeverano a sorgenti disinformative nate dal basso e le fanno proprie.

Nomi e cognomi. Chi è che disinforma allora? In generale disinforma il potere. Disinforma meglio il potere quando galleggia in democrazie fragili. In Italia, in particolare, disinforma la politica e disinformano le grandi aziende. Ma poiché le grandi aziende sono tutto sommato poca cosa disinforma soprattutto la politica.

Dove? Inutile dire che i luoghi deputati alla disinformazione sono principalmente i media. Fondamentalmente le televisioni, in secondo luogo, ma molto meno, in gran parte per l’effetto di trascinamento che le news hanno sull’agenda informativa e quindi sui temi in discussione in TV, i giornali. La quota di occupazione politica della Rai, di cui si discute da anni con livelli di grande impudenza, è ormai tracimata dagli ambiti strettamente informativi (TG, GR ecc) ai restanti programmi di intrattenimento. La TV commerciale è storicamente in mano al centro destra. In ogni caso ovunque sui media la disinformazione è un prezzo che sarà quasi sempre possibile pagare al proprio padrone. In molti casi si instaurerà un meccanismo competitivo inevitabili a chi saprà essere più realista del re.

Disinforma il potere, allora: i cittadini sui social network talvolta ne sono vittime e amplificatori inconsapevoli, altre volte ne sono donchiscottiani oppositori, altre volte ancora ne sono complici. Ma in generale disinforma il potere, non gli ignoranti, non gli entusiasti, non i lettori.

E se il potere è soprattutto la politica e se disinforma per cinico progetto espansivo e non per altro, oggi lo fa in tre maniere complementari e strettamente embricate fra loro. Di queste solo una dipende in maniera esclusiva da Internet ed è la comunicazione diretta dei politici attraverso i social network. Delle tre forme di disinformazione politica è quella di cui si parla maggiormente e, probabilmente, quella meno importante.

L’esempio abusatissimo è quello della cosiddetta bestia di Salvini ma se ne trova traccia anche altrove, anche se si tratta di una forma di comunicazione che per la propria violenza intrinseca, per la grossolanità del messaggio viene utilizzata prevalentemente da politici reazionari e populisti. In Italia c’è stata anni fa l’eccezione del M5S (e prima ancora della comunicazione prepolitica sul blog di Grillo) che ha fatto propri (se non addirittura inventato) certi canoni disinformativi basati sul dileggio dell’avversario e sulla chiamata alle armi dei propri lettori contro bersagli indicati accuratamente (giornalisti, politici avversari ecc). Uno schema che nasceva probabilmente dall’abitudine del teatro comico di Grillo e che poi è stata diffusamente adottata da molti.

Le restanti due forme di disinformazione riguardano invece il sistema professionale della costruzione della notizia. La prima è quella ormai nota e pre-internet della disinformazione giornalistica con un chiaro mandato politico: tutta l’agenda informativa della stampa di centro destra, per esempio, si basa su un simile schema. Alcuni di questi fogli disinformativi (Libero per esempio) sono perfino finanziati con fondi pubblici. In ogni caso non esista in Italia, da decenni, un quotidiano conservatore degno di questo nome, un foglio di destra indisponibile a compromessi eccessivi con i propri politici di riferimento. Esistono in tutta Europa, da noi no.
La seconda, la più interessante per noi oggi, la più recente, parzialmente inedita e assai poco citata, è la disinformazione basata sul modello economico editoriale del momento. Ha l’aspetto di una disinformazione incidentale (un po’ come quella di chi rende virali certi contenuti sui social), ma non lo è. È disinformazione professionale, studiata a tavolino, e se i suoi effetti sociali e politici sono fuori dal progetto editoriale così come è stato immaginato, ne sono ugualmente la conseguenza e non sono per questo meno gravi. Pur non essendone lo scopo, i suoi effetti non possono essere ignoti a chi ha immaginato un simile modello: sono stati semplicemente considerati un prezzo che era possibile pagare in nome della propria sopravvivenza.

La crisi editoriale dei giornali ha prodotto in Italia un simile mostro: la qualità informativa, il rigore etico, la responsabilità professionale sono state sacrificate non più solo – come è sempre avvenuto e come tuttora continua d avvenire – al proprio padrone, non più solo al proprio partito politico di riferimento, a Confindustria o al grande inserzionista di turno, ma ad un progetto di sopravvivenza economica che rende lecito ciò che un tempo non lo sarebbe stato.

C’è insomma un nuovo padrone che genera grandi quantità di disinformazione in Italia oggi ed è quest’idea di retroguardia e pericolossima di scrivere qualsiasi cosa che sia in grado di richiamare l’attenzione dei lettori. Un giorno una cosa e il giorno successivo il suo contrario. In particolare durante la pandemia gli effetti di un simile cinismo informativo fatto di titoli allarmati, frasi ad effetto, bugie intenzionali ecc. sono stati disastrosi.


3 commenti a “Breve vademecum sulla disinformazione in Italia”

  1. Larry dice:

    Sinceramente non vedo l’unicum italiano che tu descrivi. Anche nei paesi nei quali mettere in discussione il potere è addirittura nell’articolo 1 della loro Costituzione, non mi pare che le fake news abbiano effetti e diffusione minori.
    Quello che è veramente cambiato non è il livello di cattiveria o mala fede dei centri di potere, siamo noi. In questo mondo ultra-connesso, paradossalmente ognuno si crede il protagonista della storia. In passato ognuno si teneva le proprie idee bislacche per sè, ora basta cercare una conferma nel tweet di una ex ballerina.

  2. yurichechi dice:

    “un quotidiano conservatore degno di questo nome, un foglio di destra indisponibile a compromessi eccessivi con i propri politici di riferimento. Esistono in tutta Europa, da noi no”
    Ma, lo cerco da anni nei paesi di lingua francofona e anglofona ma non l’ho ancora trovato.

  3. domenico dice:

    Forse sono ovvio (e mi scuso) ma avete fatto la somma della tiratura dei primi tre giornali italiani ? E’ ridicola ,rispetto al solo primo giornale tedesco ; quasi il 50% di noi italiani dopo aver letto un testo, non riesce a fare un riassunto (spesso dotato di un diploma) ; la spesa pro capite per “cose culturali” e’ la fra le più’ basse di tutta Europa. Così’ come ci siamo ridotti (solo colpa nostra) e’ funzionale non solo al Capitale.Ma ci “permettono”i social network, perché’ ci “lamentarsi “?? E’ il futuro purtroppo che si siamo guadagnati con tanti “sacrifici “per arrivare dove siamo.

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