01
Ago

Dobbiamo tenere d’occhio l’abitudine. Specie nei momenti difficili come questo.

L’abitudine in qualche caso è un privilegio di cui si parla poco, quasi sempre – in tutti gli altri casi – è un vero rischio, un ordigno a tempo dal quale difendersi.

Ci si abitua alla bellezza, per esempio: che sia in un paesaggio, nella pagina di un libro, nei colori di un quadro appeso alla parete. Che sia nell’architettura geniale di una casa all’angolo, nel profilo della lampada sul comodino che accendiamo ogni sera, nel “buonasera” di un tizio incrociato sul marciapiede.

Ci si abitua, allo stesso modo, anche al suo contrario: non sarà difficile incamminarsi lungo il percorso in discesa che adotta la sciatteria e la bruttezza, le cattive parole e gli orribili oggetti. E in un periodo come questo, nel quale tutto sembra improvvisamente modificato, io non riesco a non pensare ad un legame sotterraneo e sottilissimo fra la pochezza estetica e culturale di questo Paese e le manifestazioni deprimenti dei suoi cittadini.

Non citerò il principe Myškin, non invocherò il ruolo salvifico dell’estetica degli oggetti o dalla forma e dalle sue convenzioni: però questa sera – davvero – mi sembra di riconoscere un legame fra molto di ciò che ci sta accadendo intorno:

la cattiva politica
il razzismo verso gli ultimi
il giornalismo svilito
l’idolatria per la mediocrità
la xenofobia e il sessismo ostentati
la cinica propaganda

ma anche

i congiuntivi persi per strada
le case nuove e senza gusto
il cemento al posto degli alberi
i deficienti che urlano alla radio
gli schiamazzi di grandi e piccini

e mi pare di riconoscere un legame – dicevo – fra tutto questo mio armamentario, questa lista della spesa da vecchio barbagianni e… l’abitudine.
E lei: la signora abitudine.

L’abitudine al peggio ormai ci impone di prendere le cose per quello che sono, senza contrastarle: senza nemmeno un pensiero di rivolta o una timida reazione. L’abitudine osserva il mondo per un istante e poi ci spinge ad accettare tutto, come il giorno prima, ogni giorno un poco di più del precedente. L’abitudine ci abitua a tutto.

La bellezza forse non salva il mondo ma di sicuro, almeno per un po’, gli impedisce di precipitare. Chiunque viaggi un po’ nel mondo ne riconosce quei grandi o i piccoli tratti che da noi sono quasi scomparsi. E l’abitudine al brutto, il disinteresse per le cose fatte bene, il menefreghismo imperante, che oggi sembrano la regola in questo Paese, non sono arrivate in Italia l’altro ieri con Salvini e Di Maio. Vengono da più lontano e hanno padri meno noti ma non per questo meno responsabili. Salvini e Di Maio ne sono la semplice deprecabile conseguenza.

Ciò che abbiamo di fronte ora, quello che oggi così tanto ci spaventa, è figlio di quello che non abbiamo fatto. Di ciò che non siamo riusciti ad essere. È una responsabilità politica pesantissima degli uomini e delle donne di questo Paese, la loro incapacità ad elevarsi e a sentirsi comunità.

Poi l’abitudine ha fatto il resto.


6 commenti a “L’abitudine”

  1. Erasmo dice:

    Devo chiedere di aggiungere alla lista: “la raccomandazione al posto del merito”.
    Però non sono convinto dello “sta accadendo”, come se si trattasse di cose nate quest’estate. Sta’ a vedere che il Corviale, Le Vele, lo Zen li hanno fatti Salvini e Di Maio. O che i giornalisti si sono sviliti col caldo di questa settimana.
    Della cattiva politica, taccio.

  2. deid00 dice:

    “pochezza estetica e culturale di questo Paese”

    Vivi davvero in un brutto paese. Dov’e`?

  3. malb dice:

    Non è l’abitudine. Sono errori madornali di prospettiva.
    Io vivo a Venezia da quando sono nato e sfido chiunque a dire che la bellezza non sia di casa. Fino a circa trent’anni fa ogni volta che dovevo attraversare il centro storico che non è un quartiere da dedicare al turismo, bastava guardarsi intorno ed era una lezione di storia dell’arte. Oggi se faccio lo stesso percorso e mi guardo in giro rischio lo scontro con decine di turisti fermi in mezzo le strade. Se poi cerco una panificio o un negozio di alimentari trovo decine di rivendite di oggetti, quai sempre brutti, che comperano solo i turisti.
    Tutto questo è il risultato di una scelta urgente le cui conseguenze non sono mai state valutate.
    A limite della laguna c’era la zona industriale di Porto Marghera che circa trentacinque anni fa è entrata in crisi passando in circa dieci anni da più di quarantamila addetti a poco più di diecimila. Ma è anche credo l’unica zona in Italia in cui la crisi occupazionale non è esplosa in scontri e manifestazioni perché l’occupazione che spariva nell’industria è stata compensata da quella che si sviluppava nel turismo. Ma passare dall’occupazione industriale a quella nel turismo non è senza costi. L’industria produce ricchezza, il turismo drena ricchezza prodotta in altri luoghi. per questo motivo mentre l’industria deve mantenere la sua struttura, il turismo si pone solo il problema della sua sopravvivenza e non di quella del sito che si ritiene sia di competenza pubblica. Inoltre la collocazione marina di Venezia fa lievitare il costo della manutenzione di più del 30%. Così alla difficoltà funzionale di vivere a Venezia si è aggiunta la difficolta materiale del mantenimento della città.
    Di fronte a questo non c’è l’abitudine al peggio, ma il riscontro delle scelte miopi di chi ha governato e governa questo paese

  4. Giuseppe dice:

    aggiungerei:
    – “la pubblicità di sottofondo dal parrucchiere, al supermercato, in auto”
    – “i cartelloni pubblicitari che ricoprono il mondo”

  5. Emanuele (l'altro) dice:

    “L’abitudine al peggio ormai ci impone di prendere le cose per quello che sono, senza contrastarle: senza nemmeno un pensiero di rivolta o una timida reazione”

    In realtà reazione c’è stata l’aprile scorso da parte di gente che era stufa di rassegnarsi al peggio.
    Quello che cambia tra loro e gli altri è il concetto di peggio.

  6. Non alimentiamo la fogna dei social – Alessandro Ronchi dice:

    […] social quindi tendono a tenerci sempre in allarme, da un lato abituandoci al peggio (ottimo l’articolo di Mantellini) e dall’altro nascondendoci il bello, le cose utili e positive alla società, che non […]