Ci sono due cose che vorrei segnarmi qui su Stefano Rodotà morto ieri. Due cose di segno opposto che vanno aggiunte al plauso che tutti in queste ore stanno tributando alla sua gentilezza e signorilità, alla sua disponibilità e passione. Un plauso al quale unisco anche il mio.

La prima è che Rodotà è stato un giurista e un politico contemporaneo. Forse l’unico in questo Paese fra quelli della sua generazione. Negli ultimi vent’anni della sua vità ha focalizzato l’attenzione sui temi davvero centrali ed in evoluzione della nostra società: la privacy prima e la rete Internet poi. È stato questo, prima di tutto, un lavoro intellettuale: Rodotà è un politico che si è fatto intellettuale perché ha guardato la società in cui viveva ed ha capito per tempo che quei temi sarebbero diventati centrali per il futuro dei cittadini. Milioni di persone alle prese con la società dell’informazione prima e con quella digitale poi e che ancora nemmeno se ne erano accorti. Da questo punto di vista Rodotà in questi ultimi decenni è stato un faro, circondato attorno a sè dal deserto della classe intellettuale: una vasta schiera di gente che non aveva e che non ha capito.

La seconda è che purtroppo il metodo Rodotà non funziona. Non in questo Paese, non nell’Italia dei mezzucci e delle scorciatoie. E su questo mi pare sia del tutto mancata ogni analisi critica. Rodotà è stato circondato da una parte dall’entusiamo acritico dei suoi sostenitori (ne avevano ben donde dato il deserto attorno) e, per il resto, dalla sostanziale noncuranza di tutti gli altri. Sarebbe invece forse servita un’analisi accurata e complessiva di quanto la bellissima legge sulla Privacy abbia aggiunto in termini di protezione e diritti ai cittadini e di quanto abbia invece complicato loro la vita lasciandoli preda dei peggiori marchettari nonostante le decine di firme messe ovunque. In tempi più recenti sarebbe stato utile (ma per questo oggettivamente è presto) capire quanto la bellissima Dichiarazione del diritti Internet di cui Rodotà è il padre, abbia ricadute concrete sulle scelte della politica e della società su temi tanto importanti e sensibili.

La mia idea è che il metodo Rodotà non funzioni perché si occupa dei principi, che sono sempre alti e bellissimi, giuridicamente ineccepibili e immaginati a difesa degli ultimi, ma li considera ogni volta come entità a sé stanti, li valuta a prescindere, nella logica entusiasmante e colta dei massimi sistemi. Come se il ruolo dell’intellettuale e del giurista fosse quello di orchestare la norma, di scrivere la Costituzione più invidiata al mondo, affidandone ad altri la messa in strada. A un certo punto qualcuno chiese a Stefano Rodotà di scrivere un articolo da aggiungere alla Costituzione nel quale fosse sancito che Internet è un diritto di tutti i cittadini e Rodotà lo scrisse e credo sia ancora in giro da qualche parte.

Questo Paese funziona così: è innamorato della forma (nei casi peggiori la utilizza come scusa per i propri interessi), si crogiola dentro il valore egalitario delle parole, ma gli intellettuali che si occupano di questo non vedono granché del mondo sottostante. O, se ne vedono i guasti, pensano ogni volta che spetti a qualcun altro occuparsene. Fra la Costituzione migliore del mondo e la società peggiore del mondo occorrerà trovare una mediazione. Ed in questo il ruolo intellettuale dei giuristi continuerà ad essere centrale anche dopo la scomparsa dell’unico fra loro che aveva davvero a cuore simili temi.

12 commenti a “Due cose su Stefano Rodotà”

  1. malb dice:

    “Rodotà è un politico che si è fatto intellettuale,,,”. Per me questo è il centro del problema. Se un politico(a qualsiasi livello) non si fa intellettuale, magari poco, magari nelle sue capacità, gli resta solo l’esercizio del potere nel qual caso I “principi” sono solo da usare strumentalmente e non da applicare.
    A me è capitato di lavorare per l’applicazione della legge sulla privacy e posso dire che, se non ci si ferma alla produzione di carta (documentazione obbligatoria) per mezzo di carta (testo e circolari applicative), ci si accorge che è effettivamente utile. Ma nell’applicazione è necessario agire sia pur minimamente da intellettuali cercando di capire in che ambiente si opera e da politici per generare una sua effettiva applicazione. Questa è la struttura che dovrebbero avere le leggi e non essere strumenti per la sopravvivenza della burocrazia.
    Grazie Stefano Rodotà.

  2. pino josi dice:

    la verità, vera, è che i fini intelllettuali, ma anche tutti gli altri cultori della forma, non conoscono la vita reale, sono distanti dal quotidiano delle persone comuni, perciò tutto quello che fanno non funziona, anzi, complica la vita

  3. andrea61 dice:

    Io credo che gli intellettuali alla Rodotà siano indispensabili a livello accademico ma che siano potenzialmente dannosi se si affacciano sulla scena pubblica perché, da puri teorici, corrono iln rischio di propagandare affascinanti utopie che alla fine allontanano dalla soluzione dei problemi, sogni idealizzati di cui, ad esempio, il nostro bicameralismo paritario ne è un perfetto esempio.

  4. DinoSani dice:

    Quindi il problema è la forma…come se da quella non derivasse, praticamente in ogni campo, anche la sostanza.
    Aver combattuto una lunga battaglia sui diritti (per la privacy ma anche per una rete libera e neutrale) è stata una questione di forma che da la sostanza concreta del nostro vivere sociale.
    Mi stupisce che ad un intellettuale che ha praticato la rete con una lungimiranza e apertura rara in Italia tu debba attribuirgli responsabilità che stanno tutte alla classe politica attuale, primi tra tutti i vari tuoi “amici” del PD di Renzi, Boccia solo per citarne uno….
    Non vedo danni nel lavoro di Rodotà, ma solo idee e soluzioni preziose per tutti. I danni li hanno fatti altri….

  5. mfp dice:

    art. 21bis: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale” ( https://www.tomshw.it/stefano-rodota-internet-un-diritto-costituzionale-30803 )

    Estremamente azzeccato intuire la necessita’ di un diritto d’accesso. Non ha mai spiegato pero’ cosa intendesse lui con “Internet”. Non credo lo avesse capito. Solo (mirabilmente) intuito. Senza una definizione piu’ precisa di “internet”, rimaniamo nell’attuale cloaca maxima fatta di valori in milioni di pezzettini piccoli, e qualche pezzettone grosso, che galleggiano in un brodo puzzolente di umanesimo andato a male.
    E la successiva Carta dei diritti di Internet non ha migliorato molto le cose… solo diluite.
    Tanto per fare un esempio: un paio di giorni fa ho sentito un’altra volta la mostruosita’ “popolo di internet”. Deve essere stato qualcuno appena riportato indietro da una qualche isola greca su cui era rimasto a piantonare dal 1945 perche’ nessuno gli aveva detto che la guerra era finita.

    Mi sembra strano pero’ che questa schifezza l’abbia scritta lui; la parita’ dei diritti e la rimozione degli ostacoli che impediscono questa parita’ e’ un articolo a se stante, piu’ astratto e generale (quindi ortogonale a tutti i susseguenti), precedente al 21; ripeterlo nel caso specifico dell’accesso ad Internet e’ ridondante.

    Ho passato la giornata a rastrellare tutto cio’ che ho trovato col suo nome, con la speranza che non vada perduto. Spero presto o tardi si troveranno anche gli altri suoi libri; cosi’ che non vadano perduti. Nella tomba i diritti economici d’autore non gli servono.

  6. mima dice:

    @andrea61
    > da puri teorici, corrono iln rischio di propagandare affascinanti utopie che alla fine allontanano dalla soluzione dei problemi

    senza la definizione dell’utopia, della meta, non puoi neanche definire cosa è problema

  7. mauro dice:

    L’utopia necessaria; comunque sia il “tecnoco punto qualcosa” ha bisogno di una visione. La vista da qui, sul proprio ombelico.. ma anche da lì.

    E’ un argomento nobile, e, un piccolo appunto, da fare sempre post mortem, dopo aver dileggiato la persona in modo ignobile e per ragioni di bassa lega e tattiche partitiche (scambiate per utopie). Non mi riferisco a Mantellini e potevo omettere questo dettaglio ma credo che Stefano e sia la figlia Maria Laura e famiglia abbiano sofferto e non poco. In alcuni giorni è stata persino annientata non solo l’autonomia intellettuale ma anche la persona (Corradino Mineo, importante giornalista e direttore, disse ad un certo punto che Rodotà era “marchiato da Grillo”. Ma come si fa ad esser così inutilmente crudeli, alienati e fessi? Miseria)

  8. andrea61 dice:

    @mima, la visione non è un’utopia.

  9. mauro dice:

    è buffo, perchè sfogliando i dizionari il primo sinonimo di utopista è visionario, e viceversa alla voce visionario (fig.) utopista in prima posizione. Ma appunto è buffo perchè alla voce utopia non troviamo quasi mai tra i sinonimi visione e viceversa alla voce visione non c’è utopia.

  10. mauro dice:

    col senno di poi non si può non concordare su un punto: Rodotà non era Napolitano… (nemmeno fig.) (semmai sigh)

  11. andrea61 dice:

    @mauro: non è buffo. In fondo basta un acido per essere visionari. :-)

  12. Giò dice:

    @Mauro e Andrea

    Dipende dalla Visione: se attiva o passiva.

    Lourdes: passiva.

    Elon Musk: attiva.

    E Rodotà non era certamente un utopista.