Certo, colpisce: siamo il Paese in Europa con (probabilmente) il peggior giornalismo digitale (dando per scontato che la carta non sarà il futuro del giornalismo) e siamo quelli che, sul futuro del giornalismo, organizzano convegni come quello di ieri a Torino, con ospiti prestigiosissimi da tutto il mondo. Si tratta di una forma di provincialismo che forse andrebbe indagata. In ogni caso al riguardo il discorso è semplicissimo e – come segnala Luca su Twitter – è riassunto nelle poche parole di Jeff Bezos pronunciate ieri:
Bisogno scrivere bene, scrivere la verità e chiedere ai lettori di pagare. Loro sanno che il buon giornalismo non è gratis.
Interessante al riguardo la versione italiana di queste medesime parole che inverte (da sempre) l’ordine degli eventi. Sempre nel convegno di ieri la si può trovare nelle parole del direttore de La Stampa Maurizio Molinari riportate da Repubblica:
Ma i lettori – spiega Molinari – continuano a voler leggere, a ricevere informazioni su quello che succede nel mondo che evolve, e sulla base di questa necessità del lettore l’editoria può uscire più forte”.
Per farlo serve un “nuovo modello di business e i lettori devono accettare nuovi modelli di pagamento. In risposta, i giornali devono garantire affidabilità dei contenuti e sfruttare la dimensione della sua comunità, formata da giornalisti e da lettori”.
Le parole di Molinari, apparentemente molto simili a quelle di Bezos, se ne differenziano per un tratto fondamentale che le trasforma in un battibaleno nelle solite inutili chiacchiere che abbiamo ascoltato mille volte negli ultimi dieci anni. E cioè: non sono i giornali a dover garantire “in risposta” la qualità dei contenuti ma devono essere loro per primi (come dice Bezos) a proporli e poi stare a vedere cosa succede. Io non ho il cuore di andare oggi a cercare le parole sulla qualità dei propri contributi utilizzate da RCS quando inaugurò il suo nuovo sito web con il paywall “in risposta” al pagamento dei lettori, quello che so è che il Corriere è oggi, per proprie chiarissime scelte editoriali, forse il sito web che più di tutti (fra i grandi editori) ha investito sulla spazzatura, sui contenuti morbosi e sui click: una scelta che in definitva in Italia hanno fatto quasi tutti.
Se poi domani, fulminati sulla via di Damasco, gli editori italiani decidessero improvvisamente di scommettere sulla qualità dei formati digitali e non sulla spazzatura recuperata da Youtube e marchiata a proprio nome, allora, molto probabilmente, accadrebbero due cose. La prima è che il loro mercato si ridimensionerebbe, lasciando modesti spazi di manovra visto che oggi perfino i grandi come NYT e Guardian faticano a tenere in piedi la baracca basata sulla qualità dei propri contenuti. La seconda è che riacquisterebbero di colpo la nostra stima e i nostri pochi soldi. Nonché la capacità di parlare di pluralismo dell’informazione, di democrazia e di cultura, in TV e nei prestigiosi convegni, senza il timore assai fondato di essere variamente compatiti, come invece, per forza di cose, accade oggi.



Giugno 22nd, 2017 at 12:22
Molinari ha ‘semplicemente’ invertito la causa con l’effetto del discorso di Bezos.
Giugno 22nd, 2017 at 14:16
Io sono pronto a pagare il lavoro ben fatto altrui. Io, abbonato storico ad un quotidiano, sono il primo a riconoscere che un lavoro ben fatto va remunerato. Ma se scorro le versioni online dei quotidiani cartacei, io di articoli ben scritti ne trovo veramente pochi. Se poi li voglio non solo scritti bene ma anche “originali”, piombo nel buio piu assoluto.
Allora, cari Direttori, imparate dal commercio e preoccupatevi prima di tutto di confezionare un buon prodotto, che non necessariamente costa molto di più di uno pessimo, e allora potrete iniziare a parlare news a pagamento. Già che ci siamo, perchè non prendete anche spunto dalla rivoluzione Itunes e rendete possibile l’acquisto del singolo articolo ?
Giugno 26th, 2017 at 11:40
no, gratis una cippa: noi già paghiamo, nella bolletta della fornitura elettrica.
Quindi pagare due volte. In secondo luogo servirebbero editori puri, non faccendieri e lobbisti impegnati in altre attività: è chiaro che l’informazione non sarà mai verità ma pressione mediatica. E questo non è un optional ma un nervo scoperto dell’intero sistema.
Giugno 26th, 2017 at 15:42
Cosa paghi in bolletta, Mauro?
I contributi per l’editoria?
Quelli che i grandi gruppi non prendono?
Paradossalmente per come è messo il mercato editoriale italiano i sussidi sarebbero un’ottima soluzione.
Vincolati ad un obbligo etico più forte, magari, o qualsiasi altra forma che punti a incentivare la qualità e l’innovazione. Il problema è che oggi questi contributi esistono ma li danno i colossi del web – e me male, nonostante certi inevitabili conflitti di interesse – invece dello Stato.
Giugno 26th, 2017 at 17:11
In terzo luogo, se in TV come sul web l’editoria è legata alla pubblicità, e se la politica è legata all’informazione e quindi all’editoria (e viceversa), e se l’innovazione e la qualità son date dalla concorrenza (tra privati e pubblico e privato)
Com’è possibile permettere ancora posizioni monopolistiche che spingono a loro volta verso un sistema illiberale e antidemocratico?
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/09/pubblicita-online-berlusconi-e-de-benedetti-soci-lasse-comune-degli-eterni-rivali/1055141/
e l’editoria sta facendo la stessa fine della politica delle “larghe intese”: scrivere male, scrivere il falso, in assenza di concorrenza abusando di una posizione dominante