
Il bosco verticale è in fondo l’essenza della milanesità cafona. Attaccare degli arbusti a un pezzo di cemento in una spianata dimenticata da dio, chiamare un simile accrocchio “bosco” e poi aspettare che i merli arrivino. Per poi osservare che, in effetti, i merli arrivano davvero. Il bosco verticale, le cui più piccole varianti sono comparse ovunque nell’Italia periferica, è lo stadio chic della speculazione edilizia. Quella che si appropria del nome delle cose di cui è l’antitesi, le brutalizza e le trasforma in un oggetto che scimmiotta l’originale. La prossima versione del bosco verticale, più abbordabile e a prezzi al metro quadro meno inavvicinabili, avrà le piante di plastica.
Quello di Alessandro Barbero potrebbe essere considerato un caso di scuola. Ci sono persone che salgono alla notorietà pubblica per doti personali in un campo specifico. Nel caso di Barbero è la storia medioevale ma potrà essere qualsiasi campo: sportivo, cinematografico, televisivo, professionale in senso lato. A notorietà costruita simili personaggi verranno quotidianamente interpellati sulle materie più varie. Loro a quel punto assai raramente si negheranno, perché la loro notorietà ha bisogno di essere alimentata o semplicemente perché gli farà piacere essere così tanto considerati. Così facendo al loro pubblico verrà svelato un mistero che un mistero non è. Quei talenti, quelle eccezionalità non hanno alcuna relazione con il resto della loro vita. Non si prolungano nei loro restanti pensieri. Si interrompono anzi bruscamente sul confine delle loro competenze e quello che lasciano intravedere subito al di là è la tragedia della loro inattesa normalità. Nella migliore delle ipotesi.

Mi scrive un tizio che non conosco, presidente di una associazione che non ho mai sentito nominare. Il tono è amichevole, intimo, quasi fraterno. Mi viene il dubbio di averlo conosciuto in passato, ma no. Mi vuole invitare, come ospite, a un evento gigantesco che ha organizzato sull’Intelligenza Artificiale. Decine di relatori, grossi sponsor, costosi biglietti di ingresso per il pubblico. Si dichiara disposto a pagare il mio disturbo. Poiché non so nulla dell’IA e poco dell’enorme discussione pubblica che la riguarda, provo a capire perché abbia scritto proprio a me.
Da queste parti del resto, quando il droghiere vuole sincerarsi che tu abbia comprato tutto ti chiede: altro? E tu ovviamente rispondi: Altro, grazie.
Oggi leggendo questo pezzo di Jacopo Tondelli mi è venuto in mente Jared. Jared è il gestore di un piccolo negozio di telefonia e spedizione qui a Cervia dove mi capita di andare quando devo spedire un pacco. Mentre aspetto il mio turno osservo l’incessante teoria di badanti rumene, anziani cervesi e giovani commesse cinesi che interpellano Jared con i quesiti più vari. Domande che vanno dall’acquisto delle ricariche telefoniche (esistono ancora), al cambio di piani tariffari per il cellulare ma anche a questioni più volatili del tipo, mi sono spariti i giornali, non riesco più ad accedere a Facebook. Jared non batte ciglio, è un uomo giovane, olivastro, sempre molto calmo, di poche parole in ottimo italiano. Prende il telefono e lo aggiusta. Segnala il nuovo piano tariffario che consente di risparmiare un euro al mese, propone un improbabile contratto luce-gas. È gentile con tutti anche se di una gentilezza misurata e quasi silenziosa. Lo osservo mentre si occupa della sua clientela mentre sono in attesa del mio turno. Subito prima di me c’è un anziano romagnolo di quelli burberi e di poche parole. È un uomo alto, avrà almeno 85 anni: allunga il suo cellulare a Jared e gli dice perentorio: non va più. Mio figlio ha provato a chiamarmi ma non suona. Jared prende il telefono, un vecchio modello di Motorola, lo rigira, tiene spinto il tasto di accensione abbastanza perché lo schermo si illumini. Guarda il vecchio e gli dice: si vede che lo aveva spento per sbaglio. L’uomo è confuso e a disagio, guarda il telefono e dice “Ah, non pensavo. Si blocca un attimo e poi chiede: quanto le devo?” Niente dice Jared, si figuri. Chi è il prossimo?

Anche se il quorum è già stato raggiunto ho firmato la richiesta di Referendum sull’educazione affettiva nelle scuole. Con il trucchetto del consenso informato il Governo ha scelto di impedire l’educazione sessuale nelle scuole. Una legge reazionaria, indegna di un paese moderno.

Tre solite impressioni al volo sulla messa laica di Apple appena terminata.
Le presentazioni in formato iperrealista con degli sconosciuti vestiti male che spiegano i prodotti camminando non più solo a Cupertino, in asettici laboratori o lungo corridoi incomprensibilmente riempiti di legno ovunque, ma anche in giro per l’America profonda, o in giardini verdissimi e perfetti disegnati con l’intelligenza artificiale, hanno rotto. Tutto molto triste, tutto molto donaldtrump. Tutto molto l’abisso estetico che una volta perdonavamo agli americani per ovvie ragioni e che ora ormai, scomparse quelle, non è più possibile perdonare.
La presentazione di iPhone Duo – devo ammettere – è stata molto efficace e verrebbe voglia di comprarlo subito se non costasse 2400 euro. Poi si tratta di quegli oggetti splendidi che cambiano dello zerovirgola l’esperienza quodidiana con uno smartphone e che ti sembrano imperdibili non essendolo per nulla. Ma fa parte del gioco. Il talento di vendere cose che non servono.
Il chip dedicato nel nuovo Apple Watch che registra ogni suono e conversazione della giornata è inquietante e fuori luogo. Molto fuori luogo. La dittatura del default nelle peggiori pratiche.
Luca Sofri nella sua newsletter musicale “Le canzoni” di ieri:
Proseguo i miei racconti dalle vacanze con un aneddoto da film comico-malinconico. Un mese fa mi sono trovato a guidare, in un viaggio di rientro, per raggiungere la stazione di Massa. Si dà il caso che io a Massa ci sia nato, ma per circostanze abbastanza passeggere: ci ho vissuto i primi due inconsapevoli anni della mia vita e poi credo di esserci tornato una volta di fretta nei sessanta successivi. L’unica competenza che ho su Massa è quella che mi permette di rispondere infastidito a quelli che, quando dico che sono nato a Massa, rispondono «Carrara?», convinti che siano una città sola e che Carrara sia una sorta di aggettivo di Massa (tipo Massa Marittima: che come sapete non ha il mare, ma è un’altra storia).
E insomma, dovendo andare nella mia città natale mi viene una di quelle curiosità da anziani, tipo quando ci sia appassiona alla genealogia o si cerca di contattare su Facebook la propria maestra delle elementari: la mia è di vedere la mia “casa natale”, di cui non ho mai saputo niente di niente. E così, in autostrada, scrivo a mia madre per chiederle se si ricorda l’indirizzo della casa dove avevamo brevemente abitato: lei mi risponde indicando la strada senza ricordare il civico (e con una formulazione molto materna: “mi ricordo che la percorrevo a piedi con le borse della spesa e te nella pancia”), io mi fermo in autogrill e le mando degli screenshot da Google Maps, lei dice che forse il civico è il 27.
E così indirizzo il navigatore e raggiungo questa tortuosa stradetta periferica. Davanti a quello che dovrebbe essere il 27 (non c’è il numero, in effetti) parcheggio malamente e scendo dalla macchina a contemplare “la mia casa natale”, una villetta anni Sessanta senza grandi attrattive. Non sento grandi vibrazioni nella forza, però mi piace quella cosa di trovarmi lì, dopo sessant’anni. Come avete notato già ieri, sono in periodi in cui mi attraggono il passare del tempo e la permanenza delle cose. Forse lo avrete notato da quando scrivo questa newsletter, a pensarci.Faccio un paio di foto. Risalgo in macchina, vado alla stazione di Massa, intravedo appena delle attrattive del centro cittadino che colpevolmente non visito perché fa caldo, c’è la ZTL, non trovo parcheggio. Quando sono di nuovo a casa a Milano mando le foto a mia madre, che dice di non riconoscere la casa, ma è passato tanto tempo. Così, tentato da una solita consuetudine nerd con le ricerche d’archivio, recupero in fondo a certe vecchie scatole un pacco di corrispondenze che mi regalò mia nonna: dentro c’erano i telegrammi che i miei ricevettero allora da amici e parenti, che si congratulavano per la mia produzione, sessantadue anni fa. Sull’indirizzo c’è scritto il civico, ed è 37, non 27. Torno su Google Maps, e al 37 c’è effettivamente una casa più simile ai ricordi di mia madre, che infatti risponde “è quella!”.
E io la sto guardando in foto sullo schermo del computer, dopo avere contemplato con sguardo assorto per alcuni minuti – in una caldissima giornata di agosto – la casa dove non sono nato, a Massa.
Babbo?
Dimmi.
Secondo me Rares potrebbe essere il tuo genere.
Chi?
Rares.
Mai sentito.




