Avete votato i fascisti e ora vi meravigliate che si comportano da fascisti alla (quasi) luce del sole.

(E se anche non li avete votati li avete tollerati, minimizzati, presi in giro bonariamente al suono di canzoncine divertenti. Oppure li avete considerati interlocutori uguali agli altri, li avete accettati con un sorriso di superiorità, come fanno sempre i sani democratici fino a cinque minuti prima di essere privati della loro sana democrazia).

Nel processo di inesorabile trasformazione di Twitter (che da tempo ha cambiato nome) in una macchina propagandistica a disposizione del miglior offerente la scomparsa della visibilità pubblica dei like ai singoli tweet annunciata da Musk nei giorni scorsi è una mossa non solo logica ma anche necessaria. In mano ai peggiori, ogni giorno di più.

12
Giu

Il parlamento italiano si adegua finalmente agli standard estetici e argomentativi della classe politica dei nostri paesi di riferimento. Georgia, Kosovo, Albania, Macedonia e altri.

11
Giu

“Ci hanno visto arrivare ma non sono stati in grado di formarci”

Nel tentativo, tenero, di opporre un minimo di buonsenso e intelligenza alle scemenze di un tizio diventato famoso sui media per aver scritto un libro di scemenze e poi per essere stato, per quelle medesime scemenze, incensato da numerosi scemi e candidato alle elezioni da un partito politico, oggi molti giornali italiani e migliaia di persone sui social network sottolineano le entusiasmanti vittorie di atleti italiani dai tratti somatici non esattamente caucasici ai campionati europei in corso. Quei giornali (che hanno enormi responsabilità al riguardo delle scemenze diffuse) e quelle migliaia di persone (che invece non ne hanno alcuna) nella loro militanza così condivisibile sembrano ignorare che il successo di quel tizio e delle sue idee elementari uscirà ulteriormente amplificato da simili encomiabili discese in campo. Abbandonare le scemenze a loro stesse è sempre l’unica soluzione.



Mi sento come le polo a due bottoni al Roland Garros 2024.




Quando si parla di persone che bruciano i libri il primo riferimento storico che viene in mente è quello del 10 maggio 1933 a Berlino. Adolf Hitler è salito al potere da qualche mese, gli studenti di una associazione nazista, forse desiderosi di far parlare di sé (in effetti ci riusciranno), selezionano nelle varie biblioteche della città ventimila volumi di autori “contrari allo spirito tedesco” e li bruciano in piazza. Goebbels in quell’occasione, mostrando un cipiglio futurista, disse che bruciare i libri era un’ottima maniera per “eliminare con le fiamme lo spirito maligno del passato”. Il rogo dei libri – “per eliminare la corruzione giudaica dalla letteratura tedesca” è il primo di una lunga lista di orrori di cui il regime nazista si macchierà negli anni successivi.





Nel secolo delle due guerre mondiali il rogo di Berlino non era stato nemmeno il primo. Il 25 agosto 1914 i tedeschi, insieme ad ampie altre distruzioni, assassinii e torture di civili e deportazioni, avevano bruciato intenzionalmente la biblioteca di Lovanio nella quale erano conservati 230.000 libri e 700 manoscritti medievali. Il sacco di Lovanio, l’indignazione che scatenò in tutta Europa, condizionò l’ultima parte della prima guerra mondiale.





Il 15 maggio 1948 scoppia la guerra arabo israeliana. Gli israeliani la chiamano “guerra d’indipendenza”, i palestinesi “la catastrofe”. Durante “la catastrofe” circa 700.000 palestinesi furono costretti a lasciare le loro case. Abitazioni abbandonate in fretta, spesso con i libri dentro. Nel 2012 a Documenta Emily Jacir presenta Ex Libris, un lavoro inconsueto. Jacir, una giovane artista palestinese, ha scoperto che alla biblioteca nazionale di Gerusalemme sono conservati, in una sezione apposita chiamata AP (abandoned property) i libri che i palestinesi avevano nelle loro case prima dell’esodo forzato del 1948. Sono foto a bassa risoluzione, scattate con un telefono cellulare (un Nokia n8), quasi sempre ad illustrare piccoli particolari: un santino o un fiore secco trovato fra le pagine, un appunto a margine, un ex libris. Nel lavoro di Jacir che sfoglia quei volumi per la prima volta 50 anni dopo, viene descritto, ad altissima e inattesa risoluzione, il legame fra quei libri (che nessuno aveva davvero abbandonato) ed i loro legittimi proprietari.
Un’interpretazione benevola del passaggio dei libri dalle case dei palestinesi alla biblioteca nazionale israeliana riguarda la supremazia della parola scritta sulla stupidità degli uomini, la sua permanenza nonostante tutto, la piccola, scarsamente consolatoria vittoria di quei piccoli oggetti di carta e inchiostro sull’odio reciproco. Si tratta di un’idea romantica molto facile da adottare secondo la quale i libri, tutti i libri, debbano rimanere patrimonio comune comunque e sempre, qualsiasi siano le parole che contengono. La metafora della loro intenzionale distruzione resta così una delle più convincenti metafore della miseria umana.


Il 23 maggio 2024 il giornalista palestinese Younis Tirawi ha pubblica su Twitter questa foto.





È l’autoscatto di un soldato israeliano a Gaza immortalato mentre sta dando alle fiamme i libri della biblioteca della Aqsa University. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver aperto un’inchiesta al riguardo.

Aqsa University nasce a Gaza nel 1955 come scuola di formazione per insegnanti per poi diventare una Università a tutti gli effetti negli anni successivi. Il dottor Wiesam Essa, geografo di quella università, è stato visiting professor all’Università di Manchester dal 2019 al 2021. È morto a Gaza nel gennaio 2024 in seguito al bombardamento della sua casa da parte dell’esercito israeliano. Sua moglie ed i suoi figli sono sopravvissuti. L’università di Manchester nel mese di dicembre aveva offerto a Essa un posto in UK ma era stato impossibile per il professore trovare una maniera per uscire da Gaza.

Bruciano i libri: accanto a loro muoiono o si allontanano le persone che li amano.



Marcel Proust muore a Parigi nel novembre del 1922. La prigioniera, la quinta parte della Recherche viene pubblicata l’anno successivo, nel 1923, a cura del fratello Robert. Tutte le parti de Alla ricerca del tempo perduto che seguono Sodoma e Gomorra (La prigioniera, La fuggitiva, Il tempo ritrovato) escono postume negli anni successivi alla sua morte. Ne La prigioniera, in fase di avanzata revisione mentre la sua salute sta peggiorando, Proust aggiunge, nel 1921, un capitolo che sarà poi al centro di molte attenzioni, quello sulla morte di Bergotte. Quelle poche pagine sono da tempo molto discusse per tre ragioni principali:

perché sono bellissime

perché parlano di un lembo di muro giallo in un quadro di Vermeer di cui poi si è discusso e scritto a lungo.

perché il personaggio di Bergotte – come spesso accade nella Recherche – rimanda fedelmente a Proust stesso. Molti degli avvenimenti descritti nelle ultime ore di vita di Bergotte sono l’esatto racconto di esperienze che Proust aveva fatto in quei giorni del 1921.

Così, pochi mesi prima di morire, Proust aggiunge al libro il capitolo sulla morte di Bergotte, il racconto (uno dei molti possibili) della sua morte, in un testo nel quale in fondo stava parlando d’altro. Una specie di inciso inatteso e significativo.

Esiste una quarta ragione per citare qui la morte di Bergotte, cercando di allontanarla un po’ dal feticismo contagioso dei biografi, e riguarda la cottura delle patate. Di quelle però – di questa questione non meno importante – dirò poi.





Proust amava Vermeer: quando lo scrittore viene a sapere che in una mostra a Parigi è esposta “La veduta di Delft” decide di andare a rivederla (l’aveva ammirata a l’Aia nel 1902). La Veduta di Delft – dice – è il quadro più bello del mondo. Marcel è in cattiva salute, non esce quasi più, dorme di giorno e scrive di notte. Chiede a un amico critico d’arte di accompagnarlo alla mostra (“Vuole accompagnare il morto che io sono e che si appoggerà al vostro braccio… gli scrive) lo stesso che poi pubblicherà la recensione alla mostra. Bergotte ne La prigioniera, volontariamente recluso in casa a causa dei suoi malanni, legge in una recensione su un giornale del famoso lembo di muro giallo in quell’opera, un particolare assai decantato dall’articolo e decide (anche lui) di uscire: è convinto di conoscere bene La veduta di Delft ma del muro giallo non riesce a ricordarsi. Deve quindi andare a controllare di persona, nonostante tutto, nonostante non esca dai casa da due anni. Prima di uscire mangia un piatto di patate poco cotte.




Sul lembo di muro giallo di Vermeer, se la faccenda vi incuriosisce come è accaduto a me a suo tempo, vi consiglio il breve bellissimo libro di Lorenzo Renzi pubblicato da Il Mulino una ventina di anni fa. Contiene tutto quello che occorre sapere al riguardo e molto di più. Un piccolo gioiello.

Sull’identificazione di Proust in Bergotte – una sorta di sottaciuto testamento letterario – valgono due cose: la prima è che Bergotte osserva finalmente il lembo di muro di Vermeer e capisce come la sua scrittura avrebbe dovuto essere e invece non è stata:

“È così che avrei dovuto scrivere, pensava. I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo”.


le seconda chiude il capitolo ed è l’immagine di cosa resti dello scrittore dopo la sua morte, ben poca cosa in fondo, solo una piccola notturna resurrezione (una previsione nel caso di Proust che non avrebbe potuto essere più sbagliata):


“Lo seppellirono, ma per tutta la notte prima dei funerali, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre a tre, vegliarono come angeli dalle ali spiegate sembrando, per colui che non era più, un simbolo di resurrezione”


Torniamo allora alle patate. Bergotte raggiunge faticosamente la mostra: di fronte alla Veduta di Delft , dentro quel lembo di muro giallo, comprende l’essenza della letteratura e poi si accascia e muore. Non subito, però. Durante il primo degli attacchi, mentre crolla su un divano circolare del museo, ha il tempo di considerare – ironia sopraffina – che spera di non morire proprio lì: gli dispiacerebbe trasformarsi – pensa – nella principale notizia della sera. Per provare a esorcizzare quanto gli sta accadendo dice a sé stesso: non è nulla, ora mi passa, è colpa di quelle patate che ho mangiato che erano poco cotte.

Proust detestava i medici (suo padre e suo fratello lo erano): pur seguendone con grande solerzia le indicazioni in fondo li disprezzava. Bergotte disprezza i medici, ne consulta moltissimi, cerca le contraddizioni nelle loro parole quando racconta loro i suoi sintomi. Le cerca e ovviamente le trova.

Cinquant’anni prima in fondo anche Tolstoj aveva affidato a Guerra e pace la sua scarsa fiducia nella classe medica:


“tre giorni dopo il suo arrivo, mentre si accingeva a partire per Kiev, si ammalò e dovette fermarsi per tre mesi a Orël; stando ai dottori, era afflitto da una febbre biliare. Sebbene i dottori lo curassero, gli estraessero il sangue e gli dessero da inghiottire delle medicine, ciò nonostante guarì lo stesso”.



Le patate poco cotte di Bergotte sono importanti perché sono qualcosa che è rimasto e che è giunto fino a noi in maniera perfino potenziata, nonostante i progressi della scienza medica (che continua ugualmente ad essere abbondantemente sbeffeggiata). Sono il nostro sguardo che scruta l’orizzonte alla ricerca di una ragione, qualsiasi essa sia. Sono il bisogno disperato di un rapporto di causa-effetto perché solo dentro una relazione del genere avremo la possibilità di salvarci. L’illusione che cuocere meglio le patate ci proteggerà dal mondo e dai suoi guasti. Non solo: ci accompagnerà al cospetto del lembo di muro giallo del quadro più bello del mondo e lì di fronte, in perfetto equilibrio, comprenderemo infine cosa siano l’arte, la letteratura e la vita.



Le parte citate della Recherche sono quelle della traduzione di Giovanni Raboni per Mondadori, 1989.