Di questo tweet che accosta una foto di Elly Schlein a una frase non sua (in questo caso una frase di Luigi Einaudi ma girano in rete anche altre versioni) colpiscono due cose. La prima è che l’autrice del tweet non manifesti la minima incertezza nel lasciare al commento di chiunque una simile bugia (al momento ci sono oltre 500 commenti) raccontando così una volontà disinformativa e un’etica delle relazioni sociali pari a zero. Non troverete scuse o imbarazzi da parte sua per aver propagandato una bufala, tanto che risponde con un semplice “lo so” al primo commento di chi le fa notare che la frase non è della persona nella foto (in realtà però quella frase non solo non è sua ma Schlein non l’ha mai detta).





La seconda, quella di gran lunga più importante, è che su centinaia di interventi, la grande maggioranza commenta la frase come se fosse vera, anche se perfino per un osservatore distratto sarà quasi impossibile non notare gli accenni ripetuti alla falsa attribuzione di quelle parole. Il disinformatore in casi del genere potrà essere un soggetto interessato o un cretino ma i commentatori saranno, nella maggioranza dei casi, semplici passanti, disinteressanti al nocciolo delle questioni; piccoli ingranaggi di una amplificazione di bugie potentissima e fino a ieri inimmaginabile. Internet senza etica personale e senza responsabilità individuali perde così ogni significato, si trasforma in qualcosa d’altro. Una sorta di caos di frasi senza senso dentro il quale è del tutto inutile restare.

La moneta elettronica ostacola l’evasione fiscale, il contante no. Fine della ridicola discussione italiana sui costi delle transazioni tramite POS.




Alcuni anni fa lessi un breve saggio sulla vecchiaia di una grande scrittrice italiana. Da quel giorno le parole di quel testo non mi hanno più abbandonato. Il mio ultimo libro parte da lì. Esce per Einaudi il 10 gennaio prossimo.


L’aspetto interessante di questo breve video è che i tre partecipanti alla conversazioni non si rendono conto di essere ridicoli e fuori dal tempo. Nessuno dei tre, nemmeno lontanamente.

24
Nov




Se davvero l’umiliazione è un valore, questo governo e in particolare questo Ministro, che umilia con tanta leggerezza la nostra intelligenza, saprà farci crescere moltissimo.

23
Nov

Leggo in giro che ieri il signor Presidente del Consiglio avrebbe detto in conferenza stampa la parola “cubare”. Ho sempre considerato la proprietà di linguaggio di Giorgia Meloni assai vicina a quella dei suoi elettori ma devo ammettere che qui siamo oltre. Con “cubare” l’elettore medio di Meloni inizia a chiedersi: ma cosa dice? ma dove stiamo andando? Ma chi è questa?

Tenere una rubrica di commento quotidiano su un grande giornale è un lavoro prestigioso ma ingrato. Dovendo trovare ogni santo giorno un argomento sul quale esprimere un’opinione ed essere costretti a ridurre la propria opinione nello spazio di poche righe è non solo difficile ma è una scorciatoia per costruirsi, velocemente, una solida e magari immeritata fama di rompicoglioni. Si tratta d’altro canto di un mestiere da fine carriera (nel senso di fine di un lungo percorso di eccellenza) che solo ad alcuni è riservato: oneri e onori insomma.

Pensavo questo stamattina leggendo in sequenza, per una casualità, la rubrica di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera e l’Amaca di Michele Serra su Repubblica.

Il Caffè di Gramellini di oggi, versione 8967 della pensosa critica sociale agli ambienti digitali, inizia così:


Che diritto ha la gente di giudicare il dolore degli altri? Nessuno, ma da quando la tecnologia le ha messo in mano lo strumento adatto, quel diritto se lo è preso con estremo gusto.


Più avanti Gramellini riferendosi a questa tecnologia che abilita comportamenti nuovi e biasimevoli definisce (efficacemente) simili ambienti come:

il tribunale dei tinelli



Serra invece dedica la sua rubrica odierna a una ficcante critica all’onorevole Furgiuele colpevole di aver presentato una proposta di legge sui matrimoni, diciamo così, discutibile. Queste le sue parole:

Neanche Checco Zalone nella sua forma migliore avrebbe saputo concepire una battuta così esilarante. Il bigotto contemporaneo è prima di tutto contemporaneo, e dunque non ha la tempra politica per difendere la propria orgogliosa intolleranza.



A fine articolo Serra dopo essersi preso gioco dell’ignoto parlmentare leghista acclude anche i nomi degli altri firmatari della proposta di legge. “Meritano riconoscenza, e il dovuto lustro”, scrive.

Ora io ingenuamente mi chiedo: che differenza c’è fra Serra che copre di lazzi un parlamentare della Repubblica (per quanto evidentemente con qualche ragione) ed un idiota che nel tinello di casa scrive una cattiveria su Selvaggia Lucarelli? Le differenze a mio modo di vedere sono due:

la prima, la più importante, è il volume di fuoco. Nessun commento pubblicato sui social avrà mai la potenza di Michele Serra che prende per il culo l’onorevole leghista.

la secondo è che certo si tratta di sensibilità e senso del limite non paragonabili. Nessuno si attende su un quotidiano le violenze verbali e le maldicenze che è possibile leggere in rete, tantomeno da parte di giornalisti di talento ed esperienza come Serra e Gramellini. Però si tratta di un processo che è in accelerato divenire: che ci piaccia o no ogni giorno che passa i confini fra i barbari nel tinello e i professionisti dell’informazione alla loro scrivania diventa sempre più labile.




Ho letto questo strano e piacevole libricino dove Nick Hornby traccia un parallelo ideale fra la vita di Charles Dickens e quella di Prince. L’idea sembra, sulle prime, del tutto assurda e improbabile e così resta fino alla fine. Tuttavia credo di sapere cosa accade nella testa di chi immagina collegamenti del genere (nel mio piccolissimo mi è capitato spesso): si tratta, quasi sempre, di fili esilissimi che attengono prevalentemente a passioni personali che si vuole condividere con gli altri. Così non posso non apprezzare il tentativo. La scrittura confidenziale di Hornby poi fa il resto.

Quasi tutte le persone famose per la loro arte tendono a sovrastimare la propria fama, a meno che non siano attori di una soap o rientrino fra le star più conosciute o di successo al botteghino. Se sei uno scrittore abbastanza fortunato da vendere mezzo milione di copie di un paperback in Gran Bretagna significa indicativamente che quarantanove milioni e mezzo di adulti in Gran Bretagna non l’hanno comprato. Qualcuno potrebbe prenderne una copia in biblioteca oppure potrebbe farsela prestare da un amico, ma a una schiacciante maggioranza non interesserà né acquistarlo né leggerlo.





Giovanni Ziccardi ha pubblicato per Milano University Press un libro, disponibile anche gratuitamente, sulla vita di Aaron Swartz. Ai tempi di Elon Musk nessuna lettura potrà essere più utile.

Le piattaforme digitali con una chiara impronta sociale, basate cioè prevalentemente, o almeno originariamente, sulla partecipazione attiva degli utenti, sono in giro da un paio di decenni. Escludendo i blog, che sono di qualche anno più vecchi e che sono stati, per un breve periodo e solo in minima parte, ambienti sociali con aspirazioni simili, una specie di prova d’orchestra di quello che sarebbe accaduto negli anni successivi con i social network veri e propri, la vita di queste piattaforme mi pare che fino ad oggi abbia seguito uno schema che si è ripetuto ogni volta uguale.


1 La fase delle potenzialità.

La prima fase è quella delle potenzialità. Nessuno sa bene cosa succederà alla piattaforma appena nata e, per la verità, nella grande maggioranza dei casi, alla “nuova grande idea” non succederà proprio nulla. L’ambiene digitale viene pensato, implementato e reso pubblico: poche persone lo utilizzano; più o meno lentamente la piattaforma muore. È nell’ordine delle cose essendo stata fino a oggi Internet un luogo ampio, competitivo e senza vistose barriere d’ingresso. Nei rari casi in cui una piattaforma incontra invece l’attenzione di molte persone, in questa prima fase è il pubblico stesso degli utilizzatori a dettare la linea. Capita che gli utilizzi prevalenti siano differenti da quelli che gli ideatori avevano immaginato ed il loro compito, a quel punto, sarà quello di osservare con attenzione quello che accade e seguire l’onda. Nella fase delle potenzialità tutto può succedere, la cultura di rete che inizia a depositarsi da quelle parti segue traiettorie difficili da riconoscere. Non basterà aver creato una piattaforma che interessa molte persone, servirà anche capire bene come la stanno utilizzando e dove la stanno portando.


2 La fase florida.

Le seconda fase delle piattaforme digitali è la fase florida. Per un periodo di lunghezza variabile gli interessi degli utenti e della piattaforma sembrano coincidere. Gli utenti crescono, gli ambienti si definiscono meglio, il passaparola raduna nuove persone, le nicchie di interesse, in un ambiente dove l’offerta supera spesso la domanda, separano gli utenti in una direzione o in un’altra. Un certo tipo di persone si affollerà su Friendfeed, altri preferiranno Tumblr, enormi masse migreranno rapidamente da MySpace verso Facebook, una quota residuale, ma mediaticamente importante, si affaccerà su Twitter, altri inizieranno a traslocare le proprie foto e le proprie connessioni sociali da Flickr a Instagram. Nella fase florida piattaforma e sui fruitori procedono di concerto: le finalità sono differenti ma la traiettoria comune.


3 La fase della diaspora.

La terza e ultima fase dei social network è la fase della diaspora. La dispora è governata da diversi fattori ma di questi due sono largamente predominanti. Il primo è quello della difficile convivenza, già nel medio periodo, fra le esigenze degli investitori (le piattaforme, inizialmente offerte gratuitamente si sono nel frattempo finanziate quotandosi in borsa) e i dati di realtà. Uno su tutti, l’impossibilità di crescere per sempre. Da questo punto di vista le aziende tecnologiche assomigliano talvolta a quegli schemi piramidali nei quali, prima o dopo, la maggioranza delle persone perderà tutto. Una specie di reiterazione della new economy di vecchia memoria destinata a ripetersi ogni volta. La seconda ragione della diaspora è che il tentativo di rendere profittevole l’ambiente sociale che si è costruito, contrappone gli interessi della piattaforma a quella dei suoi affezionati. Si tratta in molti casi di un percorso lento e graduale, nella speranza che piccoli cambiamenti passino il più possibile inosservati: nei rari casi in cui si deciderà di modificare in maniera improvvisa l’essenza stessa del social network (esiste un caso recente e molto istruttivo che è quello della tiktokizzazione di Instagram) la distanza fra azienda tech e sui “clienti”, una distanza molto ampia che nei fatti è sempre esistita, si manifesterà in maniera fragorosa e impossibile da controllare.