Quando ChatGPT, con tono usualmente molto assertivo, dice una cazzata (e ne dice moltissime, molto spesso, alcune delle quali davvero notevoli) e tu gli fai notare che ha detto una cazzata, lui/lei si scusa moltissimo. Come se avesse sofferto di un improvviso mal di testa.




Quando sei in difficoltà grida “Viva l’Italia”. I tempi, del resto, sono adatti.




Le torrenziali cascate di tweet che Hanif Kureishi sta dettando dopo il suo terribile incidente. La letteratura al suo meglio.

19
Gen

Scrivere una puttanata inverosimile che sia in grado di generare:

1) vaste rapide citazioni della puttanata medesima.

2) critiche e accurati controlli sul fatto che la puttanata sia per davvero una puttanata.

3) discese in campo di argomentatori che spiegano come mai poi non è detto che la puttanata sia per forza una puttanata.

Tutto questo contrapporre verosimile all’inverosimile è una dinamica vincente – da sempre – nella comunicazione digitale.

In Italia se ne sono accorti anche i media professionali che, nel disastro economico dal quale sono avvolti, si trovano di fronte ad un bivio. Valutano per un istante la notorietà e il danno di immagine che la puttanata che si sta per mettere in circolo darà a loro e alla loro residua reputazione per poi pubblicarla senza indugi.

Parte del lavoro il giorno successivo sarà sottolineare e ridicolizzare le puttanate prodotte dalla concorrenza dimenticando le proprie.

Il cerchio a quel punto è chiuso: media professionali e chiacchiere online dei cittadini diventano la stessa cosa.


Mi dimetto perché questo ruolo di grande privilegio comporta responsabilità. La responsabilità di sapere quando sei la persona giusta per fare da guida, e quando non lo sei»

«So cosa richiede questo lavoro e so che non ho più abbastanza energie per rendergli giustizia. È semplice.



Le parole di Jacinta Arden forse indicano qualcosa che va oltre la grandezza di questa donna. Nella loro eccezionalità spiegano cosa sia diventata la politica oggi. Per molto tempo il lavoro dei politici è stato prevalentemente un lavoro di comunicazione filosofica (spiegare le scelte che si intendeva adottare ai cittadini) e di selezione (circondarsi di persone in grado di affrontare temi complessi). Per molto tempo la (migliore) politica ha comunicato in superficie mentre lavorava in profondità. A un certo punto questo schema non è stato più praticabile: la figura di vertice (del governo, del partito, del movimento) è stata caricata di compiti nuovi ed improbi (affrontare in profondità qualsiasi argomento) e il politico di riferimento è stato trasformato in un taumaturgo in grado di spiegare scientificamente la ricetta per guarire ogni male. A questo punto solo due strade sono rimaste possibili: quella gigantesca e umile di Arden (ci ho provato con tutta me stessa ora non ce la faccio più) e quella più comoda e problematica di molta politica, penso ovviamente in particolare a quella italiana degli ultimi anni, vale a dire la prevalenza del politico senza limiti. E credo non sfugga a nessuno che una politica del genere, fatto di continua finzione di competenze che non si hanno di fronte ad una platea assetata e molto ampia, richiede una qualche forma di deviazione psichiatrica senza la quale il peso delle responsabilità diventerebbe insopportabile.

17
Gen



“Noi non ci meraviglieremo più di niente, avendo passato la nostra vita a meravigliarci di tutto”

In un mondo perfetto qualcuno ora andrebbe dall’ex Ministro Franceschini domandando la restituzione dei denari che lui ha sventatamente buttato dalla finestra nella Netflix della cultura italiana.

Caro Enrico,

è necessario scrivere per “nessuno”, in modo da non sentirsi in dovere di convincere un altro a riconoscerci come esistenze umane significative. Tutti gli ammiccamenti delle parole (ormai le parole non dicono più niente, fanno solo ammiccamenti: guardi la Tv e legga i giornali) sono questo rituale per presentare noi stessi agli altri come esistenze umane significative, sperando nel loro consenso; il quale poi è soltanto “ciò che tutti si aspettano”, ciò che viene considerato “realtà oggettiva”, l’unica valida. Andrà bene per combinare delle truffe tecnologiche, ma non per scrivere; per scrivere è tutto il contrario.

Forse c’è un regalo nello scrivere “per nessuno”. Provare a scrivere per formulare delle domande, la cui risposta davvero cambierebbe qualcosa per noi. Non domande che pretendono una risposta pronta, maneggevole, da usare come un cacciavite o un apparecchio tecnologico. Queste domande non cambiano niente per noi, ammettono e accettano l’esistente, e lo danno per scontato. Io dico domande da cui davvero dipende la nostra vita e il nostro destino, e non domande che spiegano il mondo lasciando tutto com’è. Domande che è difficilissimo formulare (ormai non sappiamo più farlo, perché vogliamo solo risposte maneggevoli) e che ci lasciano sgomenti al solo pensiero di poterle un giorno formulare.

Non credo ci sia altro. La questione è che se si cerca il consenso dell’altro, se si pretende sempre di essere riconosciuti dagli altri come esistenze umane significative, letteralmente non si ha tempo di pensare a domande che sgomentino e che ci portino verso un luogo a cui da sempre eravamo destinati. Perché cercando il consenso, si è per sempre ignari del proprio destino.

Spero che la mia risposta non le sembri troppo seria e troppo pesante. È poco seria, perché pedagogica. La prenda come le pare, suo

Gianni Celati



(Lettera inedita di Gianni Celati a Enrico De Vivo, su Zibaldoni e altre meraviglie)