Cervia è una specie di Florida in Romagna. Mentre il pensionato di Key West esce di casa di buon mattino con le mazze da golf in spalla e si allontana silenziosamente sulla sua Tesla, il pensionato cervese anche lui di primo mattino, apre la porta del suo garage (pronuncia ga’ra3 con in più la E romagnola finale) ed estrae un tagliaerba a scoppio degli anni 70 e un fiammante sparafoglie, pure quello a scoppio, acquistato nel 2021. Con essi, nelle ore migliori della giornata, origina nel proprio piccolo giardino cervese un flusso audio simile a quello del soundcheck degli Iron Maiden a Dusseldorf nel 1995.

28
Lug

Sono da tempo abbastanza fan di Claudio Giunta: mi piacciono molte delle cose che scrive, mi è piaciuto molto il suo libro su Tommaso Labranca e altre cose che ha scritto in questi anni su Internazionale. Per queste banali e personali ragioni mi ha un po’ meravigliato il pezzo che ha scritto oggi sul Post sull’Università e i suoi meccanismi. Non so molto dell’Università, se non per remote esperienze vissute e altre meno remote vicinanze familiari, ma non è di questo che vorrei parlare. Mi interessa invece la prima parte del suo intervento, quella che Giunta chiama la “ragione generale” che riporto qui di seguito:


Credo innanzitutto che una ragione generale, non legata a questa circostanza, stia nella poca considerazione che ho per le opinioni dei più giovani quando queste opinioni riguardano aspetti della vita associata della quale per forza di cose essi non hanno ancora un’esperienza sufficientemente ampia e varia. Quattro o cinque anni di frequenza universitaria come studentesse e studenti non bastano, di per sé, a mettere queste studentesse e studenti nella condizione di dire cose particolarmente profonde o interessanti sull’università. Allo stesso modo, non è detto che chi fa regolarmente benzina alla stazione di servizio abbia delle cose profonde o interessanti da dire sull’industria petrolifera: di solito, anzi, non è così. C’è una deliziosa risposta del mio poeta preferito, Philip Larkin, a un intervistatore che gli chiedeva come mai non gli piacessero i bambini. Larkin era più o meno convinto che la civiltà fosse il bene e la natura fosse il male, perciò rispose: «The nearer you are to being born, the worse you are» (“Più sei vicino alla nascita, peggiore sei”). Ecco, io non sottovaluto affatto le opinioni di un ventenne sulla sua esperienza universitaria: chi se non lui dovrebbe parlarne? Ma sull’università in generale (scopi, organizzazione, funzionamento) non credo che il ventenne dica, in quanto ventenne, una verità che non merita neppure di essere sottoposta a verifica e discussione: invece mi pare che i miei amici e colleghi che hanno reagito con commozione a quel video lo pensino («Ministre subito», ho letto in un tweet di un giornalista peraltro intelligente: che è una reazione puerile). Non è affatto detto che chi protesta o s’indigna, magari trovandosi in una posizione di debolezza, abbia ragione; men che meno che abbia ragione in toto: bisogna vedere.



Si tratta di una questione sulla quale mi interrogo da tempo. Nel caso specifico – metto subito le mani avanti – trovo che al riguardo Giunta abbia del tutto torto. Provo a spiegare perché, essendo abbastanza sicuro che mi sarà difficile riuscirci.

Intanto lascerei perdere per amor di patria la poesia citata: capisco la licenza poetica ma mi parrebbe poeticamente assai più probabile che il peggioramento degli esseri umani si incrementi vistosamente con gli anni; a parte questo che la discussione sulle tecnicalità adulte, in qualsiasi ambito la si voglia applicare, nel caso citato “gli scopi l’organizzazione e il funzionamento dell’Università”, debba essere osservata con sospetto se proviene da un gruppo di ventenni che al riguardo non potranno essere “né profondi né interessanti” la trovo una affermazione più che discutibile.

Non mi riferisco ovviamente a organizzazione e funzionamento, i cui meccanismi, citati da Giunta, non sono così importanti nella discussione generale, ma gli scopi dell’Università, che sono invece la parte centrale della faccenda. Per quale ragione andrebbero appaltati ai professionisti dell’accademia? La società nel suo complesso orienta le proprie scelte e, fra le varie figure sociali che partecipano ad una simile discussione che riguarderà tutti, i neolaureati della Normale di Pisa sono forse, insieme ai loro coetanei delle altre Università, i soggetti più titolati a farlo. Poi verranno anche gli altri, evidentemente, ma come accade ogni volta quando si discute di temi culturali di interesse generale, molto spesso le figure professionali direttamente coinvolte non sono – a differenza di quello che loro stessi stizzosamente pensano – quelle più idonee a tracciare la linea. Non lo sono i medici per le scelte sanitarie, non i giornalisti per gli scopi dell’informazione, non gli insegnanti a riguardo dei meccanismi di funzionamento della scuola.

Questo è il primo punto. Il secondo punto è che, a dispetto dei santi, il talento, la visione del mondo, una sorta di animalesco istinto alla rottura degli schemi che ad un tratto, fragorosamente e senza preavviso cambia il mondo, sono un patrimonio indubitabile dell’età giovanile. Abbiamo a disposizione migliaia di esempi in ogni campo artistico e culturale, il mio preferito per quanto piccolo e ininfluente è Ivano Fossati che scrive “La costruzione di un amore”, forse la canzone simbolo dell’amore adulto, quando ha 25 anni, ma ne potrei citare a decine di meno personali.

Per quale ragione un venticinquenne non dovrebbe saper immaginare un’università diversa di quella attuale meglio di me, o di Giunta o di un accademico qualsiasi di lungo corso e riconosciuta esperienza? Perché ne ignora il funzionamento? Suvvia, è assai probabile che sia vero l’esatto contrario.








Fabrizio Venerandi si è accorto che la foto di Paola Egonu che gira da qualche giorno sui social è una foto modificata. Nello scatto, che mostra la pallavolista in salto durante una delle sue celebri schiacciate, l’atleta è stata spostata ancora più in alto, aumentando così la potenza e la grandiosità del gesto atletico. Questa foto artefatta è forse un tentativo di risposta alle molte polemiche che in questi giorni hanno avvolto la sportiva, scelta come portabandiera italiana alle Olimpiadi di Tokio. Una scelta – va detto – perfetta, in grado di mandare in cortocircuito i cervellini esigui dei razzisti nostrani. Una donna giovane, di colore, lesbica dichiarata a rappresentare il loro paese alle Olimpiadi.

Ingenuamente siamo abituati a considerare le adulterazioni delle immagini che quotidianamente vediamo sui social come il tentativo di modificare la realtà da parte dei peggiori. Nel caso di questo fake, forse per una delle prime volte, è accaduto il contrario. L’adulterazione si schiera dalla parte dei buoni, del progresso, della modernità, della solidarietà e della civile convivenza. Verrebbe da dire che un simile armamentario di buoni sentimenti non necessiterebbe di simili trucchi: continuiamo ingenuamente a pensare che la verità si affermi da sola e senza difficoltà. Ogni giorno ci accorgiamo che non sempre accade e magari qualcuno avrà pensato che fosse necessario rinforzarla un po’.

Forse – vista da qui – quella foto è un errore ed il suo rapido diffondersi in rete conferma le dinamiche che conosciamo sulle esagerazioni e sulle bugie sopra le quali stanno ben piantati i nostri tempi. lo stesso Venerandi in un bel post scritto oggi parla del trionfo della iperrealtà. Credo sia così e credo anche che sia questo uno dei nuovi formati della Bassa risoluzione nella quale siamo immersi. Un formato controintuitivo che nel tentativo di rendere il mondo un posto migliore genera una nuova quota di ambiguità e incertezza per tutti.


(via Giorgio Jannis su FB)



Ieri Marco Imarisio, che è un giornalista bravo che conosco, mi ha suggerito di leggere questo articolo di Repubblica in cui vengono (verrebbero) spiegate le ragioni a supporto della copertura mediatica della morte di Libero De Rienzo. Torno così a parlare della questione perché penso (da tempo) che il tema della qualità dell’informazione sia centrale per tutti noi e discuterne sia una buona cosa comunque.

Per conto mio le due debolezze del pezzo di Mensurati, debolezze usuali che ascoltiamo sempre in casi del genere, sono: una quella tante volte riaffermata del dovere di cronaca; l’altra quella dell’attacco interessato alla classe giornalistica

Sulla prima Mensurati scrive:


Il compito di un giornale e di un giornalista, però, non è quello di celebrare. Ma di raccontare i fatti. E se la notizia, come in questo caso, è una bustina di eroina trovata nella casa dell’attore, non pubblicarla sarebbe un errore. Grave. E pericoloso. Perché salterebbero i meccanismi di controllo e di imparzialità che sono alla base del rapporto con i lettori.
Il giorno in cui i giornali dovessero smettere di pubblicare le notizie, o peggio dovessero scegliere quali pubblicare – anche se lo facessero usando un criterio nobile e umanamente accettabile come quello del dolore arrecato – sarebbe un giorno un po’ più simile alla notte.


Sulla seconda questione, quella del muro contro muro di qualcuno contro qualcun altro dice:


Colpisce in particolare che molte delle critiche arrivate ai giornali provengano da una ben determinata categoria di persone. Intellettuali del cinema, professionisti della comunicazione, persone per dirla in breve che avevano una frequentazione diretta e personale con De Rienzo e con la sua famiglia.


Sono due sottolineature che, per quanto molte volte ripetute, restano interessanti fondamentalmente per una ragione: perché ignorano del tutto il centro della vicenda.

La seconda si risolve rapidamente: le critiche (eventuali) al lavoro giornalistico sono parte del lavoro giornalistico stesso, visto che esso è rivolto ai lettori. Così non sarà molto rilevante chi ne sia l’autore, quanto piuttosto se tali critiche siano fondate o meno. Invece i giornalisti hanno ogni volta questa specie di scatto del serpente che si erge improvvisamente alla caccia del nemico. Certo è puerile, certo è un po’ ridicolo.

La prima invece è un po’ più complicata. La retorica sul dovere alto e nobile del giornalismo è un tema che nessuno, credo (a parte forse il Beppe Grillo dei primi periodi), abbia mai messo in discussione. Nessuno crede che le notizie non vadano date, che se un attore muore di overdose (nel caso) quel particolare vada omesso, così come nessuno credo abbia mai ignorato o minimizzato il ruolo dell’informazione dentro le democrazie: il fatto è che sempre più spesso i giornalisti sembrano assorbiti dentro una dissociazione che – mentre citano i sacri principi dell’etica professionale- impedisce loro di osservare lo stato delle cose.

Il giornalismo professionale in Italia è di bassa qualità: vogliamo occuparcene una volta per tutte prima di invocare la protezione dei numi tutelari? La sensazione (mia) è che su questo semplice punto non vi sia accordo. E questo riduce la discussione, quando come in questi casi essa prova ad animarsi, a una noiosa contrapposizione di schieramenti.

Si tratta di un tema complesso e multiforme sul quale – mi spiace – ma i cittadini hanno pieno diritto di parola così oggi, per non tediarvi troppo provo ad aggiungere alla discussione pubblica un solo elemento fra i molti possibili. Giusto per vedere se su qualcosa sia possibile avvicinarsi o capirsi, migliorarsi e aiutarsi.

Questo elemento è la velocità.

Uno dei miti infranti del giornalismo nei tempi digitali è il suo innamoramento per la velocità. Arrivare prima degli altri. Cercare lo scoop. O sull’altro versante bucare una notizia importante. Lavorare di notte, perché il giornale deve andare in macchina con notizie migliori di quelle della concorrenza. Eccetera eccetera. Tutto un armamentario professionale che è morto senza che i giornalisti se ne rendessero conto e che è stato sostituito da una idea aggiornata di velocità che sarà possibile misurare in “secondi” e che – a differenza del passato glorioso – non garantirà alcuna rendita economica ma solo – ahimè – un vigoroso scadimento della qualità del proprio lavoro.

La velocità quando diventa velocità digitale e quindi riproducibile in un attimo e duplicabile senza sforzo da chiunque impone nuovi problemi che non riguardano solo il vecchio detto “Presto e bene non vanno insieme”, il più serio dei quali è quello, da noi italianamente ignorato, della liceità dei contenuti offerti a pagamento. Con quale pretesa chiederemo di pagare per il nostro lavoro se una quota rilevante di esso deriva dal remix non autorizzato di contenuti digitali altrui? Le norme sul copyright al riguardo sono tanto chiare quanto del tutto ignorate. Mi fermo: andremmo troppo lontano e in una diversa direzione.

Tornando al pezzo di Mensurati, il dovere di cronaca – sempre che esista – non significa centellinare ogni giorno notizie non confermate sulle cause della morte di un attore, modificandole e correggendole per mantenere alta l’attenzione del lettore, ma nel raccontare una notizia accuratamente, raccogliendo e controllando ogni elemento per poi eventualmente pubblicare. Questo è del tutto incompatibile con la velocità che domina il pensiero delle redazioni e che a forza di essere stressata consente oggi in Italia molto più che altrove di pubblicare qualsiasi cosa, anche la più improbabile, forti del fatto che, a differenza di un tempo, tali imprecisioni saranno rimediate (leggi: cancellate, smentite, ridicolizzate) da eventuali aggiornamenti.

La velocità è oggi il principale ostacolo al lavoro giornalistico ed è anche l’elemento che finisce per accomunare le redazioni ai social network o alle imprese editoriali meno autorevoli. Esiste un solo modo per affrancarsi da un simile giogo e per tornare a fare una informazione degna: rifiutarla.


La mia ignoranza cinematografica è considerevole, così non avevo mai sentito nominare l’attore Libero De Rienzo che è scomparso improvvisamente qualche giorno fa a 44 anni. Le mie informazioni sulla vicenda sono dipese in questi giorni solo dalla lettura dei titoli sui giornali online e dai commenti su Twitter di persone che lo stimavano o lo conoscevano. Rimanendo a queste sole esili tracce è comunque interessante osservare come i media abbiano coperto la notizia. Il primo titolo da breaking news è stato qualcosa del tipo:

Morto Libero De Rienzo per un infarto.

Prima piccola osservazione. Come facevano i media a sapere dopo poche ore che una persona trovata morta era deceduta di infarto? Semplicemente non era possibile. Quindi, come capita sempre, i giornali italiani hanno ignorato ogni cautela per scrivere la prima cosa a caso. Una cosa comunque verosimile. La cautela dei media professionali è ciò che li dovrebbe distinguere dai pettegolezzi di condominio.

Dopo aver agitato gli animi dei lettori (un uomo così giovane, con dei figli piccoli ecc. ecc.) con una simile informazione, i media, come capita sovente, sono passati alla brutalità successiva. Il giorno dopo hanno scritto:

Morto Libero De Rienzo trovata polvere bianca accanto al corpo.

La brutalità della notizia è oggi sui media la loro principale arma di scambio ed è la ragione della loro colpevole inaffidabilità. Dopo aver venduto ai lettori la breaking news sconvolgente condita di motivazioni non confermate, il giorno successivo sono pronti per instillare il dubbio. L’insinuazione è un altro dei motori della informazione in Italia. Quello che non si può dire lo si potrà sospettare. Anche nelle chiacchiere da condominio accade lo stesso.

Il terzo giorno la camera di eco sul caso dell’attore morto aveva già pronto, servito su un piatto d’argento, il terzo elemento e un utile supplemento di attenzione (e discussione sui social):

Morto Libero De Rienzo, la polvere bianca era eroina.

Sono tre titoli su una vicenda triste che è un piccolo manuale di come i media ormai da tempo siano indistinguibili dai condomini. O dai social network. E di come – lo abbiamo scritto molte volte – questa raggiunta nuova identità sarà anche la ragione della loro inevitabile caduta.


Preferisco sbagliarmi per ingenuità (ma non credo di sbagliarmi) e dire che l’impegno politico di Chiara Ferragni e Fedez, qualsiasi esso sia e in qualsiasi forma si manifesti, è una scelta autentica e naturale che fa loro onore.

A differenza delle convinzioni o delle prese di posizione politiche mie o di chi mi sta leggendo, il punto di vista di soggetti che hanno una vasta platea mediatica avrà un peso: ciò che pensano e dicono Ferragni e Fedez delle questioni sul tavolo sarà in grado di spostare una parte di opinione pubblica. A tale proposito ecco una bella foto di Fedez con Marco Cappato, una delle persone migliori della politica italiana.




È altrettanto vero che ciascuno di noi avrà idee simili o differenti a quelle della coppia ma non sarebbe onesto non sottolineare che molte delle uscite di Fedez e Ferragni su Instagram o Twitter mostrano, assieme alla loro autenticità, anche alcuni tratti semplificatori e grossolani. Non sarebbe nemmeno il caso di sottolinearlo, quei tratti sono spesso comuni a tutti noi, li ascoltiamo ogni giorno al bar o sui social, espressi in genere con un tono assai più greve. In genere li associamo all’essere stanchi di fronte ad una politica di farabutti. Ecco, perfino quest’ultima frase riassume – come vedete – quei toni. Intendo rinnegarla? Direi di no.

Contemporaneamente usciamo – per così dire – scottati da un’esperienza recente, l’enorme fuoco fatuo del populismo grillino che ha perturbato l’ambiente politico italiano nell’ultimo decennio: così essere minimamente preoccupati per un influencer (volevo evitare la brutta parola ma non ci sono riuscito) che dice che i politici fanno tutti schifo sembra essere piuttosto lecito.

In ogni caso non era questo il punto di cui volevo dire. Il punto è che l’opinione pubblica dei cittadini sui temi della politica va presa per quello che è, vale a dire un punto di vista mediamente disinformato e semplificatorio. E questo perché la leggerezza dell’essere cittadini ci tiene lontani dalla complessità delle cose della politica, dalle difficoltà e dai barocchismi che comporta, dallo spazio gigantesco fra desiderio e attuazione di un’idea. Tutte cose che mediamente io non so, chi mi sta leggendo non sa e Ferragni e Fedez non sanno. Non c’è nulla di assolutorio in tutto questo, la bassa risoluzione della politica negli ambienti digitali riguarda prima di tutto i cittadini che ne discutono e solo di conseguenza i politici che la applicano.

Quello che sembrerebbe necessario è che simili ambiti rimangano chiaramente delineati: da una parte i cittadini che discutono ed esprimono opinioni, dall’altra i politici che quelle opinioni ascoltano e provano a trasformare in decisioni. Così quando Matteo Renzi sfida Chiara Ferragni ad un confronto pubblico fa due cose in una, entrambe furbette e un po’ patetiche. Prova a sfruttare ogni contesto, perfino le lecite parole di una cittadina, per guadagnare personale visibilità e soprattutto sancisce una identità di territorio fra chi decide e chi è l’oggetto di simili decisioni. Lo fa nell’unico linguaggio che la politica italiana oggi pratica con convinzione, vale a dire quella della discussione pubblica a parole, separata da ogni responsabilità e da ogni fatto. Una discussione che sarà tutta costruita con verbi al futuro (faremo questo, faremo quello) e che si è scavata negli anni un confortevole alveo di visibilità sui media. Un luogo caldo nel quale perpetua sé stessa senza che nessuno sia in grado di disturbarla. Un luogo nel quale i vari Renzi, Salvini, Letta, Meloni, Di Maio ecc. hanno a disposizione una piccola palestra nella quale modellare loro stessi ed i loro muscoli: senza dire niente e senza pagar pegno.

Da quelle parti l’impudenza della politica – che Ferragni descrive grossolanamente – ha saputo costruire una sorta di realtà parallela della quale i cittadini vedono con chiarezza gli effetti, senza avere la forza o la capacità di scegliere alternative migliori e limitandosi ogni volta a cavalcare le più varie istanze di generico cambiamento che il Grillo di turno verrà a proporre.

Solo che quello non è il mondo e servirebbe un passo in più per uscire una volta per tutte da questo patetico teatrino.

Oggi è stato un giorno di grandi discussioni e grandi polemiche. Un TG ha pubblicato i video di una tragedia avvenuta qualche settimana fa. Le scene di una funivia, ormai quasi giunta a destinazione, che prima scivola e poi precipita, uccidendo 14 persone.

Subito dopo praticamente tutti gli altri media italiani (con rare eccezioni, di sicuro Avvenire e forse qualcun altro) hanno ripubblicato e reso disponibili ai propri “lettori” quelle medesime immagini. Una scelta che ha appunto scatenato grandi discussioni parallele su chi abbia diffuso quei due video violando la legge, su chi abbia deciso di pubblicarli invocando il diritto di cronaca, su quale sia la logica informativa di una simile esposizione pubblica della morte, su quale sia il movente economico di simili decisioni.

Eppure quelle discussioni ne nascondono un’altra, primordiale e ben più importante: una discussione che rifiutiamo e alla quale in genere preferiamo non pensare. Rimane sempre silenziosa quella discussione, ed è riassumibile in una domanda indecente e orribile:

perché vogliamo guardare la morte degli altri? Quale sentimento inesprimibile sostiene la scelta di chi pubblica simili filmati, così come quelle di chi quelle immagini decide di guardare?

È una delle questioni centrali sulla morte e l’ha esposta con terribile precisione Elias Canetti in un saggio di mezzo secolo fa che si intitola “Potere e sopravvivenza“. Il ritratto di noi di fronte a quel breve video della funivia che precipita era a lui già perfettamente chiaro allora:


“Il terrore suscitato dal morto quando giace dinanzi a chi lo guarda è compensato da un senso di sollievo: chi guarda, non è lui il morto. Sarebbe potuto esserlo. ma chi giace è l’altro. Chi guarda sta in piedi, indenne, incolume; il morto può essere un nemico ucciso o un amico venuto a mancare: in ambedue i casi sembra d’improvviso che la morte da cui eravamo minacciati si sia stornata da noi su di lui.
È questa la sensazione che, rapidissima, ha il sopravvento: ciò che dapprima era terrore trapassa in soddisfazione. Colui che sta ritto, per il quale tutto è ancora possibile, ora è più che mai consapevole di stare in piedi sulle proprie gambe. Non c’è istante in cui si senta meglio nella posizione eretta. E l’istante lo blocca là, il senso di essere alto sul morto lo lega a lui. Se chi sta ritto avesse le ali, ora non si librerebbe in volo. Resta là dove si trova, nell’immediata prossimità dell’esanime, con lo sguardo rivolto a lui; e il morto, chiunque sia, è per lui come se l’avesse proprio ora sfidato e minacciato, e si trasforma in una sorta di preda.
Questo fatto è così orribile e nudo che lo si vela con ogni mezzo. Che ci si vergogni di esso oppure no, è determinante per la valutazione dell’uomo. Ma ciò non muta nulla quanto al fatto in sé. La situazione del sopravvivere è la situazione centrale del potere. Sopravvivere non è solo spietato, è qualcosa di concreto: una situazione ben delimitata, inconfondibile. L’uomo non crede mai del tutto alla morte finché non l’ha sperimentata, e la sperimenta negli altri. Essi muoiono dinanzi ai suoi occhi, ciascuno singolarmente e ogni singolo che muore lo convince della morte. Alimenta il terrore dinanzi alla morte, ed è morto in sua vece. Il vivo lo ha spinto avanti al suo posto. Il vivo non si crede mai così alto come quando ha di fronte il morto, che è caduto per sempre: in quell’istante è come se egli fosse cresciuto.”


05
Giu

Un po’ di tempo fa, per esempio, mi hanno invitato a Parma a un incontro dove c’erano una decina di persone che dovevano scegliere delle parole che non sopportavano, e c’era anche il segretario del comune di Parma per il quale una di queste parole era stakeholders.

Adesso io, stakeholders, allora, non l’avevo mai sentita, non sapevo cosa volesse dire e gliel’ho chiesto e lui me l’ha spiegato ma io non ho mica capito tanto bene, a ancora adesso, questa parola stakeholders, non so, se mi chiedessero se voi, che leggete questo libro, siete degli stakeholders, io non saprei rispondere, siete degli stakeholders?
A me non sembrate degli stakeholders, ma questo non significa niente, perché a me non è mai successo di essere, non so, in treno, o in autobus, o in bicicletta, e di vedere un gruppo di persone e di pensare “Ve’, degli stakeholders”



Paolo Nori, Sanguina ancora.




Vecchi di Sandra Petrignani è uno dei libri più belli (e più tristi) fra quelli che mi è capitato di leggere ultimamente. È un libro pubblicato nel 1994 da Theoria e ripubblicato da Baldini e Castoldi nel 1999, attualmente non in commercio e difficile da trovare. Mi è venuta voglia di ricopiare qui di seguito una delle storie che contiene. Spero che l’autrice mi perdonerà.

Ne combino, io, ne combino di bige, ma mi lasciano stare. Anche la polizia ha paura di me. Il vicolo dove sto io lo chiamano “il vicolo di Vasco” perché Vasco è il mio nome. Quanti anni ho, non lo so. Tanti, ma non sono mica come quei vecchi bavosi dell’ospizio, vecchiacci rincoglioniti. Guido il mio furgoncino, ho il mio cane che guai a chi me lo tocca. Sul furgoncino ci ho messo la campanella così tutti sanno che arriva Vasco. A Natale metto le luci intermittenti colorate, il vicolo è mio. A me non mi beccano quelli dell’ospizio.
Il comune mi aveva messo al Leon Bianco, un albergaccio di quarta categoria. Ho fatto casino e sono tornato qua, al mio tugurio. Morirò qui, guai a chi mi tocca a me. Nel quartiere ci sono i buoni e ci sono i cattivi. Quelli buoni mi offrono sempre qualcosa al bar la mattina, se no guai a loro. Ai cattivi ci penso io: gli metto la spazzatura davanti alla porta. Gli fo il falò sotto casa e la nevicata di polistirolo.
E va beh, ho ottantasei anni. Vivo alla giornata. Prendo gli avanzi dal ristorante, il pane secco dalla mensa degli studenti. Io riciclo tutto. Raccolgo gli stracci. Mi prendo le cose che la gente scorda in giro, le bici negli androni. Che una volta una è venuta qui e ha detto: e questa bici? E io: ti garba? E lei: Vasco questa bici è mia. E va beh, mi dai qualcosa lo stesso e io te la rendo.
Insomma la vita è dura per tutti, per me lo è sempre stata. Mi sono sempre arrangiato. Ma all’ospizio non mi beccano, né ora né mai. E al Leon Bianco ci andassero loro. Mi considerano un pericolo pubblico e invece se non ci fossi io, se non ci fossi io…
C’era una canzone, me la ricordassi, quella canzone mi faceva piangere, a me, mi faceva piangere. Mi ricordava qualcosa. La sentissi per caso, così, alla radio, me la ricorderei, piangerei ancora, ne sono sicuro. Ma non l’ho più sentita. Mi ricordava Loretta quella canzone. Prima di morire voglio ritrovarla. La canzone. Non Loretta. Loretta è morta non torna più. A Natale, quando metto le luci, mi piacerebbe ascoltare quella canzone.


22
Mag