05
Giu

Un po’ di tempo fa, per esempio, mi hanno invitato a Parma a un incontro dove c’erano una decina di persone che dovevano scegliere delle parole che non sopportavano, e c’era anche il segretario del comune di Parma per il quale una di queste parole era stakeholders.

Adesso io, stakeholders, allora, non l’avevo mai sentita, non sapevo cosa volesse dire e gliel’ho chiesto e lui me l’ha spiegato ma io non ho mica capito tanto bene, a ancora adesso, questa parola stakeholders, non so, se mi chiedessero se voi, che leggete questo libro, siete degli stakeholders, io non saprei rispondere, siete degli stakeholders?
A me non sembrate degli stakeholders, ma questo non significa niente, perché a me non è mai successo di essere, non so, in treno, o in autobus, o in bicicletta, e di vedere un gruppo di persone e di pensare “Ve’, degli stakeholders”



Paolo Nori, Sanguina ancora.




Vecchi di Sandra Petrignani è uno dei libri più belli (e più tristi) fra quelli che mi è capitato di leggere ultimamente. È un libro pubblicato nel 1994 da Theoria e ripubblicato da Baldini e Castoldi nel 1999, attualmente non in commercio e difficile da trovare. Mi è venuta voglia di ricopiare qui di seguito una delle storie che contiene. Spero che l’autrice mi perdonerà.

Ne combino, io, ne combino di bige, ma mi lasciano stare. Anche la polizia ha paura di me. Il vicolo dove sto io lo chiamano “il vicolo di Vasco” perché Vasco è il mio nome. Quanti anni ho, non lo so. Tanti, ma non sono mica come quei vecchi bavosi dell’ospizio, vecchiacci rincoglioniti. Guido il mio furgoncino, ho il mio cane che guai a chi me lo tocca. Sul furgoncino ci ho messo la campanella così tutti sanno che arriva Vasco. A Natale metto le luci intermittenti colorate, il vicolo è mio. A me non mi beccano quelli dell’ospizio.
Il comune mi aveva messo al Leon Bianco, un albergaccio di quarta categoria. Ho fatto casino e sono tornato qua, al mio tugurio. Morirò qui, guai a chi mi tocca a me. Nel quartiere ci sono i buoni e ci sono i cattivi. Quelli buoni mi offrono sempre qualcosa al bar la mattina, se no guai a loro. Ai cattivi ci penso io: gli metto la spazzatura davanti alla porta. Gli fo il falò sotto casa e la nevicata di polistirolo.
E va beh, ho ottantasei anni. Vivo alla giornata. Prendo gli avanzi dal ristorante, il pane secco dalla mensa degli studenti. Io riciclo tutto. Raccolgo gli stracci. Mi prendo le cose che la gente scorda in giro, le bici negli androni. Che una volta una è venuta qui e ha detto: e questa bici? E io: ti garba? E lei: Vasco questa bici è mia. E va beh, mi dai qualcosa lo stesso e io te la rendo.
Insomma la vita è dura per tutti, per me lo è sempre stata. Mi sono sempre arrangiato. Ma all’ospizio non mi beccano, né ora né mai. E al Leon Bianco ci andassero loro. Mi considerano un pericolo pubblico e invece se non ci fossi io, se non ci fossi io…
C’era una canzone, me la ricordassi, quella canzone mi faceva piangere, a me, mi faceva piangere. Mi ricordava qualcosa. La sentissi per caso, così, alla radio, me la ricorderei, piangerei ancora, ne sono sicuro. Ma non l’ho più sentita. Mi ricordava Loretta quella canzone. Prima di morire voglio ritrovarla. La canzone. Non Loretta. Loretta è morta non torna più. A Natale, quando metto le luci, mi piacerebbe ascoltare quella canzone.


22
Mag



Verso la metà del 1982 viene pubblicato in UK il primo pezzo di una band di musica elettronica chiamata Yazoo. Il duo è composto da un tastierista Vince Clark e una cantante, Alison Moyet. I due si incontrano per caso, rispondendo ad annunci su giornali musicali, lui ha una storia musicale alle spalle (Depeche mode), lei è una perfetta sconosciuta. Quella canzone – senza grandi fantasie – si intitolerà “Only you” ed è una canzone – lo capiscono subito a quei tempi quelli che la ascoltano per la prima volta – con certe sue stranezze. È un pezzo breve e melodico ma del tutto elettronico. È mossa dai suoni che oggi ci sembrano poveri (ma che erano ricchissimi per quei tempi) una batteria elettronica Roland (la TR808) e fondamentalmente un synt (nel caso specifico un Pro1). È, per riassumere, un piccolo capolavoro.





Per chi allora seguiva la crescita impetuosa degli strumenti musicali elettronici, che sempre più spesso erano aggiunti ad arrangiamenti analogici, quel pezzo di Yazoo significava una sola cosa: che si sarebbe potuto utilizzare un synt e una batteria elettronica e poco d’altro anche per fare grande musica nella quale la quota melodica fosse quella più rilevante.

Un anno dopo Franco Battiato pubblicò una canzone simile, ottenendo gli stessi grandi risultati in termini di connessione fra elettronica e sentimento. A quei tempi Battiato aveva già pubblicato i suoi dischi di maggiore successo ma per me è stata quella, da allora e per sempre, la sua canzone che ho amato di più.






La vicenda occorsa in questi giorni al musicista-ristoratore Roberto Angelini è un esempio perfetto dei limiti e delle opportunità delle nostre attività sui social.

Riassumo velocemente i fatti:

Angelini pubblica un post emozionale con accluso selfie dagli occhi rossi nel quale accusa un’amica di averlo tradito (una pazza, dice). Lui ne pagherà il prezzo materiale, è appena stato sanzionato per lavoro nero, ma il tema centrale è un’altro e ben più pesante: l’amicizia tradita. Non se lo aspettava.

Angelini è un volto pubblico di una certa notorietà e quindi il suo sfogo suscita attenzione. Ma molto più di quello attirano l’interesse pubblico i commenti degli amici: la solidarietà rapidamente espressagli da grandi star della musica italiana, da Jovanotti a Max Gazzè, da Elodie a molti altri. Gente che conosce Angelini e che quindi – pensiamo noi – scende in campo dalla sua parte perché conosce l’uomo. Lavoro nero? Non è importante in fondo siamo in Italia, l’importante è la solidarietà all’amico in difficoltà.

Come era facilmente prevedibile i commenti del post di Angelini si riempiono di frasi offensive verso la traditrice che Angelini definiva del resto “pazza incattivita”, come sempre succede la virulenza dei commenti trascende ogni cosa.

Il giorno successivo resosi conto della piega presa dagli avvenimenti Angelini chiede ai suoi fans di moderare i toni.

Mentre lo fa, subito dopo o forse subito prima, ecco che compare su Instagram l’altra campana. Il punto di vista della pazza incattivita esposto e argomentato con dovizia di particolari. Forse che non era prevedibile? Come nelle migliori telenovele social non solo l’amica smentisce Angelini ma ne stigmatizza pochezze e bugie. La folla accorre.

Inseguito dai media Angelini ammette tutto, si dà del coglione, si scusa pubblicamente e promette di assumere nel suo ristorante la pazza incattivita con la quale – promette – appena possibile si metterà in contatto.

Perché questa piccola operetta morale è così interessante per le dinamiche digitali?

1) perché mette in campo l’usuale asimmetria comunicativa fra grandi e piccoli emettitori. Questa asimmetria resta quasi sempre dalla parte del più forte a meno che la forza degli eventi non sia in grado di ribaltarla. Non accade quasi mai: il grande emettitore vince quasi sempre, spesso a discapito della verità. Quando però gli eventi ribaltano il tavolo le parti si invertono improvvisamente e per il grande emettitore sono guai poiché la sua reputazione vale molto di più di quella di una rider sconosciuta. È una variante social del cosiddetto effetto Streisand.

2) L’ingenuità dei grandi emettitori varrà anche per piccoli gesti. Il like di Jovanotti ad un post infelice e stupido estende a Jovanotti quella stessa infelicità. La cautela che i social richiedono sarà quindi proporzionale alla propria visibilità: se hai due milioni di follower dovresti tenerne conto ma molte volte è complicato. L’alternativa è non dire mai niente.

3) I tuoi sentimenti non sono mai quelli delle persone che ti leggono. Se anche la storia di Angelini fosse stata meno implausibile di questo si dovrà tenere conto: l’autore si precipiterà a pubblicare d’impulso e in buona fede (come farei forse anch’io) perché è offeso dal tradimento subito. I like degli amici lo convinceranno della bontà di una simile scelta ma la maggioranza delle persone che ti leggeranno (che sono sempre quelle che non commenteranno e non metteranno like) riceverà il messaggio essenziale dinteressandosi alle tue emozioni: ecco la persona famosa che ha ricevuto una multa per lavoro nero.

4) I media resteranno dalla parte del grande emettitore. La eco sui giornali (che ormai pubblicano ogni diatriba social con la dignità di una disputa fra capi di stato) sarà messa in grande evidenza quando Angelini accuserà piangendo l’amica traditrice. Finirà a fondo pagina quando la verità – molto meno eccitante – verrà a galla.

5) Sui social l’impressione sarà quella opposta. Che nel momento in cui il tavolo si ribalta i commenti velenosi si orienteranno improvvisamente e tutti assieme verso l’accusatore mentre l’accusata sarò oggetto della solidarietà pubblica. In realtà l’importanza di simili interazioni è minima e svaporerà in un attimo. Perché nel frattempo busserà alla porta la prossima polemica social alla quale dedicarsi.

6) Se ci occupassimo meno di queste cazzate – io per primo – sono fermamente convinto che vivremmo tutti un po’ meglio.


Quel che inizia del giorno

 

Disporre a chi lasciare i libri, i quadri:
un giorno o l’altro ci dovrò pensare.
E anche giacche, cravatte, biancheria,
la vita dei bicchieri e delle pentole…

È l’alba, e lento mi dirigo al lavoro,
mentre sul cielo semigrigio e lucente
scorre a zigzag la fuga degli spioventi.

Mi supera, compresa nel suo footing,
una ragazza.

Ha la coda,
le sobbalzano
nel passo svelto e elastico i capelli.

Ma a destare stupore
è come, anche all’impatto delle suole,
sia già lontana, senza alcun rumore.

 

(Alessandro Fo, Filo spinato, Einaudi 2021)




(fonte: Danish Siddiqui, Reuters)





(fonte: Atul Loke, NYT)





“Dato che la felicità altrui non è mai stata né un movente né un principio d’azione, non la si invoca se non per mettersi la coscienza a posto o per trincerarsi dietro nobili pretesti: qualunque sia l’atto a cui ci si risolve, l’impulso che ad esso conduce e ne accelera l’esecuzione è quasi sempre inconfessabile. Nessuno salva nessuno: si salva solo se stessi e non c’è modo migliore per riuscirci che ammantare di convinzioni l’infelicità che si vuole distribuire e prodigare”


(E.M. Cioran, La caduta nel tempo)