Chiara Portesine su FB:


Tra un mese finirà il mio sussidio di disoccupazione ed è tempo di bilanci – come mi ha ricordato Antonio Del Castello qualche mese fa, raccontando e contando le ore della sua docenza a contratto. In questi dodici mesi sono stata una disoccupata molto occupata: ho partecipato a quindici convegni (inclusi i seminari dottorali) e a sedici presentazioni di libri miei o altrui. Ho consegnato quattro contributi per atti di convegno, sei articoli, dieci recensioni e cinque schede di catalogo. Ho anche lavorato a una mostra di Corrado Costa, che inaugureremo l’anno prossimo, e curato due libri (per i quali sono andata in archivio, ho trascritto i testi e ho realizzato una postfazione critica). Ho scritto un progetto europeo ERC che, anche se non è stato finanziato, ha richiesto mesi di tempo per elaborare una proposta, un budget e uno schema di lavoro che coordinasse idealmente un gruppo di ricerca per cinque anni. Per pagare l’affitto, ho dovuto accettare un numero più alto di committenze pagate e prestazioni occasionali, che hanno disperso le mie energie e la mia concentrazione.
Oltre al lavoro culturale, ho partecipato a qualsiasi concorso fosse stato bandito, dall’incarico post-doc al posto da professore associato. Quella burocrazia è stata un altro lavoro: la piattaforma cambia spesso e, anche quando rimane la stessa, cambiano le modalità di caricamento e i documenti da presentare. Spesso è richiesto un progetto da scrivere, a volte libero e a volte vincolato a un finanziamento esistente.
Nei ritagli di tempo, continuo a scrivere un libro sulla rappresentazione del tumore femminile tra letteratura, fotografia e cinema. Un libro che, nonostante tutto, voglio finire, anche perché potrebbe essere l’ultimo della mia vita accademica.
Lavoro tutti i giorni, da quando aprono i portoni della biblioteca; ho imparato dai miei genitori la disciplina del lavoro e per me la cultura è sempre stata un mestiere. Tendenzialmente, questo lavoro viene apprezzato dalla comunità accademica: i colleghi mi stimano, i convegni vanno bene, i complimenti sono molto enfatici e calorosi. Per molti è scontato che “entrerò” in università, devo soltanto avere pazienza. Dopo questi dodici mesi, è giusto dire che la pazienza è un privilegio. Chi riuscirà a superare questa fase di definanziamento e aspettare un momento più tranquillo sarà, in parte, chi se lo merita e, più spesso, chi può permettersi di aspettare. Per noi che siamo nati da famiglie proletarie, in cui già l’accesso all’università è stato una vittoria e un’ascesa sociale, questa pazienza non è una scelta. Non siamo impazienti, non vogliamo fare carriera a tutti i costi: semplicemente, abbiamo bisogno di un lavoro retribuito per continuare a impegnarci. Chi dice «vai a scuola per un po’» non conosce, evidentemente, i nuovi sistemi del reclutamento scolastico: i costi per abilitarsi, il tempo, la fatica e l’umiliazione di quel percorso. Chi suggerisce di cercare altrove, dimentica che l’estero non è il Bengodi: spesso anche lì i tagli alla cultura e all’università hanno generato un precariato sistemico e una diminuzione di borse, contratti e posti di lavoro. Più in generale, non per tutte le persone di 35-40 anni l’estero è un’opzione praticabile: chi ha una famiglia o vuole averla, chi ha genitori che iniziano a invecchiare, chi non vuole rinunciare alla sua rete di cura per la carriera. Dunque, che fare? Collettivamente, dopo quasi due anni di Assemblee Precarie sappiamo cosa chiedere: un governo che finanzi la ricerca. I finanziamenti sono l’unico modo per uscire dalla crisi, l’unica soluzione per non condannare due o tre generazioni di studiosi a scegliere se ipotecare la casa (chi ne ha una di proprietà, ovviamente) o cambiare lavoro per sempre. Se non interveniamo adesso, l’università del futuro sarà questa: una batteria di telematiche private e un’università apparentemente pubblica ma in cui potranno iscriversi soltanto studenti facoltosi per andare a lezione da ricercatori altrettanto privilegiati. Se non vogliamo questo futuro, è il momento che tutti intervengano. Soprattutto chi, nell’università, occupa una posizione di potere: noi precari non abbiamo più voce. L’abbiamo persa in questi due anni di proteste ma, soprattutto, il fiato ci serve per sopravvivere.


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