Il problema dei libri lunghi è che nella grandissima maggioranza dei casi sono libri pericolosi. Pericolosi – soprattutto – per chi li legge. Statisticamente parlando le probabilità che un libro lungo sia fenomenale e che la sua lunghezza sia naturale, incomprimibile e necessaria sono modeste. La grande maggioranza dei libri lunghi potevano essere più corti, almeno osservati attraverso la lente sghemba del lettore che sono io. Del resto i libri corti, ma anche quelli medi, anche quelli un po’ lunghi ma non lunghissimi, non mettono mai il lettore di fronte al dubbio: “sono a pagina 400 di un libro che è bello un po’ sì e un po’ no, che faccio lo abbandono qui o leggo anche le altre 400 pagine?). Un libro normalmente lungo non costringe a una simile contabilità: se è brutto lo abbandoni a pagina 50, se è un po’ bello e un po’ no (la grandissima maggioranza dei libri che leggo fanno parte di questo gruppo) lo leggi tutto, fino alla sua fine naturale a pagina 200, oppure a pagina 300 o anche al limite a pagina 400. Una parte del tuo tempo sarà andata sprecata ma sarà stato comunque meglio che starsene davanti alla Tv a guardare una gara di auto in cui nessuno supera nessuno. Dietro a un libro molto lungo forse risiede, silenziosa e timida, l’idea dell’opera monumentale e imperdibile da lasciare ai posteri, oppure l’idea che la scrittura sia un flusso selvatico nella disponibilità di chi scrive. Come in effetti è. Solo che esiste anche il flusso di chi legge la cui preghiera silenziosa potrebbe essere: scrivete libri più corti. Ci piacerà leggerli.

Dice (da tempo immemore) che gli elettori sui diritti sono molto più avanti dei loro eletti. Ne consegue che se agli elettori gliene fregasse qualcosa di quei medesimi diritti costoro avrebbero (da tempo immemore) smesso di eleggere in Parlamento simile gentaglia. Purtroppo ogni distinguo è (da tempo immemore) inutile e patetico: elettori ed eletti sono due gocce d’acqua e le parole sugli elettori che sono meglio dei loro eletti sono (da tempo immemore) ridicole e fuori dal tempo.

Un articolo su Il Post di oggi linka un mio pezzo del 2013, articolo del quale di cui mi ero del tutto dimenticato, in cui, già allora, quindi ormai un decennio fa, scrivevo che le ricerche su Google fanno schifo. In realtà le ricerche su Google nell’ultimo decennio sono ulteriormente peggiorate ed il motore di Mountain View è ormai un oggetto pubblicitario privo di ogni velleità culturale. Fa schifo per scelta aziendale, non per altro, e fa schifo ogni anno di più. Forse è normale che sia così ma il punto centrale resta che al momento non esistono alternative serie. Ed è un gran peccato avere una così vasta biblioteca piena di così tanti testi favolosi ed inaspettati e senza uno straccio di bibliotecario illuminato che li avvicini a noi.



Quando quindici anni fa iniziammo a scrivere di Grillo e dei grillini, della patina di innovazione tecnologica che un comico di talento spalleggiato da un oscuro consulente aveva sparso sull’Italia, un paese, allora come oggi, dalle modeste competenze tecnologiche, e come tale ben disposto a farsi ammaliare delle romantiche idee di una rivoluzione digitale, era già tutto abbastanza chiaro.

Era chiaro che si trattava di un esperimento enorme, nella sua assurdità, e come tale meritevole di ogni attenzione, così come era altrettanto chiaro che l’inedita declinazione di un populismo basato sull’infarinatura di una presunta democrazia digitale sarebbe prima o poi finita come oggi sta fragorosamente finendo.

È durato poco? È durato moltissimo? Non saprei. Di sicuro è stato un movimento politicamente molto rilevante, in senso quantitativo così come in senso qualitativo. Perché è stato un Movimento che in un certo istante ha attirato verso di se un terzo degli italiani con diritto di voto e perché le innovazioni che ha introdotto nella contrapposizione politica, in primissimo luogo una nuova idea di comunicazione irriverente e violenta, hanno poi aperto la strada ad una tecnica di comunicazione politica che un po’ tutti hanno imitato.

Quindi non so, è durato poco? È durato moltissimo? Ovviamente la mia idea al riguardo (cioè, in sintesi, che il grillismo sia stata una delle usuali maniere attraverso le quali questo paese sa fare del male a se stesso) conta il giusto. Quello che mi sembra contare di più è che l’arco temporale di una simile parabola è stato influenzato in maniera molto importante dal divario digitale degli italiani, la cui attitudine alla creduloneria (una creduloneria interessata, che abbiamo da secoli, un sentimento di convinto sostegno che esattamente come è venuto improvvisamente se ne va) gode da sempre di ogni alone di mistero che il saltimbanco di turno saprà creare. E nell’ultimo mezzo secolo la tecnologia è stato il principale e il più sorprendente coniglio estratto dal cappello fra i molti disponibili.

Il mix formidabile fra la vasta ignoranza digitale degli italiani e l’alone magico della tecnologia sono state la ragione per cui da noi un simile approccio, una sorta di populismo digitale dall’anima segretamente reazionaria, ha raccolto un così vasto successo.

È durato poco? È durato moltissimo? Non saprei, quello che so, quello che la parabola del movimento politico di Beppe Grillo ci insegna, è che eravamo e tuttora siamo esposti ad ogni tempesta.


22
Giu

Il dilemma odierno dei parlamentari grillini è quello di dover decidere ora se alle prossime elezioni preferiranno non essere rieletti con il partito di Conte o se preferiranno invece non essere rieletti con quello di Di Maio.

Il paradosso per cui si utilizza uno dei testi più orientati e ottimisti usciti negli ultimi anni sui temi della presenza in rete, un libro che non a caso si intitola “Tienilo acceso” per stimolare i maturandi a discutere sui “rischi” dell’iperconnessione.

Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci disuguali
e mi dicessi :”Amore mio,
ma che è successo?”, sarebbe un pezzo
di teatro di successo.


19
Giu




Ieri guardando queste foto del mio amico Luca su Instagram mi è venuto in mente un passaggio del libro che ho scritto e che uscirà fra qualche mese:


La vecchiaia, quando arriva, smette di guardarsi allo specchio e di scattarsi foto. Detesta i promemoria e tenta di evitarli. La vecchiaia ruota l’obiettivo del selfie e si concentra sul panorama: fotografa i fiori e gli altri umani intorno. La vecchiaia digitale ha l’anima del cronista. L’immagine di noi, quella più intima, resta invece custodita in un nuovo rullino fotografico interiore: nei tempi delle connessioni ubique un luogo inaccessibile a chiunque altro.

Il primo ritiro strategico? Solo mezza faccia dentro il selfie, l’altra metà della scena un innocuo panorama o una natura morta in un interno poco illuminato. Il secondo ritiro strategico? Via dall’inquadratura anche la mezza faccia di prima.





«Scrissi come sempre ispirandomi a miei maestri di sense of humour, specialità poco praticata da noi. Il giorno dopo, ricevetti una telefonata di alcuni tifosi dell’Inter, che mi minacciavano di bruciare il bosco – vivo in un bosco – e di uccidermi i cani – ho sempre avuto cani. Chiesi di occuparmi di sport meno cruenti, e fui esaudito»



Un bel pezzo in ricordo di Gianni Clerici.