Negli ultimi due decenni è cresciuta e prosperata in Italia una forma di giornalismo di cui si discute in questi giorni a margine del servizio di Report sui vaccini. Servirà discuterne, evidentemente, ma come dice giustamente Amedeo Balbi i danni intanto sono già stati fatti.




Ho letto la lettera di giustificazioni che Sigfrido Ranucci ha mandato al Corriere, tuttavia il problema di Report non è di oggi e riguarda il suo format fin dagli inizi, la maniera usuale che utilizzano da sempre per comporre le inchieste. Per capirci fin da subito sarà sufficiente leggere sul loro sito gli abstract dei servizi mandati in onda nell’ultima puntata,

qui di seguito quello su Benigni


Un miliardo e duecento milioni: è il contributo di cui ha beneficiato l’industria cinematografica italiana negli ultimi cinque anni, più di tanti altri settori a cui è precluso l’aiuto di Stato. Con i soldi del contribuente è discutibile salvare una banca, secondo l’Unione Europea, ma sovvenzionare il cinema si può: è una questione di identità culturale. Che film abbiamo finanziato per il loro interesse culturale? Si va da “Sapore di te” di Carlo Vanzina, ad “Amici miei – come tutto ebbe inizio” di Neri Parenti, a “Il ricco, il povero e il maggiordomo” di Aldo Giovanni e Giacomo. E poi ci sono i contributi sull’incasso. “Cado dalle nubi” di Checco Zalone, una delle rare pellicole italiane che al botteghino è andata benissimo, ha ricevuto un milione e novecentomila euro: ne aveva bisogno? Ma la principale forma di sostegno che noi contribuenti garantiamo al cinema è il “tax credit” che vuol dire oltre cento milioni di sconti fiscali ai privati che decidono di investire nel cinema. Per ogni euro investito, lo Stato restituisce loro il 40%. Si scopre che a investire sono state soprattutto le banche: Unicredit, Bnl, Monte dei Paschi, la Popolare di Vicenza. Quanti dei soldi del tax credit sono finiti veramente ai film?
Intanto i leggendari studi cinematografici di Cinecittà cadono a pezzi nel degrado e hanno accumulato debiti per oltre 32 milioni. Come siamo arrivati a questo, in una realtà che è stata gestita da super manager come Luigi Abete, Diego Della Valle e Aurelio De Laurentiis? Anche Roberto Benigni è uno che ha investito del suo, ma quando le cose si sono messe male è riuscito a sfilarsi. Cinecittà invece pare che ce la dovremo ricomprare noi contribuenti.


E qui quello sui vaccini anti HPV

Il papilloma virus (HPV) è stato collegato all’insorgere del tumore al collo dell’utero. Per prevenirlo l’Italia è stata il primo paese in Europa ad introdurre il vaccino anti-papilloma virus, tra i più costosi in età pediatrica. Le nostre autorità sanitarie hanno potuto contare su una valutazione positiva dell’Agenzia Europea del Farmaco, che ha dichiarato sicuro questo tipo di vaccini. Ma le segnalazioni sui possibili danni causati dal vaccino anti HPV sono state correttamente valutate? Se lo chiede un team di ricercatori indipendenti danesi della rete “Cochrane Collaboration”, che ha presentato un reclamo ufficiale a Strasburgo. L’accusa è contro l’Agenzia Europea del Farmaco: avrebbe sottovalutato le reazioni avverse e ci sarebbero anche dei conflitti d’interesse che non sono stati dichiarati.



In questi due estratti sono contenuti i temi e soprattutto i toni classici di Report che non riguardano ENI, Coca-Cola, Telecom, politici corrotti, malasanità, palazzinari, ecc ma sono, più genericamente:


Guardate cosa stanno facendo questi con i nostri soldi!
Guardate come ci stanno avvelenando!


dove l’esclamazione è la parte più importante.


Quando diciamo che il giornalismo di Report è un giornalismo a tesi diciamo che l’inchiesta, qualsiasi essa sia, non nasce neutrale, magari da una notizia secondaria che è sfuggita ai più o da una segnalazione di un cittadino vessato, ma viene costruita, magari partendo dai medesimi spunti, per dimostrare qualcosa che si aveva chiaro fin dall’inizio.

Ecco qui un primo punto.
Il giornalismo di Report è un giornalismo a tesi forse perché molto ideologico ma anche, sicuramente, perché è giornalismo povero (e quello pseudo di Striscia o le Iene perfino di più). Un’inchiesta giornalistica “normale” è un oggetto che oggi quasi nessuno, per lo meno da noi, può permettersi. Costa molto, perché contiene al suo interno tempi lunghi e numerosi inevitabili fallimenti e cambi di rotta a cui andrà incontro. Un’inchiesta a tesi costa invece molto meno perché assembla velocemente tutti i pezzi che confermano l’ipotesi di partenza. Perché questo modello informativo risulti verosimile sarà ovviamente necessario dar voce anche alla controparte, ma mai fino al punto da rendere il punto di vista avverso credibile. In tal caso l’oggetto stesso che si va costruendo perderebbe di consistenza rovinando tutto. E le strategie di Report per ridurre le parole degli ”inquisiti” (quasi sempre grandi aziende che magari in qualche maniera se lo meritano) sono note e pittoresche (sapienti montaggi, microfoni nascosti ecc).
Il giornalismo a tesi in Italia poi è reso semplice dall’enorme marea di presunte vessazioni, ingiustizie, ricorsi al Tar, malocchi e altre umanità dentro le quali sarà facile pescare. Metà degli intervistati da Report è gente che ha qualcosa da recriminare, a ragione o a torto, ma sempre disperatamente in cerca di un microfono. Oppure è uno scienziato alternativo che la scienza non ha capito, un inventore alternativo, qualcuno che la società civile, chissà come mai, non ha tenuto nel giusto conto.

Secondo punto.
A chi si deve rivolgere un simile prodotto per poter funzionare? Alla audience più vasta possibile che è ovviamente quella televisiva. Ascoltatori che sono tenuti di fronte allo schermo non tanto dai temi in discussione ma da un sentimento comune che stringe a coorte: l’indignazione. Quello di Report è giornalismo dell’indignazione e l’indignazione da anni in Italia è un sentimento che accomuna le generazioni. Report piace a giovani e anziani, è una trasmissione (esattamente come quelle di Mediaset simili) interclassista e popolare semplicemente perché in questo Paese l’indignazione è un sentimento diffusissimo. Titillarlo è un modello di business che funziona. Non a caso le inchieste di Report hanno sempre vasta eco in rete dove l’indignazione è il principale motore delle nostre condivisioni social.

Terzo punto.
Rispetto a programmi a maggior tasso di cialtroneria con il medesimo format Report ha almeno un grosso problema in più. È televisione pubblica. Fatta con i soldi di tutti. Le domande sugli effetti diffusi di una simile forma di giornalismo sul tessuto sociale del Paese non sono per nulla banali. La mia personale idea è che Report ormai faccia più male che bene, per la solita legge della farmacodipendenza: l’indignazione ha bisogno ogni volte di aumentare la dose. Ma di questo non sono per nulla sicuro. Va anche detto che, d’altra parte, Report aiuta a costruire un senso comune di approfondimento culturale e sposa una logica giornalistica antisistema che è comunque positiva e utile.

Nell’economia informativa generale, fuori dal dilemma Report Sì – Report No, forse sarebbe utile che la Rai iniziasse a immaginare programmi giornalistici semplicemente migliori di Report. Ad investire denari per produrli, tenendo in maggior conto la necessita di avere cittadini informati che non siano anche necessariamente incazzati. Ma è difficile a farsi: il giornalismo di qualità costa molto e ha ricadute non immediate. Tuttavia solo la TV pubblica (non i privati, non i giornali ormai) potrebbe farsene carico.

Quarto punto.
A margine e per finire: nulla è più patetico della diatriba politica che in queste ore riguarda la trasmissione. Se la discussione ruota intorno a Roberto Fico e alle sue intelligentissime uscite abbiamo già chiuso prima ancora di iniziare.

La realtà è complicata: volete far finta che non lo sia? Accomodatevi pure, però, nel caso, sappiate che Internet non farà per voi.

Leggo in giro i molti commenti, i tweet indignati dei politici e le prese di posizione su Facebook a riguardo dell’ultima uscita mediatica di Laura Boldrini, la quale questa volta, per sottolineare ciò che va dicendo da anni sugli ambienti digitali e sulla loro violenza, abbandona le liste di odiatori citati per nome e cognome e utilizza l’esempio di un’immagine trovata in rete nella quale sua sorella, deceduta anni fa, viene utilizzata per stigmatizzare il nepotismo del potere.


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Si tratta di un collage in qualche modo perfetto: la sorella morta giovane, il nome sbagliato, la foto di “un’altra” (l’attrice di una nota serie TV), il contenuto diffamatorio del testo. Un’immagine che riunisce il peggio della rete. Non solo le usuali bugie, ma il furto di identità, non solo l’odio cieco per i potenti ma anche l’indifferenza per il lutto. Un mix in grado di scatenare l’indignazione automatica di tutti, nessuno escluso. E così in effetti è accaduto.

Così se come tanti amate la semplicità, il bianco o il nero, le posizioni nette, ora avete un buon motivo per scendere in campo e riempire la rete con la vostra indignazione contro la rete. Non sarete gli unici, sarete anzi in moltissimi, vi farete popolo.

Se invece siete persone sciaguratamente un po’ più complicate provo a proporvi due differenti chiavi di lettura di quella foto e di quella campagna di indignazione.

La prima è questa. Quella foto è un’imitazione di una campagna online raffinata e intelligente le cui immagini sono state molto diffuse e molto condivise qualche tempo fa. Un’iniziativa messa in piedi da alcuni esperti di social media per sottolineare l’ampiezza della credulità alle bufale online. Erano in quel caso “bufale che sapevano di esserlo”, spesso divertenti, scritte per stigmatizzare l’assurdità di chi crede e condivide tutto, ma anche di come esista un inevitabile ruolo dei media in tutto questo. La foto che ha indignato Boldrini non è stata prodotta dagli ideatori di quella iniziativa ma da qualcuno che ne ha copiato stile ed idee per una replica di pessimo gusto. Purtroppo si sa, il remix è fatto così, sarà possibile passare dal genio alla spazzatura (e viceversa) in un singolo colpo di click.


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Nella complessità di tutto questo il pensionato settantenne intervistato da Repubblica perché ha condiviso la bufala sulla sorella di Boldrini (una notizia apparentemente irrilevante questa, ma poi animata da alcuni misteri sulla doppia vita on line del ciarliero internauta) e Boldrini stessa, abitano nel medesimo sottoinsieme: quello di quanti prestano attenzione alle bufale che leggono on line e che, per un motivo o per un altro, sono incapaci di sottrarsi a simili comunicazioni. Dentro quel caotico casino informativo (dal quale io trovo incomprensibile che Boldrini non si tolga definitivamente) sarà possibile trovare le bugie intenzionali (dei propagandisti o degli affaristi del web), quelle costruite per sottolineare le bugie intenzionali, quelle non intenzionali alle quali l’ingenuo autore/lettore crede veramente. Il piano d’azione è uno solo: imparare a districarsi e dedicare il proprio tempo a ciò che si ritiene importante.

La seconda chiave di lettura è questa: chi sono i nostri punti di riferimento culturale? Chi ci indica la strada? Quali sono i pilastri intellettuali della nostra società? Questi che oggi accorrono indignati e compatti al grido di allarme (l’ennesimo) di Boldrini? Perché prestigiosi editorialisti, politici di primo piano, personaggi noti scendono in campo compatti contro la vergogna di una campagna diffamatoria on line se non ne conoscono altro che una sua versione semplificata? Perché se Boldrini da tempo non sembra essere in grado di districarsi dentro simili complessità nemmeno loro, che sono spettatori meno coinvolti nella vicenda, non riescono ad astenersi da un biasimo superficiale e automatico?

Anche qui il piano d’azione potrebbe essere semplice e netto: non occupatevi, non occupamoci di queste cazzate, perché queste cazzate, per quanto odiose, sono semplicemente inadatte a descrivere un ambiente complesso come quello della comunicazione in rete e mai da quello potranno essere escluse del tutto. È come la democrazia, si tratta di un pacchetto prendere o lasciare, se qualcuno ha un’idea migliore è il benvenuto.

Nel frattempo a cosa servono gli intellettuali se non sanno più scegliere cosa conti e cosa no? A cosa servono se la loro profondità di analisi e i temi di cui si occupano sono gli stsssi di un pensionato (del PD ma forse no) che passava di lì per sbaglio e ha messo un like a caso?





Questa sera a Report si riparla di Eni. Eni ha scelto di non rispondere alle domande della trasmissione TV di Rai3 ed ha affidato al capo della comunicazione Marco Bardazzi questo annuncio il cui sunto è “i processi si fanno nelle aule giudiziarie e non in TV”. È curioso come a questo tweet, che scatena la battaglia mediatica di Eni contro Report, ne seguano altri 30 circa (al momento in cui scrivo) nei quali nel giro di pochi minuti si risponde a tutte le accuse con dovizia di particolari, grafici e video. Un lavoro di replica molto ampio e ben preparato che stride con la frase dei primo video e la cui sintesi potrebbe essere rimodulata così: i processi non si fanno in TV ma sui social media evidentemente sì.

Questa replica aziendale di Eni ed altre analoghe degli ultimi tempi (lo ha fatto recentemente anche Coca Cola) da un lato sottolineano l’immensa debolezza di Report che negli anni ha prodotto molte fulminanti inchieste ma non è mai riuscita ad accreditarsi come soggetto terzo nei confronti dei casi di cui si occupa. Il giornalismo a tesi del gruppo della Gabanelli ha spesso reso di fatto impossibile ai soggetti accusati di essere equamente rappresentati nel racconto e questo è avvenuto spesso in maniera molto pesante e con l’utilizzo di piccoli o grandi sotterfugi (giustificati dall’urgenza di raggiungere la verità).

Così se il giornalismo è debole e aggressivo le aziende nel mirino possono solo decidere di soccombere (replicando goffamente peggiorando così la propria posizione o non facendolo per nulla) oppure possono provare a replicare altrove. Per esempio, come questa sera, su Facebook e Twitter. Così facendo, dentro la grande pacifica comodità della comunicazione aziendale, ENI racconta la propria verità senza contraddittorio e con grande dispiegamento strategico.

Al lettore/spettatore in verità non serve né l’uno e né l’altro. Se il giornalismo è debole e schierato tutti noi diventiamo deboli. Ed i forti diventano più forti.

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Giovanni Sartori, morto ieri, su Grillo dieci anni fa:


19 settembre 2007

La Seconda Repubblica e lo spontaneismo
La terra trema sotto la casta

La terra trema ormai sotto i piedi della Casta. Per la prima volta il popolo bue la minaccia davvero. Finora i signori del potere se ne sono infischiati della rabbia crescente di un elettorato che si sente irretito nell’impotenza (a dispetto dei rombanti discorsi che lo proclamano, poverello, sempre più sovrano). Ma ecco che, inaspettatamente, Beppe Grillo entra nella tana del nemico e, alla festa dell’Unità di Milano, spara a mitraglia contro gli ottimati Ds. Fino a meno di un anno fa Grillo sarebbe stato subissato dai fischi; invece, è stato subissato da applausi. Un episodio che richiama alla mente la caduta della Bastiglia. Di per sé quell’evento della rivoluzione francese fu un nonnulla; ma ne divenne il simbolo. Forse sto forzando troppo i fatti. Forse. Vediamo perché. Intanto, e in premessa, cosa si deve intendere per «antipolitica »? La dizione è ambigua: sta per «uscire» dalla politica, estraniarsi; oppure per «entrare» a tutta forza nella politica per azzerarla (il caso di Grillo). Ciò premesso, le novità sono due. Primo, Grillo entra in politica avendo prima creato una infrastruttura tecnologica di supporto e di rilancio: Internet, blog, e un radicamento territoriale assicurato, ad oggi, dai 224 meet up (gruppi di incontro) che in un giorno raccolsero 300 mila sottoscrittori per una legge di iniziativa popolare. Ora, né la satira politica di altri bravissimi comici (Luttazzi, per esempio), né i girotondini hanno mai dispiegato un armamentario del genere.
Dal che ricavo che misurare la forza di Grillo con riferimento ai suoi predecessori sarebbe una grave sottovalutazione. Secondo. Grillo ci sa fare. Non propone un nuovo partito (il 32?, come ironizzano a torto gli altri 31), ma un movimento spontaneo che li spazzi tutti via. Inoltre ha messo subito il dito sul ventre sensibile della Casta: il controllo dei voti. Se vogliamo davvero sapere quale sia lo stato di putrefazione del Paese, la fonte non è Grillo ma il libro La Casta di Stella e Rizzo. Quel libro ha venduto un milione di copie—un record di successo mai visto — eppure non ha smosso nulla. Gli italiani dovrebbero esprimere la loro protesta «razionale» continuando a comprarlo. Ma anche così dubito che la Casta ascolterebbe. Perché Stella e Rizzo non controllano voti. Invece Grillo sì. Lo ha già dimostrato e si propone di rincarare la dose al più presto. Per le prossime elezioni amministrative Grillo sosterrà liste civiche spontanee «certificate » (da lui) che escludano iscritti ai partiti e personaggi penalmente sporchi. Ne potrebbe risultare uno tsunami. Anche perché il grillismo capitalizza, oggi, sulla retorica (ipocrita) di esaltazione dello «spontaneismo» dispensata da anni sia da Prodi come da Berlusconi. Hegel elogiava la guerra come un colpo di vento che spazza via i miasmi dalle paludi. Io non elogio la guerra, e nemmeno approvo le ricette politiche «al positivo» del grillismo (a cominciare dalla stupidata della ineleggibilità di tutti dopo due legislature; stupidata che l’oramai infallibile incompetenza del nostro presidente del Consiglio ha già approvato). Ciò fermamente fermato, confesso che una ventata — solo una ventata — che spazzi via i miasmi di questa imputridita palude che è ormai la Seconda Repubblica, darebbe sollievo anche a me. E certo questa ventata non verrà fermata dalla ormai logora retorica del gridare al qualunquismo, al fascismo, e simili.

Giovanni Sartori



(grazie a Alessandro Gilioli per la segnalazione)

«Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum»

«Voglio chiarire che non ho mai sminuito il valore del curriculum e della sua utilità. Ho sottolineato l’importanza di un rapporto di fiducia che può nascere e svilupparsi anche al di fuori del contesto scolastico. E quindi dell’utilità delle esperienze che si fanno anche fuori dalla scuola»


Queste due frasi del Ministro del Lavoro Poletti (la frase originale e la sua successiva giustificazione) hanno creato molte polemiche e discussioni nei giorni scorsi. Non è la prima volta che Poletti, complice una sua nota difficoltà ad esprimersi in un italiano non equivocabile, attira su di sé l’attenzione di molti.

Trovo il discorso di Poletti molto interessante e rivelatore. Premesso che il Ministro del Lavoro di un Paese nel quale la disoccupazione giovanile è al 40% dovrebbe affrontare simili temi con la leggerezza e il tono di voce che si utilizza ai funerali (e invece lui, non solo ne parla, a più riprese, con la leggiadria dell’ippopotamo ma aggiunge che un certo numero di italiani che per quelle ragioni poi vanno all’estero sono dei “pistola” – allego diagramma sul numero di giovani e meno giovani pistola italiani che hanno lasciato il Paese negli ultimi anni)


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ai molti che sottolineano la natura tautologia e sacrosanta dell’afffermazione di Poletti su curriculum e calcetto propongo un’altra breve serie di frasi tautologiche e sacrosante che il Ministro potrà eventualmente esibire in prossimi consessi pubblici:

Il sud del Paese, ma anche molte zone del nord, sono infiltrate dalla criminalità organizzata. Pagare il pizzo molto spesso è inevitabile.

Studiare all’Università non sempre serve a trovare lavoro. Quelli che vanno a fare gli apprendisti in officina spesso si sposano prima.

Conosco un tizio che ora lavora alla Nasa che da giovane non era particolarmente dotato. Non credo che ora sia molto diverso.



Io conosco un tizio (per la verità molti più di uno) che anni fa dopo la laurea e la specializzazione a Roma cercò di trovare lavoro attraverso la sua rete di relazioni fiduciarie. Poi, non riuscendoci (come quasi tutti, per le ragioni più varie), mandò il suo CV (un CV normalissimo di un bravo studente italiano) in giro per l’Europa e ora dirige ad Oxford un importante laboratorio di ricerche sulle neuroscienze. Del resto se gli amici del calcetto sono quelli che puoi trovare in Italia spedire CV in giro non sarà comunque una cattiva idea. Senza considerare – caro Ministro – che in molti casi, esaurito il calcetto, il tennis tavolo, le bocce e lo zio massone, spedire CV resta l’unica alternativa possibile.

Il lavoro del Ministro Poletti non dovrebbe essere quello di spiegarci come vanno le cose in Italia. Come funziona da noi (e qui stendo un velo sulle ragioni per cui Poletti è il nostro attuale Ministro) lo sappiamo anche troppo bene. Il lavoro di Poletti dovrebbe essere invece quello di creare le condizioni per cui un giovane bravo laureato italiano trovi un buon lavoro in Italia. E se anch’io, cinicamente e senza saperne molto, sarei portato a dubitare che una persona come il nostro attuale Ministro sia la persona giusta per un compito tanto complesso, credo lo stesso di poter chiedere al Ministro di smettere di rendersi ridicolo ogni volta, rimanendo almeno in silenzio.
Non si ride al funerale di tanti giovani “pistola” scornati da decenni di indifferenza politica. Specie se, in cima della piramide gerarchica, quelli che ci spiegano come va il mondo in Italia sono persone che non riescono a mettere in fila quattro parole in italiano.

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Una delle invocazioni più usuali, pericolose e paracule fra quelle che è possibile ascoltare in giro è quella di chi ti vuole “mettere al centro”. Tu vorresti magari essere lasciato in pace coi tuoi pensieri, invece c’è sempre qualcuno appostato dietro l’angolo, carico di ottime intenzioni, che ha deciso di metterti al centro. Può essere un’azienda (il cliente al centro), l’università (lo studente al centro), la politica o la pubblica amministrazione (il cittadino al centro). Io personalmente, non per sfiducia ma per pluriennale esperienza, quando incontro qualcuno che ha deciso di mettermi al centro cammino raso muro e cerco di allontanarmi senza dare nell’occhio.

Qualche anno fa uscendo dall’ufficio anagrafe di Forlì in un sabato mattina di sole, dopo aver fatto una fila di un’oretta per non ricordo quale incombenza burocratica, scrissi su Twitter una banalità. Che forse tutte quelle ore sprecate da migliaia di italiani potevano essere meglio gestite. Ricordo che mi rispose un entusiasta Matteo Renzi (che a quei tempi non era ancora Presidente del Consiglio) dicendomi che avevo ragione e che simili problemi organizzativi potevano e dovevano essere risolti rapidamente anche attraverso il digitale. Cosa c’è meglio del digitale per azzerare il mostro analogico della burocrazia italiana e rimettere finalmente il cittadino al centro?

Sono passati un po’ di anni da quel tweet e il cammino della PA digitale è stato lentissimo, pieno di buone intenzioni e giganteschi insuccessi. E nonostante tutto, per l’ostinazione di alcuni, ancora prova a ripartire. Nel frattempo pero’ il bilancio di SPID, della CIE e dell’anagrafe digitale è ampiamente fallimentare.

Fra qualche settimana partiamo per un viaggio e Francesca che ha 14 anni deve rinnovare il passaporto. I suoi genitori lavorano, lei va a scuola. L’ufficio passaporti della nostra città è aperto solo la mattina dalle 9,30 alle 12,30. Per rinnovare il passaporto di un minore è necessaria la presenza di entrambi i genitori (poi ho scoperto che in teoria è possibile produrre un paio di pezzi di carta per fare in modo che uno dei due almeno si eviti la fila in Questura ma nessuno per telefono si è degnato di dircelo) e del minore che ovviamente perderà alcune ore di lezione.

Ho cercato sul sito web della Questura di Forlì la frasetta solita sul cittadino al centro che in un simile contesto sembrerebbe del tutto appropriata: purtroppo non l’ho trovata. Così domattina andiamo in gita in questura in tre per un’incombenza burocratica delle più banali, fra marche da bollo da acquistare, fotografie da scattare e versamenti alle Poste da effettuare.

Magari aggiungerò anche un tweet a Mattero Renzi per fargli presente che nonostante tutti ripetano in continuazione che occorre mettere il cittadino al centro, sono passati 4 o 5 anni ed è ancora tutto esattamente come prima. Camminiamo con il sedere al muro, intimoriti dalla ceralacca dell’ultimo burocrate.

27
Mar

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Mettiamola così. Le probabilità che una persona adulta che non è in grado di organizzare un discorso in pubblico senza cacciarsi da solo nei guai, riesca ad occuparsi con profitto di problemi complessi (come per forza di cose capita al Ministro del Lavoro) sono modeste.