Il video del sindaco di Firenze che “scherza” il sindaco di Venezia urlandogli “Allah akbar” per molte persone che lo hanno commentato in queste ore rinfresca una certa idea di cosa significhi essere un cretino. E io, per carità, sono d’accordo. Che un politico, proprio in queste ore, trovi la verve per giochetti a tema del genere certamente dice molte cose, tutte poco edificati, su Dario Nardella. Eppure – sarà strano io – ma il fastidio maggiore che ho provato quando ho visto la scenetta sul sito di Repubblica non riguardava tanto la miseria di una simile battuta (ognuno di noi prima o poi dice cose impresentabili e fuori luogo) quanto il clima generale di tutta l’allegra combriccola. Che mi ricorda il celebre verso di Enzo Jannacci dedicato ai tifosi di calcio:


Quelli che quando perde l’Inter o il Milan dicono che in fondo è una partita di calcio e poi vanno a casa e picchiano i figli, oh yeh!



Ogni tanto inavvertivamente si scopre il dietro le quinte. Le facce serie e le espressioni compite, i proclami su Twitter o in TV, i toni pensosi, la angoscie per il futuro del Paese, tutta la retorica della comunicazione politica per un momento può essere dimenticata: ora è il momento di una piccola rimpatriata fra amiconi. Poco importa che il collega sindaco sia distante mille miglia da noi, abbia idee che noi dichiariamo pubblicamente come indecenti o pericolose o perfino fascistoidi: appena le telecamere si spengono è tutto un darsi gomitate divertite e goliardiche. L’elettore di centro sinistra che pensa tutto il male possibile di Brugnaro (ma ovviamente anche quello di centrodestra che detesta in ugual maniera Nardella) vede per un istante sollevarsi il velo dell’ipocrisia. Intercetta il sottotesto che è il chissenefrega generale che separa noi e loro, gli eletti e gli elettori. Il tifoso del Milan torna a casa la sera e celebra il lutto della sconfitta della sua squadra: in quel momento l’amato centravanti è in discoteca o a ripassarsi l’ultimo tatuaggio. Il povero elettore riformista vede un sindaco poco furbo di centro sinistra fraternizzare con l’avversario di mille battaglie. E va bene così: guai a farglielo notare che poi si finisce in un battibaleno nella schiera dei più noiosi moralisti.

Ieri pomeriggio (e un po’ anche oggi) il sito web de El Pais ha scelto di pubblicare foto e video molto crudi degli attentati di Barcellona. Si vedono i morti, i feriti, i corpi senza vita di bambini e adolescenti, gli arti deformati dalle fratture. Serve? È sbagliato? Non so. È una scelta. Una scelta che personalmente non condivido e che quasi nessun sito editoriale di qualità in Europa ha fatto ma è una scelta che rispetto anche se non mi piace. E questo accade per una semplice ragione: perché il sito web di El Pais è un sito web editoriale serio. È un sito giornalistico, nel senso più ampio del termine.

Nelle stesse ore il sito web del Corriere della Sera e quello de La Stampa hanno pubblicato le medesime immagini crude e drammatiche. C’era da aspettarselo del resto. Quelle stesse scene che Guardian, Le Monde, NYT e molti altro hanno visto e scartato erano in bella mostra su un paio dei più importanti siti web editoriali italiani. Succede così ogni volta.
In questo caso – specie nel caso del Corriere – mi spiace, il beneficio di inventario è molto pià difficile da concedere. Quel sito web, a differenza dell’austero quotidiano cartaceo che porta lo stesso nome, è ormai da tempo un serbatoio di stupidaggini acchiappaclick e di pornografia dell’orrore pronto uso. Tutti lo sanno. Ricopio qui alcuni titoli tratti dalla versione online in questo momento:


L’uomo che vive sui tacchi a spillo: «Sono etero. La mia fidanzata? Accetta» Foto

Federica Pellegrini, dopo l’addio a Magnini è amore con Gabriele Detti? Foto

«Abusata a 16 anni, ora riscopro la mia vita sessuale» I vostri racconti su WhatsApp

Leonessa si tuffa tra le braccia dello zoologo: il video è spettacolare

Sabrina Ferilli sirenetta ad Amalfi: bikini mozzafiato per l’attrice romana Foto

Elisabetta Canalis e la sua estate perfetta tra kick boxing e famiglia Video

Sirenetta in costume intero (a 52 anni): l’estate social di Simona Ventura foto

Pavel, il Gianluca Vacchi polacco: (ha speso tutto per sembrare più vecchio) foto


Dentro un simile diluvio di stupidaggini attiragonzi qualsiasi valutazione sulle scelte giornalistiche di pubblicare o meno quelle immagini orribili svanisce. La discussione sul dovere-diritto di cronaca va lasciata a chi fa il giornalista sul serio. Ovviamente non è questo il caso.






Quello che sta succedendo in USA a margine della chiusura del sito web dei Nazisti di Daily Stormer è molto importante e andrà seguito con attenzione. Non tanto per i nazisti in sè e nemmeno per gli imbarazzanti silenzi di Donald Trump al riguardo, ma per il futuro di Internet come la conosciamo.

Nell’America libertaria e ottimista dalla quale è nata la Rete molti anni fa Daily Stormer e i suoi orrori ideologici avrebbero trovato ospitalità come chiunque altro; Google e GoDaddy non avrebbero rifiutato la presenza online ai nazisti per “violazione dei Termini di Servizio” perché un dominio è solo un dominio, non un manifesto politico e non spetta ai gestori della piattaforma (se non in casi estremi) avventurarsi in valutazioni etiche su chi ammettere o non ammettere online.
La neutralità tecnologica, la sua stupidità architetturale, che è poi la ragione per cui Internet è diventata grande, è basata su questa separazione netta fra rete e contenuti; la rete è (era) aperta a tutti, anche ai peggiori di noi. Così è sempre stato fino ad oggi.





Combattere gli idioti di Daily Stormer sul diritto all’accesso invece che sulla qualità dei loro contenuti è un’ottima premessa per scardinare dall’interno le ragioni per cui Internet ancora oggi funziona. Quelli che esultano oggi perché i nazisti sono stati cacciati da Internet e sbattuti su TOR sembrano non capire che questo è il primo passo per ridurre domani le loro stesse libertà digitali.




L’umanità, francamente, ha un po’ rotto i coglioni. Lo dicono i telespettatori di Sky che interpellati con un sondaggio da telecomando, in schiacciante maggioranza, dicono che basta, è ora di finirla. Lo dicono i cittadini intervistati per strada, i colleghi di lavoro al desk lì accanto, le signore anziane dal fruttivendolo. Non so quando tutto questo sia iniziato, forse è perfino troppo complicato chiederselo. Magari è accaduto quando abbiamo iniziato a diventare “ricchi” (dove le virgolette servono a chiarire l’iperbole della ricchezza individuale in un Paese comunque con le pezze al culo) oppure quando ci è parso di essere sotto attacco (anche se, volendoli leggere, i numeri dicono cose abbastanza diverse). In ogni caso non mi pare esistano grandi dubbi che questo sia oggi il sentimento diffuso degli italiani sul tema migranti. Che sia merito delle intense e indecenti campagne disinformative della politica o della mediocrità dei media, che dipenda dalla nostra disperata necessità di sentirci protetti o da altre più complesse motivazioni culturali, il dato di fatto è che gli italiani, con il piccolo individualismo che li contraddistingue, ciò che impedisce loro – da sempre – di sentirsi “un Paese”, dei migranti non ne possono più.

Così non è strano che la politica li segua a ruota. Lasciando perdere per un momento quelli che del tema “stranieri” hanno fatto da anni un cavallo di battaglia, come i leghisti fin dai tempi in cui Borghezio girava per i treni regionali disinfestandoli dalle nigeriane con una bomboletta spray, non dovrà meravigliarci che perfino il governo del PD arda dal desiderio di interpretare i desiderata dei propri elettori. Il codice di comportamento delle ONG in mare ne è un esempio molto chiaro, il Ministro Minniti, che così tanto apprezzamento riceve negli uffici e dal fruttivendolo, ne è il perfetto interprete. Se domani Skytg24 indicesse una consultazione fra le patate da divano sul Ministro sono certo che gli apprezzamenti popolari andrebbero alle stelle. Perché l’umanità, francamente, non è più da tempo moneta di scambio fra la politica e i suoi elettori. È un sacchetto di rifiuti rancido del quale tutti cercano di liberarsi al più presto.







Così non è strano che una sindaca del PD di Codigoro pubblichi una lettera minatoria con il timbro del Comune rivolta ai cittadini che intendano aiutare i profughi e che nel suo partito, di fatto, non succeda nulla se si eccettua una fraterna tiratina di orecchie di “Matteo-aiutiamoli-a-casa-loro-Renzi”, raro esempio di boyscout che all’accoglienza e alla solidarietà da qualche tempo preferisce i fax verso numeri a caso del centro-africa: luoghi nei quali verosimilmente avranno finito la carta e nessuno leggerà nulla.

È una politica miserabile quella che annusa l’aria e poi sceglie di conseguenza. Ne avevamo a disposizione già discreti esempi; non sentivamo il bisogno che il PD si accodasse in maniera tanto ordinata. E se simili scelte coinvolgono e ostacolano intenzionalmente i migliori di noi, da Medici senza Frontiere ai rari esempi di italiani solidali verso il prossimo più sfortunato, è doppiamente miserabile. È una politica che ha perso ogni aspirazione di farsi interprete di una idea e che semplicemente governa il tempo reale senza troppi imbarazzi. Nulla di quello che dicono e fanno oggi questi signori potrà servirci in futuro per poter entrare dal fruttivendolo senza vergognarci di noi stessi.



Ascolta “S2E14. Paura e delirio alla Casa Bianca” su Spreaker.


Quasi tutti quelli che leggono questo blog probabilmente lo sanno già ma il lavoro giornalistico che da qualche anno Francesco Costa sta facendo sulla politica americana (sul Post e sulla sua newsletter di enorme successo) è una cosa che altrove in Italia semplicemente non esiste.

Sostengo da tempo che Google negli anni ha gradualmente impostato scelte di algoritmo forse efficaci da un punto di vista del business ma culturalmente sconsiderate. Oggi ho provato a impostare una ricerca sui vaccini e analizzato i primi 20 link che Google mi propone. Ecco alcune brevi considerazioni.





1) Come sempre, per qualsiasi ricerca, prevalgono le news in maniera del tutto sconsiderata. Non solo c’è una sezione in testa tratta da Google News (un’idea sensata) ma dei primi 20 link 15 riguardano pagine di news sulla recente approvazione della legge sulle vaccinazioni obbligatorie o sulle sezioni dei siti editoriali sul tema vaccini.

2) La voce wikipedia sui vaccini è precipitata in undicesima posizione (dietro un numero rilevante di link a news senza importanza archivistica), cannibalizzata dalla sneak preview che Google mette in alto a destra.

3) In compenso, a proposito di Fake News, in prima pagina in terza e quarta posizione sono linkati la pagina Facebook “Vaccini Basta” (terzo link) e il sito web no vax di Comilva (quarto link).


Gli elementi che si possono trarre da questa semplice ricerca sul lavoro dell’algoritmo di Google sono i soliti, due i fondamentali:

Un’ossessione ridicola per il tempo reale.
La perdita di ogni velleità documentale.

In pratica la search di Google negli anni, da luogo nel quale si poteva risalire agevolmente al senso delle cose, ha scelto di trasformarsi in una sorta di tabloid stupido da sfogliare in metropolitana.


Lorenza Boninu su FB:


Massimo, in verità la situazione è molto diversificata. Ci sono scuole disastrate come quelle descritte nel tuo post, scuole avanzatissime e scuole che procedono un po’ a vista, ma provano a cavarsela. Gli interventi del Ministero, che pure ha stanziato un bel po’ di soldi, fra PON e bandi vari, per non parlare del PNSD (oggi celebrato al MIUR), sono stati un po’ come i semi della parabola evangelica: hanno dato frutti laddove il terreno era favorevole, per il resto sono rimasti inefficaci o hanno fornito risultati mediocri. Insomma, continuando con le metafore religiose, si potrebbe dire che hanno funzionato secondo il noto effetto di San Matteo: a chi ha sarà dato, a chi non ha niente sarà tolto anche quello che ha. Infine il ruolo dell’animatore digitale, sul quale tanta retorica è stata spesa, nel bene o nel male. Ne so qualcosa, dal momento che lo rivesto nella mia scuola: se la figura fosse stata davvero ritenuta strategica, bisognava investire molto di più e meglio sulla sua formazione e sul suo compenso. Anche in questo caso tutto è legato alla discrezionalità delle singole istituzioni: chi è stato pagato (poco, in genere), chi non ha visto un euro. Tutto questo a prescindere da impegno o risultati (anche perché il ruolo non è stato definito in modo chiaro). Personalmente ho fatto qualcosa, ma a fronte di 380 euro lordi per un anno di lavoro che la mia scuola ha ritenuto di corrispondermi, non mi sono rotta il collo, considerando prioritario il mio lavoro di insegnante in classe. Si vuole che il docente svolga una funzione efficace di”middle management” nella scuola dell’autonomia, che è assai complessa, anche dal punto di vista burocratico? Che lo si paghi di conseguenza. Un’ultima osservazione: non esiste un “software di stato” per registro elettronico etc etc. “Nuvola”, il software che il genitore del tuo post cita, è certificato dal MIUR e aderisce al progetto SIIS (Sistema Informativo Integrato delle Scuole) che garantisce l’interoperabilità fra gli applicativi di treze parti adottati nelle scuole e la piattaforma SIDI (Sistema Informativo dell’Istruzione) del MIUR. Sono scelte non delle scuole, ma del Ministero, quindi politiche. Fra parentesi: la scuola e i suoi sussulti innovativi sono terreno di caccia per quella che si definisce “marketisation of education”, ovvero una privatizzazione strisciante di servizi e attività ( a partire dalla formazione degli insegnanti). Perdona la lunghezza, volevo far capire che l’arretratezza digitale della scuola italiana ha molte facce: come ho scritto sopra, ci sono isole felici dove si sperimenta molto e bene. E’ il sistema nel complesso che è assai contraddittorio, anche perché i vertici, in verità sembrano talvolta un po’ confusi, ad essere generosi.


Ricopio integralmente il commento di Fabrizio al post precedente a questo, Un contributo dall’interno che spegne molti ardori sulla scuola digitale.

Ti racconto a spanne una realtà che ho presente.
Parliamo di un istituto con 3 plessi scolastici: due scuole elementari e una media, in provincia di Monza e Brianza.

– Il ‘server’ ove stanno dei documenti è un Windows 98.
– Han un’adsl per ogni plesso. Personalmente mi han chiesto cifre astronomiche per avere una 20mbit/s simmetrica a me come privato/azienza,
per cui che arrivi una 100mbit/s entro il 2020 non riesco a crederci minimamente.
– Ci hanno messo diversi anni a dotare ogni aula di una LIM. Fondamentalmente pagandole con delle donazioni di una società di eventi che organizza una festa nel giardino della scuola, lotterie, qualcosa dal comune.

– Usano un software, questo: https://scuoladigitale.info/ per tutto.
Non ho mai capito se gli è stato imposto nè chi l’ha pagato.
Mi sfugge perchè l’amministrazione di una scuola pubblica (compreso il registro elettronico etc) sia nelle mani di un sito web di una società di terze parti, nè chi garantisce la sicurezza, nè cosa può succedere un domani se tale progetto viene abbandonato. Parliamo di un software usato da oltre 900 istituti in tutta Italia.
In generale, non capisco perchè un istituto pubblico debba usare un software di terzi e non qualcosa dello stato.

Ovviamente, essendo web-based, quando l’adsl è satura o cade, vanno di carta per poi ricopiare quando torna online.

– Tutte le mail scolastiche, compresa segreteria, @gmail o @libero o simili. Il dominio è un vecchio WordPress obsoleto, ma nessuno si può o vuole occupare di aggiornare il sito.

– Il docente che sta cercando di occuparsene (n.b. prof di Matematica) mi ha chiesto un aiuto.
A suo dire, tutta la gestione informatica era in mano a un genitore che se ne intendeva un po’, che ora non c’è più.
Lui non vorrebbe occuparsene, ma nessun’altro mastica l’argomento.
Per dire, ha cambiato un minimo di sicurezza nella configurazione del Wifi, e gli è stato detto di ripristinare perchè
“l’associazione che usa la palestra la sera ha ora problemi a connettersi a internet”.
Mi ha chiesto consiglio sull’acquistare un firewall. Gli ho detto per iniziare di fare una rete Guest del WiFi, per evitare che esterni connessi al Wifi della scuola (es. associazione sopra-citata) possano raggiungere pc in rete (un minimo per evitare propagazione ransomware in rete).
Non sapeva di cosa parlavo. Il suo tempo libero che può dedicare è praticamente oberato dal tener puliti e aggiornati i pc.

Tutto questo per dire che onestamente mi pare abbastanza irrilevante se una scuola sia connessa in banda larga o no.
Non dubito dei potenziali vantaggi, ma la realtà che conosco affronta problemi ben più gravi e con zero consapevolezza.

In realtà il problema più grave in assoluto “Scuola Vs Informatica” per loro è l’avvento di WhatsApp/Facebook.
Problemi di bullismo nelle chat dei ragazzi, chat genitori che confabulano/complottano e riempiono le riunioni con problemi inesistenti.
E’ brutto da dire, ma si lavorava meglio quando i genitori non partecipavano alla vita scolastica.

Un esempio: le maestre hanno un “contatore fotocopie” e non ci stanno dentro a far tutte le fotocopie che servono per la didattica.
Come rappresentante di classe, proposi l’acquisto da parte dei genitori di una stampante da regalare ai docenti (una stupidata, al posto del solito pensierino di fine anno).
3 mesi di discussioni e poi tutto a tarallucci e vino, perchè un genitore su WhatsApp ha convinto gran parte degli altri (inoltrando un servizio delle Iene) a portare la questione al consiglio d’istituto, argomento: le stampanti moderne emettono polveri sottili nocive ai bambini.

OT2: Come diceva un tuo follower su Twitter, chiedono ai genitori di portare la carta igenica.

Un rappresentante di classe in una scuola probabilmente normale.