La grande maggioranza delle persone che parla dei rapporti fra bullismo e rete lo fa senza aver letto un solo dato. Cita comunicati stampa o improbabili studi statistici eseguiti per conto di osti che spiegano quanto il loro vino sia buono. Questo accade, da molti anni, per due ragioni fondamentali: perché la superficialità è un cardine ideologico di questo Paese e perché, anche volendo, di numeri onesti sul fenomeno non ne esistono. Nessuno li ha mai prodotti. Pew Research in Italia deve ancora essere inventato.


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Così oggi la senatrice Elena Ferrara del PD ha rilasciato la solita intervista a Repubblica nella quale moralismo, cattive idee e false informazioni si uniscono perfettamente. Ovviamente la Senatrice ha in mente di produrre l’ennesimo disegno di legge contro il cyberbullismo. Tralascio la parte comica nella quale la Ferrara propone di “pensare uno smartphone che sia child friendly, configurato per non consentire l’accesso a siti per adulti“, la cui attinenza col tema in questo momento mi sfugge, per citare la parte in cui risponde alla solita domanda nella solita maniera:


D: Si puà parlare di emegenza in Italia?
R: “Dalla ricerca realizzata da Ipsos per Save The Children leggiamo che i due terzi dei minori italiani riconoscono nel cyberbullismo la principale minaccia sui banchi di scuola, nella propria cameretta, sul campo di calcio.”


Ebbene questa è una sciocchezza mille volte ripetuta. Ripeterla mille volte non aiuterà a renderla vera. Vediamo meglio.

Già Carola Frediani e Fabio Chiusi su Wired qualche tempo fa avevano meritoriamente sottolineato che la famigerata ricerca in questione non si riferisce alla rete ma al bullismo in generale. E comunque sia, non è nemmeno questo il punto. Il punto non è neanche che la ricerca che ogni anno Save The Children commissiona a Ipsos sia una ricerca a tema che serve ad una associazione per valorizzare prima di tutto se stessa. Il punto fondamentale è che, secondo me, questo tipo di ricerca non ha alcun valore, perché cerca i numeri per dimostrare una tesi e non si propone di indagare un mondo. Vi faccio un paio di esempi.

Sepolta da qualche parte c’è la ricerca analoga che Ipsos ha prodotto nel 2013. Su questi numeri, una valanga di numeri, dico solo due cose. La prima: i numeri contenuti nella prima parte dello studio sulla diffusione dell’utilizzo della rete e degli strumenti tecnologici sono abbastanza incredibili. O meglio sono assai distanti da ogni ricerca che il Censis e l’Istat producono annualmente sulla penetrazione della rete e del PC nelle case degli italiani.

Se decidiamo di fidarci dovremo ammettere che il digital divide italiano è del tutto azzerato, oltre il 90% dei ragazzi hanno un PC a casa, quasi tutti navigano su Internet un numero molto alto di ore al giorno. Tutto questo è abbastanza improbabile.

Seconda questione: domande fondamentali come quella su quanto i ragazzi si sentano minacciati in rete perdono totalmente di senso se la domanda è chiusa ed è formulata in maniera interessata.


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Agli 800 intervistati è stato chiesto quali fra questi rischi percepisce come più immediato (stiamo parlando di adolescenti ovviamente, le risposte le potete leggere qui sopra). Mentre la sintesi di Save The Children è questa:


Cyber bullismo: Save the Children, il 72% degli adolescenti e giovanissimi italiani lo avverte come il fenomeno sociale più pericoloso del proprio tempo.


È il caso di notare che anche nel 2013, come nel 2014 per sbadatezza SaveTheChidren confondeva bullismo con cyberbullismo, in altre parole incolpava la rete di pratiche che attengono in larga misura agli ambiti della vita reale. Curioso.

La sostanza è che un dodicenne, di fronte ad una domanda multipla fra bullismo (non cyber), droga, molestie, malattie sessualmente trasmissibili, alcool ecc, per come la vedo io, sceglierà bullismo per ovvie ragioni. Anche mia figlia, credo, farebbe lo stesso. Un imbecille in classe che ti dia fastidio non è così difficile da trovare, una malattia sessualmente trasmessa, lo è molto di più. Questo ovviamente non significa in nessuna maniera che il 72% degli adolescenti pensi che il cyberbullismo (o il bullismo) sia il fenomeno più pericoloso del loro tempo.

Poi qualcuno in cattiva fede aggiungerà il prefisso cyber ma la sostanza è che la domanda è fondamentalmente mal posta, è intellettualmente poco onesta, invece che descrivere un mondo disegna un percorso intenzionale.

Questo percorso intenzionale è uno dei grandi problemi di questo Paese perché una ricerca a tesi come questa, pagata da una società che ha interessi ovvi affinché lo scenario dipinto dai numeri sia in qualche maniera aderente alla propria centralità (accade continuamente, anche con altri soggetti onnipresenti come Telefono Azzurro e il Moige) poi approda senza alcun filtro sui media. Anche da quelle parti, per superficialità o cialtroneria nessuno ha interesse a produrre qualcosa di diverso dal copia-incolla solito di un comunicato stampa che nessuno in redazione ha letto; nessuno che si chieda dove nascano simili numeri, se siano plausibili o no, se combacino con altri numeri simili. Quindi i giornali pubblicano (tutti) valanghe di stronzate non controllate (è una novità? no, non lo è) .

Utilizzando simili informazioni, anche questa volta senza alcun controllo, Senatori come Elena Ferrara, sull’onda della commozione legata al suicidio di una ragazza, propongono disegni di legge, invocano prese di posizione e soluzioni rapide. Il trionfo del pressapochismo.

È brutto da dire ma la cialtroneria diffusa di simili percorsi genera mostri ogni volta uguali. Perché questo non accada, perché il bene dei nostri figli sia affidato nelle mani di legislatori, controllori e educatori di cui sia possibile fidarci, abbiamo prima di tutto bisogno di dati autentici, neutrali, raccolti fuori da ogni conflitto di interesse e divulgati dai media dopo un minuzioso controllo di senso e verosimiglianza. I nostri figli e le loro relazioni con la tecnologia, i rischi che corrono on line e le tragedie che talvolta accadono sono troppo importanti per essere lasciati nelle mani di questa gente

La deprimente nuova stazione dell’Alta Velocità di Bologna è uno specchio di questo Paese. Paradossalmente è un segno della parte migliore di questo Paese che si è incamminata da tempo per diventare uguale a quella peggiore. Ogni volta che ci passo mi chiedo come sia possibile che un viaggiatore qualsiasi sia sottoposto ad un simile spettacolo. Penso ad un turista straniero che la attraversa e mi vergogno per noi. Un luogo orrendo, aperto ben prima di essere anche solo lontanamente terminato, freddo e deprimente, scomodissimo da utilizzare.

Settimana scorsa, passando, ho fatto qualche foto:

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L’interpiano fra la stazione e il livello della vecchia stazione (quello che secondo i piani dovrebbe diventare un luogo pieno di boutique stile aeroporto e che per ora fa in modo che aumentino le chance di perdere la coincidenza)


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L’accesso alle scale mobili.

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Botola semiaperta con groviglio di cavi elettrici sotto i piedi della addetta FFSS messa in gabbiotto da cartomante in mezzo alla sala d’attesa


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Cabinotto tecnico nuovo chiuso con il nastro isolante.


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Trappola per topi sul marciapiede in cui si attende il treno

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(via Tiscali Tech Alchemist)

Claudio Giunta su Internazionale sulle ambasciate tagliate dal Governo Renzi:


Ma ero stato sedotto dal famoso effetto-annuncio. Qualche giorno fa è uscito il decreto del governo in materia, eccolo:

Soppressione di quattro ambasciate e della rappresentanza permanente presso l’Unesco

Il Consiglio dei Ministri ha deliberato l’approvazione di cinque provvedimenti da emanarsi con decreto del Presidente della Repubblica che recano, in attuazione del decreto-legge n. 95 del 2012 (spending review) e della normativa di settore, la soppressione delle Ambasciate in Tegucigalpa (Honduras), Reykjavik (Islanda), Santo Domingo (Repubblica Dominicana), Nouakchott (Mauritania), nonché la soppressione della Rappresentanza permanente presso l’UNESCO in Parigi.

Da questo che è un documento ufficiale del governo risulta dunque che verranno soppresse “quattro ambasciate”: Tegucigalpa, Reykjavík, Santo Domingo, Nouakchott. Solo che a Nouakchott non c’è un’ambasciata italiana, ma un consolato onorario, e la stessa cosa vale per Reykjavík. Evidentemente la creatività degli uffici stampa ha contagiato anche chi redige i comunicati del governo italiano, che non teme di esagerare, cioè di scrivere il falso (e con successo, dato che tutti i giornali si sono fidati e hanno intitolato serenamente “Il governo taglia quattro ambasciate”).



(via @roccofelici su Twitter)

La notizia dell’intervento neurochirurgico di GianRoberto Casaleggio è una notizia, nella esiguità dei particolari diffusi, estremamente preoccupante. Sulla cronica difficoltà dell’opinione pubblica italiana ad accedere a informazioni sanitarie corrette e circostanziate su persone più o meno pubbliche (per la verità Casaleggio pubblico lo è abbastanza poco) giocano mille fattori differenti e anche, più in generale, un approccio informativo materno, consolante e molto poco scientifico. Sia come sia io sulla diffusione più o meno ampia di simili dati davvero non ho un parere chiaro. L’infarto di un Ministro della Repubblica è stato descritto sui media come “sindrome coronarica acuta”, senza ulteriori specificazioni. È accaduto giusto qualche settimana fa (prima che Franceschini dicesse a Cazzullo in un’intervista al Corriere che aveva effettivamente avuto un infarto). Per conto mio i media non ci fanno una gran figura a raccontare sempre l’approccio minimizzante che è quello che istintivamente ciascuno di noi ha di fronte alla malattia improvvisa. Oggi su Casaleggio Repubblica scrive in maniera sibillina:


Secondo indiscrezioni, l’operazione si è resa necessaria per far fronte a un edema che avrebbe potuto creargli serie conseguenze. Ma il tempestivo intervento dei chirurghi è servito a risolvere il problema.


Anche questa indiscrezione è un’espressione consolatoria di quelle che si leggono spesso in Italia in situazioni del genere: l’edema è in questi casi la conseguenza di una patologia. Eliminare l’edema talvolta è indispensabile (serve di solito a ridurre l’ipertensione endocranica che può uccidere il paziente) ma è ovvio che eliminare l’edema non risolve il problema (del quale l’edema è la conseguenza) qualunque esso sia. In un numero discretamente rilevante di casi l’edema cerebrale chirurgico sottende un problema molto serio, in altri, per fortuna, meno. Possiamo rispettare la privacy di Casaleggio e della sua famiglia e scrivere che ha subito un intervento neurochirurgico senza dare ulteriori particolari. Non possiamo raccontare ai lettori che una volta rimosso l’edema ogni cosa sia improvvisamente tornata a posto. A meno che non decidiamo di spiegare perché.


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Al minuto 42.40 di questa puntata di Gazebo di due giorni fa (la corrispondenza da Londra di David Allegranti è tutta bellissima vi consiglio di guardarla, il video lo avrei anche embeddato ma il player di Rai.tv fa schifo) Marco Tardelli dice:


“In politica io non sono molto ferrato”


Oggi il PD lo ha candidato alle Elezioni Europee.




(via Il Post)

Secondo Theresa Cha, una portavoce di Samsung contattata dal Washington Post, il selfie di Ortiz con Obama – realizzato con un telefono dell’azienda, il Galaxy Note 3 – è stato scattato a fini pubblicitari: David Ortiz ha infatti firmato un contratto con l’azienda lunedì 31 marzo, il giorno prima di visitare la Casa Bianca, e si è accordato per la foto con alcuni membri di Samsung Mobile, la divisione che si occupa della vendita dei telefoni. Cha ha spiegato che «in pratica, loro [i dipendenti di Samsung] hanno saputo che David avrebbe visitato la Casa Bianca, e quindi si sono messi d’accordo con lui per pianificare la cosa. Non sapevano, però, quali foto sarebbe stato in grado di scattare». Samsung ha poi ritwittato dal profilo americano di Samsung Mobile la foto scattata da Ortiz.



La storiella dell’autoscatto (la mia religione mi impedisce di utilizzare l’orrido neologismo “selfie”) di David Ortiz con Obama, concordato dal giocatore di baseball con Samsung, è un’altra utile dimostrazione della degenerazione di un mondo nel quale nulla è mai come sembra e quasi sempre è peggio di come appare.


(via Il Post)

Poi, entrando nel merito di questa scelta del governo britannico, asserire che “non sembra che gli autori anglosassoni stiano morendo di fame“ è un errore grossolano. Il direttore Giardina infatti è informato male: poche settimane fa, tutti i giornali inglesi, a partire dall’autorevolissimo Telegraph, e anche alcune testate italiane, riportavano la protesta della Musicians Union (MU) – l’associazione che rappresenta ‘giganti’ come Paul McCartney, Mick Jagger e Rod Stewart – scesa in campo per chiedere che il compenso per la creatività sia riconosciuto anche nella patria del pop.



Che la SIAE abbia ghost writer di modesto livello ed il tatto istituzionale dell’elefante in cristalleria si sapeva. Basti citare le recenti castronerie contenute in una spassosa lettera al Corriere firmata Gino Paoli. Non si spiega in altra maniera del resto questa velocissima e rancorosa risposta che l’Associazione degli Editori ha mandato a DDAY in risposta ad un editoriale per la verità assai pacato del suo direttore Gianfranco Giardina. Personalmente la parte che preferisco è “l’autorevolissimo Telegraph” espressione coniata da qualcuno che della stampa inglese ha evidentemente un’idea piuttosto vaga.

Confesso che guardo da tempo con un misto di fiducia e pessimismo questi primi mesi del tentativo Renzi. Molto cose mi piacciono molte altre mi infastidiscono. E mi fa bene leggere punti di vista non preconfezionati al riguardo da parte di persone che stimo. Così oggi, per casualità vi segnalo due articoli anti-Renzi che mi hanno colpito. Il primo lo ha scritto Malvino, splendidamente cattivo as usual:

Così, ci tocca sentirci dire che i padri costituenti erano barbosi scassacazzi che l’hanno messa giù un po’ troppo pesante solo perché traumatizzati dal fascismo, poverini, mentre il nuovo mago delle televendite ha fegato, e polso, e coglioni, si vede dalla grinta che mette nell’urlare: «E qui, siore e siori, mi voglio rovinare: aggiungo alla riforma costituzionale il taglio di un miliardo alla politica». Sputacchia un poco su quelli in prima fila perché ha una lieve micrognazia, ma mica è detto che l’Uomo della Provvidenza debba per forza essere un mascelluto, basta sappia galvanizzare i fessi e strizzare l’occhio ai furbi.



Il secondo lo ha scritto Christian Raimo su Il Post che devo ringraziare per la citazione non banale di Nick Kamen:

Questi dubbi non sfiorano i sostenitori di Renzi e del suo piglio decisionista. Ieri la cloud socialnetworkara di chi si interessa di politica è stata elettrizzata dal sedicente scoop di Claudio Cerasa, che dal suo blog sul Foglio, aveva scovato un disegno di legge del 1985 in cui Rodotà (Rodotà-tà-tà, come lo chiama con gran simpatia Cerasa), insieme ad altri proponeva il monocameralismo. A parte il modo non so quanto corretto di riprendere idee di trent’anni fa (in un mondo in cui esisteva il Pci, la Democrazia Cristiana, il brigatismo rosso, ?ernenko e Nick Kamen) e inchiodarci le persone (io per dire, nel 1985, ero perché in Italia governassero gli sceriffi e volevo essere uno di loro), sarebbe stato utile leggersi in maniera attenta quel disegno di legge.



Leggeteli, che vi piaccia Renzi oppure no.