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Gen




Pensa Massimo se ti avessero detto – chessò, tre anni fa – che a un certo punto, tipo tre anni dopo, cioè, per esempio, ora, pensa se ti avessero detto che l’unica speranza minima e possibile per il tuo Paese così politicamente affondato era Pizzarotti. Pizzarotti? avresti chiesto. Pizzarotti il sindaco di Parma? Pizzarotti l’ex grillino illuminato? Ma non scherzare, dai. Fai il bravo, su. Pizzarotti, figuriamoci. E invece guarda tre anni dopo come è cambiata la visuale, come si è fatta sottile la feritoia del possibile.

“Discutere di Proust con chi non ha mai letto Proust”. Dalla bella lettera di addio di due dei fondatori di Le parole e le cose

Quando abbiamo fondato «Le parole e le cose» insieme a Massimo Gezzi, non eravamo certo dei pionieri. Semmai degli epigoni. Nel settembre del 2011 Internet aveva già trasformato il modo di parlare di cultura da almeno un decennio. Sui giornali e sulle riviste cartacee che leggevamo e per le quali scrivevamo la critica militante e la discussione culturale erano quasi scomparse; i siti letterari sembravano averle resuscitate e al tempo stesso trasformate. Erano il corrispettivo delle riviste politico-letterarie degli ultimi due secoli, ma lo erano in modo inedito.

Noi venivamo dalla cultura cartacea, e perdipiù dall’accademia, che ferma gli orologi; eravamo abituati a parlare di letteratura in forme molto diverse da quelle che circolavano in rete negli anni Zero. Per formazione e per temperamento non eravamo e non siamo adatti a stare in rete. Sui siti letterari leggevamo cose che nel dibattito degli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta sarebbero state impensabili, e che ci suscitavano dei sentimenti misti. Scorrere le pagine di «Nazione indiana», in particolare, era per molti versi sorprendente. La metamorfosi più vistosa riguardava le maniere: scrittori, critici e lettori si delegittimavano, si insultavano senza problemi, si trollavano, si davano del tu a prescindere; le discussioni erano selvagge e includevano una quantità enorme di equivoci e di errori; la riflessione razionale si mescolava senza filtri alla ricerca di visibilità, all’espressione di sé o all’esibizionismo puro. Il dibattito era orizzontale e caotico: scrittori affermati parlavano con perfetti sconosciuti, magari eteronimi; persone che avevano una firma si scontravano con personaggi dal nickname cretino che potevano tranquillamente avere sedici anni, e a volte ce li avevano davvero. Le affinità letterarie e politiche sembravano contare tanto quanto gli interessi, le convenienze, le amicizie, che peraltro si sfasciavano e si riformavano vorticosamente, come succede in un’epoca nella quale gli interessi personali contano più delle appartenenze. La dépense era estrema: alcuni dibattiti duravano a ritmi intensissimi per giorni, o settimane, come se gli interlocutori non avessero nulla da fare nella vita, inseguendo un sentimento del tempo che qualche anno dopo i social network avrebbero reso normale, ma che all’epoca era nuovo, era d’avanguardia. Nelle pagine di «Nazione indiana» sembravano galleggiare gli effetti di alcuni momenti decisivi della storia psichica e sociale recente: la rivoluzione delle maniere esplosa col Sessantotto e con gli anni Settanta, per esempio, ma anche il soggettivismo irrelato, autopromozionale degli anni Ottanta e Novanta, spesso sedicente di sinistra, in realtà inconsciamente neoliberale – modi di essere in apparenza distanti, con radici lontane, ma uniti, alla fine, da quella forma di individualismo anarcoide che è l’ethos dominante del nostro tempo.

Il fenomeno aveva una sua barbarica vitalità e una sua necessità epocale; per certi versi era tragico, o almeno un po’ umiliante, per altri versi ilare, liberatorio e a volte perfino divertente. Faceva emergere alcuni tratti dello Zeitgeist: il narcisismo di massa, l’approssimazione come dato di fondo del dibattito contemporaneo, nell’epoca in cui la divisione del lavoro intellettuale e la quantità di informazioni in flusso rendono impossibile parlare dei problemi di fondo senza risultare approssimativi; ma anche la debolezza delle gerarchie ufficiali, la creatività diffusa, la presenza di outsider intelligentissimi e non toccati dal danno della storia per la vita, privi di riverenza e di paura. Sui siti culturali poteva e può capitare di discutere di Proust con chi non ha mai letto Proust ma pretende di avere un’opinione su Proust; però capitava e capita di leggere commenti di sconosciuti che dicono cose più intelligenti degli autori che hanno una firma e, in teoria, una competenza. Del resto alcuni dei più importanti scrittori degli ultimi vent’anni, marginali rispetto ai circuiti consolidati, sono emersi grazie a internet, insieme a un gruppo nutrito di cialtroni di cui non si sentiva la mancanza.



(Mattarella rocks)

Visto che è una cosa che ritorna, e che mi viene chiesta spesso, e che non è nemmeno semplicissima, approfitto di un lungo pezzo che Michele Smargiassi ha pubblicato su Repubblica per chiarire quello che penso e che ho sempre pensato della celebre frase di Umberto Eco sugli imbecilli.

Non è semplice farlo, per due ragioni sostanziali.
La prima è che Umberto Eco è stato un mito intellettuale di questo Paese ed i miti, da noi, per antico vizio di superficialità, anche quando hanno torto (capita a tutti prima o poi), non possono essere discussi.
La seconda è che – nel caso specifico – la frase di Eco è diffusamente percepita come vera o, almeno, plausibile. È l’esperienza di ognuno di noi che ce lo indica. Noi lo abbiamo pensato ma ora lo dice anche Umberto Eco, quindi non ci siamo ingannati, sarà certamente così.

La somma di questi due preconcetti rende la frase sugli imbecilli, persone che un tempo spargevano facezie al massimo di fronte ad un paio di avventori al bar e che oggi invece pontificano davanti a platee digitali gigantesche, praticamente inattaccabile. Chiunque oserà metterla in discussione sarà immediatamente considerato un pallone gonfiato (se va bene) o direttamente un imbecille pure lui.

Corriamo il rischio, allora.

Internet non è un mass media. Non lo è mai stato nelle intenzioni di chi ne ha costruito l’architettura. Eco da quando ha iniziato a parlarne, ossia negli ultimi 15 circa della sua vita, ha trattato la rete spesso come tale. Ha immaginato ognuno di noi come un emettitore con una folla intorno. Solo che così non è mai stato.

Internet funziona decentemente a una sola condizione: che diventi per chi lo utilizza un medium individuale. Uno strumento nel quale il flusso è autoimposto e autoregolato. Sono io su Internet che scelgo cosa “vedere” e cosa no. Cosa dire e cosa tacere. La qualità che mi raggiunge, che condiziona i miei pensieri ed i miei punti di vista, dipenderà insomma per la prima volta da me.

Se gli imbecilli diventeranno per me tanto rilevanti solo due ipotesi saranno possibili: o sono un etnologo col taccuino in mano o sono un imbecille pure io.

Questa idea di autodeterminazione delle scelte culturali collide con un sacco di cose: una di queste è il pensiero novecentesco sul ruolo degli intellettuali. Forse sarà per questo che una simile ipotesi per un intellettuale è del tutto inconcepibile? Se non sarò più io la guida, allora io, cosa sarò?

Ma al di là delle illazioni (questa qui sopra lo è), un’altra delle quali riguarda l’immobilità della pietra, vale a dire l’incapacità di tutti noi adulti ed anziani a riconoscere il valore dei tempi attuali, impegnati come siamo a non meravigliarci più di niente*, perché la frase di Eco sugli imbecilli resta sostanzialmente solida? Perché Internet negli ultimi anni è andata spesso assomigliando a un medium di massa. Le persone hanno iniziato a riunirsi dentro grandi piattaforme comuni, invece che restarsene isolate a spiluccare in giro dalla superficie della sfera. Anche se Facebook non è nemmeno lui un medium da uno a molti col tempo ha iniziato a proporre/imporre scelte di architettura che indirizzano il flusso (le bolle, gli algoritmi per venderci alcune cose o vietarcene altre). Facebook insomma oggi favorisce certamente gli imbecilli e la disseminazione del loro verbo, esattamente come affermato da Eco.

Facebook è un social network per imbecilli, segnatevelo.

Ma questo avviene non per una caratteristica intrinseca dei social network ma perché si tratta di strumenti potenti nella mani di utilizzatori elementari. Zuckerberg, in altre parole, ha scavato una nicchia (poi diventata enorme) dentro il deficit di educazione digitale dei cittadini.

Già oggi per il cittadino digitalmente competente (abbiate pazienza) gli imbecilli sui social non solo non sono un problema ma proprio non esistono. Non li vede, a meno che non lo voglia, non li ascolta, le loro stupide parole non condizionano alcunché. Per costoro la frase di Eco è quella di un palombaro che canta il Nessun dorma nelle profondità degli abissi.

Ma per tutti gli altri che incidentalmente sono la maggioranza? Per loro è pura verità ed esperienza quotidiana.

Quale sarebbe allora il ruolo degli intellettuali, sempre che ne esista uno, oggi? Io credo sia quello di indicare come affrancarsi dagli imbecilli, quello di sottolineare strumenti e luoghi di rete nei quali migliorare consapevolezze e competenze. Quello di spiegare, invece che dedicarsi al solito al lupo al lupo, quante opportunità ci siano per tutti, a portata di mano, come mai è accaduto in passato.

Per questo la frase di Eco sugli imbecilli trovo sia una frase sostanzialmente sbagliata. Perché, come accade spesso da noi, osserva la battaglia dalla parte sbagliata della barricata. Quella facile e consolatoria. Si concentra sui detriti ignorando i diamanti. Ed è l’errore più consistente che un intellettuale possa fare. Occuparsi del trascurabile ignorando la scintilla appena scoccata.





* Natalia Ginzburg, La vecchiaia

Come forse qualcuno avrà notato mi è venuta una fissazione per le poesie di Raffaello Baldini. È una cosa che mi capita. Una volta è Domenico Gnoli, un’altra è Benedetti Michelangeli, un’altra ancora è Annie Ernaux o una band sconosciuta. Capita, e Internet, come sapete, è meravigliosa per questi innamoramenti.

Nel post prima di questo c’è la versione in dialetto recitata dallo stesso Baldini di una sua poesia che si chiama “Coglioni”. Per i molti che faticano a comprendere il romagnolo di Santarcangelo (fra i quali io) metto qui sopra la sua versione in italiano:


Coglioni

Si dice bene i coglioni, ma loro, io ne conosco più d’uno, si credono d’essere, non lo sanno che sono dei coglioni, e si sposano, hanno figli, e i figli sono figli di coglioni, che io non dico mica, il babbo è il babbo, tu non abbia da voler bene al tuo babbo, portargli rispetto, però questi figli, non lo so, io, non se n’accorgono? Quando parlano con il loro babbo, non lo vedono, non lo sentono? O sono coglioni anche loro? Che allora lì è fatica, fra coglioni, ecco, sì, no, c’è delle volte che gli scappa detto: il mio babbo è un coglione, ma in un altro senso, nel senso che è buono, che è un galantuomo, che questo però è un discorso, come sarebbe allora? i galantuomini sono dei poveri coglioni? Intendiamoci, può essere che un coglione sia un galantuomo, può essere che sia buono, ma può essere anche cattivo, ci sono i buoni e i cattivi anche tra i coglioni, coglione non vuol mica dire, uno è un coglione, ma può andare vestito bene, portare gli occhiali, può essere anche, guarda io quello che ti dico, può essere anche intelligente, e nello stesso tempo coglione, che è un caso eccezionale, ma succede, essere coglione è una cosa, può essere tutto un coglione, puà essere anche istruito, può essere perfino laureato, certo che se è ignorante, i coglioni ignoranti, quelli sono una disgrazia, non si ragiona, è come parlare al muro, e prepotenti, che uno, io capisco, quando dico che un coglione può essere tutto, uno può rimanere disorientato, gli viene da dire: allora se uno è un coglione, in cosa si distingue? Insomma, cosa vuol dire essere un coglione? cos’è la coglionaggine? Eh, questa è una domanda, è fatica, come si può dire? Fammi pensare, non c’è un esempio? ecco, i coglioni fanne le cose alla rovescia, e tu li vedi che sbagliano, tu lo sai come andrebbero fatte, provi a dirglielo, anche con le buone maniere, ma loro niente, tirano dritto, tu cerchi di dargli una mano, di metterli sulla buona strada, loro ti guardano con un’aria: adesso cosa vuole questa testa di cazzo? e allora va a finire che t’arrabbi: Sono dei coglioni! Ti sfoghi in piazza, e in piazza c’è anche qualcuno che ti ascolta: Hai ragione, sono coglioni, però. Però? Cosa si può fare? sono tanti, comandano loro.



Certo, può essere considerata una fotografia della attuale situazione politica. Lo dico senza ironia: “sono tanti comandano loro”, il poeta ha sicuramente ragione, oggi più che mai.

Eppure c’è come qualcosa di incompiuto in tutto questo, nella poesia nella metafora e in tutto il resto. Pur con i toni dolci e gentili di Baldini e dentro una certa rudezza del linguaggio che molti dialetti hanno, esiste un non detto che mi ronza intorno alla testa da un po’. Sarà forse per quello che qualche sera fa ho sottolineato con un po’ di fastidio un tweet (uno dei tanti) virile e maleducato di Luigi Marattin, capogruppo del PD in Commissione Bilancio (per quello che vuol dire) contro il governo di “cialtroni” e futuri “disoccupati” a tutt’oggi, per qualche ragione, regolarmente in carica. Un tweet ovviamente seguito da un tripudio giacobino di vigorosi assensi.



Sarà per questa sensazione di incompletezza che fra ieri e oggi ho seguito le vaste ironie piovute su Di Maio e Di Battista (due politici sulla cui assoluta mediocrità e pericolosità non ho mai avuto alcun dubbio) sulle piste da sci della Val Di Fassa con un senso di fastidio e incertezza. Come se al quadro complessivo, che sembra così chiaro, mancasse effettivamente qualcosa.

Ebbene la risposta, piccola e parziale se volete, l’ho trovata poco fa su Youtube mentre ascoltavo una lunga bellissima registrazione audio di Ermanno Cavezzoni che recita le poesie di Raffaello Baldini. In una breve seconda versione della poesia “Coglioni” di cui non sapevo l’esistenza e che vi ricopio qui (dal minuto 26,50):


Dunque no fammi capire i coglioni tu vedi che sbagliano, gli vorresti dare una mano, metterli sulla buona strada. Ma siccome sono coglioni non ti stanno a sentire e tu ti arrabbi, ho capito bene? Solo che secondo me, che sbaglierò, però da quello che vedo non ti stanno a sentire perché la buona strada ce n’è tanti che l’han già trovata. Sono pieni di soldi, case, macchine, tutto. E noi, io e te, sono cose che non le abbiamo, e magari neanche le vogliamo. Però loro le hanno e se le tengono, e io, capisco anch’io quello che vuoi dire, loro danno valore a delle cose che non ce l’hanno, seguono le mode, che noi, se avessimo noi i loro soldi, solo che non ce li abbiamo, non abbiamo una lira, e io, adesso non arrabbiarti anche con me, ma delle volte, non sarà, mi viene da pensare, che i coglioni siamo noi, siamo io e te?




27
Dic

Il nove luglio, una domenica
dovevano essere le cinque del pomeriggio
a Ciola, proprio in cima,
alla casa di Baròus,
ma di dietro, nell’ombra,
tra la siepe, che di là cala giù dritto
nel fondo di Lasagna,
e il muro, che era tutta una verdura,
con un venticello che faceva ogni tanto
un po’ di tramestio fra le canne,
a un tavolino giocavano a tressette
e tenevano i sassi sulle carte
perché non volassero via.
E quando a quello di mano
gli è venuta la cricca di coppe
e tre tre senza danari,
s’è gonfiato un po’, ma zitto, non s’è fatto capire,
s’è accomodato sulla sedia,
poi è uscito con l’asso, e non diceva ancora niente,
ma dalla contentezza
ha dato una botta sul legno
che nei bicchieri il vino ha tremato tutto,
e la cicala sul ciliegio
ha taciuto di botto dalla paura.
L’aria allora è diventata così leggera
che sul crocicchio sì è sentito pigolare
il campanello arrugginito di una bicicletta,
e laggiù, ma lontano,
volare un aeroplano sopra il mare.


(Raffaello Baldini)









Gira molto sui social network questa falsa immagine in cui il Presidente del Consiglio suonerebbe la chitarra con il barrè a metà tastiera. La condividono due categorie di persone, mi pare. Quelli che ci credono e non capiscono che si tratta di un falso e quelli che, quando qualcuno glielo fa notare, dicono che quella foto è una metafora e racconta benissimo l’incompetenza di Conte. Poi ci sono quelli che si domandano se una simile propaganda sia complessivamente utile a criticare (unendo gli effetti su quelli che abboccano e su quelli che sanno che si tratta di un fake) e a raccontare la mediocrità del Presidente del Consiglio o se invece ottenga l’effetto opposto di aumentarne la reputazione. Anche questa è una domanda sbagliata e occorrerebbe fermarsi un passo prima. Un falso è un falso, senza ulteriori ciniche valutazioni.

Il nostro attuale presidente del Consiglio è un uomo di straordinaria e marginale mediocrità. Cantano i fatti e le sue parole. E comunque le false prove dell’esistenza di Dio sarebbero false in ogni caso. Anche se Dio esistesse davvero.




Questo è il negozio di Barcellona, in Calle de Tallers 55, in cui Roberto Bolaño negli anni 70 andava a comprare i nastri per la sua Olivetti. Internet è questa e quando lo capisci è bellissima.