“Non credo che essere identificato sia un atto che comprime una qualche libertà personale”


Il Ministro dell’Interno Piantedosi, già noto in passato per alcune uscite pubbliche non particolarmente fortunate, pronuncia questa frase in un’intervista dopo che la Digos ha identificato cittadini che a Milano lasciavano un fiore in memoria di Aleksej Navalny.

Tre sono le possibili interpretazioni di un pensiero del genere.

1 – Il Ministro finge.
2 – Il Ministro parla a ruota libera senza capire cosa sta dicendo.
3 – Il Ministro non ci arriva.

20
Feb

Con il caso di cronaca di Altavilla nei prossimi anni sarà possibile produrre contenuti per almeno otto podcast, due serie TV e 12 libri inchiesta.

16
Feb




Il comunicato stampa dell’ambasciata di Israele in cui si cerca di proporre un significato alternativo alla parola “regrettable” (come se un aggettivo modificasse il senso complessivo del discorso) è la dimostrazione che nemmeno la diplomazia internazionale è ormai esente dalle dinamiche tossiche dei social network. Per la causa siamo disposti a renderci ridicoli: è deplorevole ma è così.

Molte discussioni degli ultimi giorni, a cavallo fra il festival di Sanremo, le trasmissioni Rai domenicali, le discese in campo di chiunque (cantanti, politici, opinionisti vari) esposte sui giornali e sui social, tutte le parole di tutta questa gente che si esprime su Israele e la questione palestinese, spingono il pensiero nella medesima direzione. Quella di una sostanziale acquisita incapacità non solo ad un argomentare degno della complessità delle cose (non una novità) ma anche – e questa mi pare di più una caratteristica recente – ad una diffusa disumanità di fondo. Un essere disumani molto spesso orgogliosamente ostentato, espressione di quanto la misura sia colma, necessario baluardo e risposta ad altre ben peggiori disumanità. Ecco nulla come questo tratto comune alla maggioranza delle posizioni acquisite su una simile tragedia racconta quanto siano miserabili i tempi in cui viviamo. Perfino la breve frase “Restiamo umani”, anche quando sussurrata sottovoce in luogo pubblico, viene oggi esposta alle critiche e ai distinguo dei peggiori. Che sono tanti e ovunque e abitano trionfanti questo povero Paese.



Sono affascinanti i video degli occhiali da sci di Apple indossati dai primi che hanno deciso di acquistarli. Lo sono perché mentre noi li osserviamo (io almeno) consideriamo la possibilità che quella stranezza, quella pratica inedita di gente in metropolitana o sulle strisce pedonali, dentro un negozio o alla guida di un’auto con un ingombrate diaframma ricurvo e specchiato che li separa dal mondo, sia un’anticipazione di un mondo nuovo. Che insomma quello che stiamo provando sia uno stupore destinato nel tempo a rarefarsi sempre di più e diventare normalità.

Sono affascinanti anche perché – esattamente come è accaduto con gli smartphone – ogni tecnologia che diventa dominante e portatile, che si inserisce nel mondo esterno a noi con la propria potenza, riduce il nostro interesse per quel mondo in maniera plateale e diffusa. I telefoni cellulari hanno saputo svilire il mondo in maniera inedita, con grazia e leggerezza; hanno iniziato a contenere sempre maggiori quote della nostra vita spostando i nostri occhi e la nostra attenzione dalla natura allo schermo, dal panorama intorno a noi al panorama dentro di noi.

Gli occhiali da sci di Apple scommettano su un ulteriore incremento di questa forma di trasformazione, di questo passaggio fuori dalla natura. Ciò che vendono più che il progetto (come dicono) di un mondo aumentato è quello di una sua ulteriore sostituzione. Lo fanno, per ora, in maniera goffa e parziale ma il progetto nel lungo periodo è comunque evidente. Ed è quello di un’ulteriore invasione di campo. Forse non è nemmeno un caso che questo avvenga nel momento in cui il campo, il mondo degli oggetti solidi, dell’aria, della pioggia e del vento, vacilla sotto i colpi del cambiamento climatico e dell’inquinamento.

Sono affascinanti i video della gente in giro per New York con gli occhiali da sci di Apple indossati. Gente che cammina per il mondo scegliendo di osservare il mondo non attraverso i propri occhi ma attraverso una sua riproduzione fornita da alcune telecamere montate sulla testa. È attualmente impossibile non pensare che questa sia una metafora sufficientemente potente non solo di come – sciagurati che siamo – vorremo il nostro mondo domani, ma anche di come – in alternativa – intenderemo difenderci dalla sua rapida caduta.



Dio creò la terra, ma la terra non aveva sostegno, e così sotto la terra creò un angelo. Ma l’angelo non aveva sostegno, e così sotto i piedi dell’angelo creò una montagna fatta di rubino. Ma la montagna non aveva sostegno, e così sotto la montagna creò un toro con quattromila occhi, nasi, bocche, lingue e piedi. Ma il toro non aveva sostegno, e così sotto il toro creò un pesce chiamato Bahamut, e sotto il pesce mise acqua, e sotto l’acqua mise oscurità, e la scienza umana non vede più oltre.

(Jorge Luis Borges, Manuale di zoologia fantastica, Einaudi 1962- traduzione di Franco Lucentini)



Alcune persone che conosco e che stimo sono state recentemente rimosse o non confermate nei ruoli che ricoprivano nel mondo culturale italiano. Penso per esempio a Edoardo Camurri e Marino Sinibaldi. Sono state allontanate forse ragioni ideologiche, forse per ragioni di antipatia personale, non ne ho idea, forse per motivi diversi. Comunque sia, sarà interessante osservare chi prenderà il loro posto.

Il problema è che nella destra italiana oggi al potere l’ambito culturale è da sempre un deserto senza oasi. I medesimi quattro nomi ripetuti ogni volta, buoni per ogni stagione, sempre gli stessi da almeno due o tre decenni. Quindi ogni tentativo di sostituzione della vecchia guardia con la nuova ha ottime probabilità di trasformarsi in una barzelletta. Nessuno è poi indispensabile, inoltre di soldi da quelle parti ne girano comunque pochi, ma se il sostituto è ogni volta una macchietta, un italianista senza congiuntivi, un artista famoso nell’hinterland di casa sua, un giornalista cresciuto nella fucina di quei giornaletti senza lettori pagati con i soldi del contribuente, capirete bene che le possibilità di ritrovarsi domani con una legione di sangiuliani che straparlano di antifascismo è un rischio concreto. Lo stesso ministro della cultura è un esempio di questo iter di emersione verso l’alto di cospicue nullità. Altri poi seguiranno.

Perché sta accadendo questo? Forse perché alla destra la cultura non è mai interessata? Perché gli intellettuali – chiunque essi fossero – volevano visibilità personale e da quelle parti fino a l’altro ieri era impossibile trovarla? Oppure si tratta di una discussione del tutto oziosa visto che gli intellettuali da tempo non servono più a nulla? Anche fosse oziosa andiamo avanti lo stesso.

Poiché escludo del tutto che quelli bravi siano a sinistra e quelli scarsi a destra l’emersione ormai quotidiana dei sangiuliani di certo ha qualche relazione con l’idea stessa di cultura che ha la destra. Un’idea che mantiene a prudenziale distanza dalla politica le persone colte che votano Meloni, aprendo così le porte a legioni di agguerriti arrampicatori. Ma non potrà comunque essere tutto lì. Manca per i vertici dei partiti del centro destra non solo la disponibilità di figure rilevanti da schierare ma anche la capacità di individuarle e di sceglierle. È questo, se possibile, il peggior difetto che un politico possa avere: se Meloni, Salvini e Tajani scelgono come punti di riferimento dei fessi patentati (succede in continuazione) di chi potrà mai essere la colpa? Mancano le pedine, non ci sono alternative, o sono anche le mosse di chi sceglie ad essere irrimediabilmente perdenti?

Non è un caso che quanto sta accadendo nell’ambito culturale accada anche in ambiti di ben maggior peso come quello finanziario e quello sociale. Scelte che indicano un metodo, un metodo che, a sua volta, indica il nome del colpevole.

Molto di quello che vediamo ogni giorno nelle piccole notizie di rimozioni, ripicche, sostituzioni, ridimensionamenti, è il risultato del lavorio dei servi sciocchi e del loro realismo sempre superiore a quello del re. Questo però non basterà: ciò che sta sotto il pesce Bahamut, “l’oscurità sotto l’acqua” come dice J.L.Borges, in casi come questo non è così oscuro.

Una classe politica di ignoranti si è circondata di altri ignoranti.


Se proprio si volesse fare un sit-in, come la segretaria del PD Schlein sta proponendo, preoccupata com’è dall’egemonia del partito della Premier nelle veline TV, più che a favore della libertà dell’informazione (una scemenza che perfino il direttore di Repubblica sta ripetendo da giorni) lo potrebbe fare sulla correttezza dell’informazione. I giornali in Italia sono infatti liberissimi, talmente liberi da poter piegare ogni giorno l’informazione ai desiderata dei loro padroni senza che gli succeda granché. Sono invece sempre meno corretti perché il giornalismo per i lettori in Italia non esiste più: i cuor di leone dell’informazione sono morti tutti e quello che altrove continuiamo a chiamare giornalismo è diventato da noi semplice esercizio dialettico contro i propri nemici.

Non esistono al momento alternative perché, semplicemente, un modello economico basato su un buon giornalismo, che provi a bilanciare i vari poteri, ha un pubblico pagante modestissimo. Se anche l’etica giornalistica (quella vera non quella di Molinari) in qualche maniera provasse a dare segno di sé non avrebbe nessuno che la finanzia.

Abbiamo insomma un po’ quello che ci meritiamo, compresa la solita pantomima per cui il partito perdente chiede a gran voce un passo indietro dalla Rai dopo averne fatti un paio in avanti al giro precedente.




A Eric Satie avevano detto che lui il pianoforte non lo sapeva suonare. Glielo avevano detto abbastanza forte: dopo averlo ammesso a stento al Conservatorio di Parigi dopo un paio d’anni era stato mandato via. Sei scarso, lascia perdere, vai a suonare in quei caffe concerto a Montmartre, gli avevano detto. Per la delusione Satie si era arruolato nell’esercito: ci aveva messo poco a capire di aver fatto una cazzata.

A quei tempi, non essendoci molte altre maniere, i musicisti dicevano cose attraverso le partiture dei loro lavori. Con la musica, certo, ma anche con le dediche che comparivano in alto nello spartito. Così quando Satie qualche anno dopo scrisse le tre Gymnopedie – se siamo qui a parlare di lui è soprattutto perché quei tre brevi lavori sono uno dei rari casi in cui si interrompe il diaframma che separa la musica classica dal grande pubblico – dedicò la seconda a suo fratello Conrad e la terza a Charles Levadé un compositore che ammirava. Ma la prima? La prima, la più famosa di tutte, quella che oggi tutti hanno orecchiato almeno una volta, è dedicata a una certa Mademoiselle Jeanne de Bret.

Ora a noi chi fosse nel 1888 la signorina Jeanne de Bret forse non ce ne sarebbe importato molto se quella musica non fosse diventata la colonna sonora di un centinaio di film nonché il sottofondo dello spot della Camomilla Bonomelli. Data l’enorme popolarità assunta da quelle note ora a noi della signorina Jeanne un po’ ci interessa. Almeno a me, che ho questa sorta di ossessione per le cose piccolissime.

Di Eric Satie, della sua vita, delle sue amicizie parigine che dalla tastiera di un pianoforte suonato male si estendono a Debussy, Picasso, Mallarmé e Cocteau, delle sue intuizioni sulla musica “da tappezzeria” che anticipano di una secolo Music for Airports di Brian Eno, forse anche della sua inquietante collezione di ombrelli, leggerete un po’ da tutte le parti in rete. Rimane – forse – una piccola curiosità su chi fosse la signorina De Bret il cui nome compare in alto in quel primo celebre spartito.

Quando avevo quattordici anni la prima ragazza di cui mi innamorai segretamente si chiamava Marina. Marina M. per la precisione. Non la conoscevo, non ci ho mai parlato, la vedevo da lontano la domenica mattina quando andavo a messa con mia madre. Sapevo che abitava non distante da casa mia, ma non frequentava la mia scuola e non sapevo altro di lei. Il nome e basta. Non so nemmeno perché io continui a ricordarmene dopo 50 anni, io che in genere dimentico tutto. Ricordo solo che la trovavo bellissima e irraggiungibile come poi nei fatti è stato. È evidentemente una storia del tutto trascurabile, trascurabile e personale come milioni di altre simili.

È molto probabile che Jeanne De Bret fosse semplicemente una giovane ragazza della quale Satie si era innamorato. Lo dice una compagna di classe di Jeanne in un libro di memorie scritto a 86 anni. Forse – anche se ci sono molto cose che non tornano nella faticosa ricostruzione di questa storia – quello in testa al primo spartito di Gymnopedia (la dedica compare solo nella versione che Satie convinse suo padre a stampargli) era un tributo ad un amore non corrisposto, la scritta sulla corteccia di un albero di fronte al quale poi siamo passati in molti.

Probabilmente Jeanne di quella dedica non ha mai saputo nulla, probabilmente le cose piccolissime della vita di noi tutti restano piccolissime fino al momento in cui – una volta su un milione – un evento inatteso le illumina. Ed è in quelle occasioni che anche le cose piccole descrivono il mondo con un’esattezza che mai ci saremmo aspettati.

20
Gen

in ossequio al principio ormai consolidato di reato universale il Ministro dei Trasporti Salvini si appresta a vietare il limite dei 30 km/h in tutto il territorio della città di Londra.

La si potrebbe banalizzare così: fatto 1 il danno creato da un contenuto di odio/molestie/diffamazione mediamente virale sui social (e fatto 0,001 il danno teorico di qualsiasi contenuto analogo che non trova diffusione) il danno diventa 100 quando quel contenuto è raccontato in rete dai siti informativi giornalistici e diventa 1000 quando simili contenuti vengono esposti in forma di notizia sugli altri media generalisti (radio/TV). Ne consegue una cosa banale che ripetiamo da anni: il problema dell’odio in rete è fondamentalmente un problema di etica giornalistica.

Tutto questo con una postilla che se possibile aggrava ulteriormente lo scenario: mentre le dinamiche del passaparola fra pari in rete sono rappresentazioni di una nostra personale ed intrinseca debolezza, le dinamiche della selezione delle notizie sui media dipendono da scelte commerciali o politiche. In pratica se fra persone che discutono in rete la spazzatura è un problema di educazione individuale, per le persone che informano professionalmente la spazzatura è diventata un lavoro.