Il Mise, insieme a Istat, ha pubblicato oggi i risultati di una consultazione pubblica sul futuro della Rai. Me la sono guardata velocemente e la mia impressione è che si faccia prima a dire quello che non è rispetto a quello che è.

1) Non è una indagine demografica, anche se i giornali ne stanno parlando come se lo fosse. Si tratta di una consultazione fatta solo online con un campione totalmente inadeguato a raccontare il Paese (per dire: quasi la metà degli intervistati è laureato ed il 75% vive al centro nord). Un ultimo dato per capirci ancora meglio: la fascia degli over 64 anni che hanno risposto alle domande è solo del 11%

2) Ne consegue che le abitudini di fruizione della Rai che discendono da questi numeri sono relative a questa fascia di utilizzatori che non è nemmeno lontanamente quella dominante.


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3) nonostante questi i numeri dei programmi Rai sono (o sembrano ) comunque buoni. Più dell’88% degli over 64 che guardano la TV ogni giorno mi colpisce il fatto che lo facciano oltre la metà degli under 24. Forse questo numero racconta casi di visione incidentale (è difficilissimo non guardare la TV per caso), forse testimonia un’arretratezza di utilizzo dei media che ha radici anche fra i più giovani.

4) È interessante notare che pur fra un pubblico alfabetizzato che sta compilando un questionario web le statistiche di fruizione alternative dei programmi rispetto all’apparecchio TV sono incredibilmente basse. Poco più del 10% guarda abitualmente la Rai su PC solo il 5% ne segue i programmi via tablet. Farsi qualche domanda sulla qualità (secondo me modestissima) delle piattaforme web della TV di Stato a questo punto mi parrebbe lecito.


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5) Come accade spesso negli studi statistici ideologicamente orientati (accade quando la committenza coincide almeno in parte con il soggetto indagato) molti dei quesiti non hanno alcun senso, per lo meno in termini di analisi dell’esistente. Un esempio tipico è la slide su Rai e divario digitale: sarebbe del resto difficile immaginare intervistati che siano a favore del divario digitale.


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6) altre domande invece sono più interessanti tipo quelle che cercano di delimitare uno spazio fra servizio pubblico e Tv commerciale o come quella (molto interessante secondo me) sulla necessità di avere un canale in lingua inglese. Secondo me sarebbe utilissimo. Piuttosto divertente anche il fatto che una certa quota di intervistati voglia utilizzare i soldi del canone TV per abbassare il canone TV.

7) Impietosa infine la parte sull’informazione nella quale moltissimi intervistati dichiarano di “sporcare” l’informazione dei TG con altri contenuti web (social network soprattutto). Ma di nuovo stiamo parlando di una nicchia digitale molto forte che dubito abbia riscontri numerici nel mondo reale di chi guarda la Tv tutti i giorni senza essersi mai connesso a Internet. Una platea ben più vasta dei 10 mila intervistati qui: per la precisione circa 30 milioni di italiani.


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Il 14 luglio, il giorno dell’uscita in Italia di Pokemon Go Telefono Azzurro ha emesso un comunicato stampa sui rischi dell’applicazione. E ha suggerito una soluzione:


La realtà aumentata e la geolocalizzazione, che costituiscono i principi fondamentali del gioco, rischiano di esporre i piccoli giocatori a non pochi pericoli, primo fra tutti l’adescamento da parte di adulti malintenzionati, con gli scopi più diversi, dalla rapina all’abuso sessuale.

Per promuovere il tema della sicurezza in Rete, Telefono Azzurro ha lanciato la campagna DIVENTA UN DIGITAL SUPPORTER #TAdigitalsupporter, che mira a costituire una rete di volontari digitali pronti a diffondere attraverso i social informazioni e materiali sul tema dell’Internet sicuro e segnalare potenziali pericoli. chiamando subito l’1.96.96 o scrivendo a www.azzurro.it


Il 15 luglio scorso il giorno successivo alla strage di Nizza Telefono Azzurro ha emesso un comunicato in forma di infografica su come parlare ai bambini dei fatti di Nizza. Questa la parte finale che comprende anche una possibile soluzione:


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Il 25 luglio, dopo la strage di Monaco Telefono Azzurro ha emesso un comunicato sui rischi legati al bullismo suggerendo una possibile soluzione:


Preso in giro dai compagni di classe, vittima di bullismo, in cura psichiatrica per depressione. Col passare delle ore, si sta delineando in maniera sempre più dettagliata il profilo dell’autore della strage di Monaco.
Secondo diverse testate, Ali Sonboly, 18enne tedesco-iraniano, avrebbe agito per vendetta dopo essere stato vittima di bullismo per diversi anni a scuola: un anonimo ex compagno di classe ha rivelato che il 18enne prometteva «sempre» di «uccidere» i bulli che lo tormentavano.
Esperienze traumatiche vissute durante l’infanzia e l’adolescenza, come il bullismo, possono determinare disagi, che a loro volta si possono trasformare in veri e propri atti distruttivi, come l’attentato nella capitale della Baviera.

Al centro di tutto ci deve essere l’ascolto. Telefono Azzurro, attraverso la linea gratuita 1.96.96, ogni giorno 24 ore su 24, accoglie richieste di aiuto da parte di bambini, adolescenti e adulti in difficoltà.


La notizia di questi giorni, una delle principali, mi pare sia la cessione di Higuain alla Juventus. Non so bene come sarà il comunicato stampa di Telefono Azzurro al riguardo né se ci sarà, ma nel caso so come terminerà.

Bambini, ragazzi ed adulti: chiamare subito l’1.96.96 o scrivere a www.azzurro.it


La polemica sugli stipendi Rai che approda sui giornali oggi, dopo le prime indiscrezioni dei giorni scorsi, riguarda – come spesso accade nel nostro Paese – questioni che non sono il centro del problema. Volendo essere malfidati potremmo chiamarla – come diceva Luca De Biase alcuni anni fa – strategia della disattenzione. Il punto principale infatti non riguarda la trasparenza sulle retribuzioni dei massimi dirigenti (fermo restando che tali retribuzioni mostrano il fallimento della politica del PD sui tetti imposti ai dirigenti pubblici, una stupidaggine grillina che ci si poteva risparmiare) o il loro valore assoluto (da ieri Rai spiega che gli stipendi dei dei top manager sono inferiori del 15% a quelli della concorrenza) quanto i criteri di assegnazione delle posizioni apicali e la tipologia dei contratti. Dentro un simile abisso, che ovviamente dura da decenni, si spiegano il ruolo e il conseguente stipendio di “giornalisti” come Anna La Rosa: in un simile disinteresse per la gestione dei soldi pubblici si inseriscono casi come quello di Carmen La Sorella o dell’ex direttore Lei che continuano ad essere pagati senza fare nulla per le ragioni più varie (dai contenziosi legali ad altre facezie burocratiche).




Antonio Campo Dall’Orto, che oggi racconta il valore politico della trasparenza (uno sport per altro praticatissimo e ormai assunto a canone), è in carica da un anno e benché il suo ufficio stampa si prodighi ad informare su Twitter che il tema “tecnico” dei “senza incarico” in Rai sarà affrontato entro questo mandato, non ha fino ad ora voluto o potuto fare nulla di concreto al riguardo. Ma se sul trascorso dei contratti in essere (e sulla loro vergogna) immagino esistano grandi complessità per risolverli nell’interesse dei cittadini, sarebbe interessante sapere – visto che si invoca la trasparenza – se i contratti nuovi che la nuova dirigenza Rai ha stipulato nel suo primo anno di attività siano tecnicamente differenti o consentono le medesime incredibili eccezioni di quelli precedenti. Tipo essere profumatamente pagati senza lavorare.

Quanto all’altra metà del problema, quella per cui figure professionali di assoluta mediocrità siano potute rapidamente salire ai vertici aziendali forse qualcosa in questo anno è stato fatto. Ma moltissimo resta da fare. Nel frattempo – per sicurezza – abbiamo riesumato Pippo Baudo.

Nel programma politico della giunta Appendino a Torino c’è scritto questo:


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Piove molto. Aspetto la metro a Bond Street. Sarà stato un paio di anni fa. Accanto a me seduta c’è una vecchietta magra magra armata di tutto punto. Ombrello, impermeabile ecc. ecc. Età indefinibile, oltre i 70. In forma. Io sto tornando verso casa a Hampsted, aspetto la Jubilee, la linea della metro che va anche a Wembley. A un certo punto arriva al binario un’altra signora molto anziana, più anziana della mia vicina di posto, anche lei arzillissima e agile con un completo da pioggia. Vede la signora accanto a me, la riconosce la chiama e si salutano con entusiasmo. Come stai, quanto tempo, come va ecc. ecc. Io nel frattempo guardo il mio ombrello chiuso e aspetto il treno. Poi una fa all’altra: e dove stai andando di bello? Ahh sai, vado al concerto di Springsteen a Wembley – dice la mia vicina 70enne. Daii le risponde l’altra signora un po’ più anziana – anch’iooo! Sei sola? Andiamo assieme allora!

Alla sera a casa di amici racconto l’episodio. La mia amica Martine che è francese, più sana e cosmopolita di me mi guarda e dice: beh cosa c’è di strano, Springsteen ha più o meno quell’età lì.

Buon concerto a tutti. Divertitevi.

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L’orrore – intanto – non si può cancellare. Non più, da quando ciascuno di noi ha un cellulare in tasca collegato al mondo e ci fa quello che crede. Gli occhi di quelli che assistono alle tragedie del mondo sono già adesso i nostri occhi.

Possiamo chiuderli, certo. Ne abbiamo perfino diritto ed io personalmente credo che molte volte sia inevitabile e perfino giusto farlo. Ma nessuno potrà più dirci cosa guardare e cosa no. E se anche provassero a farlo (accade continuamente) saranno sempre e solo i nostri occhi a decidere.

Agli istanti delle grandi tragedie seguono ormai regolarmente quelli sulla deontologia dell’informazione. Che è argomento per pochi addetti, ombelicale e irrilevante come pochi, sul quale personalmente non ho alcun parere definitivo, se non quello che la deontologia professionale riguarda ciò che i lettori pensano di noi e quindi – insomma – ognuno avrà la propria ed i lettori che ci leggeranno saranno quelli che ci saremo meritati.

Così se Il Giornale o Libero pubblicano quotidianamente titoli spregevoli e fomentatori d’odio (anche sulle stupidaggini, anche quanto la giornata è stanca e non ce ne sarebbe alcun bisogno) la discussione si anima ogni volta sul se sia meglio ignorarli o stigmatizzare, ritwittare le bestialità di Feltri o fare finta che non esistano. Per non prestarsi al loro gioco, per non offrire l’assist che vanno cercando. Per non cedere all’indignazione che nei circoli culturali è così blasé da farcene vergognare persino un po’ quando ne siamo avvolti. Solo gli sfigati si indignano.

Titillare intenzionalmente la parte più viscerale di noi è roba da basso impero, funziona dove può funzionare, sia che quelle parole ci colpiscano per la loro violenze e trivialità sia che riescano a farsi largo dentro le nostre coscienze.

E anche la discussione sul pubblicare o non pubblicare, sul condividere o non condividere foto e filmati della Promenade des anglais, del bimbo annegato a faccia in giù sulla spiaggia di Bodrum o del padre che estrae il figlio duenne dalle macerie del bombardamento ad Aleppo, con quel carico di orrore formidabile che portano con loro, è una discussione per molti versi inutile, senza buoni da una parte e cattivi dall’altra. Senza eroi della trasparenza da un lato e maestri della calma e del raziocinio dall’altro.

L’orrore non si può cancellare ma intanto noi possiamo scegliere. Una volta non potevamo e ricordarlo non fa male. E poi, quando la responsabilità sarà finalmente calata su di noi, potremo tranquillamente affidarla ad altri, se lo vorremo. Al nostro giornale preferito, agli amici di Facebook, a Vittorio Feltri. In ciascuno di questi casi troveremo qualcuno che avrà per noi buoni consigli e si presterà gratuitamente ad indicarci la strada. Liberi noi di credere alle scemenze che volano ad alzo zero: del resto se Twitter e Facebook saranno abbastanza bravi con gli algoritmi la propaganda dell’ISIS scomparirà per magia da Internet e con essa l’ISIS stesso svanirà in un puff. Liberi di credere che davvero il problema sia quello del racconto e del politicamente corretto online. Una pretesa ridicola nei tempi in cui tutti gli occhi sono aperti.

Quanto all’orrore ed alle sue rappresentazioni io ho un mio piccolo manuale che vale solo per me e che ora vi dico.

Più degli ingenui mi fanno paura i cinici. Più degli amatori temo i professionisti. Più di quelli che umanamente sconvolti condividono su Twitter le immagini spaventose dell’orrore di Nizza mi fanno paura e schifo quelli che le usano a mente fredda, magari condendole con la retorica spicciola della condanna e del dovere di cronaca.

Più del sacrario digitale della realtà, abietto e crudo quanto volete, mi spaventa la sicumera di chi mi spiega come fare. Cosa sia giusto condividere, cosa sia il caso di lasciar stare.

Tornatevene a casa vostra. Chiuderò o aprirò gli occhi quando mi pare. Il racconto del mondo non dipende più solo da voi.


Il mio parere è che abbia ragione il Governo, che ha risposto in aula ad una interrogazione di Paolo Coppola deputato del PD. il clickbaiting non è – come sosteneva Coppola – pubblicità ingannevole per il semplice fatto che è una tecnica che – eventualmente – precede l’inganno. E nemmeno associarla alle tecniche web del M5S e di Casaleggio mi pare abbia molto senso: il clickbaiting è invece una forma di vasto imbarbarimento che riguarda un po’ tutta la comunicazione, soprattutto editoriale, e che è stata recentemente sdoganata in Italia perfino dai principali siti web. Non è pubblicità ingannevole il clickbaiting ma è una cosa da cretini senza fantasia. I quali – come è evidente – si stringono fra loro con sorprendente precisione.

Quindi la Rai ha censurato le scene di sesso omosessuale di una pluripremiata serie TV americana e la rete – come si dice in questi casi – è insorta. Purtroppo non è solo questo il punto e non lo è nemmeno il fatto che gli attori della serie abbiano affidato a Twitter il loro disappunto e la propria meraviglia. No, il punto è la risposta della direttrice di Rai2 Ilaria Dallatana


Non c’è stata nessuna censura, semplicemente un eccesso di pudore dovuto alla sensibilità individuale di chi si occupa di confezionare l’edizione delle serie per il prime time.



La frase sfortunata della direttrice di rete confeziona diversi autogol in poche righe.

1) La censura dei tagli è evidente e indiscutibile. Negarla è prima di tutto una sciocchezza.
2) Apprendiamo che l’eccesso di pudore di un funzionario Rai è considerata una variante aziendale possibile. Della serie ognuno fa un po’ come diavolo gli pare.
3) Quindi per il resto par di capire che va bene così, caso chiuso.



Stiamo parlando del servizio pubblico di un Paese civile? Non sembrerebbe. Nel caso Dallatana chiarisca quali sono le linee guida per il prime time Rai e ci faccia sapere se le scene di sesso omosessuale hanno in base a tali scelte diversa dignità rispetto a quelle etero. Perché è evidente che nulla di ciò che riguarda il servizio pubblico potrà essere affidato alla sensibilità individuale di nessuno. Poi ci spieghi se per i presunti eccessi di sensibilità l’azienda prevede una sanzione oppure no. Ma prima di tutto, banalmente, ritiri queste parole assurde e chieda semplicemente scusa.


update: ok, Rai 2 si è scusata (grazie a Vinz)