La storia è vecchia ma merita di essere riassunta. Negli ultimi 20 anni il quotidiano Il Foglio ha incassato a vario titolo finanziamenti pubblici per oltre 50 milioni di euro. Come è stato possibile? Con un trucco, come lo definì a suo tempo il suo fondatore Giuliano Ferrara: inventando un movimento politico inesistente con la collaborazione di due parlamentari dell’epoca (Marco Boato e Marcello Pera) e diventandone l’organo di stampa.

Il Foglio potrà essere il miglior quotidiano del mondo (tacerò al momento sui suoi tanti anni di apologia del berlusconismo), i suoi giornalisti potranno essere i migliori su piazza ma tutto questo in quello che sto per dire non c’entra molto. Dietro i vent’anni di quel giornale c’è un metodo classico di gestione del potere in Italia che merita di essere sottolineato.

Le relazioni, intanto. Quanti altri soggetti editoriali hanno potuto inventare un simile giochetto? Perché in un regime di sana concorrenza dadaista non abbiamo assistito al proliferare di organi di stampa del partito degli ufologisti anonimi o degli adoratori del calcio a 5? Eppure nessuna legge veniva violata. Una volta che qualcuno avesse trovato la strada, perché tutti gli altri non hanno fatto lo stesso? Per via delle relazioni di Ferrara col potere. Le relazioni sono il centro della vita sociale italiana e ne sono l’espressione anticompetitiva per eccellenza. C’è chi può e chi non potrà mai. Chi può sarà citato e riverito.

Poi ha contato l’indifferenza dei poteri intorno. Perché il giochetto del movimento inesistente non è stato bloccato immediatamente ma è potuto durare vent’anni? Perché i senatori che si sono prestati ad un simile “trucco” non sono stati rapidamente isolati dai loro colleghi? Perché questo Paese vive da sempre dentro una sostanziale collusione dei vari sistemi di potere. Perché il controllo civico dei cittadini è stato da sempre quasi inesistente. Sarà sempre possibile – ovunque – produrre norme imperfette, ci sarà sempre qualcuno – ovunque – disposto a compromettere la propria reputazione per iniziative eticamente discutibile ma nelle democrazie compiute un simile schema dura il tempo necessario a turare la falla. Il Foglio ha incassato oltre 3 milioni di euro di media all’anno dal 1997 al 2015. I cittadini italiani hanno pagato di tasca loro per vent’anni il foglio di un partito inesistente che ha venduto al massimo qualche migliaio di copie al giorno.

Se nessuno fa niente, se l’impunità dei furbi rimarrà sostanzialmente conservata poi sarà inevitabile la lenta crescita di un movimento di protesta che da noi, proprio per le caratteristiche intrinseche di questo Paese e la sua incapacità di organizzarsi attorno ad una serie di principi etici, sarà grossolano e disinformato. Non è davvero un caso che fra i temi cardine che continuano a girare oggi, non solo dentro il M5S, e che hanno maggior presa sui cittadini, ci sia quello dei finanziamenti pubblici ai quotidiani. Soldi che la gran parte dei quotidiani non prende più da tempo.

Rocco Casalino e le sue stupide e pericolose dichiarazioni (ma anche le sciocchezze scritte da Vito Crimi qualche giorno fa a Repubblica) sono semplicemente la fine di questo lungo percorso nel quale l’indifferenza del potere al bene comune è rimasta costante nella sua arroganza ed ha causato l’attuale scardinamento politico. Di questa indifferenza che riguarda intere categorie, della noncuranza dei furbi, del trionfo del sapersi arrangiare dentro le stanze del potere, la piccola storia del Foglio è un esempio paradigmatico. Ed è una delle ragioni per cui oggi siamo ridotti così.


Marco Travaglio scrive sul Fatto Quotidiano un pezzo dei suoi. Nulla di particolarmente nuovo, la tecnica è la medesima da sempre. Il direttore del Fatto elenca le proprie opinioni come fossero fatti. O meglio: circonda le sue opinione di un certo numero di informazioni che hanno una qualche attinenza coi fatti. Per costruire un simile schema ignora un numero rilevante di altri fatti, quelli che forse porterebbero la discussione in direzione opposta, quelli che sarebbero di ostacolo alla sua tesi. Ai suoi lettori Travaglio offre una narrazioni semplice, lineare e senza punti di incertezza.

Il giornalismo a tesi esiste ovunque, moltissimi lo praticano da anni con discreto successo (cito per capirci alcuni esempi nostrani eclatanti come Report o Le Iene). Il gioco è semplice: intercettare pregiudizi che già il pubblico aveva e che ora ritrova, confortevolmente circondati da prove inoppugnabili. I bias di conferma, come si vede, non riguardano solo Internet e le sue bolle.

A quanti chiedevano spiegazioni a Travaglio su certe affermazioni senza prove riguardo alle ONG (un esempio su tutti Diego Bianchi su Twitter)



Travaglio risponde con la solita tecnica affinata in tanti anni di battaglie furibonde. Riveste le sue affermazioni e le contestazioni che hanno ricevuto, di altri fatti, o almeno di qualcosa che di nuovo gli assomiglia. Chi si desse la pena di leggerli (ma quasi nessuno lo farà, non a caso sono comunicazioni lunghissime, piene di rimandi ad altri temi, insomma sono acrobazie per addetti ai lavori o per lettori con molto tempo libero) si ritroverà al centro esatto dell’uragano. Il punto immobile nel quale nulla accade. Il luogo dove qualsiasi punto di vista, perfino quello di Travaglio, diventa plausibile. Andrà aggiunto a questo punto che un simile percorso di contaminazione/discussione/distruzione della notizia riguarderà comunque pochissime persone, perché i destinatari veri di simili articoli saranno a quel punto già altrove.

Ma chi sono i destinatari di un simile sistema informativo e come mai un simile modello economico sta ancora minimamente in piedi? Tra l’altro il giornalismo “alla Travaglio” oggi è davvero nella disponibilità di chiunque: si espone una tesi precostituita, la si condisce di fattoidi e la si difende attraverso l’utilizzo di altre informazioni più o meno verosimili.

La risposta è che i destinatari di un simile metodo sono oggi la grande maggioranza dei lettori, specie quelli più fragili ed esposti, gli stessi che per anni hanno goduto silenziosamente di un’etica giornalistica sostanzialmente integra. Il vero rischio per loro non saranno tanto gli articoli di Travaglio, che leggeranno in pochissimi, per caso, dentro flussi informativi su Facebook pieni di stupidaggini, gattini e notizie varie, quanto i programmi di divulgazione TV come Report o Le Iene o i talk show politici. I danni che simili inchieste hanno fatto alla reputazione e all’autorevolezza dell’informazione in Italia, specie fra le persone più culturalmente deboli, è stato in questi anni gigantesco.

Ai moltissimi ai quali nel 2018 basta il vecchio “lo ha detto la TV” o “l’ho sentito a Otto e mezzo” si è aggiunta ora una truppa di lettori non saprei bene quanto ampia, che è nata con Internet e con i motori di ricerca.

Ogni fatto, sbarco sulla luna compreso, ha in rete la propria contronarrazione. I meccanismo che la regolano sono in genere di tipo quantitativo. Le notizie di questo racconto sono fatte quasi sempre da molti piccoli indizi a cui non avevamo pensato che messi uno in fila all’altro disegnano una nuova brillante teoria. O svelano il complotto.

Sarà così possibile elencare molte fonti (qualsiasi fonte, anche la più strana e marginale), da piccole informazioni nascoste sarà possibile ricostruire il puzzle. Quella nuova immagine ricomposta potrà essere esattamente quella che avevamo in mente all’inizio.

Così il modello giornalistico alla Travaglio, o quello ben più pericoloso dei suoi cinici omologhi TV, potremo definirlo come una forma di informazione davvero contemporanea. Noi, stupidi che un decennio fa immaginavamo un nuovo universo informativo arricchito dalla grande quantità di fonti che Internet schiudeva a tutti (etica+ vecchia autorevolezza+ nuove fonti, un mix eccitante per chi insegue la verità) oggi osserviamo il successo italiano di una sua non trascurabile aberrazione, nella cui genesi il fallimento del modello economico dell’informazione in rete ha grandi responsabilità.

E quando giornalismo e politica saranno infine piegati ad una simile nuova narrazione, come in questo Paese sta accadendo a grande velocità, allora davvero saremo nei guai grossi. Davvero saranno quelli i tempi dell’ancella.




Hidden Figures, via Stefano Hesse su FB.

Forse è sempre esistita, eppure mi pare sia aumentata negli ultimi anni, una tendenza che è possibile rintracciare in molte discussioni che riguardano la politica e la cultura in genere. È una piccola trappola dialettica composta di due parti collegate. La prima prevede lo spostamento del fuoco della discussione, la seconda causa la scomparsa delle conclusioni.

“Guarda che non è come dici” – sostengono i nostri interlocutori. “Il problema è (anche) un altro” – aggiungono subito dopo. Se il tema è un altro, se la discussione dovrà essere più vasta e indeterminata di quello che avevamo immaginato, allora anche le conclusioni soffriranno della medesima indeterminatezza.

Il paradiso degli intellettuali è una prateria di discussioni colte e interessanti che non portano da nessuna parte.

Si tratta di una forma di terzismo culturale che oggi, fuori dai circoletti intellettuali e dalle pagine degli approfondimenti dei quotidiani, vive un periodo di modestissimo successo. Gli intellettuali e i politici argomentanti sono sopportati per qualche minuto fra sbuffi di insofferenza e poi, in qualche maniera, finalmente zittiti dai professionisti della sintesi. La sintesi non vinceva così tanto nelle nostre discussioni da molto tempo. Anche la sua forma più volgare e brusca, quella che può essere condensata in uno slogan scritto su una maglietta o in un urlo incarognito durante un talk show in TV, oggi vince a mani basse. Un tempo era osservata con sospetto, ora riceve immediata accettazione.

Pensavo a tutto questo oggi leggendo il bel pezzo che Paolo Di Paolo ha scritto su Repubblica dal titolo “Più che i libri conta la voglia di capire” che prende spunto e commenta le dichiarazioni della nuova sottosegretaria leghista alla cultura Lucia Borgonzoni, la quale ha confessato, in un’intervista molto ridanciana in radio, di non leggere libri perché non ha tempo. Il pezzo di Di Paolo si occupa molto delle conseguenze di una simile affermazione, del senso di superiorità che una simile frase scatena intorno e della trasformazione della signora in capro espiatorio.


Una confessione come “non leggo un libro da tre anni” – nel rissoso paesaggio social – è perfetta per scontrarsi. Tanto più se viene dal sottosegretario alla Cultura del governo in carica. Maestrini dalla penna rossa e sarcastici in servizio permanente si sono scatenati sulla leghista Lucia Borgonzoni, sincera quanto incauta o inopportuna. Lo snobismo di chi grida allo scandalo, tuttavia, non serve a niente. Se non a inacidire ulteriormente chi si sente ignorato dalla presunta élite: “Se dalla vostra cultura ritenete persone inferiori chi non legge libri, dimostrate quel che siete, arroganti”, scrive Antonio su Facebook. “Non ho mai letto libri, ma ho imparato tanto dai numerosi lavori che ho fatto”. Difficile non sentirsi più vicini ad Antonio che alla spocchia di chi pensa che leggere (o peggio, scrivere) libri sia un trofeo da esibire.??La sottosegretaria che non legge risponde come molti: “Non ho tempo”. Merita di diventare un capro espiatorio? Se si fosse vantata di non leggere, come hanno fatto e fanno parecchi suoi colleghi, sarebbe stato penoso e inaccettabile. Ma se avesse elencato venti libri letti nell’ultimo paio di mesi, saremmo più soddisfatti e convinti? È sciocco. D’altra parte, se la cultura ha un senso, lo guadagna non nel modo in cui la mostri, ma nel modo in cui la metti a frutto e la condividi. “Spero di valere di più del mio titolo di studio”, scherzava lo scrittore Giuseppe Pontiggia, prendendo le distanze dall’abitudine molto italiana di far precedere il proprio nome dalla fantozziana qualifica “dott.”.


Eccoci, allora. Abbiamo il “rissoso paesaggio social”, “i maestrini dalla penna rossa”, “lo snobismo di chi grida allo scandalo”: tutti elementi di contesto che spostano il tema originario un poco più in là. Il paradosso della sottosegretaria alla cultura che non legge perde consistenza, in un istante la discussione è approdata altrove.

Poi Di Paolo disserta sulla promozione della lettura e le sue strategie (sulle cose che dice sono del tutto d’accordo) ma ormai il bottone che ribalta il tavolo è stato spinto.

Qualcun altro, commentando altrove, senza troppo imbarazzo definisce la sottolineatura di questa stranezza come “l’illusoria superiorità antropologica dei lettori”. Così lo schema è completo. Il problema ora sono i lettori e le loro superbie.

Se la classe politica sceglie “uno di noi” (nel senso di “uno a caso” ma fedele) per occuparsi di cultura in nome del Governo, una signora bolognese che incidentalmente non legge un libro da tre anni, non è una buona notizia. Non lo è in generale e non dovrebbe esserlo a maggior ragione per coloro che passano la vita a leggere, ad approfondire, a scrivere libri, a discuterne sui giornali. Invece gli intellettuali spesso si vergognano, glissano, parlano d’altro. Discutono il loro fallimento piuttosto (in genere si tratta di quello di qualcun altro lì nei pressi) ma rifiutano lo scontro frontale, anche quando la contrapposizione sarebbe più che necessaria. Adorano i distinguo.

Gabriel Garcia Marquez, a un giornalista che gli domandava di riassumere in poche parole “Cent’anni di solitudine”, rispose che lui aveva speso 800 mila caratteri per scrivere quel libro e che non era capace di riassumerlo in 30 secondi. Che se lo leggesse, insomma se davvero era interessato. Se esiste un ruolo della classe intellettuale oggi in Italia è esattamente quello. Perdente e minoritario quanto volete. Quello di non cercare scorciatoie, di non invocare scuse, di non dare la colpa al tempo. Soprattutto di non vergognarsi della propria diversità. Se la sottosegretaria alla cultura che non legge libri è una sciagura, ditelo. Siete titolati a farlo. Ditelo, direttamente, senza parlare d’altro. Non lo pensate? Ok, va bene lo stesso, nel frattempo si è liberato per voi un posto in un talk show di prima serata.


update: mi viene in mente ora che sulla lettura qualche giorno fa ha scritto una cosa notevole Giulia Blasi. Un po’ c’entra.


A me dispiace per chi non ha mai letto, perché ha vissuto almeno un quarto di vita in meno. Il tempo della lettura è sempre stato per me tempo guadagnato, un’attività che riproduce la teoria dei mondi paralleli, in cui tutti siamo tutti gli altri e le possibilità sono infinite. (continua su FB)


Quasi tre anni fa a proposito della foto del bambino morto sulla spiaggia scrivevo questo:


Quinta questione: peggiorerà. Sembra impossibile ma peggiorerà. L’esposizione mediatica dell’orrore è già oggi un format, serve le cause più diverse. Come molecole iniettate in vena simili contenuti sono sottoposti alle leggi della tolleranza farmacologica. Ed esattamente come avviene con i farmaci nel tempo, aumentando la dose, l’effetto si riduce.

La foto del bambino sulla spiaggia è una dose da cavallo. Come tutti i poveri tossici nemmeno ce ne siamo accorti.


Le foto di questi giorni dei tre neonati annegati in Libia, ormai presente ovunque, potrà essere solo due cose.

– L’avvenuta e irreversibile trasformazione dell’orrore in una commodity editoriale. Un utilizzo economico di ogni refolo, anche il più indegno, che consenta gli ultimi guadagni.

– Il declino annunciato di qualsiasi ruolo etico dell’informazione. La presa d’atto della propria trasformazione da soggetto culturale a contabile. L’informazione come uno spazio anonimo dove si strizza l’occhio alle miserie dei lettori e ai desiderata del potente di turno.




Sul Repubblica di oggi è comparso un lungo articolo di Nicola Piovani in difesa del copyright a margine della discussione di questi giorni sul nuovo regolamento europeo. Non vorrei ma sono costretto a fare l’analisi del testo.


Il diritto d’autore è una delle sacrosante conquiste della Rivoluzione francese. In precedenza, gli autori erano considerati servitù, l’opera dell’ingegno non era riconosciuta come proprietà dell’autore ingegnoso. Grazie a questa conquista i “poeti” guadagnarono una porzione di libertà, non dipendendo più solo dal committente, dal potente di turno, ma anche e soprattutto dal pubblico.


No. Il copyright nasce in Inghilterra con lo Statuto di Anna. 150 anni prima. La rivoluzione francese non c’entra nulla.


Questo diritto ha resistito più o meno civilmente per più di due secoli. Ma oggi, in tempi di rivoluzione digitale, vacilla e scricchiola sotto gli attacchi dei giganti multinazionali, abituati a calpestare i diritti delle civiltà culturali a colpi di lobby: un discorso ampio che investe molti campi. Ma la particolarità sorprendente, per quanto riguarda il diritto d’autore, è che i potentati di mercato trovano un grande alleato nella demagogia retorica oggi molto di moda: “La musica – come la poesia, la prosa, le opere del pensiero – deve essere libera, chiunque deve poterla scaricare e usufruirne gratis, la musica dev’essere come l’acqua”.


Il copyright ha resistito più o meno civilmente per un paio di secoli facendo pagare un prezzo molto caro ai cittadini e alla condivisione delle conoscenza. Dai 14 anni di protezione delle opere iniziale l’attività di lobbing dell’industria lo ha portato vicino ai 100 anni verso la fine del secolo scorso (quando fu necessario estenderlo in USA di altri 20 anni per continuare a guadagnare sui diritti di Topolino che stava passando nel pubblico dominio). La citazione sulla gratuità è totalmente insensata. Non ci sono grossi dubbi del resto che l’attuale disciplina di protezione debba essere radicalmente modificata dopo Internet.


Principio libertario per il quale l’opera dell’ingegno non avrebbe proprietari, non essendo un bene materiale. I mezzi di riproduzione – iPhone, iPad, iPod, televisori – sono beni materiali e quindi proprietà del proprietario. Mentre i “contenuti” – musiche, poesie, canzoni, sceneggiature – non dovrebbero avere proprietario, sono di tutti, come l’aria. Quindi se rubo un lettore Cd sono un ladro, se rubo una poesia sono un libertario. Se costruisco una bicicletta è mia, se scrivo una poesia è di tutti.


I contenuti non devono avere un proprietario, sono di tutti, è ESATTO. Tuttavia non si tratta di una stupidaggine legata agli ambienti digitali. È sempre stato così. Incidentalmente è l’essenza della legge sul copyright che non a caso è da sempre (tecnicamente anche oggi) un diritto di usufrutto TEMPORANEO. Scaduto il periodo di copertura la musica, la letteratura, il teatro, diventano DI TUTTI. La poesia è di tutti, la bicicletta è di chi la acquista. Il diritto d’autore non è un diritto di proprietà. LE BASI.


Questo non è un principio libertario, questo è un gretto principio materialista.


Questa, con rispetto parlando, è una scemenza.


I demagoghi tirano in ballo naturalmente gli autori miliardari, che certo esistono; ma esistono anche tanti autori piccoli, poeti poco conosciuti, musicisti non famosi che sopravvivono e continuano a scrivere in libertà grazie ai pochi proventi del loro diritto d’autore, che è e deve restare un diritto per tutti, soprattutto per gli indifesi, non solo per il celebre rapper dalle uova d’oro; questo diritto deve difendere la libertà del poeta debuttante, del musicista sperimentale, del commediografo poco rappresentato.


L’attuale normativa sul copyright difende pochssimo i piccoli autori. Il commediografo poco rappresentato avrà di sicuro un altro lavoro.


Qualsiasi società che voglia raccogliere i proventi degli autori e redistribuirli non può essere un’associazione a scopo di lucro: deve essere no-profit, deve rispettare regole di protezione di tutti gli associati. Non può raccogliere solo i proventi degli autori ricchi e convenienti, trascurando quelli che producono entrate basse, a volte inferiori al costo della raccolta, come nel caso di musica da camera, danza, prosa sperimentale.


Le collecting society in tutto il mondo sono società a scopo di lucro. Sono normalissimi mediatori, non capisco il problema. il problema, semmai, nasce dove un’unica società, come in Italia, ha il monopolio.


Non entro nel merito delle questioni in corso, che riguardano l’Antitrust, e della direttiva che sarà discussa nei prossimi giorni al Parlamento di Strasburgo: in termini legali il problema sarà affrontato e risolto in sedi competenti da professionisti competenti. Ma combatto il pregiudizio delle retoriche libertarie.


Il regolamento in discussione rischia di creare grossi problemi alla circolazione del sapere nei formati digitali, forse sarebbe il caso di occuparsene.


Ho letto qualche tempo fa, su un giornale molto serio, la descrizione della Siae come di una società di ottantamila iscritti in cui “la torta se la spartiscono ogni anno i soliti noti”. Ma l’abusata metafora della “torta da spartire” ha senso solo per una società che spartisca denaro dello Stato. La Siae non ha finanziamenti pubblici, si finanzia con i proventi prodotti dall’opera degli associati, buona parte dei quali arrivano dall’estero.


La divisione dei proventi della SIAE avviene in maniera oscura e caotica da decenni. Il punto centrale non è che sia una società inefficiente e ingiusta nelle ripartizione dei diritti ma che per un artista non sia possibile (o sia molto difficile) sceglierne una differente.


Se vogliamo considerare gli introiti Siae una torta da spartire, non dimentichiamo che quella torta è fatta con le uova, la farina e lo zucchero prodotti dagli autori.


Vabbè, buon zabaglione a tutti.





Non è tanto il sorriso di Conte che torna dal vertice UE senza aver ottenuto nulla, quanto le facce sfuocate di tutti quelli dietro.

Chiara Portesine ha scritto su “Le parole e le cose” un gran bel pezzo sui comizi di Salvini.


Il capitano arriva all’improvviso dalle retrovie, gli smartphone si sollevano come nuovi accendini che salutano l’ingresso di una rockstar. Da politico scaltrito, si presenta al pubblico raccontando di aver appena ricevuto una telefonata (in realtà, aveva già discusso della notizia, poche ore prima, a Siena) che lo informava di una nuova nave con a bordo 239 migranti; la folla grida “no”, Salvini risponde che se ne sta già interessando, e il dissenso si trasforma in sollievo. Tutti si sentono, per un attimo, protagonisti in presa diretta della storia, stanno vivendo l’evento insieme ai potenti, vengono per la prima volta messi a parte (artificialmente) di un evento politico prima e in alternativa alle istituzioni. Al pubblico senese e a quello pisano viene data la stessa illusoria speranza di sorprendere la politica nel suo farsi, di poterla, attraverso il megafono-Salvini, orientare e telecomandare come una macchinina semplice, che gli intellettualoidi della ‘vecchia politica’ (le presunte “cooperative rosse”) volevano dipingere come un dispositivo complesso soltanto per truffare la gente perbene. Salvini, invece, sembra vero, in tempo reale, senza che alle sue spalle esista un palazzo, nella sua infallibile retorica è tutto e sempre decidibile nella scenografia della piazza.


I ricchi sono terrorizzati dalla loro miseria. Individui che non avevano mai provato la fame, ora vedono gli occhi degli affamati. Individui che non avevano mai provato desideri intensi per qualche cosa, vedono ora l’ardente brama che divampa negli occhi dei profughi. Ed ecco gli abitanti delle città e della pigra campagna suburbana organizzarsi a difesa, dinanzi all’imperioso bisogno di rassicurare sé stessi di essere loro i buoni e i cattivi gli invasori, come è buona regola che l’uomo pensi e faccia prima della lotta. Dicono: vedi come sono sudici, ignoranti, questi maledetti Okies. Pervertiti, maniaci sessuali. Ladri tutti dal primo all’ultimo. E’ gente che ruba per istinto, perché non ha il senso della proprietà. Ed è giustificata, se vogliamo, quest’ultima accusa; perché come potrebbe, chi nulla possiede, avere la coscienza angosciosa del possesso? E dicono: vedi come son lerci, questi maledetti Okies; ci appestano tutto il paese. Nelle nostre scuole non ce li vogliamo, perdio. Sono degli stranieri. Ti piacerebbe veder tua sorella parlare con uno di questi pezzenti? E così le popolazioni locali si foggiano un carattere improntato a sentimenti di barbarie. Formano squadre e centurie, e le armano di clave, di gas, di fucili. Il paese è nostro. Guai, se lasciamo questi maledetti Okies prenderci la mano. E gli uomini che vengono armati non sono proprietari, ma si persuadono di esserlo; gli impiegatucci che maneggiano le armi non possiedono nulla, e i piccoli commercianti che brandiscono le clave possiedono solo debiti. Ma il debito è pur qualche cosa, l’impiego è pur qualche cosa. L’impiegatuccio pensa: io guadagno quindici dollari la settimana; mettiamo che un maledetto Okie si contenti di dodici, cosa succede? E il piccolo commerciante pensa: come faccio a sostenere la concorrenza di chi non ha debiti? E i nomadi defluiscono lungo le strade, e la loro indigenza e la loro fame sono visibili nei loro occhi. Non hanno sistema, non ragionano. Dove c’è lavoro per uno, accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque. Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti. No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici. Io ho bambini, ho i bambini che han fame! io lavoro per niente; per il solo mantenimento. Li vedeste, i miei bambini! Pustole in tutto il corpo, deboli che non stanno in piedi. Mi lasciate portar via un po’ di frutta, di quella a terra, abbattuta dal vento, e mi date un po’ di carne per fare il brodo ai miei bambini, e io non chiedo altro. E questo, per taluno, è un bene, perché fa calar le paghe mantenendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare, e i prezzi restano invariati. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù. E le strade sono affollate di gente avida di lavoro, ma avida al punto da esser disposta ad assassinare pur di trovarne. E le banche e le società si scavano la fossa con le proprie mani, ma non lo sanno. I campi sono fecondi, e sulle strade circola l’umanità affamata. I granai sono pieni, e i bimbi dei poveri crescono rachitici e pieni di pustole. Le grandi società non sanno che la linea di demarcazione tra fame e furore è sottile come un capello. E il denaro che potrebbe andare in salari va in gas, in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere.

 

(J. Steinbeck, Furore)

 

(via massimo morelli su FB)