Nel 1910 una giovane ragazza russa si suicida a Parigi per amore. Il suo nome è Tanioucha Rachevskaya. L’oggetto del suo amore non corrisposto è un giovane medico rumeno. Il suo nome è Solomon Basile Marbe.

Anche Costantin Brancusi è rumeno. Giunge a Parigi nel 1905.





È reduce da un lungo viaggio a piedi che da Bucarest lo ho portato a Vienna e poi in Francia. Poco prima di arrivare in città rischia di morire per una polmonite: lo ricoverano all’ospedale di Lunéville. Brancusi è il figlio, ormai trentenne, di un contadino dei Carpazi. A Bucarest ha frequentato l’Accademia di belle arti. La sua prima commessa come scultore è il busto del generale Carol Davila. Ad alcuni nella capitale rumena l’opera non piace, si dice per via del naso del prestigioso generale, e così il giovane artista viene pagato solo a metà. Brancusi si incammina e se ne va.

A Parigi Costantin si aggrega al gruppo degli studenti rumeni. Uno dei suoi nuovi amici, che gli rimarrà accanto tutta la vita, è Solomon Basile Marbe. Quello di prima.

In città Brancusi inizia a frequentare l’atelier di Auguste Rodin. Rodin a quei tempi è da tutti considerato il grande maestro.





Un paio di decenni prima il grande maestro ha scolpito nel marmo bianco un’opera michelangiolesca che è rimasta nella storia dell’arte. Si chiama “Le baiser” (il bacio): gliela aveva commissionata lo stato francese in occasione dell’Esposizione Universale del 1889.

In ogni caso, dopo sei mesi, Brancusi se ne va. In occasione della sua dipartita dall’atelier di Rodin, gli viene attribuita una frase che chissà poi se avrà pronunciato davvero:

All’ombra dei grandi alberi non cresce niente


Chissà se è vero che poi Rodin gli abbia risposto:


Hai ragione.


Sia come sia nel 1906 il rumeno si mette in proprio e un anno dopo espone le sue prime opere al Salone d’autunno. L’anno successivo scolpisce nella pietra la prima versione di una statua che riproporrà in circa 40 varianti durante tutto il resto della sua vita. È alta 28 centimetri e si chiama (anche lei) “Le baiser” (il bacio).





Il 22 novembre 1910 Tania in ogni caso si suicida. Solomon Basile Marbe, affranto, chiede all’amico scultore di occuparsi della lapide. La giovane russa viene seppellita in un angolo poco in vista del cimitero di Montparnasse, in un punto in cui lo spazio del grande camposanto si restringe a cuneo e confina con le alte mura di un palazzo. Devi proprio volerci andare in quello spigolo di terra smossa ai margini del grande cimitero monumentale di Parigi, impossibile passarci di fronte per caso. Poi, nel tempo, sempre più gente comincerà ad andarci.

Io, per esempio, ora ci sto andando. È un sabato mattina di giugno di centodieci anni dopo: c’è il sole e Rue du Montparnasse è animata dal mercato dei formaggi e del pesce. Ho appuntamento con un amico in un luogo non distante da qui verso mezzogiorno, e sono come al solito in anticipo. Lascio il vociare del mercato, svolto a destra ed entro nel cimitero dal suo ingresso principale. Improvvisamente tutto diventa silenzio. Supero la parte monumentale, attraverso un piccolo viale alberato e mi dirigo verso il cuneo.

Ai parenti della ragazza morta la lapide che Brancusi scolpisce per Tania pare non piacesse troppo. È complicato capirli oggi ma nel primo decennio del 900 forse quella scultura “moderna” faceva davvero impressione. Chiesero di toglierla: lo scultore e il suo amico medico si opposero. Tutto finì lì. Negli anni l’iscrizione in cirillico della tomba è andata sempre più sfumandosi e oggi è quasi illeggibile.

Il 4 giugno 2007 il sito web della TV rumena Antenna 3 scrive che nel centenario della prima versione del bacio di Brancusi, alcuni discendenti di Tania, dopo aver visitato l’Atelier Brancusi presso il Centro Pompidou, forse hanno avuto un’idea.

(Nel frattempo “la ragazza sofisticata”, una scultura di Brancusi del 1932 è stata venduta ad un’asta da Christie per 71 milioni di dollari).

Perché sono qui? Perché Ho letto su Hyperallergic che alla lapide di Tania qualche mese fa è accaduto qualcosa di strano. Così sto andando a controllare.

Conosco la strada, svolto a sinistra su Avenue du Nord (il cimitero è grande e ha i nomi delle sue strade come il quartiere di una città) esco sulla stradina laterale in Rue Emile Richard e rientro nella parte di cimitero che mi interessa. Svolto a sinistra e trovo di fronte a me il cuneo.




Ed eccolo il cuneo nella cartografia che la prefettura di Parigi ha pubblicato nel 2010 in un documento nel quale si afferma che in assenza di aventi diritto (e in attesa di un pronunciamento del Tribunale di Parigi) “Il bacio” di Costantin Brancusi sulla tomba numero 265 di Tania Rachewskaia è di proprietà della municipalità.




Questa è la lapide della tomba di Tania, fotografata dal mio telefono, in un sabato mattina di giugno del 2018. Il piccolo oblò consente un rapido controllo: “Il bacio” è lì sotto, eppure oggi nessuno lo può più ammirare. È stato libero per un secolo e ora da oltre sei mesi non lo è più. Senza grandi spiegazioni.





Se deciderete di confrontare “Il bacio” del cimitero di Montparnasse con altre versioni che Brancusi ha scolpito negli anni noterete una differenza. Le gambe incrociate dei due amanti formano la lettera M.




M come morte. Quello che succede, prima o poi, a (quasi) tutte le cose belle o brutte della nostra vita.

Resta il valore formidabile di una città nella quale chiunque, negli ultimi cent’anni, ha avuto la possibilità di alzarsi di sabato mattina, attraversare un mercato affollato, entrare in un cimitero deserto e starsene per un po’ di fronte a un’opera d’arte simile. Una scultura con una storia che, fra mille impicci, non si è ancora conclusa.

Parigi, 13 giugno 2018

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aggiornamento del 23 maggio 2022.





Ieri ero a Parigi. Appena sceso dal treno ho costretto Alessandra a prendere una metro e andare a Montparnasse e controllare la situazione. Sono passati quattro anni e non è cambiato molto. Solo il ridicolo pezzo di legno che cela Il bacio di Brancusi ha cambiato colore. Un cartello avvisa che la tomba è controllata da una telecamera. Sulla lapide di Tania sono cresciute le erbacce.


Su un volo dal nord Italia per Bruxelles, nell’unica fila di business class, ci sono due signore che chiacchierano fra loro. Sono due europarlamentari note, elette nel centro sinistra, con frequentazioni televisive abituali. Per tutto il volo le due signore discutono esclusivamente di

borse
vestiti
scarpe
micro chirurgia estetica

lo avranno fatto sicuramente per non concedere anticipazioni sulle strategie politiche agli ascoltatori della fila dietro.

20
Mag




Eppure non dovrebbe essere difficile. Quando ci si riferisce a civili inermi non si può scrivere “giustiziati”, si deve scrivere “trucidati” o “uccisi” o “assassinati”. Il paese intero collassa incessantemente anche nelle parole, e l’informazione con lui.

Ciclicamente qualche politico italiano in cerca di visibilità ripropone la questione dell’autenticazione obbligatoria sui social network. Si tratta di un’idea doppiamente stupida.

Prima di tutto perché è un tema sociale e tecnologico molto delicato che attiene al controllo del potere sui cittadini già da tempo in qualche maniera risolto. In Occidente con la convinzione che obbligarli a mettere nome e cognome sui social sia un’idea pericolosa e inutile, nelle dittature e nei regimi con il pensare che il controllo tecnologico sui cittadini sia comunque efficacemente applicabile con altri mezzi.

Il secondo tratto di stupidità di un’idea del genere risiede nella sua inapplicabilità tecnologica. Anche volendolo imporre in Italia un obbligo simile si scontrerebbe con insormontabili difformità rispetto agli altri paesi: servirebbe insomma una discussione politica molto vasta fuori dall’Italia che mettesse d’accordo tutti a livello internazionale. Una discussione che è del tutto assente e non è mai stata all’ordine del giorno.

Gli ultimi due elementi rivelatori di prese di posizione del genere sono altrettanto interessanti, Il primo è il suo tratto populista: questi politici ignorano la complessità per avvicinarsi al pensiero elementare della “gente” ed esserne poi da questa ricompensati. Il secondo, in alternativa, è che quando così non fosse, se davvero quella stupidaggine è “la loro idea”, ecco che essi stessi sono la gente. È la gente che, in genere, non mostra imbarazzo a mostrare pubblicamente il proprio divario digitale. Semplicemente perché non sa cosa sia. Si tratta, in fondo, anche in questi casi, di una forma di “autenticazione”.

Un buon articolo del Post su un tema che i media generalmente ignorano: le reticenze e le bugie del sistema nei confronti dei cosiddetti attacchi informatici ad aziende o siti governativi. In casi del genere la bugia, spesso una bugia preventiva (sempre la solita, “sono stati gli hacker!”) è del tutto indistinguibile da altre forme di violenza del potere verso i cittadini. Il ruolo mediamente prono, ignorante e disinteressato dei media fa il resto. Quando il presidente dell’INPS dice una bugia alle agenzie di stampa per sviare l’attenzione dalla fragilità delle strutture informatiche dell’azienda che dirige, quando Trenitalia per giorni e giorni fa finta di nulla dopo che un ransomware ha steso la sua struttura di vendita biglietti nelle stazioni, quando il presidente Zingaretti si rende ridicolo ipotizzando attacchi da parte di terroristi alle strutture sanitarie della Regione Lazio, nessuno verrà poi a chiedere pegno. Le parole volano e vengono in fretta dimenticate, il potere lo sa e le sparge volentieri ai quattro venti. Nel Paese pieno di norme e commi che teoricamente dovrebbero proteggere il cittadino come una maglia d’acciaio, in realtà, da sempre, il cittadino non è tenuto in nessun conto. Non lo è mai, per la verità, ma negli ambiti informatici nei quali persiste, nella mente di molti, un alone esoterico al quale ogni stortura sarà possibile attribuire, la partita della democrazia affondata senza troppi scrupoli dalle bugie del potere è vinta in partenza. Ci sarà sempre un hacker cattivo al quale dare la colpa delle proprie incompetenze. E meno male che ci sono.

Nove volte su dieci quando scoppiano sui social furibonde polemiche sulle frasi incredibili pronunciate da questo o da quella sui temi più vari (capita circa una volta a settimana), io non riesco a concentrarmi su quelle frasi, sulla loro gravità. Non riesco ormai nemmeno più a partecipare all’indignazione che scatenano. Perché ogni volta sono costretto a fermarmi prima, e cioè all’incredulità e alla meraviglia del vedere sul palco, o intervistato sul giornale, o ospite in TV, una persona dalle capacità culturali tanto modeste. Come diavolo quell’uomo o quella donna sono finite lì, mi chiedo ogni volta? E lì mi fermo.

05
Mag

Mi sono chiesto spesso come sia possibile che molte aziende italiane, principalmente grandi società dell’energia e delle TLC, alcune delle quali perfino ad ampia partecipazione statale, società che spendono milioni di euro ogni anno per raccontare sé stesse dentro scenari da cartolina, accettino di affidare l’utilizzo del proprio nome a legioni di piazzisti e truffatori telefonici. Ma non ci tengono – pensavo – alla propria reputazione? Non sono preoccupate di cosa possano pensare di loro le persone che così grossolanamente scelgono di contattare. La risposta temo sia che no, non gli interessa, sono lupi in un un mondo che immaginano abitato solo da altri lupi.




(The costs of war, The New Yorker)




Mi aveva colpito molto la frase di Meloni sull’essere continuati. Grazie a @conciossiacosache scopro che è una citazione di Benito Mussolini. Fino a dove arriva l’impudenza.

«Senza figli, senza la gioia di essere continuati, non c’è niente»


Nel caso specifico di Giorgia Meloni, che ha pronunciato questa ed altre frasi a Milano oggi alla convention di Fratelli d’Italia, l’idea di essere continuati assomiglia abbastanza ad un piccolo incubo reazionario che si ripete.