image


(Gianfranco Vissani, via Dissapore)

Come sappiamo il nostro cervello fa una cosa alla volta. Magari velocemente, ma esegue sempre, nel giro di pochi millesecondi, un processo alla volta. Quindi ha ragione mia moglie quando sostiene che io sono incapace (come tutti i maschi, dice lei) di fare più cose assieme (tipo ascoltare lei mentre sto scrivendo questo pezzo o anche scrivere questo pezzo mentre sto ascoltando lei) ma temo che si tratti di un limite reciproco. Dentro questo finto multitasking la cronologia temporale vince, noi decidiamo la priorità e la nostra sostanza cerebrale fa il resto. Per quello che può, nei tempi che gli sono propri. Mia moglie dice spesso che le mie priorità sono sbagliate.

Internet è uguale: un enorme cervello con un numero gigantesco di task che sono lì in attesa e che noi affrontiamo uno ad uno. Se vi piace la metafora della bacheca potremmo dire che Internet è una bacheca cronologica e la sequenza di atti che compiamo in rete è da sempre nella nostra disponibilità. Scegliamo noi.

Quando una piattaforma di rete, una di quelle che utilizziamo quotidianamente come Facebook, Google o Twitter, ci propone (o ci impone) un algoritmo che seleziona per noi dentro il suo grande cervello, tenta di entrare, più o meno gentilmente, dentro il nostro percorso decisionale. Ottimizza. Ci racconta che quella magia è per noi ma evidentemente non sempre è così. Semplicemente quell’algoritmo, come moltissimi di quelli che è possibile incrociare in rete, perturba le nostre scelte, sostituisce criteri decisionali suoi ai nostri. Ottimizza.

La bacheca cronologica è faticosa ma riserva molte soddisfazioni. Chi ha iniziato a navigare in rete dentro i gruppi di Usenet sa a cosa mi riferisco. Il valore, che pure esiste nascosto dentro profondi anfratti, è ostacolato dal tempo che occorre a noi per scovarlo. Il suo disvelamento reclama un prezzo, di tempo e di spaesamento (perdete dieci minuti per leggere i commenti del blog di Grillo per capire cosa intendo), che non tutti sono disposti a corrispondere.

Per costoro esistono gli algoritmi, una magia scritta in codice che riduce le distanze e le false strade e che ci porta diritti alla meta. L’algoritmo annulla il viaggio: facendo questo ridicolizza il poeta (per il quale come è noto la meta è il viaggio stesso) e mimetizza la meta. Ci dice che quello è davvero il posto dove volevamo andare anche se molto spesso non è così. Per due ragioni. Perché il codice è stupido ed inefficace (lo hanno scritto dei poveri ingegneri del resto) e perché è intrinsecamente malevolo (cioè è stato scritto appositamente per i voleri della piattaforma e non per i nostri). La meta, insomma, quasi mai è la nostra, il viaggio, dal quale avremmo potuto imparare qualcosa invece è stato annullato dalla macchina del tempo scritta in codice.

Il nostro tempo è prezioso e scarso, per questo gli algoritmi non sono certo il male. Sono invece, per ora, incredibilmente primitivi e soprattutto nelle mani sbagliate. Fino a quando tutto questo non cambierà, tutte le volte che sarà possibile, sarà una buona idea dire no, grazie la tua magia non mi interessa. Preferisco perdere tempo e sbagliare, preferisco la bacheca cronologica. Preferisco finire altrove senza averlo programmato prima.

In questo momento sul sito de Il Manifesto ci sono due differenti articoli che riguardano Giulio Regeni: il primo a firma del direttore Rangeri e l’altro firmato da Matteo Bartocci.

Norma Rangeri in un editoriale intitolato “Il dolore e gli avvoltoi” scrive:

E così è stato anche nella terribile vicenda di questo ragazzo che aveva appena iniziato a scrivere per noi perché considerava «un piacere poter pubblicare sul manifesto», considerandolo «il giornale di riferimento in Italia», come scriveva nelle mail



Nel pezzo di Bartocci invece si legge:


A maggior cautela, fin da giovedì mattina, ben prima della diffida e del caos della giornata, abbiamo rimosso tutti gli articoli di Regeni dal nostro sito, chiedendo di fare altrettanto ai motori di ricerca. Abbiamo cioè fatto il massimo prima, durante e dopo il sequestro per garantire la sicurezza di Giulio Regeni.



Quindi delle due una. O Giulio Regeni aveva “appena iniziato” a scrivere per il Manifesto (che detto in parole meno fumose significa che il 9 gennaio aveva mandato un articolo al Manifesto che non glielo aveva pubblicato per mancanza di spazio e che si è invece precipitato a metterlo in prima pagina con nome e cognome – contro il volere dei parenti – appena saputo della morte del ragazzo), oppure, come si sostiene da giorni (e come anche Il Manifesto ha lasciato credere) Giulio era un “collaboratore” abituale del giornale nel quale pubblicava articoli sotto pseudonimo.

Di fronte ad una simile tragedia sembra una faccenda marginale e forse lo è. Ma si tratta di un’ambiguità che incide molto sulla credibilità de Il Manifesto. Perché se si scoprisse che la collaborazione di Regeni era quella relativa ad un unico pezzo mai pubblicato mentre era in vita, beh allora al Manifesto dovrebbero farsi qualche domanda.


Update 7/2: Valentina su Twitter mi segnala questo pezzo di Roncone secondo il quale Regeni aveva già pubblicato su Il Manifesto. Bene così.

Dopo l’annuncio ed il casino scoppiato oggi attorno alla notizia secondo la quale la prossima settimana Twitter affiderà ad un algoritmo (e non al semplice ordine cronologico come avviene ora) la sua timeline potrà succedere una di queste 4 cose.

1) A Twitter si spaventano per le violentissime reazioni e cambiano idea
2) A Twitter se ne fregano (come hanno fatto fino ad ora) e impongono l’algoritmo a tutti.
3) A Twitter si affidano alla “dittatura del default” e rendono l’algoritmo deselezionabile
4) A Twitter lasciano agli utenti la scelta di attivare l’algoritmo se lo ritengono

Io ho scommesso con @_arianna 10 euro nel frattempo la mia lista in ordine di probabilità è:

2
3
4
1


Luca Alagna ha pubblicato un lungo, interessante, informato e un po’ paraculo articolo sullo stato dell’ultrabroadband in Italia a partire da questa infografica che gira da un po’ in rete:


4zwat


Aggiungo alla sua disamina alcune considerazioni nella speranza di completare un po’ il quadro.

1. Sul pessimismo.

I numeri sono numeri, come tali possono essere variamente interpretati. Quelli che riguardano la connettività in Italia soffrono di due grandi limiti: sono spesso – evidentemente – numeri indiretti, raccolti nelle maniere più varie. Buona parte del ragionamento di Alagna riguarda l’analisi dei numeri (da dove vengano, a cosa si riferiscano) della famosa cartina, per dire che si tratta di numeri vecchi non chiari ed inaffidabili. Può essere vero. Per confutarli però vengono usati dati altrettanto deboli: quelli di Akamai e perfino quelli di Netflix (essu’) che sono indici persino più vacui di quelli della media di Speedtest indicati nella infografica. Non capisco in ogni caso a cosa serva un simile ricostruzione (che ovviamente è impostata per confutare la veridicità delle cifre): esistono numeri ufficiali di Eurostat che nella loro complessa segmentazione dicono sostanzialmente le stesse cose di quelli di quel grafico. L’Italia è – non da oggi – in fondo alle classifiche europee di connettività. L’ordine di grandezza del nostro ritardo potrà essere discutibile ma è notevolissimo lo stesso. Dire questo, partire da lì usando una cartina sbagliata significa essere pessimisti o superficiali? Non mi pare.



2. Sul valore della rete mobile

Qui il discorso è rapidissimo. La rete mobile in termini di crescita culturale del Paese è in Italia da sempre molto sopravvalutata (dai tempi in cui il Ministro Cardinale diceva che saremmo diventati i primi nell’accesso a Internet in Europa per merito dei “videofonini”, sono passati 15 anni): il mio parere è che sia stata addirittura e paradossalmente un freno all’ultrabroadband (e allo sviluppo ADSL prima). Quindi sì, probabilmente (anzi quasi certamente) abbiamo una rete mobile migliore che altrove ma questo in termini di crescita del Paese se non ostacola sposta pochissimo. Non a caso, molto giudiziosamente il piano ultrabroadband del Governo riguarda solo la fibra.

3. Sul piano ultrabroadband

Su questo vanno dette due cose. Il piano è – sulla carta – un ottimo piano con un vistosissimo limite. E’ stato chiuso senza accordo con gli operatori (per non dire che hanno litigato pesantemente). Le responsabilità andranno ampiamente distribuite ma in termini politici e di crescita Paese il piano di Giacomelli è un mezzo fallimento impantanato da mesi dentro enormi complessità, confusioni e cambi di linea fra pubblico e privato, per esempio per le aree bianche (vedasi il recente ennesimo cambio di orientamento con la discesa in campo dell’Enel che stenderà la fibra, esattamente come in Romania anche se si spera con minor confusione). Detto in altre parole il governo ha avuto fino ad ora una politica delle reti debole e incerta, scrive belle frasi ma fatica a metterle in pratica. A onor del vero poi Luca è una balla che le telco non abbiano investito negli ultimi 15 anni. Lo hanno fatto dove hanno ritenuto con i tempi che sono sembrati loro adeguati (che sono diversi da quelli che sarebbero piaciuti a noi) ma se esiste una responsabilità politica per lo situazione in cui siamo possiamo incolpare chi vogiamo ma non loro. Non per questo, almeno. Ultima cosa: paradossalmente in un Paese dove il divario digitale è in gran parte culturale la mancanza delle connessioni veloci è un danno cospicuo ma certamente meno grave di quello in un Paese dove esista fame di banda. È sacrosanto portare la fibra ovunque ma se pensiamo che l’infrastruttura da sola risolverà i nostri ritardi siamo in errore. Magari fosse così.



Per riassumere: non troviamo scuse, quella cartina dice la verità. Se vogliamo cambiare la nostra posizione di ultimi della classe abbiamo molto da fare, non solo sull’ultrabroadband. Per farlo serve una politica delle reti forte e riconoscibile in termini di leadership. Fino ad oggi, prima di Renzi e anche dopo Renzi, non è stato così.

La bugia – perché di questo si tratta – pronunciata ieri dal palco del Family Day dal suo organizzatore Gandolfini è molto utile a spiegare il livello misero del giornalismo italiano nel suo complesso.

Ieri mattina tutti i principali siti web aprivano con la notizia secondo la quale al Family Day erano in arrivo 1 milione di persone. Lo scrivevano in grande, come fosse una verità rivelata anche se riferita ad un evento che doveva ancora accadere. La fonte? Gli organizzatori del raduno, ovviamente.
Nel pomeriggio gli stessi euforici organizzatori hanno iniziato a dire “Siamo due milioni” e tutti i siti web italiani si sono prestati alla pantomima dei “Due milioni al Circo Massimo”. Anche se al Circo Massimo ci stanno – pigiandole molto – forse 250-300 mila persone e anche se a voler essere onesti gli attivisti del Family Day ieri erano un numero variabile fra i 50 e i 70 mila.

Ovviamente il punto non è questo: l’oste vende il suo vino anche quando fa schifo ed è sempre stato così. Per esempio qualcuno su Twitter mi ha fatto notare questo pregevole articolo di Repubblica in occasione di una manifestazione della CGIL sempre al Circo Massimo nel 2010. Secondo gli osti ubriachi del tempo quel giorno a Roma in quello spazio c’erano 2,7 milioni di persone.

Il punto – dicevo – è un altro. E cioé la complicità e la tendenza dei media a pubblicizzare le peggiori stronzate. L’assoluta incapacità di applicare quel filtro informativo che sarebbe l’unico valore aggiunto per distinguere le notizie dalla propaganda e dalle testimonianze da social network. Né sarà possibile accontentarsi della solita foglia di fico che i media valutano come idonea a parare il proprio culo. Nel caso di ieri la foglia di fico è stata la frasetta “Secondo gli organizzatori”.

Perché se “secondo gli organizzatori” ieri a Roma erano in 2 milioni anche solo riaffermare una simile sciocchezza, magari nei titoli, magari scritta in grande – costringe ad un giudizio molto critico sul giornale che l’ha ribattuta.

In un paese nel quale la maggioranza dei lettori legge solo i titoli dei siti web scritti in grande o le locandine di fronte alle edicole semivuote, accettare di occupare quello spazio di attenzione con una bugia, pur se protetta dal “sostiene Gandolfini”, è un fallimento di vaste proporzioni.

Un simile fianco spalancato alle balle della propaganda (oggi è il turno degli integralisti del Family Day, ieri era quello degli attivisti della CGIL, l’altroieri delle manifestazioni con i pulmann pagati da Berlusconi) è una delle ragioni per cui la stampa italiana nel suo complesso sceglie di essere inadatta al suo ruolo fiduciario.

Se secondo gli organizzatori l’acqua va in salita non lo si scrive e basta. Se non nelle due righe in fondo per completezza dell’informazione o nella vignetta a pagina 27 che stigmatizza la stupidità gretta di ogni propaganda.

Schermata 2016-01-28 alle 23.03.04

Schermata 2016-01-27 alle 15.47.03


Capita che su Google Books il lavoro di digitalizzazione non sia accuratissimo.


(via Matteo Bordone)

Schermata 2016-01-26 alle 20.52.17