
A proposito della vicenda di cronaca nera che partendo dalle mie parti si è diffusa in tutta Italia è impossibile non notare il solito cortocircuito. Prima i media diffondono particolari macabri e inquietanti, virgolettati attribuiti all’ambulanziere sospettato degli omicidi di anziani pazienti, “prove” che non solo suggeriscono la colpevolezza dell’imputato ma ne disegnano i tratti di morbosa anomalia e che inevitabilmente coinvolgono molto delle persone intorno a lui, e poi, quando l’effetto atteso di una vasta indignazione (e di pagine viste e copie vendute) è stato ottenuto, iniziano a produrre la seconda onda: articoli sugli effetti a cascata che l’indignazione social ha prodotto sulle persone vicine all’imputato, quelle stesse persone che gli stessi media avevano ampiamente coinvolto. Come se le minacce social non fossero l’effetto inevitabile del cattivo giornalismo e delle sue intenzionali attenzioni ai particolari più inquietanti. Come ogni volta ciò che i media producono non è solo cattiva informazione ma anche una lesione ampia del senso di comunità. Cattiveria indotta come modello economico residuo che ha come effetto principale quello di mettere i cittadini gli uni contro gli altri.
Oggi Meloni con l’espressione facciale che utilizza usualmente quando ti sta spiegando una cosa che secondo lei dovrebbe essere ovvia ma che evidentemente non lo è, una faccia che contiene una quota minoritaria di umana comprensione per la tua inferiorità intellettuale e una quota dominante di fastidio perché insomma, guarda con che gente mi tocca parlare, ha spiegato che lei, come è abituata a fare sempre, se ha qualcosa da dire la dice e in questo caso, come in tutti gli altri casi precedenti, l’ha detta. Anche se si trattava di Donald Trump.
Ora questa frase non le fa onore, non perché sia necessariamente falsa (lo è, in parte, come molte delle cose che Meloni dice con quella faccia lì) ma perché se davvero le cose stanno così, se i silenzi di Giorgia Meloni degli ultimi mesi sulle enormità psichiatriche di Trump (moltissimi) e sui crimini di Israele (moltissimi) fossero dovuti non a crude questioni di opportunità e real politik, di fronte alle quali ogni Presidente del Consiglio ogni volta si trova, ma all’attitudine di Meloni di parlare quando qualcosa non le piace e di stare zitta nei restanti casi, quei silenzi disegnerebbero, anzi disegnano, un ritratto di Meloni per quanto possibile perfino peggiore di quello che abbiamo ogni giorno davanti.
A me non piacerebbe essere Jannik Sinner. Se sei Jannik Sinner sarai costretto a firmare centinaia e centinaia di cappellini, palline da tennis gigantesche, foglietti e magliette. Se sei Jannik Sinner dovrai sorridere in un selfie con centinaia e centinaia di sconosciuti, una discreta percentuale dei quali, nell’emozione del momento, non riuscirà a passare alla telecamera frontale del telefono e tu, che sei Jannik Sinner, dovrai farlo per loro. Che poi questo è il meno perché se sei Jannik Sinner dovrai concedere una foto o due non solo a moltissimi perfetti sconosciuti, molti dei quali saranno indubitabilmente ottime persone, ma anche a parecchi figli di buona donna che avresti evitato volentieri. Politici, imprenditori, sportivi di sport che non ti piacciono, presenzialisti, influencer, attori e attrici che si presenteranno da te vestiti quasi da tennis. Se sei Jannik Sinner dovrai scambiare quattro chiacchiere con attori di Hollywood inviati in loco dal loro agente o dalla produzione del loro ultimo film e vi direte “Ehi ciao, come stati? Tutto ok? Mi fa piacere! Ok ci si vede eh, restiamo in contatto, certo! Se sei Jannik Sinner dovrai farti una foto con Il Volo o con Umberto Tozzi e mentre te ne stai andando e stai pensando, bene dai per oggi è finita, sono in salvo, ecco che in quel momento, durante quel pensiero fuggevole e impossibile, sbucherà Briatore ad abbracciarti.
Se Bruno Vespa non fosse Bruno Vespa la sua incredibile sfuriata televisiva di ieri la si potrebbe tranquillamente attribuire ai suoi 81 anni. Età venerabile nella quale un sistema lavorativo ragionevole accompagna i suoi pensionati a discutere di politica al circolo del paese o, nel caso di ex giornalisti milionari, alle cene del Rotary o alle tombole del Lions. Ma essendo Bruno Vespa Bruno Vespa la sua sfuriata televisiva contro un politico del PD dai modi pacati e gentili porta con sé ulteriori minime complicazioni. Quella andata in onda su Rai1 non è solo la perdita delle inibizioni di un uomo semplicemente anziano, ma è la perdita delle inibizioni di un anziano da sempre pacificamente reazionario, vezzeggiato, nella maggioranza dei casi, o colpevolmente tollerato, nei restanti casi, da almeno 30 anni da parte di politici di ogni colore.
(La percentuale di possibilità che il quadrunvirato Schlein-Conte-Fratoianni-Coso (quello là dei verdi che non mi ricordo mai come si chiama) chieda a Silvia Salis di diventare la leader del centro-sinistra da opporre a Meloni nelle prossime elezioni politiche).
Secondo alcune indiscrezioni nei dieci punti che gli USA hanno accettato di discutere nelle prossime due settimane ci sarebbe anche l’invio di un idraulico iraniano a smontare i rubinetti d’oro a casa di Trump.

Il Ministero della Cultura, diretto da quel signore molto alto vestito buffo, spesso con colori sgargianti, altre volte con tenute scure che ricordano i gerarchi nei film di Mel Brooks, un signore che oltre che vestirsi strano parla con un eloquio così forbito e poetico da far sospettare qualche irrisolto problema adolescenziale, un signore che prima di fare il Ministro della Cultura lavorava come giornalista in quei quotidiani di propaganda politica spesso sostenuti da denari pubblici, quel signore – dicevo – dirige il Ministero che ha scelto di non finanziare un documentario su Giulio Regeni poiché “di scarso rilievo culturale”.
I reazionari italiani, di ogni specie e altezza, che certo non brillano per lungimiranza nemmeno quando sarebbe semplice, hanno scelto a suo tempo di detestare la figura di Regeni per una ragione elementare: perché la triste sorte di quello studente era diventata l’emblema di una parte politica che loro detestavano. Cioè di tutto il resto del mondo intorno che non fossero loro. La memoria di Regeni era ed è di tutti e questo per loro è inaccettabile.
Per questo una simile decisione del Ministero è del tutto aderente allo spessore morale di chi ci governa, e anche adeguata al Ministro stesso, anche nel caso in cui non sia stato lui a prenderla direttamente. Adeguata ai vestiti, agli stivali da cavallerizzo, ai cappotti neri doppio petto, all’eloquio D’Annunziano con un secolo di ritardo, al desiderio fortissimo di essere riconosciuto. E visto, da tutti, il più possibile, e possibilmente ammirato. E se non sarà possibile essere ammirato almeno detestato, che è poi un’altra maniera dei poveri per sentirsi ricchi e al centro del mondo.
Sarebbe stato bello e opportuno per lo Stato italiano investire quattro soldi per celebrare Giulio, anche fosse stato il peggior documentario del mondo, ma il ricordo di Giulio Regeni, in fondo, non ha bisogno dei soldi di questa gente.
Sulla discussione in corso su giovani e cellulari segnalo questo pezzo di Fabrizio Venerandi su FB. È un pezzo colto e intelligente che sarà molto utile a quanti contestano le limitazioni che gli adulti in tutto il mondo stanno imponendo agli adolescenti. Ci sono un discreto numero di questioni sulle quali non sono d’accordo (ma questo ha davvero poca importanza) e, per conto mio, una sola vera esagerazione:
Molti dei miei studenti non hanno dipendenza da cellulare, sanno quando usarlo e quando no, sanno sfruttarlo per le attività didattiche che gli propongo.
Per il resto, al netto delle considerazioni offerte da Venerandi, la questione teorica (etica o economica che sia) e quella pratica restano comunque a grande distanza. Rispondere ad un’emergenza pratica (se esiste) con un pacchetto di considerazioni intellettuali sulle dinamiche dell’innovazione tecnologiche e sulle scelte che impone a tutti noi non è tanto differente dal dire che il problema si risolverà educando i ragazzi al digitale.
In una intervista al TG1 di oggi Giorgia Meloni tenta un disperato smarcamento da Donald Trump:
“Continuo a ritenere che sul piano geopolitico l’Europa non abbia molto da guadagnare da una divaricazione con gli Stati Uniti, però il nostro lavoro è soprattutto quello di difendere i nostri interessi nazionali e quando non siamo d’accordo dobbiamo dirlo. E stavolta noi non siamo d’accordo”
Quindi vediamo se ho capito:
quando Trump bullizzava in mondovisione il Presidente Ucraino
quando Trump apriva crediti giganteschi a Putin
quando tagliava i finanziamenti all’Ucraina
quando spalleggiava Israele nel genocidio di Gaza
quando invadeva un Paese sudamericano sequestrandone il presidente
quando affamava Cuba
quando minacciava di invadere la Groenlandia
quando imponeva dazi sui prodotti italiani e su quelli di mezzo mondo
quando lasciava uccidere cittadini americani che protestavano contro di lui
quando secretava gli Epstein Files che parlavano di lui
in tutte quelle occasioni per lei andava bene e non era il caso di dire nulla, se non dichiarare pubblicamente che Trump meritava il Nobel per la Pace e che l’Italia avrebbe volentieri partecipato (se avesse potuto, maledetta Costituzione) alla trasformazione delle macerie di Gaza con tutti i morti dentro in un resort per turisti.
Ora che Trump e Israele hanno attaccato l’Iran mettendo in ginocchio l’economia di mezzo mondo e portando il prezzo della benzina per gli automobilisti italiani (l’unica cosa che ci interessa) a prezzi mai visti prima
solo ora Meloni dice che “stavolta non siamo d’accordo”.



