Da qualche settimana StartupItalia pubblica una mia rubrica settimanale il cui archivio può essere raggiunto qui. Abbiamo pensato di chiamarla LowRes per collegarla, per quanto flebilmente, al mio Bassa Risoluzione uscito qualche mese fa per Einaudi (a proposito, grazie a tutti il libro è stato molto letto e sta continuando ad andare benissimo). È composta da articoli brevi. Questo è l’inizio di quello di oggi:


Durante una presentazione, qualche tempo fa, Mark Zuckerberg mostrò una piccola magia legata alla realtà aumentata di Facebook. Al vasto pubblico mondiale che seguiva l’evento spiegò che, volendo, avremmo potuto aggiungere una tazza virtuale accanto alla nostra  sul tavolo della cucina. Suggerendo così ai nostri contatti, con una semplice foto, che quella mattina a colazione non eravamo soli come dei cani, in una periferia californiana o in un qualsiasi altro luogo del pianeta, ma felicemente in compagnia di qualcun altro. Quel giorno capii che forse un mio piccolo confine era stato superato.


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Volendo magari occuparsi della sostanziale decadenza della figura dell’intellettuale in Italia toccherà parlare di Ernesto Galli della Loggia.

Il quale – nell’ultima delle sue ficcanti lezioni rivolte ad un pubblico di assenti – ha dedicato sul Corriere della Sera un articolo fra lo scherzoso e lo schernoso (più scherno che scherzo in effetti come si addice ad un intellettuale del suo livello) agli errori, in qualche caso davvero rilevanti, contenuti nell’ultimo poderoso volume di Antonio Scurati su Mussolini.



A Galli della Loggia, che evidentemente vive in un mondo tutto suo, non interessa granché che il libro di Scurati, di grandissimo successo in libreria, crei una nuova attenzione, culturalmente sana, sul ventennio fascista, periodo del quale la grande maggioranza degli italiani non sa quasi nulla (ne scrive benissimo Ivan Carozzi sul Post) se non quattro triti luoghi comuni. Al nostro non interessa che quel libro aggiunga informazioni buone per tutti, in un formato, in una quantità e di una qualità tale da superare ogni altro tentativo storiografico e divulgativo da decenni a questa parte sul peggior periodo storico del nostro Paese.

No, a Galli della Loggia interessa l’esattezza della data di Caporetto o sottolineare come solo lui si sia accorto di un refuso su una frase che è di Pascoli invece che di Carducci. A Galli della Loggia, dietro la foglia di fico davvero esile della critica a Bompiani che non fa l’editing dei suoi libri, interessa più di tutto – come sempre – mostrare chi lui sia e come mai gli altri, specie se gli altri sono in questo momento (in)giustamente sulla bocca di tutti, non siano un cazzo.

Che è l’esatta ragione della raggiunta assoluta irrilevanza di una lunga lista di intellettuali come lui. 


update: la questione è continuata con una risposta di Scurati e una controrisposta di Galli dela Loggia. Un riassunto su Il Post.


12
Ott

Questa mattina presto, in auto, ho ascoltato Massimo Giannini a Circo Massimo su Radio Capital dare del cialtrone a Matteo Salvini. Non ha usato un raffinato giro di parole, lo ha detto due volte, direttamente. Matteo Salvini è il Ministro dell’Interno e il leader di un partito molto votato alle ultime elezioni.

Mi hanno poi colpito le reazioni dei miei contatti su Twitter quando, sempre oggi, riferendomi a quell’episodio, ho scritto che forse la stampa non dovrebbe farsi popolo: non mi risulta del resto che sia costume dei media (in Italia in passato e nel resto dei paesi occidentali tuttora) esprimersi con la sintesi e la brutalità che oggi il direttore di Radio Capital ha utilizzato in trasmissione.



Non sono così scemo da fidarmi dei commenti (in genere, tanto meno su Twitter) ma la grande maggioranza di chi ha scritto qualcosa sotto il mio tweet ha sostenuto che Giannini tutto sommato avrebbe fatto bene.

Così io questa sera penso che molta gente non capisca. Che ci siamo perduti un po’ tutti. Che non riusciamo più a riconoscere i confini di nulla. E che non vi sia strada più confortevole di questa gigantesca confusione di ruoli per far sì che un cialtrone diventi alla fine Ministro dell’Interno.


Ascoltare i nostri nuovi governanti grillini e leghisti può essere istruttivo. Io per esempio in questi giorni ho capito una cosa, magari banale, magari molto evidente a tutti voi, ma che non avevo compreso. E cioè che la logica del populismo grillino è invocare una bestia antropomorfa.

Dubito fortemente si tratti di uno schema intenzionale. Diffido da sempre degli schemi intenzionali, specie negli ambiti comunicativi e della propaganda politica. Non ho mai creduto a chi citava le raffinate tecniche di ammaliamento dei cittadini studiate – dicevano – da Berlusconi a tavolino quando affermava garrulo che lui dormiva tre ore a notte perché dopo aver lavorato 12 ore per il Paese se ne andava in discoteca.

E allora la bestia antropomorfa – ci arrivo –  non è raffinata comunicazione ma, come nel caso di Berlusconi ai suoi tempi, una maniera come un’altra di essere scemi e furbi allo stesso tempo senza avere la capacità di vergognarsene.

Cosa fanno i vari Di Maio e Salvini messi alle strette di fronte ai problemi incombenti e alla necessità di risolverli? Li umanizzano. Li rendono simili e li associano ad una persona. In questa maniera tutti noi potremo più facilmente individuare il bersaglio. Lo spread? È il complotto di Juncker e dei poteri forti (la bestia delle bestie). I fenomeni migratori: colpa di Macron. L’economia che va malissimo: è Soros che trama sottobanco e sovrintende al disastro.

Non esiste problema complesso che non possa essere umanizzato e ricondotto, in un’estrema semplificazione, ad un colpevole in carne e ossa. Un bersaglio: qualcuno che possa essere rapidamente incolpato. Un nome e un cognome.

E invocare la complessità è oggi il peggior reato che si potrà compiere. Spiegare l’ovvio, articolare i problemi del Paese, non è consentito. Una schiera di pappagalli è del resto pronta a ripetere le ridicole accuse a Soros e Macron, alla Merkel e a Juncker e se un giornalista chiede (con leggera supponenza per la verità) che cosa diavolo sia “il dio deficit” si beccherà non solo lo sguardo gelido di Di Maio, la cui competenza sui temi economici sfiora probabilmente quella di un liceale, ma anche i rimbrotti di tutti gli altri giornalisti che con il taccuino in mano si stanno segnando nome e cognome del colpevole odierno. Da pubblicare domani per i fessi che ci crederanno.

La bestia antropomorfa è un mostro di cartone. Ma finché dura lasciateci spaventare in santa pace. Che Berlusconi a ottant’anni va a donne come noi a trenta. Nel frattempo oggi Di Maio ha detto che Banca d’Italia, visto che critica l’abolizione della legge Fornero, dovrebbe presentarsi alle elezioni. La banca antropomorfa, nulla che non sapessimo già.




04
Ott



(via Guido Moltedo su Twitter)



Può capitare che le foto certe volte ingannino. Altre volte no.


Ovviamente il cretino sono io. Avrei avuto tutti gli strumenti per informarmi e non l’ho fatto. Colpa mia. Però anche un certo qual cinismo editoriale italiano, a volte, è così leggiadro da dover essere almeno sommessamente sottolineato.

Oggi mi è arrivato un pacco con due libri che avevo ordinato su Amazon. Li avevo scelti in fretta, si occupano entrambi di argomenti che mi interessano molto e volevo leggerli. Sono entrambi volumi appena pubblicati nella loro prima versione italiana.



Il primo è questo. Confesso che mi aveva un po’ stupito che un editore  come Piemme pubblicasse un libro di Marc Augé, ma vabbè, a volte capita. In realtà il libro non è un testo del famoso etnologo francese ma è la trascrizione di una conversazione raccolta da Raphael Bessis, come si sarebbe potuto facilmente desumere dalla molto più onesta copertina dell’edizione originale.



L’edizione italiana, non solo nella copertina ma nemmeno nella seconda , nella terza e nella quarta di copertina, chiarisce al cretino di passaggio in libreria, o al cretino come me su Amazon che il testo non è quello che sembra. Solo nelle attribuzioni dei diritti prima del titolo, scritte in corpo 6 a beneficio dei presbiti, si potrà risalire alla verità. Da aggiungere a una seconda, non trascurabile notizia, di cui Piemme si dimentica volentieri: il testo risale al 2004. Che per un libro sull’uomo digitale è come dire che risale a un periodo che quasi non ci interessa più.

Per ironia della sorte anche il secondo libro che ho comprato è un po’ da cretino ed è questo




Per giustificarmi potrei dire che l’editore e la collana erano assai più usuali e autorevoli. Così come il prezzo. Aggiungo che il tema del silenzio è straordinariamente attuale e forse io stesso, dopo aver letto tempo fa il piccolo e bellissimo “Silence” di John Biguenet pubblicato in USA in una collana di tascabili meravigliosi di Bloomsbury, speravo di trovare qualcosa di simile. Non serve essere attenti osservatori per capire che il silenzio (e la sua assenza) nella società contemporanea non solo è diventato un tema centrale, anche di semplice salute mentale, ma è ormai un argomento legato a doppio filo con le tecnologie digitali e i formati contemporanei delle nostre vite lavorative e relazionali (pensate solo agli auricolari o ai messaggi vocali sugli smarphone).

È un tema talmente importante, perfino per un isterico come me così talmente alla disperata ricerca di una piccola isola di assoluto silenzio, da avergli dedicato un capitolo intero in Bassa risoluzione, che desideravo fortemente che qualcuno me ne parlasse estesamente e con cultura, profondità e soprattutto attualità. Ebbene sfogliando l’edizione italiana del libro di Le Breton scopro che silenziosamente l’editore ha reso disponibile in Italia nel 2018 un testo che l’autore ha pubblicato nel 1997. E che – graziosamente – ha in parte aggiornato per la versione italiana.


A chi affidare le nostre sorti?

Serve – da sempre io credo –  una quota di patologia psichiatrica in azione per poter immaginare sé stesso dentro grandi responsabilità (e più saranno grandi e di maggior quota ve ne sarà bisogno); serve anche – ovviamente – una spinta non residuale all’altruismo: occorrerà poi fiducia in sé stessi, così come riscontri tangibili delle proprie capacità e competenze (sono due cose differenti una spesso vicaria l’altra) che ci raggiungano da altrove, meglio da persone che non ci conoscono e che in qualche maniera ci stimano. Serve insomma – meglio, servirebbe – un buon bilanciamento fra molte caratteristiche differenti tutte ugualmente importanti, tutte, vorrei dire, indispensabili.

Tutto ciò esula dalla parte politica che decideremo di rappresentare, riguarda una semplice cassetta degli attrezzi che dovrebbe valere per tutti, per lo meno nelle cosiddette democrazie.

Ebbene tutto questo oggi, in Italia, semplicemente non è.

Oggi in Italia tutto questo è sostituito dalla fedele rappresentanza. La politica si è fatta faccenda personale, anche se solo in apparenza, ormai intrinsecamente legata ad una faccia e a un corpo, ad un abito o a una cadenza nella voce. La politica genera facce, produce testimonial, li innalza e rapidamente li accantona: ce ne ricorderemo poi, fra pochissimo, come di una vecchia pubblicità di un amaro con quell’attore che ormai nessuno conosce più. Il testimonial vende il prodotto fino a quando il prodotto esiste, poi scompare con lui. O anche prima di lui se nel frattempo avremo immaginato qualcuno più adatto allo scopo.

Quale sia il prodotto e quali siano i suoi scopi non ha più troppa importanza: il prodotto nella maggioranza dei casi è la semplice occupazione del potere, intesa come onere residenziale, come tassa di stazionamento, come restare seduti perché nessun altro occupi il posto faticosamente raggiunto.

Scomparsa e archiviata fra gli sbadigli l’ideologia, resa del tutto inutile (anzi molto spesso osteggiata) ogni competenza curricolare o esperienziale, il potere prospera nella sua vacuità per due ragioni principali che sono il rimbrotto e la disperazione.

Rimbrotto e disperazione riguardano tutti noi, sono il risultato sociale degli ultimi decenni nei quali lo schema di leadership immaginato all’inizio di questo pezzo è stato in qualche maniera seguito, per quanto siamo riusciti a fare, e ha fallito.

Siamo delusi, lo siamo in maniera trasversale: lo sono i giovanissimi e gli anziani, i dirigenti e gli imprenditori, gli impiegati e dipendenti pubblici. Lo siamo per partito preso ma anche per solide imminenti ed evidentissime ragioni. Ognuno ha le proprie: verranno da noi, le esporranno, e noi faremo sì con la testa: sì, hai ragione, certo, ti capisco.

Ma accanto al rimbrotto di tanti forse ciò che è cambiato maggiormente negli ultimi tempi è la diffusione di una vasta disperazione sociale o meglio le sue conseguenze. La diga, troppo piena, ha tracimato e noi eravamo lì a fotografare lo spettacolo. La disperazione è il passo successivo rispetto al rimbrotto, è il momento in cui le energie si sono esaurite e tutto si affievolisce. Per una quota montante di cittadini di questo Paese nulla ha più grande importanza. Così il venditore di pentole non verrà sottoposto ad alcun seppur minimo scrutinio, supererà con facilità il muro fino a ieri quasi invalicabile, della nostra diffidenza. Tanto – si dicono in molti –  cosa abbiamo da perdere? Cosa può andare peggio di così?

Leggendo i giornali, seguendo certi commenti e certi like su Internet forse potremo farci ingannare da alcuni segni esteriori molto evidenti: da un clima avvelenato e violento che si percepisce del resto ovunque, anche nel vecchio cosiddetto “mondo reale”: in fila alle Poste, al tavolo di una pizzeria.

Ebbene quella spazzatura non è l’annuncio del cambiamento ma la sua conseguenza. Certi fascismi un tempo striscianti e oggi palesi, orgogliosamente esposti dopo anni di autocensura, i tweet di Salvini, le miserie di gran parte della comunicazione politica che è oggi sostanzialmente uguale a destra e a sinistra, sono quello che viene dopo il crollo non ciò che lo annuncia.

Possiamo essere impauriti (e lo siamo, io lo sono) ma tutto è già accaduto: quello che ci capita di vivere ed osservare oggi è quanto avviene dopo la caduta, quando il rimbrotto e la disperazione iniziano a chiedere il conto.

Ricostruire non sarà semplice, io nemmeno saprei come.