Ivan Scalfarotto spiega sul suo blog le ragioni tecniche della mefitica definizione “formazione sociale specifica” riferita alle Unioni civili.


La Corte Costituzionale, con la sua sentenza 138/2010 ha detto che le unioni omosessuali non sono famiglia fondata sul matrimonio ai sensi dell’articolo 29 della Costituzione, ma sono “formazioni sociali” ai sensi dell’articolo 2 Cost. e come tali devono essere riconosciute. Questo significa che non ci si deve limitare a concedere diritti e doveri ai componenti la coppia, come vorrebbe NCD, ma la coppia deve essere riconosciuta come coppia. Cattiva notizia la prima parte della decisione, ma ottima notizia la seconda parte, giusto?

Ora: la legge in discussione al Senato fino a ieri conteneva un comma che definiva le unioni civili come “istituto giuridico originario”, per dire che non andava confuso con il matrimonio ex art. 29, che è precisamente ciò che ha dettato la Corte. Ieri in Commissione si è semplicemente deciso che la formulazione “istituto giuridico originario” fosse meno fedele alla sentenza 138/2010 di “formazione sociale specifica” che è una citazione diretta delle parole dell’articolo 2 della Costituzione.

In pratica ieri non è accaduto nulla di nuovo. Però oggi siamo tutti in un magnifico sbattimento e chi lavora a questa faticosa legge per introdurre, con tutti i vincoli che la legge e la politica ci impone, un’”omogeneità di trattamento tra coppie omosessuali e coppie coniugate” (sono sempre parole della Corte Costituzionale) deve impegnarsi a fronteggiare critiche fondate sul nulla, senza che sia accaduto nulla di nuovo.



Ora Ivan ha ragione, soprattutto sul “magnifico sbattimento”. Ho osservato anch’io in questi ultimi tempi, in maniera molto più laterale e meno diretta la complessità (per non dire altro) dei processi tecnici che portano alla formulazione discussione ed approvazione di una norma dello Stato. Conosco il lavoro testardo e appassionato di molte persone che in Parlamento ed altrove cercano di aggiungere un frammento di senso alle nostre leggi e vedo ogni giorno il muro di difficoltà che questi tentativi comportano.

Di fronte alla assurda complessità della macchina legislativa di questo Paese, alla sua borbonica insensibilità ad ogni urgenza, al suo continuo riferirsi ai diritti di qualsiasi minoranza in nome di una democrazia che spiana il campo ai furbi ed ai corrotti, si possono fare tre cose. Si può combattere, appunto, come sta facendo Scalfarotto, si può craccare la macchina (come fanno tutte le opposizioni palesi o occulte), ci si può infine adattare al ritmo lento della burocrazia romana, che è quello che fanno la maggioranza dei politici di lungo corso. Tutto un allargare le braccia, invocare commi, spiegare strategie ed accordi in Commissione, parlare strano. Soprattutto parlare strano.

Le tecnicalità sono proprietarie del campo legislativo e nessuno sembra avere gli strumenti per riequilibrare il sistema. Che è quello di una democrazia bloccata da un sistema che rende impossibile decisioni rapide e sensate. E che consuma i migliori dentro continue battaglie formali dalle quali, nella migliore delle ipotesi uscirà un papocchio inguardabile.

Inguardabile da fuori, da dentro invece il migliore degli accordi possibili.

Prima questione: separare lucro e sentimento. Chiunque abbia pubblicato, condiviso, twittato quella foto per interesse (per una ragione o per un’altra) è un figlio di puttana. Non mi interessa l’elenco. Non faccio il processo alle intenzioni. Non separo fra carta e internet. Non divido amatori da professionisti. Se lo hai fatto per quello sei un figlio di buona donna e basta, ed è perfino inutile dirtelo che in fondo lo sai già.

Seconda questione: pubblicare quell’immagine, in Italia, viola la Carta di Treviso. Che è un documento autoregolamentatorio che i media si sono dati da soli anni fa e che non mi risulta sia stato abiurato da nessuno. Bellissima l’autoregolamentazione, straordinarie le sue molte eccezioni.

Terza questione: no, la celebre foto della bimba nuda che fugge dal napalm nel Vietnam degli anni 60 non serve alla causa. E nemmeno le foto delle pile di cadaveri nei campi di sterminio scattate a guerra finita in Germania. Sono mondi diversissimi, un rubinetto informativo da una parte, un oceano d’acqua che riempie tutto dall’altra.

Quarta questione: quella foto indica un punto di debolezza delle comunità digitali già noto ma mai abbastanza ripetuto. Queste, sia quando riuniscono buoni sentimenti sia quando traboccano d’odio, hanno una caratteristica dominante. Quei buoni sentimenti e quell’odio in genere restano confinati dove sono stati generati. La vicinanza digitale da sola non uccide e non salva vite. In cambio però trasmette una piccola anestesia liberatoria.

Quinta questione: peggiorerà. Sembra impossibile ma peggiorerà. L’esposizione mediatica dell’orrore è già oggi un format, serve le cause più diverse. Come molecole iniettate in vena simili contenuti sono sottoposti alle leggi della tolleranza farmacologica. Ed esattamente come avviene con i farmaci nel tempo, aumentando la dose, l’effetto si riduce.

La foto del bambino sulla spiaggia è una dose da cavallo. Come tutti i poveri tossici nemmeno ce ne siamo accorti.




update: Carlo Felice dalla Pasqua che di dentologia giornalistica ne sa molto più di me mi fa notare nei commenti che la Carta di Treviso si applica ai bambini vivi. Lo ringrazio per la precisazione.

Questi sono i commenti sull’articolo, la semplice notizia, pubblicata dal Corriere della Sera. Provate a immaginare il resto, la grande abbuffata primitiva dei social. Cannibali. E’ una lettera istruttiva e distruttiva, un quadretto orripilante dello stato (mentale) di un pezzo del paese, la mappa del disadattamento nascosto dietro lo schermo di internet, luogo considerato d’impunità totale, prateria dei frustrati senza talento, piscina condominiale dell’odiatore in servizio permanente effettivo.

E’ un’Italia allevata con gli estrogeni dello straccionismo, una terra di mezzo popolata di mostri che azzannano chiunque si sia guadagnato il successo e abbia avuto la forza di esportarlo in tutto il mondo. Non è il riscatto del povero, ma il ricatto di un pensiero disconnesso che trova nell’insulto il supremo godimento. Salini era ricco, Salini aveva la Porsche, Salini è morto. Evviva.

E’ l’orrore che ride a crepapelle, si sollazza, si fa beffe di tutto e sfregia tutto in nome di un ciclopico nulla che ne alimenta la distruttiva pazza gioia. Non c’è bisogno di andarli a cercare nell’universo, gli alieni, sono tra noi, sono tanti, trovano nutrimento nei media, mutilano cadaveri online ed esibiscono il trofeo. Bella gente. La trovate in giro, potrebbe essere il vostro collega in ufficio, con la cravatta, distinto, in apparenza pacifico. Poi vi girate, lui vi guarda, e uno specchio vi rimanda la realtà del suo sorriso carico di invidia: ha i denti di uno squalo che sogna di guidare la Porsche.



Questa è una parte (ma tutto il resto è uguale) di un articolo che Mario Sechi ha pubblicato su Il Foglio sui commenti online seguiti alla morte di un imprenditore romano in un incidente stradale sulla sua Porsche. Un tempo mi avrebbe forse colpito la grossolanità dei giudizi sul “popolo della rete” (ma quello di Sechi è uno punto di vista conservatore dei più usuali e pigri) oggi invece riesco a vedere solo la sequenza infinita di banalità lessicali messe in fila una dietro l’altra.

la grande abbuffata primitiva
cannibali
impunità totale
prateria dei frustrati
piscina condominiale dell’odio
odiatore in servizio permanente effettivo
estrogeni dello straccionismo
terra di mezzo
l’orrore che ride a crepapelle
ciclopico nulla
distruttiva pazza gioia
gli alieni sono tra noi
i denti di uno squalo



Moriremo travolti dai luoghi comuni.

Il commento di Giulia Presbiterio ad un post (molto contestato e superficiale) di Giulia Innocenzi nel quale racconta di un suo viaggio in Iran.

Buonasera Giulia,
sono una studentessa di relazioni internazionali dell’Università di Torino e le scrivo in merito all’articolo che ha pubblicato riguardo alla sua vacanza in Iran.
Mi dispiace molto per i commenti sessisti, volgari o maleducati che alcune persone le hanno rivolto in merito al suo articolo o con altri pretesti, immagino debba essere difficile e pesante da sopportare.
Le scrivo con l’intento di esporre una critica in modo più educato ma non meno netto, affinché – spero – la mia critica sia presa maggiormente sul serio e possa forse stimolare una riflessione più approfondita.
Sono italiana, ma ho studiato e lavorato per lunghi periodi in Iran, parlo Persiano abbastanza fluentemente e credo di avere acquisito nel tempo – anche attraverso lo studio universitario in Italia – una discreta conoscenza della storia, della cultura e della società iraniana. L’Iran sta attraversando un periodo molto delicato, in cui grandi opportunità si accompagnano ad alti rischi. Se i rapporti con l’occidente continuassero a migliorare, il turismo potrebbe giocare un ruolo fondamentale per assicurare una ripresa economica del paese e per portare liquidità alle frange della popolazione che più hanno sofferto nel lungo periodo segnato dall’embargo e dalle sanzioni.
Ora, il fatto che una giornalista in vista come lei pubblichi un articolo sull’Iran in cui non dedica un minimo di approfondimento sulla realtà del paese, in cui si limita a offrire immagini-stereotipo accompagnate da frasi che sono poco più che luoghi comuni, lasciando spazio soltanto ad aneddoti di esperienze negative (per quanto sicuramente provanti) senza minimamente preoccuparsi dell’impatto che questo tipo di mala-informazione può avere sul pubblico, è molto, molto triste.
Non solo dall’articolo appare evidente la sua impreparazione sulle realtà culturali e sociali del Medio Oriente, ma il modo in cui ha reagito ai commenti negativi ricevuti (non intendo quelli volgari, ma quelli delle persone che come me conoscono la realtà iraniana e che l’hanno criticata per la superficialità dell’articolo) denota anche un disinteresse a comprendere meglio le questioni di cui parla e di cui si lamenta, le quali sono molto più complesse di come lei fa apparire in questo articolo.
C’è già tanta disinformazione sull’Iran in particolare e sull’Islam in generale, non c’è certo bisogno di altro pressapochismo sul tema. Il maschilismo in Medio Oriente è un problema molto serio e la condizione della donna nelle società islamiche è estremamente complessa: il modo in cui lei tratta questi temi nel suo articolo è a dir poco riduttivo.
La cosa più grave che trapela dal suo articolo è la sua scars(issima) conoscenza dei principi basilari del relativismo culturale e del postcolonialismo: per dirla in parole semplici, quella sospensione del giudizio di fronte a realtà che non sono basate sui nostri stessi parametri logico-culturali che è l’unica risorsa possibile per approcciare senza pregiudizio realtà profondamente diverse dalla propria, per porre le basi di società inclusive e per superare posizioni xenofobe e razziste.
Di fronte alla ragazza che non si siede a tavola con due uomini sconosciuti lei sfodera subito un giudizio semplicistico, sottovalutando o anzi non prendendo neanche in considerazione le norme sociali tradizionali che si depositano alla base di tutte le culture (compresa la nostra) e che fanno sì che certe cose siano ritenute accettabili ed altre sconvenienti. Paradossalmente, il padre della ragazza, applicando i parametri culturali propri della sua cultura a sua figlia, e applicando invece i parametri di quella che ha compreso essere la cultura occidentale a voi (se siete lesbiche unite pure i letti, se volete potete non indossare il velo per casa) dimostra una capacità di astrazione e di relativismo culturale molto maggiore della sua, Signorina Giulia!
iranshow_makeupFar passare le donne iraniane per povere vittime senza risorse di un sistema oppressivo è invece una bugia vera e propria. Il sistema è certamente oppressivo, ma le donne iraniane sono estremamente forti e combattive ed al di là delle apparenze e delle formalità il loro potere decisionale nella famiglia e nella società è altissimo. Le donne iraniane hanno imparato a sfruttare a loro favore molti aspetti della cultura in cui sono nate e spesso, al di là di quello che gli uomini affermano in pubblico, i veri capifamiglia nelle case iraniane sono donne, i veri motori dell’educazione iraniana sono donne, la futura classe dirigente non potrà che essere sempre più costituita da donne.
Riguardo agli spiacevoli incidenti che vi sono capitati in Iran, non è mia intenzione minimizzare: il problema nel paese esiste ed è più grave che in altri posti del mondo. Anche a me sono capitati un paio di episodi sgradevoli viaggiando da sola per l’Iran, ma niente di paragonabile a quello che descrivete voi. La frequenza e l’intensità delle violenze subite sono molto, molto strane. Con ciò non dubito della loro autenticità e non intendo “puntare il dito contro la vittima”, perchè la causa di questi episodi è certamente imputabile a un certo modo di concepire la mascolinità e la femminilità in quella parte del mondo, nonchè all’enfasi sulla separazione tra i sessi che viene imposta dall’educazione stabilita dal potere dominante e che produce effetti deleteri sulla psiche di molte persone.
Intendo però puntare il dito contro una giornalista impreparata che si reca in un paese molto complesso senza l’adeguata preparazione non solo razionale ma anche emotiva, sottovalutando fortemente le difficoltà derivanti dal calarsi in una cultura profondamente diversa dalla propria e la necessità inderogabile di conformarsi a determinate norme che nel proprio paese riterremmo ingiuste o degradanti. Ancora una volta: l’ignoranza in merito a tematiche di relativismo culturale e postcolonialismo. Mi rincresce dirlo in questi termini, ma l’Iran non è un qualsiasi altro paese del Medio Oriente, sotto tutti i punti di vista: sia quelli positivi, che negativi.
Per ottenere un record così alto di esperienze negative in un lasso di tempo così breve, qualcosa avete per forza sbagliato anche voi, e il fatto di non volerlo ammettere non vi fa onore nè aiuta la causa femminista delle donne iraniane. Ci sono cose / atteggiamenti / modi di guardare / di comportarsi / di vestirsi / di parlare che in Iran una donna non può permettersi, o meglio: può permettersi (e spesso la fa, tirando al limite la corda tra il lecito e l’illecito, per affermare la sua volontà all’autodeterminazione), ma essendo conscia dei rischi a cui di conseguenza si espone. Sottovalutare queste norme per poi scandalizzarsi delle conseguenze è a dir poco naif. Conformarsi non significa accettare queste norme come giuste per sè, ma riconoscere il fatto che in questo luogo il rapporto fra i sessi è regolato da altri standard, altre norme non scritte a cui due turiste straniere non possono pensare di soprassedere nè di dominarle appieno.
L’avanzamento dei diritti delle donne iraniane spetta alle donne iraniane, le quali stanno portando avanti da decenni un lento e misurato lavoro di scalpello sulla granitica pietra della loro cultura tradizionale. Già qualcun altro tanti anni fa ha pensato di provare con la dinamite, ma non ha funzionato, anzi.
iran_protesta_primaUn altro errore grossolano denotato dalla mancanza di conoscenza della realtà in cui vi trovavate è quello del vostro rifiuto a ricorrere alla polizia: come vi hanno già fatto notare molti altri utenti, una cosa su cui si può certamente contare in Iran è l’affidabilità della sicurezza interna e la protezione degli stranieri nel paese. Garantire la sicurezza delle turiste straniere e assicurare che al loro ritorno parlino bene del paese e invitino altri a visitarlo è una priorità assoluta del governo iraniano e se vi foste rivolti alle autorità avreste sicuramente trovato aiuto (e probabilmente un “consiglio” su come conformarvi meglio al codice di vestiario e di comportamento islamico: “consigli” sempre fastidiosi e sgradevoli per noi ragazze occidentali, ma ahimè necessari se si vogliono evitare questi incidenti). Voi avete fatto esattamente il contrario: cariche di pregiudizio avete pensato che le autorità non vi potessero essere di nessun aiuto (“in un paese dove uomo e donna prima del matrimonio non possono nemmeno sfiorarsi” avete scritto..altra informazione falsa!) e al ritorno non avete esitato a scrivere un articolo che farà certamente passare la voglia di visitare il paese a migliaia di persone, se mai queste ci avessero pensato. In mezzo ai tanti commenti negativi al suo articolo, infatti, si leggono moltissimi “grazie per l’interessante reportage, accidenti che brutto posto l’Iran!”. Come se ce ne fosse bisogno. Un bel “grazie” da parte di tutti gli iraniani!
Ma ciò che mi ha fatto più arrabbiare del suo articolo è il paragrafo finale, perchè denota non solo superficialità nell’approcciare una cultura altra da sè, ma anche cecità di fronte alla realtà del proprio paese e insensibilità verso coloro che non condividono la sua posizione di privilegio. Quando la ragazzina in chador (altra precisazione necessaria: i chador non coprono MAI la faccia della donna, forse lei si confonde con il burqa) le dice che vorrebbe studiare scienze politiche ma che i suoi genitori non sono d’accordo, per cui studierà psicologia, lei commenta “Abbiamo cominciato a pensare a quante cose avrebbe potuto fare nella vita una donna brillante e curiosa come lei. Se solo fosse stata libera. Se solo avesse avuto il diritto di essere se stessa.”
Il diritto di essere libera? il diritto di essere se stessa? Ma lei crede davvero che basti questo perchè una donna brillante riesca ad avere successo nella vita? Forse lei non si rende conto che la sua condizione – quella di essere una giovanissima giornalista di successo che dirige trasmissioni per le più importanti emittenti nazionali e collabora con i più famosi giornalisti nazionali – è una posizione di privilegio più unica che rara nel nostro fantastico paese in cui le donne sono “libere e padrone di se stesse”! Non metto in dubbio che lei sia arrivata a questa posizione per merito della sua professionalità, ma metto assolutamente in discussione che il suo caso possa essere portato ad esempio per noi migliaia di studentesse di scienze politiche che dopo la laurea ci barcameniamo per anni ed anni tra stage non pagati, collaborazioni “volontaristiche” e infine finiamo a svolgere lavori che nulla centrano con le nostre aspirazioni, coi nostri studi o coi nostri interessi! I genitori di quella ragazza, forse, consci delle simili difficoltà in cui si trovano i giovani iraniani in un paese in cui il tasso di disoccupazione giovanile pare si aggiri intorno al 20%, magari privi di contatti o conoscenze nell’ambito di interesse di sua figlia, hanno semplicemente tentato di proteggerla da un probabile fallimento e di indirizzarla verso una carriera più sicura. Che ciò sia giusto o meno, cos’ha questo a che vedere con il maschilismo o l’oppressione della donna? Di oppressione si tratterebbe se alla ragazza fosse stato proibito di andare all’università per sposarsi e vivere reclusa in casa, invece chi è informato sa bene che le studentesse donne in Iran sono più del 60% nelle università del paese.
La mia lettera è già abbastanza lunga e non sono affatto sicura che lei troverà il tempo di leggerla (chissà quante ne riceve ogni giorno!), quindi meglio che mi fermi qui, anche se cose da dire ne avrei ancora molte.
Cordiali saluti,
Giulia Presbitero


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Io lo so che Internet contiene tutto. E che non ci si può fare nulla. E che anzi, da un certo punto di vista, questo tutto, il bellissimo e l’orrendo assieme, sono la vera ragione per cui Internet è affascinante e non assomiglia a niente di quello che abbiamo conosciuto prima.

Questo vale per ciascuno di noi, per me, per te e anche per le persone note che sono da sempre l’oggetto, anzi il bersaglio morboso delle nostre attenzioni. Dentro Internet, da sempre, c’è gente che utilizza il proprio tempo per creare e animare gruppi di discussione, forum, community, sui temi più vari. Chi ricorda Usenet saprà che questo fa parte della storia della rete. Va bene così, a me piace così. La mancanza di regole, di filtri e limitazioni ci ha consentito negli anni di pensare l’impensabile. Molte esperienze fantastiche sono scaturite da questa anarchia dei principi, da questa leggerezza dei controlli. Insieme ad esse anche, ovviamente, abbiamo imparato a schivare un numero incommensurabile di schifezze.

Dentro questa idea di rete un gruppo di discussione intitolato “Maria Elena Boschi buco umano per cazzi” aveva ed ha – lo dico con un fortissimo imbarazzo – diritto di cittadinanza. Fatto salvo il principio che Maria Elena Boschi possa utilizzare le leggi vigenti per rivalersi (quando è possibile, spesso è molto complicato) nei confronti dell’imbecille che ha creato il gruppo.

Le piattaforme di rete sono state per molti anni luoghi amatoriali, costruiti seguendo il principio della collaborazione, dell’autoregolamentazione e della condivisione delle risorse. Poi da un certo momento in avanti (più o meno dalla nascita di quella piccola truffa semantica che è stata il web 2.0) le medesime piattaforme si sono trasformate in oggetti economici. La Usenet del 2015, il luogo delle relazioni di rete, è diventato (in Italia) Facebook, che la cosa ci piaccia oppure no.

Le piattafome insomma si sono trasformate: hanno guadagnato molto denaro giochicchiando con i nostri dati, si sono quotate in Borsa, hanno aggiunto altri soldi, hanno sostituito i principi ingenui ed amatoriale della netiquette e dell’autoregolamentazione con i termini di servizio, le censure dei profili, le relazioni con le magistrature. Hanno assunto oneri spontaneamente in cambio di un ritorno economico molto chiaro.

Dentro questa nuova relazione un imbecille uguale a tanti altri che frequentavano Usenet vent’anni fa ha creato una pagina su Facebook, una community anzi (pensa te), che si chiama “Maria Elena Boschi buco umano per cazzi”. Noi non ci possiamo fare molto, la stupidità è endemica e attraversa i secoli e perfino i nuovi media. Solo che questa pagina Facebook (che in molti hanno segnalato in questi giorni ottenendo da Facebook la risposta stupida che potete leggere qui sopra) non è Internet, non è il vicolo imperfetto nel quale abbiamo scelto di addentrarci a nostro rischio e pericolo. Quella pagina Facebook è un luogo commerciale, una specie di Internet per portafogli, una rete dove la gente chiacchiera e si confronta pagando un abbonamento mensile (per quanto occulto) al gestore.

È insomma un circolo privato, nel quale in molti (moltissimi) hanno scelto di iscriversi. E dall’alto della nostra retta mensile, lasciatecelo dire, la pulizia dei locali di Facebook, che giusto in questi giorni ha avuto 1 miliardo di persone collegate in una sola giornata, è davvero scadente.


p.s. ovviamente prima o poi, di indignazione in indignazione, qualcuno di umano, meno stupido degli algoritmi di FB quella pagina la chiuderà.


update 2/9: com’era nelle attese alla fine FB ha rimosso la pagina.

Ieri sul mio feed di Facebook (che è un feed barbaro e casuale visto che in questi anni ho accettato qualsiasi richiesta di amicizia e non ne ho mai mandata nessuna) andava per la maggiore un filmato di una tizia che si è fatta male facendo la spaccata in TV. Ricordo quell’immagine per una ragione molto semplice: perché nell’assortimento casuale delle news su Facebook la soubrette in spaccata era accanto, in due momenti differenti, a due delle foto più terribili fra quelle che ho visto negli ultimi mesi. In una il portellone semiaperto di un camion su una strada austriaca mostrava una pila di corpi senza vita; nell’altra, in una sequenza di immagini da fermare il cuore, un bambino morto annegato col pannolino indosso era al centro di una foto notturna nel bagnasciuga di una spiaggia qualsiasi.

È da ieri che penso a quelle immagini e – davvero – sono arrabbiato e confuso. Soprattutto sono confuso. Non ve le mostrerò, forse le avete viste, forse non volevo vederle nemmeno io. Oppure forse sì. Nemmeno questo so. Mentre l’altra, la terza, la foto della tizia che fa la spaccata e si fa male serve solo a marcare un confine ripidissimo che abbiamo di fronte ogni giorno.

Ci occupiamo contemporaneamente di cose irrilevanti ed importantissime. Ognuno di noi le mette in fila come crede ma la noncuranza con la quale ormai passiamo dal riso al pianto è uno degli aspetti fastidiosi della nostra presenza on line. Tutto scivola velocissimo, fino al film della prossima tragedia o alla prossima stronzata virale e ridanciana. Come capita spesso Internet non inventa nulla, ma la velocità della rete distorce il racconto sentimentale. Ci trasforma nostro malgrado in una mandria di insensibili digitali, anche se a noi non sembra, anche se non lo siamo. Eppure quel racconto è altrettanto falso rispetto a quello precedente nel quale tutto rimaneva celato.

Un dio cattivo mescola la spaccata della soubrette alla foto del bimbo annegato col pannolino e chissenefrega se qualche esperto digitale verrà rapidamente a spiegarmi come fare per non incorrere in simili inconvenienti tecnici da principiante. Tanto questo accade continuamente, un mondo orribile e insensato bussa ogni giorno alla nostra porta con maggior vigore di un tempo: la nostra risposta è un mix di voyerismo, sensi di colpa, desiderio di rivolta, sincera voglia di dare una mano. Niente di tutto questo è interamente sano. Io sinceramente questa sera non so bene cosa sia giusto fare.

Ignorare o condividere le foto dell’orrore? Fare finta che non esistano o parlarne con tutti? Tenere la contabilità dei morti o guardare la partita? Sposare un’idea di emergenza continua o abbandonarsi alla routine del dramma che scorre incessante di fronte ai nostri occhi?

Ho visto troppe foto terribili in questi giorni: sono talmente stanco di vederle da biasimere anche la sola esistenza di questo occhio perpetuo che riprende tutto ovunque, che accende i click dei fotografi un istante dopo ogni tragedia; ma sono anche stanco del senso di impotenza che quelle immagini mi trasmettono, della zona di confort dalla quale trasmetto come un Salvini qualsiasi. Vorrei fare qualcosa, come si diceva una volta senza tanti cazzi. Facciamo qualcosa. Ma cosa. Ma poi possiamo? E cosa? Ditemelo voi che io non lo so.

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Ho scritto sul Post della scelta dei media online italiani di trasmettere il video dell’assassino in Virginia. Ma il peggio è atteso per i prossimi giorni. Quando commentatori di ogni ordine e grado ci spiegheranno il ruolo di Twitter e Facebook, di Internet in generale e ovviamente anche della cultura dei videogiochi nei tragici eventi. State al riparo.

26
ago

Schermata 2015-08-26 alle 10.13.57

25
ago

Quasi tutti in questi giorni, anche in Italia, hanno citato la parte di una lunga intervista di Quentin Tarantino a Vulture nella quale il regista di Pulp Fiction schifa abbastanza (e molto superficialmente – nel solito format “non l’ho letto e non mi piace”) la serie TV True Detective. In realtà la frase che mi ha colpito di più di tutta l’intervista è questa:



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Questa sera su Twitter ho scoperto che la nuova Unità (il foglio redivivo che pubblica quotidianamente inutili e imbarazzanti vassallaggi a Renzi esattamente come la versione precedente lo attaccava un giorno sì e l’altro pure) ha oggi in prima pagine un editoriale di Vittorio Sgarbi. In pratica, in un tentativo di contrapposizione destra-sinistra sulla vicenda Casamonica qualcuno ha avuto la bella idea di chiedere a Sgarbi un parere su una vicenda a metà fra la cronaca e la politica. Per dirla meglio: L’Unità ha scelto di occupare uno spazio di discussione sulla sua prima pagina ospitando il punto di vista di un caratterista televisivo che parla continuamente di tutto senza sapere niente.

Ovviamente il punto non è Sgarbi. Sgarbi e la sua notorietà sono la conseguenza, non la causa. La centralità di Sgarbi nella discussione politica/economica/culturale/aggiungereuntemaacaso italiana è uno dei sintomi, forse quello maggiormente visibile, di una mediocrità imperante, talmente diffusa che col tempo ha assunto i tratti della normalità.

La mediocrità in Italia è oggi un vero distinguo culturale. Non riguarda i furbi che ne approfittano ma i decisori che riempiono le TV, i giornali e perfino i centri del potere di mediocri come loro. Quale sia stato il percorso in discesa verso una simile pochezza è difficile da ricostruire: di sicuro uno degli elementi cardine è stato il dominio delle relazioni sul merito, un vizietto che governa questo Paese da decenni. Nulla che oggi sia stato interrotto né tantomeno “rottamato”.

I mediocri del resto sono una scorciatoia. Si vendono bene, sono abili comunicatori (il loro unico merito), sono dei grandi semplificatori (i migliori di loro urlano in genere solo bello-brutto condendo i due concetti di altre parole a caso ma affascinanti). Sono l’ideale per portare a casa la pagnotta nei talk show o sui giornali. Garantiscono quel surplus di urla, lanci di oggetti, offese e gesti truci che piacciono tanto a tutti.

Resta da capire se siano il segno di un Paese già affondato o se contribuiscano loro stessi a completare l’opera. Ma si tratta a questo punto di un distinguo irrilevante.