La locandina del concerto di addio di Elio e le storie tese (fra gli sponsor una ditta di onoranze funebri) è un piccolo capolavoro.


(via emmebi su IG)

L’hashtag lanciato da Giulia Blasi a margine della vicenda Weinstein fa due cose entrambe importanti:

– squarcia il velo di imbarazzo e vergogna di molte donne minacciate e molestate sessualmente dai maschi fin dalla più tenera età (e che rabbia scatenano quelle testimonianze).

– racconta le potenzialità informative e di condivisione fra pari delle piattaforme digitali. Di come, a volte, dentro quelle relazioni leggere che tutti biasimano ogni giorno, nascano possibilità informative che nessun giornale potrà mai offrirci.


Molti anni fa, da adulto, ascoltai da qualche parte l’ultima intervista audio concessa da Lucio Battisti ad un giornalista della Radio Svizzera. Era stata registrata nel maggio del 1979. Battisti sarebbe morto 19 anni dopo. Che io sappia quello è il suo ultimo contributo pubblico.

Dico “da adulto” perché per molti anni, durante la mia adolescenza e giovinezza, mai mi ero posto domande sulla personalità del più importante autore di musica leggera italiana. Chi fosse, cosa pensasse, che relazioni avesse con il mondo intorno a lui. Le note biografiche di Battisti erano per me irrilevanti, la sua musica bastava. Delle relazioni pubbliche fra l’autore e il suo tempo ricordo vagamente una polemica sui giornali sulla sua presunta vicinanza agli ambienti della destra italiana. Una storia poi in parte smentita.





Io credo di essere uno dei maggiori fan di Battisti sul globo terracqueo. Lo sono da sempre: mi piace il Battisti degli anni con Mogol, quello intermedio, quello dei dischi bianchi (un po’ meno onestamente).
Il mio disco preferito, così per la cronaca di questo blog personale, è un disco che non piace quasi a nessuno e che Battisti incise a Los Angeles come riempitivo di non so quale contratto discografico: si intitola Io tu noi tutti.

Da adulto, nei quindici minuti di quell’intervista audio del 1979, intravedo le debolezze di una figura che ho per molti anni semplicemente adorato. Sono (sembrano) le risposte di un uomo semplice, non troppo acuto, non particolarmente empatico. Svelano, senza volerlo e con una semplicità che fa tenerezza – perché l’intervistato non ha l’avvedutezza di nasconderlo come fanno tutti – la relazione che noi tendiamo ad ignorare fra la musica e il business. Il confine labile fra l’arte e l’artigianato: quello che nove volte su dieci trasforma un piccolo talento in un un lavoro come un altro.

Collezionare i pochi frammenti disponibili per farsi un’idea di una persona è comunque pericoloso. E se Battisti si fosse negato a noi, nei decenni della sua fulgida carriera di autore, musicista e cantante, semplicemente perché era abbastanza intelligente da comprendere la distanza fra sé e le aspettative del mondo intorno? Il grande talento porta milioni di persone a considerarti un supereroe, anche quando tu sai benissimo di non esserlo. Forse l’uomo a un certo punto si è stancato di dover sostenere il racconto di questa perfezione immaginaria; forse semplicemente, come capita a tutti, si vergognava delle proprie piccole miserie. Noi possiamo nasconderle: magari per lui, sotto quei riflettori perennemente accesi, era troppo faticoso farlo.

Dopo la sua morte in ogni caso tutto è cambiato. Anche qui è difficile farsi un’idea. Di sicuro la legittimità delle scelte economiche legato ai suoi dischi sono di esclusiva pertinenza dei suoi eredi. Sembra comunque chiaro che la memoria di Lucio Battisti non sia stata onorata come meritava, in primo luogo da chi gli era più vicino. A partire dalla sua tomba ovviamente. Continuando con l’illogico rifiuto di qualsiasi forma di ricordo agiografico, proseguendo infine con la volontà irremovibile di negare le sue opere ai nuovi sistemi di fruizione digitale.

A un certo punto la musica di Lucio Battisti dovrà uscire dalle strategie (commerciali o private) della moglie, dei figli o delle case editrici. Dovrà disinteressarsi delle diatribe economiche con Mogol: abbandonerà insomma l’artigianato per ritornare all’arte. Avverrà con i tempi novecenteschi delle leggi sul diritto d’autore: norme vecchie, scritte per quando tutto viaggiava ad un’altra velocità, a tutela di prerogative economiche oggi quasi scomparse. Norme fuori dal tempo che fanno assomigliare una concessione temporanea a un diritto di proprietà. E nel caso specifico i proprietari temporanei sembrano persone scarsamente interessate al ricordo del grande artista.

Sono in ogni caso le miserie dell’artigianato: l’arte, quella vera, nel caso di Lucio Battisti verrò restituita a noi, suoi legittimi proprietari, più avanti, quando forse sarà troppo tardi.

Il confronto politico in Italia, da molti anni a questa parte, non riguarda troppo idee differenti che si affrontano. Attiene invece alla contrapposizione fra gruppi di persone. Fossi interamente cinico direi che queste persone combattono la loro battaglia quotidiana esclusivamente per loro stessi, per il proprio potere e per i privilegi che ne derivano, ma non lo sono, penso che in certi casi si tratti solamente di una maniera contemporanea di intendere la politica. Per vincere, per convincere gli elettori a votare per noi e non per gli altri, occorrerà immaginare una serie di compromessi nei quali le idee, mano a mano, perdono di importanza. La politica italiana è spesso mortificante anche per questo: perché le idee sono ormai carne da macello.

(quando alcuni dicono che non esiste più destra e sinistra dicono questo e non hanno completamente torto)

Quanto ho appena provato a descrivere è ciò che sta accadendo in Italia a margine della legge sullo ius soli. Le idee dei partiti progressisti sono messe a dura prova dall’opposizione del corpo sociale: molti, nell’attuale maggioranza, sono disposti a seppellirle un po’. Badano più alla propria sopravvivenza (e a quella del loro schieramento) che non alle proprie personali convinzioni.

Questa “nuova politica”, se davvero esiste, porta con sé anche conseguenze più generali. La sua tendenza a comporre e a sciogliere schieramenti dipende come non mai dalle persone che la animano, dalla loro storia recente, dalle relazioni che si sono sedimentate nel tempo. In alcuni singoli caso sarà possibile riunire teste diverse attorno ad un’idea, ma nella maggioranza dei casi i politici conteranno più della politica.

Per questo, almeno a me, le manovre di avvicinamento/allontanamento del nuovo centro sinistra, sembrano, non solo, come al solito, piccole strategie autolesioniste, ma discussioni con un fulcro ben identificabile. Mostrano un punto di discrimine che riguarda le persone.

I fuoriusciti dal PD (quel pulviscolo di 3-4 nomi noti che occupano le TV e i quotidiani, in attesa di capire chi stiano attualmente rappresentando) sono oggi l’ago della bilancia, proprio in funzione della politica personale che hanno intensamente condotto negli ultimi 3 anni. Per ragioni che non discuto hanno tentato di affossare il governo Renzi dall’interno del PD prima (riuscendoci abbastanza con un generosa mano dello stesso Renzi) e per le stesse ragioni cercano ora di delegittimare una larga coalizione di centro sinistra come quella immaginata da Pisapia. Padronissimi. Si tratta, alla fine, di una contrapposizione fra persone venduta all’elettorato come fuffosa incompatibilità ideologica (la fuffa ideologica è una specialità della vecchia dirigenza PCI/DS).

Per semplicità: Renzi e i vari Speranza, Bersani, D’Alema, dopo tutto quello che è successo, sono oggi fra loro incompatibili: come persone, a prescindere dalle idee.

Una coalizioni di centro sinistra che non aspiri a farsi ridere dietro da tutti (in primis dagli elettori del PD) semplicemente dovrebbe prendere i guastatori del PD e lasciarli fuori a baloccarsi con il loro 1,2%. L’altra alternativa possibile (e rispettabile), sempre basata sulle persone, è che la sinistra prenda atto della distanza dal PD renziano e vada alle elezioni da sola, unendo ogni schieramento a sinistra del PD.

Poi c’è la terza ipotesi, la più probabile e la più deprimente: che la politica delle persona pensi come sempre al proprio interesse e ricominci il vecchio teatrino di diatribe personali camuffate da idee. Lo stesso gioco al massacro che abbiamo visto ripetersi dentro il PD negli ultimi anni. Persone che si detestano fraternamente e che usano le idee come clava per farsi la guerra ogni santo giorno. Fra le molte maniere per perdere le elezioni questa è la più probabile e la meno onorevole.




Leggo quello che ha scritto Paolo Iabichino su FB a riguardo della piccola storia internettiana di ieri. Ogni giorno ne ha una. Ogni giorno la nuova storia fa dimenticare quella precedente. Quella di ieri riguarda un breve video amatoriale girato dagli impiegati di una banca. Un video ridicolo, fantozziano nel senso migliore del termine (vale a dire esplicativo di una tristezza del vivere contro la quale nulla possiamo). Leggo – dicevo – quello che scrive Paolo e come spesso mi succede in questi casi non so bene cosa pensare. Al di là delle questioni tecniche che ogni storia porta con sé (in questo caso il video era privato, faceva probabilmente parte di un contest aziendale ed è stato diffuso all’insaputa degli attori) gli elementi indotti dallo sciame digitale che si riunisce per un istante attorno ad un solo punto sono sempre i medesimi. La comunicazione diventa invasiva e pressante, canzonatoria e talvolta inopportuna e violenta. Paolo parla esplicitamente di bullismo. A quel punto gli esperti raggiungono il luogo del misfatto e spiegano cosa si doveva fare e cosa non si è fatto, altri raggiungono i profili social dei malcapitati per il gusto macabro di vedere chi siano le persone che girano video del genere. Insomma, nulla di particolarmente edificante accade. La maggioranza passa da lì, si ferma un attimo attorno al capannello, sorride e se ne va.

Forse simili istantanee reazioni raccontano qualcosa della nostra cultura digitale, forse semplicemente disvelano pensieri e automatismi che portiano dentro di noi e che oggi trovano un percorso per essere rappresentati. Qualcuno, acutamente, nei commenti da Iabichino citava La Divina Commedia e la sua lunga lista di reprobi. Riunire l’attenzione generale attorno ad un episodio ridicolo è certamente anche un modello di business. Per molti (come in questo caso) il discrimine potrà essere la volontarietà o meno dell’esposizione pubblica. Ma anche questo non sembra sufficiente per indicare un percorso etico che valga per tutti. Contano poi le posizioni sociali degi interessanti, la loro eventuale rilevanza sociale, conta la nostra sensibilità personale, la prontezza dell’immaginarsi dall’altro lato del ridicolo. Conta l’effetto indotto dal branco, le nostre personali frustrazioni, il piede con il quale siamo scesi dal letto quella mattina.





(fonte)




Ogni lustro o giù di lì qualcuno annuncia che il problema sarà risolto. Le regole saranno cambiate. I controlli saranno stringenti e invalicabili. I furbi verranno in questa maniera allontanati.


“Fatto è che il nuovo scandalo è sale sulle ferite di tantissimi ordinari, associati, ricercatori perbene che fanno il loro mestiere con dedizione disciplina onore e vivono malissimo questi scandali. Il caso simbolo è quello di un concorso per Otorinolaringolatria. Bandito nel 1988, vinto da sedici parenti o raccomandati, sanzionato da condanne in Assise, in Appello e in Cassazione (tredici anni dopo i fatti) non fu mai seguito da provvedimenti seri” (Gian Antonio Stella, Corriere della Sera oggi)



E ogni volta che uno scandalo esplode, un concorso viene truccato, un nipote del Ministro assunto, qualcuno giustamente fa notare che ci sono tantissime persone per bene, che le erbe cattive sono una minoranza che sarò bene estirpare al più presto.




È un ciclo, lo abbiamo visto ripetersi tante volte: a segnalarne la ricorsività si viene tacciati di essere gufi o peggio collusi col malaffare imperante. In ogni caso il risultato finale non cambia. Ogni cinque anni o giù di lì c’è un Cantone o un Gian Antonio Stella che ci riportano all’ordine: si tratterà di aspettare che le acque si plachino un po’, poi tutto tornerà come prima. Passata la festa gabbato lo santo.

A questo punto le faccende rilevanti mi paiono solo due. Perché questo avviene e come si fa a uscirne.

La prima è banale ed evidente a tutti. Perché nessuno è innocente. Perché “i tantissimi ordinari, associati, ricercatori perbene che fanno il loro mestiere con dedizione disciplina onore“, per dirla con Stella sono stati assunti dentro quel medesimo schema collusivo che oggi ci indigna. E lo hanno accettato. E come noi, come tutti, sono persone “perbene” fino al momento in cui hanno esercitato la svagatezza di chi aderisce a certe condizioni che magari non riguardano loro direttamente, ma tutto il sistema attorno sì. Ovviamente un simile discorso non riguarda solo le università o la sanità pubblica o i posti di lavoro nella Pubblica Amministrazione. Vale nel privato come nel pubblico, con le sue eccezioni ma con la sua costante caratteristica relazionale. Il sistema è marcio e noi abbiamo lo stesso accettato di farne parte. Come avremmo potuto fare diversamente? Lo ha ripetuto anche il ministro Poletti, che non a caso è un romagnolo ingenuo a cui le cose scappano di bocca con grande facilità. Conta più la partita di calcetto eccetera eccetera. Nessuno è un gentiluomo per la sua cameriera, noi non facciamo eccezione.

La seconda: come si fa ad uscirne? Beh questo onestamente non lo so. Secondo me non ne usciamo. Ma sarei felicissimo che qualcuno mi dicesse che sbaglio e mi spiegasse come.


23
Set




Certo, di fronte a tragedie del genere, che non hanno ricevuto troppa attenzione nei TG, sarebbe molto sciocco e semplificatorio immaginare che sia colpa di qualcuno in particolare. Intendo di singole persone, che con le loro decisioni, abbiano dettato linee e suggerito comportamenti. Ben difficilmente le responsabilità delle scelte che cambiano i destini delle persone (compresa la loro morte o la loro permanenza in vita) potranno essere attribuite alle decisioni di un singolo. E se anche questo potesse superficialmente sembrare, noi non intendiamo cadere nella trappola della semplificazione, perché conosciamo il mondo e sappiamo quanto sia complesso e articolato e quanto le decisioni che la politica è chiamata a prendere siano spesso sottoposte alla malignità del caso. Quindi no, non lo faremo, non cederemo all’impulso di far ricadere sulle spalle di una persona le responsabilità di questa e delle molte altre tragedie come questa (di cui non sapremo nulla) che si susseguiranno a poche centinaia di miglia nautiche da noi. Non ci piegheremo alla gogna mediatica che scatena i nostri peggiori istinti, non alzeremo il dito verso il presunto colpevole: cercheremo sempre raziocinio e discernimento, privilegeremo il ragionamento all’invettiva, l’analisi alla semplificazione. Non faremo nomi, ma cercheremo soluzioni. Non ci occuperemo delle persone ma ci interesseranno i processi. No, non quelli che intendete voi.




37442.
Il numero dei votanti alle finte Primarie del M5S è un numero interessante. Un numero che può essere facilmente correlato con la parabola web di Beppe Grillo e del M5S in genere. Una presenza sempre più sfiatata, pochi commenti, sempre meno like e interazioni, una schiera di fiancheggiatori sempre più distratti e meno convinti. Un sito web tecnologicamente imbarazzante fermo a dieci anni fa (gira su Movable Type per chi ricorda la piattaforma) una serie di infortuni tecnologici molto seri e del tutto sottostimati, fino alle recenti incertezze tecniche durante le votazioni. Grillo e il web hanno solo vecchie ipotetiche relazioni che risalgono ai tempi dei blog, da allora, dalla nascita del M5S in avanti, il succcesso indubbio dei grillini è stato un successo in gran parte analogico.

Da un certo punto di vista è “business as usual”: Beppe Grillo e il M5S con Internet ci hanno avuto poco a che fare fin dall’inizio (lo abbiamo scritto mille volte) e ogni giorno che passa altre prove di questa incapacità si aggiungono. Per un po’ di anni l’amatorialità dei video mossi e pixelati è stata raccontata come una nuova forma di linguaggio. Succede di continuo: la cialtroneria, quando ha successo, trova sempre l’idolatra di turno pronto a giustificarla. Terminati i tempi dello streaming e quelli dei raduni di massa (i grillini a Rimini come nelle ultime adunate quando va bene mettono assieme qualche migliaio di persone) ora la parabola digitale del M5S è sotto gli occhi di chiunque la voglia vedere. Un fallimento annunciato e prevedibilissimo ma che tutti, in un Paese in cui la tecnologia è per definizione magica e esoterica anche quando non funziona, continueranno a negare.

Gli elettori di Di Maio, Di Battista e compagnia non sono su internet e nemmeno nelle piazze. Sono la solita massa di italiani individualisti e arrabbiati dietro lo schermo del televisore all’ora di cena. Gente che la sa lunga, come ai tempi della Lega Nord, a quelli di Berlusconi o come nei tempi attuali: disposti a dar credito ad un nuovo Movimento senza congiuntivi e con le maiuscole messe a caso, nato e cresciuto sul web (ma quando mai) e da lì felicemente piombato nell’ideazione elementare dell’italiano medio. Quelle stesse persone che, come sempre accade in questi casi, fra cinque minuti (anzi ora) guarderanno con convinzione da un’altra parte.

Io e Sandro scendiamo le scale verso l’androne pieno di fumo. È il 1980 o giù di lì. È il mio primo anno di università, siamo giovani e un po’ intimoriti. L’osteria non è proprio un’osteria, è una stanza, col soffitto alto, c’è un banco dove vendono il vino e poco d’altro. Ci sediamo su una lunga panca di legno, fingiamo di essere a nostro agio. A quei tempi a me il vino, per esempio, piace pochissimo. Lì dentro ci saranno al massimo una quindicina di persone. Gente che chiacchiera allegramente e fuma. Su una sedia di fronte a noi c’è Francesco Guccini, la ragione per cui noi siamo venuti qui questa sera. Speravamo di incontrarlo e lui c’è. È discretamente ubriaco, accanto a lui in terra ha un bottiglione di vino. In quel momento, 35 anni fa, Guccini è al vertice della sua carriera di cantautore, siamo stati ad ascoltarlo qualche tempo prima dentro il Palasport di Piazza Azzarita colmo di gente. Guccini ha una chitarra in mano, accanto a lui Flaco Biondini (il suo chitarrista argentino) ne ha un’altra. Suonano canzoni dialettali emiliane che non ho mai sentito ma a me va bene lo stesso. Poi mettono giù la chitarra, bevono un altro bicchiere e chiacchierano del più e del meno. Sono a Bologna da pochi mesi e penso che quella sia la città più bella del mondo.


Oggi ho letto che riapre l’Osteria delle Dame.