
Io non ho idea di cosa passi per la testa di quelli del PD. Non escludo nemmeno che il desiderio che in questo momento mi viene di sottolineare la buffonata di simili scelte comunicative, l’inevitabile associazione, nella testa delle persone di buona volontà, con i peggiori esempi di analoghe sceneggiate parlamentari, da quelli con la mortadella a quelli col cappio, dalle mille ridicole manifestazioni grilline, campioni del mondo in ridicolaggine e slogan di una riga a favore di telecamera, derivi semplicemente da una domanda. Quale messaggio vuole suggerire il PD comportandosi così? Che la politica è cambiata e vanno di moda i metodi forti e pop? E che quindi trasformarsi in buffoni col cartello (o col bavaglio o con qualsiasi altra fesseria addosso) è l’unica maniera per ottenere attenzione? Che ormai guadagnare le pagine dei TG con una scena “iconica” è diventato un obiettivo assoluto anche se il suo eventuale effetto si esaurirà in 5 secondi? Sinceramente: ma siete scemi?
A me simili scelte comunicative sembrano solo una forma di pigro appiattimento. Che essere patetici, esattamente come quelli con la mortadella, come quelli col cappio, come quelli col bavaglio, come, in definitiva, quasi tutti quanti gli altri, sia diventata una dolorosa necessità.

Poco fa ho chiesto a google lumi su una battuta di qualche anno fa di cui non ricordavo l’autore (forse un comico, non so) che terminava così.
“…ma per incasinare davvero tutto serviranno i RIS di Parma”
LA IA di google non solo non mi ha aiutato nella ricerca ma mi ha spiegato che i RIS di Parma non incasinano niente e anzi sono un vanto del Paese.
Quando si dice il ruolo etico della tecnologia.
I motivi per cui i medici del SSN si licenziano in gran numero non sono necessariamente semplici da comprendere e, con ogni probabilità, varieranno da regione a regione. Come ogni discussione sulla sanità pubblica occorre sempre partire da un dato: non esiste una sanità pubblica nazionale, le differenze di contesto sono talmente ampie che, al massimo, potrà esisterne una regionale. Poiché stiamo parlando di realtà diversissime sarà assai probabile che le ragioni per cui un medico ospedaliero 35enne si licenzia in Calabria saranno differenti da quelle di un suo omologo che abbandona il SSN in Toscana o in Friuli.
I numeri pubblicati in questi giorni disegnano una tendenza generale molto chiara e molto potente. Se ne vanno in tanti, in percentuali mai sperimentate in passato. Dovessi dire quali siano le ragioni di un simile esodo, almeno in Emilia Romagna, che è la realtà che conosco bene, direi che la motivazione economica da sola non basta. I medici in Italia guadagnano pochissimo da decenni e i loro stipendi, come quelli di tutti gli altri, sono rimasti sostanzialmente fermi negli ultimi 30 anni. Quindi evidentemente non è solo una questione di soldi. Ma se alla questione economica si aggiungono altri elementi importanti che invece sono andati peggiorando molto negli ultimi anni, un clima lavorativo sempre peggiore, carichi di lavoro fuori controllo specie di notte e nei festivi, una scarsa protezione sociale da parte di tutti (da parte dell’azienda ospedaliera che ti molla al primo problema, dei pazienti sempre più aggressivi, della rigidità organizzativa che ti impedisce qualsiasi aggiustamento lavorativo) allora magari è naturale che qualche calcolo le persone che lavorano in sanità comincino a farlo.
Poi c’è il clima politico che certamente gioca un ruolo: il depotenziamento della sanità pubblica a favore di quella privata è un chiaro segnale per il futuro. Pazienza dove la sanità pubblica era un colabrodo disastroso da decenni, come in molte regione del sud, ma sarà una vera tragedia dove, a tutt’oggi, il pubblico funziona molto meglio del privato, come in Toscana, in Emilia Romagna o in Veneto. Nei prossimi anni i cittadini siculi o calabresi non vedranno grandi differenze di trattamento, quelli emiliani o toscani sì.
Un ruolo in questa fuga di massa lo avrà sicuramente il ricambio generazionale: non vale ovviamente solo per la sanità, ma i giovani medici italiani hanno mentalità totalmente differenti da quelli delle generazioni precedenti. Non si tratta di essere migliori o peggiori. Per molti anni negli ospedali, nelle equipe, si replicavano più o meno consciamente meccanismo simil familiari che oggi sono completamente saltati. In molti casi “essere una equipe” creava un ombrello sociale importante dove le persone crescevano e si proteggevano fra loro. Oggi un simile schema è diventato impossibile: ogni professionista è una monade che osserva torva le altre monadi intorno.
In generale l’aura magica che circondava la figura simbolica del medico (un’aura spesso falsa e discutibile, altrettanto spesso utilizzata come alibi, per carità) non si è solo completamente annullata ma ha assunto un significato negativo. Il medico, in un numero crescente di casi, complice la stampa miserabile da una parte che lo trasforma nella causa di tutti i mali e l’automedicazione del paziente via internet dall’altra) è diventato una figura dalle grandi fragilità. Fragilità dalle quali si difende come può. Una di queste tecniche di sopravvivenza è certamente l’arroganza, un’altra è certamente la fuga. Per un cortocircuito paradossale che molti avranno sperimentato il medico in ospedale è regolarmente insultato e bistrattato: lo stesso medico in un ambulatorio privato dove il paziente va a pagamento è ossequiato e riverito. Di fronte alla malattia e al dolore le persone danno spesso il peggio di sé.
Come si inverte un simile processo? Non si inverte. Perché è un processo di disumanizzazione di una professione che ruota attorno alle debolezze delle persone. Un processo in parte mediato dalla tecnologia e spesso condizionato dai costi di quest’ultima. E non è solo responsabilità della destra al governo. La politica nazionale non può oggettivamente immaginare nulla di strategico che metta assieme regioni con esigenze diversissime. Quando prova a farlo combina disastri. Oggi il problema in ogni caso quasi non si pone più, visto il progetto di smantellamento del SSN da parte di un governo che non solo non ne fa mistero ma che lo mette in atto con il beneplacito dei suoi elettori. Privatizziamo la sanità, le università, e poi le scuole dell’obbligo e poi finalmente non ne rimarrà più niente. Un progetto politico per una volta andato in porto.

Gino Roncaglia è stato nominato accademico dei Lincei. Ogni tanto in questo Paese le cose vanno come fossimo un Paese serio. Sono molto contento.

Sono stato una decina di giorni in giro fra Lisbona e l’isola di Madeira. Da quelle parti l’attenzione per il calcio e in particolare per Cristiano Ronaldo è altissima. Statue di CR7 a grandezza naturale, magliette ovunque, aeroporti intitolati al campione. Qualche sera fa a cena a Funchal una collega di mia moglie che vive là spiegava di aver incontrato per strada la mamma di Cristiano che passeggiava tranquillamente. Preso dalla smania al duty free dell’aeroporto Cristiano Ronaldo di Madeira ho chiesto a mia moglie se potevo comprare un portachiavi con un piccolo Cristiano Ronaldo. Mi ha detto che non potevo, così non l’ho comprato.
Qualche settimana fa – violando una norma che mi sono dato da tempo – ho scritto una mail di poche righe a un signore a me sconosciuto che in un commento sui social a una cosa che avevo scritto sull’invasione dell’Ucraina mi aveva dato del “mistificatore disonesto”. In genere non scrivo mail agli estranei e tantomeno ai troll ma mi aveva colpito che questo signore fosse una specie di capetto della rete di pacifisti nonviolenti italiani. Solo per questo probabilmente gli ho mandato due righe molto educate del tipo: guardi lei non mi conosce e io non so chi lei sia: le scrivo solo per dirle che è un maleducato.
Oggi per caso ho scoperto che questo signore, fra una foto sulla tomba di Gandhi e un invito alla solidarietà fra i popoli, insulta regolarmente sui social decine di politici e giornalisti (in genere persone con una notorietà superiore alla sua) che – ahiloro – non la pensano come lui.
Oggi è possibile hackerare il sistema imformativo facendogli fare quello che si vuole. Serve un po’ di furbizia ma spesso è il sistema stesso a offrire la propria fattiva collaborazione. Il caso della sala del comune di Roma nella quale due truffatrici note hanno ricevuto un premio assegnato dal loro editore alle loro rispettive opere letterarie ne è uno dei molti esempi. Il consigliere che ha autorizzato la cerimonia si dichiara buggerato, Wanna Marchi ci marcia con dichiarazioni ad effetto, i giornali rilanciano la “notizia” certi che un simile argomento scatenerà vaste indignazioni e bel traffico sui loro siti. Per molti anni si è sostenuto – forse a ragione – che i social network fossero i serbatoi maleodoranti della peggior spazzatura. Di sicuro da qualche tempo a questa parte gli hub di diffusione di simile materiale deperibile, il luogo dal quale simili effluvi si spargono maggiormente, sono i media professionali che li vanno a raccattare ovunque essi siano disponibili.
Sulla sentenza di primo grado del processo romano per la morte di Giulio Regeni chi ne ha la forza e le energie immaginerà un percorso di verità e giustizia prossimo venturo. Ho grande stima di chi continuerà a farlo. Per gli altri il caso Regeni, dopo tanti anni, è l’emblema della debolezza e della codardia dello Stato italiano, incapace di difendere anche solo la memoria di un proprio figlio. Che questa debolezza dipenda della ragion di Stato, della necessità di mantenere buone relazioni con un regime che uccide i nostri figli innocenti, rende il tutto ancora più deprimente. Una scelta politica diffusa che negli anni ha attraversato governo di sinistra e di destra. La codardia maggiore – tanto per ricordare – fu quella dei giorni e dei mesi che seguirono l’omicidio, una codardia attribuibile con grande chiarezza al governo Renzi. Poi nel tempo molte altre ne sono seguite. Questo è, se vogliamo, l’insegnamento più importante che la morte di Giulio ci ha lasciato. Verità e giustizia per Giulio Regeni non potranno essere mai raggiunte finché a governare il Paese saranno politici del genere.

Per partecipare alla discussione su creatività e IA, che in questi giorni si dipana un po’ ovunque a margine dell’esclusione dal Premio Goncourt della scrittore Thélyson Orélien, accusato di aver utilizzato la IA per il suo romanzo (un romanzo molto letto e molto venduto) io partirei da questa frase di Giulio Mozzi:
Le mie domande sono: quel romanzo è un buon romanzo? E se ritenete che lo sia, cosa ve ne importa di come è stato scritto? Quel romanzo è originale? E se è originale, cosa ve ne importa di come è stato scritto?
Ne aggiungerei una terza:
I romanzi che tutti leggono, quelli in testa alle classifiche di vendita in un dato momento, sono romanzi buoni ed originali?
Perché è ovvio che molta parte della discussione in corso, come accade sempre quando si parla di “grande letteratura”, è una discussione dentro una nicchia, una discussione per addetti ai lavori e pochi lettori forti. Esce da quella nicchia talvolta solo quando qualcuno riesce a orientarla strumentalmente verso un pubblico più ampio. La storia delle critiche improvvisamente sorte al libro di Orélien andranno con ogni probabilità inquadrate in uno schema di questo tipo: la letteratura utilizzata come frame ideologico. Solo a quel punto, solo in quel momento, molti inizieranno a parlarne. Esattamente come capita a me in questo momento.
Che la discussione in corso sia una discussione con finalità razziste, sia per il contenuto del libro sia per il colore della pelle del suo autore, sembra abbastanza pacifico e mi pare esistano già abbastanza indicazioni al riguardo. Che tale schema abbia ottenuto il proprio risultato, utilizzando il tema IA come casus belli, anche. Ne scrive perfettamente su NouvelObs Mohamed Mbougar Sarr. Che il Goncourt lo ha vinto nel 2021.
Il ruolo delle IA nella creazione artistica resta comunque a un tempo interessante e rivelatore. Due elementi mi colpiscono a partire dalle opinioni e dai commenti letti in questi giorni: riguardano il sospetto e la presunzione di umanità. Sono aspetti collegati ma con finalità e sentimenti del tutto differenti.
La diffusione delle IA ha reso la cultura del sospetto un elemento ubiquitario. Non che prima non esistesse, ma in ogni ambito, da quello lavorativo a quello creativo, oggi il sospetto che le cose non siano come sembrano è diventato forse il primo arco riflesso al quale ci dedicheremo. Contano i deep fake che tutti osservano sui social, contano le strategia comunicative basate sull’utilizzo del falso perfettamente patinato come metafora del vero, conta la sottolineatura compiaciuta di come la tecnologia sia ormai abile a imitare perfettamente ogni cosa e quindi – come tale – degna di rispetto e timore. Il sospetto – che era diventato un oggetto intellettuale dominante con la nascita delle reti digitali, luoghi dentro i quali qualsiasi teoria poteva in qualche maniera essere argomentata, raccogliendo adepti e divulgatori, non è solo una semplificazione del racconto del mondo ad uso dei meno svegli ma è anche – da sempre – un tratto di umanità preesistente ad ogni tecnologia. Mai come oggi, tuttavia, la sua centralità si è dimostrata in grado di ribaltare le convinzioni dell’opinione pubblica sugli argomenti più disparati.
La seconda caratteristica che mi pare esca dalla discussione su letteratura e IA di questi giorni, ma che vale per qualsiasi discussione a margine dei progressi tecnologici delle IA, riguarda la paura dell’umano verso la macchina. Esiste una diffusa preoccupazione sostitutiva, ovunque, anche in ambito letterario: l’orrore che “il software” diventi indistinguibile da noi. Non più solo il sospetto che tutto ciò in qualche occasione possa accadere, ma la certezza che il romanzo prodotto dalla IA sembri a noi un buon romanzo. Che poi questo accada, che lo sembri per la ragione ovvia che davvero lo è, non sarà una consolazione, anzi aumenterà il nostro terrore. Il terrore di essere superati, la paura di non contare più nulla.
Immaginate le pene di migliaia di aspiranti vincitori di grandi premi letterari che scoprono l’usurpazione della macchina nei propri confronti, provate a figurarveli chini sulla propria piccola scrivania mentre prendono atto del superamento della macchina, e soprattutto degli utilizzatori scaltri della macchina, nei loro confronti. Della loro ormai certificata impossibilità di diventare quello che volevano diventare per colpa della macchina.
Chi come Giulio Mozzi osserverà il processo dal lato del lettore di libri potrà abbandonarsi alla provocazione, tecnicamente ineccepibile, pur se riservata a una piccola elite, per cui un buon libro è un buon libro, indipendentemente da chi lo abbia effettivamente scritto (senza contare che già oggi, anche senza IA, il libro è nella grande maggioranza dei casi un oggetto commerciale costruito a tavolino con i misurini di una intelligenza professionale che forse non sarà artificiale ma che è ugualmenete prevedibile, e così la musica e così il cinema…) ma per tutti gli altri il sospetto e la minaccia al lavoro umano portato dall’intelligenza artificiale condizionerà il giudizio in maniera importante. Fino ad arrivare al paradosso di credere a una IA che sentenzia che un libro è stato scritto da un’altra IA.
Desideriamo un buon libro scritto da una buona (o meno buona non ha importanza) persona. Il punto è che sia una persona. Sospettiamo che talvolta questa persona abbia barato, specie se ha un colore della pelle diverso dal nostro, specie se parla di temi sensibili come le migrazioni. Siamo annichiliti dall’idea di essere ingannati dalla macchina. Temiamo il dominio di un mondo di silicio senza sospettare troppo che questo processo sia in atto da tempo. Che non solo il Kafka de Il processo non tornerà ma che l’oggetto stesso che ha portato a spasso quelle parole per un secolo sia ormai in buona misura superato. Alla faccia di una delle tante affermazioni apodittiche di Umberto Eco che una volta, esagerando come gli piaceva fare, disse che il libro è come la ruota, un’invenzione destinata all’eternità. Lo stesso Umberto Eco che nel 1980 fu una delle prime vittime della cultura del sospetto legato alle macchine, quando fu accusato di aver fatto scrivere Il Nome della Rosa a “un computer”.



