Barack Obama ieri:


What I can say unequivocally is that if you are a U.S. person, the NSA cannot listen to your telephone calls, and the NSA cannot target your emails … and have not.


Ho dovuto controllare la data perché sono passati molti anni. Il primo provvedimento significativo sul wi-fi in Italia risale al 2003. Il Ministro delle Comunicazioni era Maurizio Gasparri. Dubito che Gasparri abbia mai avuto una comprensione meno che vaga della faccenda ma almeno nominalmente, la morte in culla del wi-fi in Italia può tranquillamente essere ascritta a lui. In realtà ci sono solide ragioni per pensare che la decisione di allora non abbia cambiato troppo lo scenario, l’ostracismo nei confronti di quella tecnologia (una tecnologia povera sfuggita al controllo dell’industria delle telecomunicazioni) era molto ampio e diffuso, specie fra le telco che temevano, probabilmente a torto, che il wi-fi libero avrebbe creato problemi ai loro affari. E del resto la decisione di Gasparri non fu altro che la messa su carta di una scelta dei soggetti forti delle TLC in uno spazio, quello dell’accesso a Internet, a quei tempi assai poco presidiato.

La seconda bastonata al wi-fi porta il nome di Beppe Pisanu che nel 2005 in seguito agli attentati di Londra si inventò uno dei tanti deliri burocratici e legislativi italiani, questa volta in nome della lotta al terrorismo. Mentre i paesi coinvolti direttamente (USA e UK) non hanno mai considerato l’ipotesi di chiedere fotocopie dei documenti ai cittadini che desiderassero collegarsi alla rete dalla propria camera d’albergo, il ministro Pisanu firmò un polveroso capolavoro di barocchismi e ostacoli vari che in nome di minime sicurezze tagliava le gambe ad ogni volano positivo legato a quella tecnologia, primo fra tutti ovviamente il turismo.

E arriviamo ai giorni nostri: dopo una serie di rinnovi silenziosamente approvati ogni 31 dicembre, sempre in nome della sicurezza di tutti, le norme sull’obbligo di autenticazione per collegarsi a reti wi-fi sono state prima ridotte e poi di fatto eliminate. L’ultimo piccolo passo in questa direzione lo ha fatto il governo Letta oggi. Dopo dieci anni la situazione normativa del wi-fi in Italia è tornata simile a quella degli altri paesi occidentali. In parole povere abbiamo perso 10 anni.

Nel frattempo cosa è accaduto? Le telco non hanno investito un soldo in quella tecnologia che certo non risolve quasi nessun problema macro di copertura dati ma che resta comunque utile in situazioni specifiche. Due esempi per tutti: le cabine telefoniche e alcuni luoghi di interesse pubblico come biblioteche e aeroporti. Per fare un esempio concreto recente qui a Londra le piattaforme della metropolitana sono da un anno coperte in wi-fi e gli operatori telefonici ne comprendono l’accesso nei propri contratti di telefonia mobile. La sim di T-Mobile che uso mi consente di collegarmi a Internet mentre aspetto la metro (non durante i tragitti in galleria). A seconda del tipo di contratto il servizio è compreso o meno (più spesso sì) e in genere è gratuito. Lo stesso accade per gli utenti DSL di BT (ma forse anche di altri operatori) che ha hotspots in giro per la città. In pratica wi-fi si è dimostrato essere, fra le altre cose, un corollario tecnologico utile alle telco stesse.

Nel frattempo cos’altro è successo? Il wi-fi è stato in Italia scioccamente idolatrato da eserciti di retori e sognatori (compreso il M5S di Beppe Grillo, ma prima di loro anche da moltissimi amministratori locali) e da furbi politicanti che hanno venduto ai propri cittadini l’idea che il wi-fi fosse una sorta di portavoce del bene comune legato all’accesso a Internet e che dovesse essere fornito gratuitamente da ogni giunta nuova modera ed illuminata. L’ultimo in ordine di tempo (e forse il più grande in termini dimensionali) è il wi-fi gratuito del sindaco Pisapia a Milano. Migliaia di hotspots sparsi per la città ad immaginare una copertura ampia e funzionale che semplicemente quella tecnologia non può offrire. Che poi il wi-fi dei Comuni sia gratuito è ovviamente una bugia dalle gambe cortissime visto che, tranne in rari casi, le amministrazioni semplicemente comprano la banda ai prezzo di mercato pagandola coi soldi dei cittadini. Ed in genere tendono ad acquistare a prezzi economici servizi con prestazioni necessariamente scadenti. Nel caso di Milano, dopo aver fatto due conti tardivi si sono accorti che il bene comune forse era il caso anche di rivenderlo. Solo che una amministrazione comunale non è un ISP e forse sarebbe meglio che non aspirasse a diventarlo.

Il wi-fi gratuito dei Comuni (per inciso non esiste una esperienza analoga in tutto il mondo che abbia funzionato alla quale potersi riferire, ma solo esperimenti nella grandissima maggioranza dei casi tentati e abbandonati) se lo osserviamo bene è l’altra campana dell’immobilismo burocratico di Gasparri e Pisanu. È il segno che fra retrogradi dinosauri dispostissimi a sacrificare la tecnologia allo status quo e futuristi ubriachi che la userebbero anche per lavarsi i denti, questo Paese è incapace di osservarla ed adottarla col disincanto di cui avremmo bisogno.

Schermata 2013-06-16 alle 22.50.32


Quanto siamo disposti a pagare perché qualcuno con una qualche notorietà di rete parli bene dei nostri formidabili prodotti?


(via socialmediatoday)

Contrappunti su Punto Informatico di domani.

***


Per quello che riesco ad immaginare le ragioni per cui Edward Snowden si è alzato una mattina nella sua casetta alle Hawaii, si è vestito, è uscito di casa ed è salito su un aereo per andare ad infilarsi nel più grosso guaio fra quelli che la sua giovane vita poteva procurargli, potrebbero essere le seguenti:

1) Snowden è un paziente psichiatrico. La sua è una sindrome bipolare che lo porta da un lato a deprimersi per le sorti del mondo spiato dai cattivi (NSA, CIA, FBI, i rettiliani, chi volete voi) dall’altro, nei momenti di euforia ed iperattività, ad immaginarsi nei panni del salvatore dei destini dell’umanità, svelando al mondo i molti segreti di cui è a conoscenza.

2) Snowden è perfettamente sano ma è pagato/ricattato dai Cinesi (o dai Russi, dai Nord Coreani o da chi volete voi). L’operazione Prism serve a screditare il sistema di intelligence americano scardinandolo dall’interno.

3) Snowden non è pagato/ricattato dai Cinesi ma è un narcisista di alto grado (lo ha scritto anche un editorialista che NYT che gli ha dedicato un accurato profilo psicologico senza averlo mai incontrato). Voleva che il mondo parlasse di lui, che le sue foto fossero avvicinate a quelle di Assange, che i giornalisti lo inseguissero a Hong Kong per un’intervista. Del resto non gli è riuscito nemmeno di finire le scuole superiori: figuratevi come significa per uno che nemmeno ha finito le scuole superiori e che ha una fidanzata danzatrice acrobatica, immaginarsi in prima pagina contemporaneamente sul Washington Post e su Le Monde.

4) Snowden non è un narcisista ma è un tipo molto vendicativo. Qualcuno fra i suoi capi a NSA lo ha trattato male e lui si è semplicemente vendicato raccontando (anzi spifferando) quel poco che sapeva del suo lavoro, ovviamente ingigantendolo molto. Se lavorava da un fiorista tagliava i tubi dell’irrigazione nel week end.

5) Snowden non è vendicativo e non taglia i tubi nel weekend, ma se ne è andato da casa perché la sua fidanzata aveva un altro. Ha inventato la storia di Verizon e di Prism perché si vergognava di ammettere di essere in fuga da una delusione sentimentale. Per quello le slide di PowerPoint che ha passato al Guardian sono così caotiche e colorate.

6) Snowden non è stato tradito, semplicemente alle Hawaii faceva troppo caldo. Non a caso secondo alcune indiscrezioni forse chiederà asilo politico all’Islanda. (continua…)




Mirabile tweet del Ministro dello Sviluppo Economico degno del miglior Renzo Arbore.

Schermata 2013-06-13 alle 22.07.01


Forse dieci anni fa l’editore avrebbe potuto anche provare a raccontarci che la recensione di un rispettabile quotidiano inglese aveva paragonato “The Juliette society” romanzo di esordio di Sasha Grey, 25enne nota pornostar, ad un libro di Raymond Chandler. Dieci anni fa forse, oggi no.


Questa la frase originale della recensione dell’Indipendent:


Though Grey doesn’t flinch from filling the pages with hardcore penetration, her writing style is a curious, jarring one, more redolent of a Raymond Chandler-esque 1930s private dick than someone purportedly in touch with their tumescent sensuality. Here she is on penises: “It doesn’t have to be big, but it definitely has to be hard and operated by someone with a licence to drive. Because there’s no point banging hard on the accelerator if you don’t know how to apply the brakes, turn the wheel, or shift gears. And that gear stick? If you want to put it in my box, you better know how to use it.”



(via *zoe e Lopo su FF)

È un po’ di tempo che Beppe Grillo ha iniziato ad utilizzare Twitter (dove ha oltre 1 milione e 200 mila follower) in maniera piuttosto originale. L’esempio migliore di questa nuova strategia è questo di oggi. Grillo scrive un tweet di una riga dai toni urgenti e sulla cui natura non fornisce alcuna informazione




Il milione di follower si preoccupa e tosto clicca il link. Il link porta a TzeTze, aggregatore di notizie di Grillo e Casaleggio (discretamente imballonato di pubblicità come il blog di Grillo stesso) dove però si scopre che la notizia non c’è.


Immagine 5


Il milione di follower sempre più in ambascia viene esortato a cliccare un nuovo link che conduce ad un altro sito web, cadoinpiedi.it, sito di giornalismo partecipativo di Chiare Lettere (l’editore dei libri di Grillo e di Travaglio), partecipata da Il Fatto Quotidiano* e legata a Casaleggio Associati, dove finalmente può raggiungere la notizia vera e propria e dove si scopre che la notizia (una notizia piuttosto marginale per altro) è un tweet. Un semplice tweet che Grillo avrebbe potutto tranquillamente citare nel suo tweet iniziale o perfino, non sia mai, retwittare.




Le ragioni di tutta questa inutile e pianificata peregrinazione online sono evidenti e discretamente misere. Non c’è alcuna produzione di senso o di contenuti ma solo trucchetti per guadagnare qualche soldo alle spalle dei propri fans creduloni. Marketing di bassissima lega, vecchio di dieci anni, applicato alla comunicazione politica.


*update ore 20.32: mi scrive Peter Gomez de Il Fatto Quotidiano chiedendomi di rettificare i rapporti fra Chiare Lettere e Il Fatto Quotidiano. Lo faccio volentieri scusandomi per l’imprecisione.


Gentile Massimo,
Chiarelettere non è partecipata da Il Fatto Quotidiano. Al contrario Chiarelettere possiede il 16 per cento circa delle azioni del Fatto. Puoi per favore rettificare

grazie

Peter Gomez


Ho davanti agli occhi il numero del Guardian di oggi dove ovviamente si parla estesamente sul caso Snowden. A pagina 7 c’è un lungo articolo su due colonne dedicato alla sua fidanzata. Lo ha scritto Paul Lewis e il titolo è tratto da un post sul blog della ragazza: “Whistleblowers Girlfriend: “My world has opened and closed. All i can feel is alone”. L’articolo utilizza come fonte principale i post del blog della ragazza cercando di estrarre informazioni che abbiano a che fare con il caso NSA. L’analisi è molto rispettosa e cerca di ricostruire gli spostamenti e la vita di Snowden attraverso le parole della sua ragazza. Foto di Lindsay (questo il nome della ragazza) ce n’è una sola nella pagina accanto: è un primo piano del volto (nella versione web la foto è più ampia). Il mestiere di Lindsay è rapidamente citato all’inizio: “28-years-old performance artist” poi praticamente più nulla a parte un accenno vago ai contenuti del suo blog: “Her blog, subtitled “Adventures of a world traveling, pole dancing superhero”, offers intriguing insights into the couple’s life in Hawaii.

Anche Corriere.it ha un articolo su Lindsay piuttosto vuoto di parole. Il pezzo forte dell’articolo, elegantemente intitolato: “Il nerd, lo scandalo e la ballerina. Ecco Lindsay, la fidanzata della talpa” sono alcune foto di lei seminuda prelevate dal suo blog (che nel frattempo è stato spento) ed un video di lapdance prelevato da YouTube al quale il Corriere ha orgogliosamente aggiunto il proprio logo e un titolo: “Il video sexy della fidanzata di Snowden“.


Due cose che penso delle ultime questioni Grillo-M5S.

Una banale e velocissima: nessun partito o movimento ha une gestione del potere così verticistica e rapida. Tu dici o scrivi una frase contraria allo spirito del movimento e dopo 5 minuti sei fuori attraverso editto pubblico consegnato al web. Nemmeno nei movimenti autoritari o nei partiti personali accade qualcosa del genere. Sempre è presente una catena decisionale formale (molte volte del tutto estetica) che simula un qualche dibattito interno. Tutto questo è percepito dall’elettorato di Grillo, anche da quello più grossolano, cresciuto comunque dentro consolidate abitudini democratiche, come una deriva molto pericolosa.

Le seconda è forse meno banale e più legata all’esperienza di rete. Grillo, nella sua riduzione elementare dei rapporti di rete, non ha mai capito una cosa importante (o se l’ha capita l’ha ritenuta secondaria). I rapporti di rete,se non si ha la pazienza e la volontà di stringerli nel tempo con relazioni dirette, sono legami intrinsecamente deboli. Possiamo avere tanti amici e moltissima adesione alle nostre idee all’istante X, ma nel momento Y con la medesima rapidità, puà accadere che tutto si ribalti. Queste relazioni Internet che abbiamo percepito come molto avvolgenti non potranno essere considerate come acquisite. Se il pensiero Grillo ha ottenuto grandi consensi fra ampie fasce di utenti in rete (ma soprattutto fuori dalla rete attraverso il passaparola digitale-analogico creato dai media) tali relazioni non avranno la stessa valenza di quelle che i partiti normalmente hanno costruito negli anni con frequentazioni fisiche o clientele più o meno esplicite. La reputazione del M5S è una reputazione molto legata alle dinamiche di rete. La rete, animale volubile e rapidissimo, ti ha costruito una gabbia di consenso superficiale tutto attorno, può capitare che altrettanto in fretta quella stessa gabbia decida di abbatterla.

Oggi ho seguito buona parte del convegno alla Camera sull’odio in rete. Elenco un po’ di impressioni qui di seguito.

1) Il convegno odierno è figlio di una ostinazione del Presidente della Camera Boldrini in seguito ad una sua sfortunata intervista rilasciata a Repubblica. Era quella una brutta intervista è stato questo un brutto convegno.

2) L’unica utilità di simili eventi nei quali si avvicinano forzosamente soggetti con aspettative e atteggiamenti diversissimi è quello di sanzionare una vasta incomunicabilità. Ognuno di noi ha la propria opinione sul chi sia colpevole di cosa in particolare su temi sociali che ci si ostina a legare al web. Per conto mio la questione si risolve velocemente: non esiste Internet ed il mondo esterno, non esistono (quasi mai per lo meno) problemi causati da Internet, ma problemi che c’erano anche prima e che Internet costringe talvolta a declinare diversamente. Chi non comprende questo (e senza voler far nomi al convegno di oggi erano in molti) semplicemente non ha capito di cosa sta parlando.

3) Il Ministro delle Pari Opportunità Idem ha vinto la palma dell’intervento peggiore: invece che prendere come oro colato le statistiche che certe associazioni diffondono in rete a proprio uso e consumo (compresa quella secondo la quale il cyberbullismo è più pericoloso della droga) il suo ghost writer avrebbe forse potuto fare qualche sforzo di comprensione in più. A sentire la povera Ministra la grande maggioranza dei minori in Italia sono stati violentati e abusati in rete almeno una dozzina di volte. Chiunque segua questo tema da qualche anno sa che non c’è peggior vergogna delle statistiche che certe associazioni di pedagoghi e genitori diffondono ai giornali (e che i giornali riprendono ogni volta senza discutere) per avvalorare la loro stessa esistenza in vita. Che anche un Ministro prenda per buone certe statistiche create ad arte è molto deprimente.

4) Luca Sofri, che si è sfilato per due minuti i panni del moderatore dell’incontro ha detto rapidamente due cose sacrosante e chiare a) Internet non c’entra, siamo noi b) Nei palazzi del potere si straparla di Internet senza saperne nulla. Non ho però sentito nessuno fischiettare lì accanto. Per quanto mi riguarda il convegno poteva iniziare e finire qui.

5) Bene ha fatto Vittorio Zambardino ad andarsene quando il programma dell’evento ha previsto le testimonianze di pareti e avvocati di giovani vittime del cyberbullismo e benissimo ne ha scritto poi dopo tornando a casa. Storie drammatiche e molto serie che sono state utilizzate a monito con la stessa tecnica con cui si usano i pedofili in rete come grimardello contro gli eccessi di libertà di parola. Non so chi sia stato l’ideatore di un simile plot alla Maria De Filippi ma si è trattato davvero di una cosa indecorosa.

6) Rodotà è una brava persona e un grande giurista che ha trattato in questi anni i temi della cultura digitale con acume ed intelligenza. Se in rete ci fosse anche un po’ stato sarebbe diventato grandissimo. Una occasione perduta specie per noi.

7) I blogger e gli esperti invitati all’eventi hanno fatto da contorno. E’ sbagliato, fra loro c’erano molte persone preparate e intelligenti e gli accenni sul tema della violenza alle donne sono stati molto interessanti, ma non poteva andare diversamente. Nel teatrino servono anche le comparse.

8) Poco da fare, questo non è un paese per Internet.