Ieri il ministro dei beni culturali Bonisoli, durante un incontro pubblico, ha fatto una battuta sulla storia dell’arte e sul suo personale desiderio di eliminarla. Esiste un video che documenta esattamente le sue parole dal quale si comprende chiaramente la natura scherzosa della frase.

Da ieri leggo sui social e sui media (un grande quotidiano ha titolato “Battuta choc del Ministro”) vaste indignazioni verso il rappresentate del governo che vuole minare alle basi i pilastri della nostra cultura e della nostra conoscenza.

Aggiungo due elementi di contesto: 1) Bonisoli non è esattamente un intellettuale (quindi andrà osservato con sospetto fino a prova contraria) 2) lo schieramento di governo a cui appartiene è composto, come mai in passato, da una accozzaglia spaventosa di incompetenti e ignoranti delle specie più varie.

La notizia tirata per i capelli del Ministro della cultura che vuole eliminare la cultura serve a sottilineare quanto sia grande la responsabilità dei media nella diffusione di molte delle balle che intossicano la discussione politica in Italia. Responsabilità che è di due tipi, uno meno edificante dell’altro.

  • Le battute, le piccole innocue gaffe, le frasi fuori contesto e gli inciampi dei politici vengono utilizzate dai media, ormai quasi tutti definitivamente schierati, come arma propagandistica (giornali di sinistra vs politici di destra e viceversa) nella sacra battaglia a educare verso il giusto i propri lettori.
  • Le notizie curiose, il vicepremier che non sa dove sia Matera, il Ministro della cultura che si oppone alla cultura, la sottosegretaria ai libri che non legge i libri ecc rientrano poi nell’allettante sezione “strano ma vero”, piccola miserabile miniera d’oro di gran parte dei quotidiani italiani ai tempi dei social. Sono queste le notizie che fanno da traino, che generano attenzione e curiosità, quelle che saranno cliccate più delle altre. Quelle che alla fine del mese pagheranno gli stipendi di chi passa la giornata a cercarle. E, quando non le trova, a inventarle.

Quello che sto pensando da un po’ di tempo è che la traiettoria del PD dopo le elezioni del 4 marzo sia spaventosamente simile a quella che ha portato alla fondazione (e al tracollo) di Liberi e Uguali. Una classe dirigente molto esposta e riconoscibile, in buona parte composta da personaggi noti al grande pubblico i quali, a un certo punto della propria carriera politica, si rendono conto di due cose:

1 Che il luogo politico nel quale sono cresciuti non li stima e non li riconosce più.

2 Che loro, comunque, intendono proseguire ugualmente nella propria proposta politica. 

Ora non ha troppa importanza quali siano state, ai tempi della nascita di LeU, le ragioni di un simile accadimento. Poco importa che sia stata una congiura di palazzo, qualche errore di leadership o altri fenomeni imprevisti. Quello che conta è che LeU – alla fine –  ha preso il due per cento dei voti perché la grande maggioranza dei vecchi elettori di Bersani, D’Alema, Grasso ecc. ha riconosciuto, senza grandi difficoltà, l’aspetto intenzionale e mimetico di quella proposta politica. E ha decretato che l’appeal personale di quei leader non sarebbe bastato. Quei dirigenti pensavano che fosse sufficiente cambiarsi d’abito per rinnovare nuove relazioni con gli elettori ma così non è stato.

Nella tragicommedia del PD delle ultime settimane sta accadendo qualcosa di molto simile. Al di là dell’autolesionismo inevitabile, delle piccole guerre intestine di cui la sinistra è da sempre esperta, delle cene fra notabili annunciate via Twitter, del Renzi che va e viene, del linguaggio curiale e vuoto di Zingaretti, del congresso sì congresso no, delle primarie ora o mai più, della comunicazione deprimentissima e malfatta, dei canoni linguistici mutuati dagli avversati (uno su tutti il ridicolizzare i cognomi degli altri come gli altri a suo tempo avevano fatto col loro), al di là di tutto questo a nessuno sembra essere chiaro quello che da fuori invece sembrerebbe piuttosto evidente. E cioè che non è prevista una seconda possibilità. Per nessuno di costoro. Né per Renzi né per Martina, né per Gentiloni né per Minniti, né per nessun altro dei moltissimi (comprese le seconde e terze linee sui social e in TV) che oggi l’elettore identifica con il vecchio PD di Veltroni e poi di Letta e poi di Renzi e poi di Gentiloni.

Costoro ovviamente la pensano diversamente. Come D’Alema che incurante del ridicolo di una carriera finita in una ringhiosa farsa continua a rilasciare interviste sul futuro della sinistra. Non è che questi non si rendano conto. Se ne rendono conto ma non vedono alternativa. Per loro. ovviamente.

Io non so se l’idea stessa del PD sia anch’essa morta come lo sono certamente i suoi dirigenti che l’hanno condotto da queste parti, in zone talvolta difficili da distinguere da certi rigurgiti destrorsi; quello che so è che per sperimentare una simile ipotesi sarebbe necessario semplicemente che tutti questi signori cedessero il passo, si scansassero, si occupassero stabilmente d’altro. È del resto una prassi molto comune ed ecologica in politica (pensate a Miliband) ma sconosciuta da noi. Se l’idea vive, se quell’idea ci appassiona ancora, ci sarà bisogno – immediatamente – di qualcun altro che la declini meglio di come abbiamo fatto noi.

Ma se l’idea è un accessorio e la propria presenza è invece l’aspetto maggiormente rilevante, beh allora si andrà a finire così. Il PD diventerà una sorta di LeU al cubo, con quei bei faccioni a pontificare in TV e su Twitter e quattro nostalgici a votarli alle urne.



Nel 1954, quando Internet non esisteva e Twitter ancora meno, Roland Barthes spiegava l’essenza della comunicazione degli intellettuali e anche dei politici in rete:


Dotare pubblicamente lo scrittore di un corpo chiaramente carnale, svelare che gli piace il bianco secco e la bistecca al sangue, vuol dire rendermi ancora più miracolosi, di essenza ancora più divina, i prodotti della sua arte. I particolari della sua vita quotidiana sono lungi dal rendermi più vicina e più chiara la natura della sua inspirazione, mentre con tali confidenze lo scrittore accusa tutta la singolarità mitica della sua condizione. Posso infatti addebitare soltanto a una sovrumanità l’esistenza di esseri tanto vasti da portare il pigiama blu e contemporaneamente manifestarsi come coscienza universale, oppure ancora professare il loro amore per il reblochon e con la stessa voce annunciare la loro prossima “Fenomenologia dell’Io” 



15
Set

Esiste una sorta di sotterranea doppia morale che avvolge tutta la politica italiana da qualche decennio. Curiosamente, non potrebbe essere altrimenti in un Paese ridicolo come il nostro, questo doppio standard ruota attorno alla figura di Bruno Vespa.

Nel salotto serale di questo signore, ex mezzobusto pensionato Rai ora trasformatosi in “artista”, passa volentieri tutto l’apparato, fin da prima del famoso contratto di Berlusconi con gli italiani.

Per l’apparato (politici, artisti, intellettuali ecc.) essere protagonisti nel programma di Vespa (o meglio ancora essere citato in uno dei suoi libri)  è il simbolo tangibile della propria raggiunta centralità. 

Quindi non inganni il sorriso di Toninelli in questa foto che gira molto in queste ore. Quella non è l’espressione fuori luogo di qualcuno incurante del dolore dei genovesi o del deprimente plastico che ha in mano, ma la semplice presa d’atto del proprio personale successo.

Ricordo che mi stupii molto quando il Renzi rottamatore delle prime ore, il politico trascinatore che tutto poteva per palese acclamazione popolare, scelse di aderire anch’egli al cerimoniale democristiano, viscido e curiale del programma TV di Bruno Vespa. Nulla era apparentemente più distante da Vespa e dalle sue liturgie del piglio modernista del Matteo da Rignano esattamente come oggi nulla pare più distante dai plastici di Vespa della politica e della retorica grillina. Mi sbagliavo ovviamente: allora come oggi.

Perché tutto quaggiù si ripete stancamente. Tutto ritorna uguale a prima. (No la citazione di Tomasi ve la risparmio) Tutto rimane immobile in questo Paese provinciale e senza idee, nel quale nemmeno la mediocrità di un salotto televisivo riesce ad essere sottoposta agli insulti del tempo.


(via Nicole Leblanc su FB)


Oggi Innocenzo Genna ha scritto sul Post due cose interessanti sullo scenario che si presenterà se domani il parlamento europeo dovesse ribaltare la decisione di luglio sul copyright. La prima è che probabilmente Google chiuderà i suoi aggregatori di notizie, creando una riduzione nel traffico verso i siti degli editori che in questi mesi hanno dichiarato guerra alle piattaforme tecnologiche; la seconda è che – secondo Genna –  a rimetterci saranno soprattutto i piccoli siti di news che in maggior misura dipendono dai link di Google.

Sulla prima, sull’autolesionismo di un sistema in precario equilibrio economico che pretende denari non dovuti facendo leva sulle proprie usuali relazioni politiche non c’è molto da dire. I siti web dei grandi editori, specie in Italia scontano da sempre, per proprie scelte, una grande dipendenza da Google e dalle altre piattaforme sociali. Quando questa relazione, che loro sembrano detestare così intensamente, si ridurrà, saranno (ulteriori) guai. Questo dipende dal modello economico basato sulla pubblicità che è, al momento, l’unico possibile: nessuno del resto sarebbe disposto a pagare contenuti come quelli che attualmente vengono distribuiti gratis da questi signori: news tutte uguali, comunicati stampa pagati da qualcuno, tonnellate di contenuti rubati in rete e sui social e ripubblicati con il proprio marchio. Solo un pazzo potrebbe immaginare di spendere denaro per roba del genere. 

Sulla seconda faccenda ho maggiori dubbi. È vero che la chiusura di Google News nuocerà a tutti, grandi e piccoli, così come è vero che il rapporto di dipendenza dell’industria editoriale da Google e Facebook è certamente maligno e su rapporti di forza evidentemente sbilanciati. E io personalmente non ho alcuna fiducia sulla futura possibilità di Google o Facebook di “comportarsi bene” nei confronti dei business che ruotano attorno ai loro interessi. Ma è anche vero che quella che si sta squadernando di fronte ai nostri occhi è una guerra di potere fra vecchi e nuovi oligarchi. Nessuno è buono da quelle parti. E soprattutto autori e lettori non c’entrano granché. Allo stato i vecchi oligarchi hanno le relazioni, i nuovi i soldi. Magari non a questo giro ma prima o dopo vinceranno i secondi.

Ed è su questo scontro che i siti di news nati nell’epoca digitale potrebbero iniziare a giocare un nuovo ruolo.

Tenendo anche conto di un altro fatto assai importante e fino ad oggi abbastanza sottaciuto. Una buona  parte di traffico che arriva quotidianamente ai siti di news non viene dagli aggregatori che dopodomani Google chiuderà, o dalle anteprime che dopodomani Facebook disattiverà,  ma dal motore di ricerca di Mountain View che è, da tempo e per scelta strategica, moltissimo sbilanciato verso il tempo reale e le news in particolare.

Cosa succederà domani se Google decidesse di rimodulare i propri criteri di ricerca dando meno enfasi alle news (o peggio penalizzando alcuni produttori di news rispetto ad altri)? Cosa succederebbe se scegliesse di creare nuove solide relazioni verso nuovi, fragili ed indifesi attori dell’editoria digitale nata in rete e abbandonasse al proprio destino i vecchi lobbisti che in questi giorni hanno riempito i loro fogli di bugie sul provvedimento in discussione domani?


Citazione Luciano Gallino

Citazione William Allen

Citazione Shakespeare

PRESENTISMO

Citazione Papa Francesco

Citazione foto bambino di Aleppo

Citazione foto bambino morto sulla spiaggia

Citazione Veltroni al Festival delle idee di Repubblica

Citazione Altiero Spinelli

Citazione John McCain

Citazione Pietro Calamandrei

PRESENTISMO

Citazione Ian Palach

Citazione Zelig

Citazione Enzo Bianchi

ROTTAMAZIONE

Citazione Ettore Scola

STROLOGARE

(fonte)



Dopo Fabio Chiusi, che ha annunciato qualche tempo fa di aver abbandonato l’attività giornalistica per andare a fare l’assistente parlamentare, ieri Carola Frediani, senza ombra di dubbi la più talentuosa ed esperta giornalista italiana sui temi dell’hacking e della sicurezza informatica, ha scritto sulla sua pagina Facebook che abbandona il giornalismo per andare a lavorare in un’azienda privata. Fabio e Carola hanno due caratteristiche che li accomunano. Sono due giornalisti di grande competenza e talento e sono due giornalisti che si sono fatti le ossa e sono cresciuti nell’ultimo decennio, dentro il disastro della professione in Italia. Si occupano inoltre, e anche questo immagino abbia un peso, di temi fondamentali e contemporanei legati al digitale: argomenti che sono diffusamente percepiti dai media come esotici e sostanzialmente irrilevanti. Sono stati insomma le persone sbagliate, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Storie simili, forse meno fragorose ma sostanzialmente analoghe, riempiono la cronaca sotterranea del giornalismo italiano di questi anni: per i migliori non c’è posto, nessuno che abbia la forza o la capacità di valorizzarne i talenti per il bene di tutti. Resta quello che c’era prima, ad occuparsi dei temi che c’erano prima, con la verve, la voglia di fare, il talento e l’elasticità di vecchi pensionati. Che è poi un ritratto abbastanza preciso del giornalismo in Italia oggi.



Preferisco proporre che criticare; parlare di ciò che mi piace, anziché additare come malefatte le scelte che non condivido.

Non mi sento adeguato a fare il censore, assegnando pagelle di incompetenza, o di stupidità (o peggio) a chi sostiene i politici “sbagliati”.
Quindi anziché compulsare l’argomento imposto dai governanti come ordine del giorno, viro su ciò che a me interessa, o che vorrei vedere realizzato, per evitare che mi ronzi troppo spesso in testa la domanda di Obi Wan Kenobi:
“é più pazzo il pazzo, o il pazzo che lo segue?”

Tuttavia la Storia insegna che in tempo di pace le democrazie muoiono per la somma di tre ingredienti:

– l’elezione di un leader autoritario
– l’abuso di potere governativo
– la repressione delle opposizioni

Quando vedo insorgere uno o più di questi elementi non posso fare a meno di sentire un allarme interiore e farlo suonare anche qui, nella speranza di poter microscopicamente contribuire a mantenere e proteggere la democrazia (sperando di sbagliare nel vederla minacciata).
Ad esempio, è grave che si inviti al silenzio le voci contrarie al governo perché “ostili alla volontà popolare”, come se il popolo fosse un unico soggetto e qualcuno potesse intestarsene il monopolio, con il paradosso che “antidemocratico” sarebbe il pluralismo di opinione.
Le democrazie liberali si basano su diritti individuali e volontà popolare, oggi questi due ingredienti sembrano in contrapposizione. Le sovrastrutture che abbiamo creato a tutela dei diritti individuali hanno una forma non elettiva che genera una sensazione di “stato di diritto senza democrazia”. La reazione populista è di generare una proposta alternativa nella “democrazia senza stato di diritto”. Tutto questo porta sfiducia verso la politica, portando molti a credere, sbagliando di grosso, che perdere la democrazia possa non essere gran cosa.

Poi c’è la leva del nazionalismo. Siccome dal nazionalismo al razzismo il passo spesso è molto breve, per anni l’orgoglio nazionale è stato ostracizzato. Ma questo ha fatto sì che abbia proliferato in un sottobosco carico di pulsioni illiberali. Il patriottismo è una risorsa che ha inciso più e più volte nella Storia; le democrazie liberali hanno puntato troppo sulla spinta del desiderio personale di un’auto di lusso e troppo poco sulla spinta dell’essere parte del popolo che possiede -che so- un’infrastruttura ferroviaria all’avanguardia nel mondo.
Crediamo forse che gli spartani o gli ateniesi non fossero orgogliosi delle diverse eccellenze (militare e culturale) delle loro polis? E che il loro orgoglio collettivo non fosse un ingrediente essenziale del loro successo?
Al contrario lasciare il patriottismo come preda di chi usa il nazionalismo per fare dello straniero “il nemico” ed assumere il ruolo di difensore dei patri confini ha sempre scritto le peggiori pagine della Storia.

Vorrei vivere in un paese che ha cura dell’ambiente che ci circonda, delle infrastrutture che usiamo, in cui divorziare sia semplice ma raro, perché le coppie vengono assistite fin dalla fase in cui si formano e ancora nei momenti di difficoltà, un paese dove la cultura viene rispettata, la Bellezza viene elevata e promossa, dove l’Arte viene divulgata e messa nella massima accessibilità, dove gli insegnanti scolastici sono ammirati, rispettati e sono pagati meglio di un operatore finanziario come me; un paese dove sono previste coperture anche per trattamenti per la ludopatia o la dipendenza da pornografia; un Paese in cui il senso di appartenenza sia un valore positivo, privo di minacciosi aloni; un Paese dove anche se il mondo del lavoro è sempre più specializzato nessuno senta di dipendere esclusivamente dalle proprie capacità, ma dove ciascuno si sente parte di una collettività per la quale tutti siamo disposti a fare sacrifici.

Questo è un esempio dello spirito propositivo da cui sono animato, quindi chiedo scusa in anticipo se talvolta farò invece riecheggiare un allarme che sta suonando dentro di me.

E’ che la Storia non si ripete mai uguale, ma imparare le lezioni che la Storia ci regala può aiutarci a proteggere la democrazia (e tutto quello che ancora può portarci) prima che sia troppo tardi.

 

(Andrea Boda su FB)

 

 

Come spesso accade nelle cose della vita sono tornato a Natalia Ginzburg per caso, qualche anno fa, ascoltando un programma su Radio3 nel primo pomeriggio. Mi aveva colpito una frase sulla vecchiaia che Ginzburg scrisse in un breve saggio quando aveva 54 anni. Parlava del diventare vecchi come dell’essere immobili come la pietra.

Ho citato mille volte quel breve paragrafo da allora: l’ho fatto tutte le volte che ho potuto perché quell’immagine fotografava esattamente i nostri tempi e la fatica e l’incapacità a descriverli da parte di moltissimi. Così da allora sono tornato a leggere le sue cose, cominciando da quel formidabile capolavoro che è Lessico Familiare. Ho acquistato su eBay prime edizioni di suoi libri, spesso in pessime condizioni, per pochi euro. Ho ritrovato sue vecchie cose pubblicate sui giornali che non avevo mai visto in passato. In auto recentemente, ho ascolato la voce inconfondibile di Nanni Moretti che leggeva Caro Michele.

A margine dell’attività letteraria di Ginzburg bussa, ogni dieci minuti, la sua biografia. Quella vita tragica e entusiasmante, le debolezze e la grande forza, le enormi prove alla quale è stata sottoposta; dalla morte del primo marito, in carcere a Roma ucciso dai fascisti, quando lei era poco più di una ragazza con due figli piccoli, alla grave disabilità della figlia Susanna, dalle frequentazioni illustri (Pavese, Montale, Quasimodo, Olivetti, Morante, Calvino) al tentato suicidio. Una vita che si interseca poi in maniera saldissima con la storia della casa editrice Einaudi, forse il luogo principe della rinascita culturale di questo Paese nel dopoguerra.

Dovessi scegliere una cosa sola da farvi leggere in un repertorio amplissimo e pieno di perle che Natalia Ginzburg ha prodotto durante la sua tormentata esistenza, vi direi di leggere “Ritratto d’un amico” che Ginzburg dedica al suicidio di Cesare Pavese (in Le piccole virtù). Dovessi dirvi cosa leggere per avere una visione complessiva e accuratissima della vita di questa scrittrice, vi direi di leggere “La corsara, ritratto di Natalia Ginzburg” di Sandra Petrignani, che è una ricostruzione minuziosa e poetica che mi ha riempito le ultime settimane.

Da quel testo ricopio una frase che Petrignani a sua volta prende da un’intervista rilasciata da Ginzburg a Lietta Tornabuoni nel 1981 a proposito del suo lavoro editoriale:

 

“Leggo i manoscritti che arrivano dal nulla, da autori sconosciuti: Alla Einaudi ne arrivano a chili, e ogni tanto alcuni sono belli. Qualche rara volta mi può capitare di curare certi libri, magari intervenendo un poco: facendo l’editing come si dice. Faccio traduzioni […] Un modo civile di lavorare. Pulito. Colto. Quieto. È anche, dice, “un lavoro da vecchia scrittrice: come Bartali che a un certo punto mette su un negozio di biciclette”