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Scrive Padre Antero Maria di San Bonaventura che gestiva il più grande lazzaretto di Genova durante l’epidemia di peste del 1657:

“La tonaca incerata in un Lazaretto, non hà altro buon effetto, solo che le pulci non si facilmente vi s’annidano”



È una frase illuminante citata da Carlo Maria Cipolla nel suo libretto “Il pestifero e contagioso morbo“, bellissimo saggio che Cipolla scrisse in USA nel 1981 e che è pubblicato in Italia da Il Mulino. Quando qualche giorno fa ho chiesto a mia moglie, che si occupa da tempo di malattie medioevali, di scrivere qualcosa per il mio vecchio blog su Ebola lei mi ha detto: “No, guarda non ho tempo (cfr, i blog sono morti), ma puoi leggere Cipolla ed ha appoggiato sulla mia scrivanie il volumetto”.

Nel medioevo si credeva che la Peste fosse portata dai miasmi: la malattia era insomma nell’aria, nasceva da materiale in putrefazione e si trasmetteva da individui infetti. I suoi atomi miasmatici si diffondevano nell’aria. Per questa ragione dall’inizio del 1600 in molte città italiane i medici iniziarono a proteggersi con pesanti tuniche cerate (secondo la teoria il tessuto cerato faceva scivolare via gli atomi miasmatici) e ad indossare una maschera allungata, una specie di filtro, dentro il quale venivano inserite materiali imbevuti di profumo così da disinfettare i miasmi.


Niente di troppo differente da questo:


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La frase del frate genovese, sfiorava senza nemmeno immaginarla, la soluzione del problema. La peste non era ovviamente nell’aria, era portata dai ratti ed il veicolo di contagio erano le pulci. Cipolla usa l’accenno casuale, quasi una battuta, del frate genovese per ricordarci che mettere assieme i pezzi del mosaico non è mai facile né intuitivo. Non lo era nel medioevo e non lo è neppure oggi.


Per paradossale che possa sembrare, la lezione della storia è che fin troppo spesso le persone trovano più facile manipolare i fatti per adeguarli alle proprie teorie che adattare le proprie teorie ai fatti osservati. Quando accade questo, il risultato netto è una bizzarra mistura di assurdità e intuizioni ragionevoli: che è appunto la descrizione della teoria epidemiologica dominante nell’età del Rinascimento e durante la rivoluzione scientifica.


Ebola ci ricorda che la rivoluzione scientifica non è finita e che comporre il mosaico continua a non essere semplice. Cipolla ci ricorda, in un magnifico breve testo di 30 anni fa, che persone come Luca Zaia sono un semplice ricorso storico.





Dirò la verità: praticamente tutto quello che Twitter mi suggerisce mi fa abbastanza schifo. Non mi piace la grande rilevanza della sezione “#scopri”, non mi piace il criterio con cui mi suggerisce gli account da seguire, non mi piacciono le scelte di UX come quella di punire ogni mia esitazione su iPhone (immagino accada lo stesso su Android) per passare di lato alla mefitica sezione suggerimenti. Il risultato è che almeno una decina di volte al giorno finisco “per sbaglio” nella sezione “#tendenze”. Gli ingegneri di Twitter pensano di essere furbi, io ogni volta che passo per errore da quelle parti perché non ho toccato in maniera verticale lo schermo, li insulto mentalmente. Nulla di tutta questo è interamente onesto nei miei confronti: sono piccoli trucchi (che funzionano per altro benissimo su ordini di grandezza in termini di utenti abbastanza vasti) per indirizzare la barca degli interessi del business verso porti prestabiliti. Poco importa che io non ci voglia andare.

Twitter in altre parole, da un po’ di tempo e sempre più spesso è interessato alla massa più che a me. È interessato alla grande maggioranza di utenti della sua app che quanto finisce per (calcolato) errore nella sezione “Scopri” dice “Ah, ma guarda, vediamo un po’ qui cosa c’è di carino” ed è interessato alla massa di utenti nel senso di cercare ogni mezzo per aumentare il numero di utilizzatori della piattaforma. La necessità di migliorare i propri numeri è la vera ragione non detta della attuale stupidità delle scelte di Twitter.

L’ultima di queste idee, come sempre elegantemente spacciate (lo fanno tutti ovviamente, non solo loro) per “esperimenti” per migliorare il loro prodotto e la soddisfazione della gentile clientela, è stata annunciata in questi giorni ed ha scatenato grandi proteste. Proteste grandi ma probabilmente non abbastanza, di una utenza avanzata che ormai Twitter inizia a considerare perduta, preferendole la grande massa di quelli che si dichiarano soddisfatti di essere condotti per mano alla scoperta di nuove formidabili frontiere. Per dire la cosa con le parole di Twitter le cose stanno così:


One of our goals for experimentation is to continue improving your home timeline. After all, that’s the best way to keep up with everything happening in your world. Choosing who to follow is a great first step – in many cases, the best Tweets come from people you already know, or know of. But there are times when you might miss out on Tweets we think you’d enjoy. To help you keep up with what’s happening, we’ve been testing ways to include these Tweets in your timeline — ones we think you’ll find interesting or entertaining.



Leggetevi tutto il post per capire meglio ma la buona o la cattiva fede di un esperimento simile, che rende la timeline di ogni utente colonizzata a forza da scelte non sue, sarà ancora una volta una scelta di interfaccia. Se Twitter vorrà imitare Facebook, mettendo mani e piedi dentro le mie scelte di selezione editoriale, lo farà con la leggerezza tipica dell’ippopotamo dall’orologiaio e buona notte suonatori. Se invece intenderà mantenere un minimo di decorosa sopportazione verso la sua clientela avanzata (quella che ne ha a suo tempo decretato il successo) allora si accontenterà solo di applicare la dittatura del default ai nuovi arrivati (o a che lo desidererà) lasciando ai vecchi utenti borbottanti la possibilità di non essere infastidita da imperdibili notizie decise da qualcun altro. Lo si può fare: resta da vedere se lo vorranno fare.

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La novità più rilevante della presentazione dei nuovi iPad di questa sera è una novità piccola piccola. Apple doterà i suoi iPad di una SIM proprietaria che consentirà di stipulare contratti temporanei con operatori differenti.


The Apple SIM gives you the flexibility to choose from a variety of short-term plans from select carriers in the U.S. and UK right on your iPad. So whenever you need it, you can choose the plan that works best for you—with no long-term commitments. And when you travel, you may also be able to choose a data plan from a local carrier for the duration of your trip.


Venerdì sera al Circo Massimo David Allegranti ha postato questa foto dalla quale si poteva dedurre che ad ascoltare Grillo ci fossero poche persone.


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La Internet grillina non era per nulla d’accordo e oltre a insultare Allegranti ha fatto di meglio. Qualcuno ha iniziato a far girare (fate girare! fate girare!) questa foto della gran folla che i media venduti e già morti ignoravano.


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Poi qualcuno ha dato una occhiata a Google Image ed è incappato in questa foto scattata qualche tempo fa, sempre al Circo Massimo al concerto dei Rolling Stones.


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(via alessandra farabegoli su FB)

Marco Formento su Facebook sull’alluvione a Genova


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Ottobre 1970. Ho cinque anni e sgambetto dietro mia madre, veloce veloce perché a casa mi annoio e allora i miei genitori un po’ provati mi iscrivono a scuola prima dei cinque anni compiuti. Ma niente scuola, quel giorno. Solo dappertutto fango e ragazzi grandi con l’eskimo che avrei portato con orgoglio anche io, qualche anno dopo per qualche ulteriore anno, mutuato dai lavoratori del porto. Noi Formento veniamo da lì, dal porto. Non solo da lì, ma insomma avete capito. Le ragazze hanno tutte i jeans e gli stivali di gomma da andare per funghi, o trote. Gli uni e gli altre salgono e scendono dagli autobus verde basilico con pale e scope. Coperti di fango. Studenti mi dicono. -Ma non lo sono anche io?- mi chiedo nel mio grembiule nero attento a non perdere il ritmo del passo di mamma.

Quarantaquattro anni dopo, questa sera, li rincontro per via XX Settembre quei ragazzi. Lo stesso fango, se volete, di una città che è una palude perfettamente quieta e malinconica per il Paese che la comprende ma ha sopra, per una volta, lo sguardo mite e deciso dei miei e dei vostri figli, nipoti e via andare. E persino alla mia età ormai spaventosamente adulta non posso che pensare che se fossi fango, stasera, mi preoccuperei.


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Questa è una negoziazione. Da una parte c’è la tua manifestazione, dall’altra la mia diffidenza verso la pubblicità. Nell’esatto istante in cui io sono arrivato qui, a un passo da te, la tua manifestazione ha già quasi raggiunto il suo scopo. Per una ragione o per un’altra sei stato in grado di sollevare la mia curiosità. In un canestro possibile di qualche miliardo di indirizzi Internet io ho appena scelto il tuo. Prova a vederla così: sei stato molto fortunato. Perché io, ora, tutto sommato avrei potuto essere altrove. La maggioranza delle persone che in questo istante come me navigano in rete sono altrove. E invece no, eccomi. Ti cercavo. Sono arrivato qui per seguire il tuo evento.

Tu poi hai anche un’altra sfacciata grande fortuna. Non sei un editore e non sei un commerciante. O così almeno mi avevi spiegato. Non vivi di questo. Mostrarmi i tuoi annunci non è il tuo business. Adblock installato sul mio browser non incrina la tua possibilità di esistere. Non questa sera, non in questo istante dentro il quale tu stai tenendo la tua importante manifestazione politica. Hai frasi importanti da dire ed io vorrei ascoltarle.

Se volessi fare il processo alle intenzioni ora dovrei dire due cose. La prima è che “Per riprodurre il video, disabilita i plugin del browser che impediscono il caricamento degli annunci” è una frase davvero brutta. Forse si poteva fare di meglio, forse si poteva lasciare solo le formichine da tubo catodico anni 60 e si faceva miglior figura evitando sbandieramenti del proprio cattivo italiano. La seconda è che messa così “Per riprodurre il video” sembra un po’ lo stop dato a una ragazzina che vuole vedere il concerto di Britney Spears senza pagare. Solo che Britney Spears vende qualcosa e voi, credevo io, almeno stasera, no. È un po’ come quando gioca la nazionale di calcio in una nazione di calciofili. Da qualche parte nelle pieghe dei regolamenti esiste una postilla che dice che i cittadini hanno diritto di vederla. Voi questa postilla evidentemente non l’avete.

Ma il processo alle intenzioni non lo voglio fare così dico solo che questa è una negoziazione: una negoziazione come un’altra. E dentro questa negoziazione #italia5stelle ha perso. Non certo e non solo l’attenzione del singolo tizio che era arrivato a un passo da voi e che ora ha rinunciato perché non vuole disabilitare nessun plugin di nessun browser ma perché quell’annuncio annuncia, in un pessimo italiano, il doppio conio di una proposta politica. Dove magari le idee sono importanti e degne di attenzioni, ma evidentemente non abbastanza. Almeno per stasera non abbastanza.

La questione legislativa della diffamazione sul web è una di quelle faccende cicliche che di tanto in tanto tornano fuori scatenando ogni volta reazioni simili. Oggi Repubblica ne ha parlato con un articolo altamente terrorizzante nel quale, come accade spesso, non si capisce bene quali siano i confini fra informazione e esposizione personale. Luca Sofri ne ha scritto sul suo blog e io condivido nella sostanza i suoi richiami ad una maggior calma.

Intanto il disegno di legge, prima di subire l’attacco a colpi di emendamenti degli incolti digitali (ne parla Guido Scorza qui), mostra due intenzioni condivisibili: eliminare il carcere per i reati di diffamazione e separare nettamente le testate giornalistiche dal resto della comunicazione di rete. Due punti di vista sacrosanti.

In seguito alle polemiche scatenate dall’articolo di Repubblica la senatrice del PD Filippin, che è la firmataria del DDL ha scritto un pezzo di rassicurazioni sul sito dei Senatori del PD e qui purtroppo vengono i dolori. In un articoletto di 4 paragrafi non ce n’è uno sano.


Scrive Filippin:


“Il disegno di legge sulla diffamazione in discussione nell’Aula del Senato ha un obiettivo prioritario: quello di cancellare dall’ordinamento italiano il carcere per i giornalisti, una pena che non esiste più in nessun Paese europeo per reati correlati all’esercizio del diritto-dovere all’informazione.”


Prima frase, prima vasta inesattezza. Non è vero che nessun Paese europeo prevede il carcere per la diffamazione a mezzo stampa. In Danimarca, in Germania, in Belgio in Norvegia e in molti altri Paesi, per diffamazione si può andare in carcere (qui una tabella riassuntiva pubblicata da Panorama nel 2013)


Seconda frase:


Per fronteggiare le questioni relative ai nuovi media, si è compiuta la scelta di equiparare le testate on line alle testate giornalistiche. Nessun bavaglio al web, dunque, ma una regolamentazione che è stata richiesta dallo stesso ordine dei giornalisti, del quale si sono recepite tutte le richieste.



Equiparare le testate on line alle testate giornalistiche” è una frase senza senso. Online o di carta i giornali o sono testate registrate o no: non c’è nulla da equiparare. Forse la Senatrice intendeva dire che la norma si applicherà solo ai siti web che sono testate registrate ma scritta così non si capisce. Seconda questione: non è chiaro perché un disegno di legge scritto per i cittadini debba comprendere regolamentazioni richieste dall’ODG.


Proseguiamo:


E’ utile chiarire che il disegno di legge riguarda esclusivamente i professionisti dell’informazione e per questo i blog ne sono esclusi. Si interviene soltanto sui commenti agli articoli pubblicati dai giornali on line, che possono essere postati in rete da chiunque. In questo caso specifico viene applicata la ‘sentenza Google’ della Corte europea: il responsabile è chi ha scritto il commento, mentre la persona offesa ha il diritto di chiedere alla testata on line la rimozione dal sito dei contenuti diffamatori o lesivi e di rivolgersi al giudice qualora la sua richiesta non venga soddisfatta.



Qui la confusione raggiunge il massimo livello. Filippin si riferisce, immagino alla sentenza della Corte di Giustizia Europea sul diritto all’oblio che ha due caratteristiche fondamentali. 1) è una pessima sentenza molto contestata e non è chiaro perché mai debba essere presa ad esempio 2) quel pronunciamento non c’entra assolutamente nulla con la responsabilità dei commenti e non prevede in ogni caso alcuna rimozione fisica di contenuti dal web ma solo la rimozione di link da un solo motore di ricerca. Detto con parole dolci la senatrice sembra parlare di cose che non conosce. Aggiungo che, come è noto, sulla responsabilità dei commenti in Italia la giurisprudenza ha già da tempo orientamenti consolidati.


Ultima frase:


Voglio inoltre chiarire che, come relatrice, darò parere negativo agli emendamenti che estendono questa regolamentazione anche ai siti non giornalistici e ai blog e che tanto stanno facendo discutere sulla rete. Lo ripeto: i siti non giornalistici e i blog sono esclusi dal campo di applicazione di un disegno di legge che riguarda in modo specifico le testate giornalistiche”.


Il problema grosso di normative scritte da incompetenti per altri incompetenti è che la qualità dei provvedimenti immaginati tenda a peggiorare notevolmente durante l’iter parlamentare. Come sempre avviene in questi casi, piuttosto che far danni improvvisandosi esperti di materie che non si conoscono, magari animati da ottime intenzioni, forse sarebbe meglio non far nulla.

Già da parecchio tempo quando mi collego all’home banking di Unicredit Chrome cerca come può di non consentirmelo e mi mostra questa simpatica schermata:


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Se decido di continuare incurante dei rischi Chrome mi dice quest’altro:


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Il certificato della mia banca è insomma nella migliore delle ipotesi “scaduto”. Da anni mi sa. Ora se io decido di insistere e di cliccare sul link non sicuro accedo finalmente all’homebanking di Unicredit ma ogni volta che mi sottopongo a questa piccola via crucis penso che delle due una. O Unicredit fa causa a Google per procurato allarme o spende i soldi per rinnovare il fottuto certificato.


p.s. non c’entra nulla con le questioni di sicurezza informatica ma l’usabilità dell’homebanking di Unicredit ricorda parecchio certi ottimi siti web degli anni 90.


update: Unicredit su Twitter conferma che si tratta di un problema di URL non più utilizzate che verrà risolto: