Io francamente non ho idea di chi sia a gestire il profilo Twitter del Ministro della Cultura Franceschini. Non ho idea se lo curi lui di persona (dubito), se il Ministro ne controlli e ne approvi in maniera regolare i contenuti (possibile) o se semplicemente si fidi di qualcuno che lo gestisce per lui (altrettanto possibile). Quello che so è che il profilo Twitter del Ministro è sbagliato.

Quando il Ministro qualche tempo fa controfirmò (nella sostanza) le proposte SIAE di aumento dell’equo compenso per la copia privata Franceschini pubblicò questo tweet:




Al di là del merito, che può sempre essere discusso (in casi del genere ahimè lo si può discutere pochissimo ma vabbè) si tratta di un tweet avventato, molto assertivo e non adatto ad un Ministro della Repubblica. Chi conosce l’argomento e legge questo tweet è indotto a pensare una sola fra queste due opzioni:

1) Il Ministro non sa di cosa parla
2) Il Ministro cerca la rissa

In entrambi i casi Franceschini non ci fa una buona figura. Inutile dire che nei giorni successivi a quel provvedimento, che ha provocato vaste indignazioni moltissimi articoli sui giornali ed analisi piu’ o meno affilate, il Ministro ha dimenticato l’argomento non rispondendo a nessuno.

Ieri Franceschini o chi per lui ha applicato il medesimo schema suicida in occasione degli aumenti di prezzi annunciati da Apple pubblicando questo tweet:




Identico schema duale (o ignorante o provocatorio) a descrivere in 140 caratteri questioni complicate e scottanti senza alcuna possibilità di uscire dalla trappola intellettuale dalla quale Franceschini dovrebbe stare alla larga per principio. Perché nel caso specifico il Ministro rappresenta i cittadini, non rappresenta (non dovrebbe rappresentare) ne’ Apple ne’ la SIAE. Invece in tutta questa vicenda il Ministro si presta volontariamente ad essere l’ufficio stampa della SIAE contro l’industria cattiva. Compresa la frase, rilasciata ieri alle agenzie e fortunatamente non twittata, anch’essa ricopiata dal punto di vista SIAE i cui sindacati ieri – come scrive il Sole24ore – hanno affermato che la scelta di Apple di aumentare i prezzi e di mostrare la quota del prezzo finale relativa all’equo compenso (cosa che peraltro Apple fa da sempre) sarebbe:


Un’operazione «di pura mistificazione della realtà mirata a confondere i consumatori e a mantenere inalterati i propri ingenti profitti, spesso realizzati attraverso l’utilizzo di manodopera a basso costo».



Bene. Sapete cosa ha dichiarato ieri Franceschini alle agenzia per riaffermare la propria terzietà di rappresentate dei cittadini? Ha detto che quello di Apple è:

un aumento puramente ritorsivo nei confronti dei loro clienti italiani



Al di là dell’insensatezza della frase (quale aziende al mondo pianifica atteggiamenti ritorsivi verso la propria clientela?), al di là della inopportunità che un Ministro – come scrive Carlo Alberto Cardinale Maffè – prenda posizioni tanto nette su un singolo soggetto del mercato, rimane da chiedersi la ragione di atteggiamenti comunicativi tanto aggressivi da parte del Ministro della Cultura. Aggressivi e stranamente sovrapponibili (anche nei toni) a quelli della SIAE, soggetto in campo in una tenzone nella quale Franceschini dovrebbe essere semplice imparziale arbitro.

19
lug



Dall’intervista a Edward Snowden di Alan Rusbridger sul Guardian di oggi:

Can he give an example of what made him feel uneasy? “Many of the people searching through the haystacks were young, enlisted guys, 18 to 22 years old. They’ve suddenly been thrust into a position of extraordinary responsibility, where they now have access to all your private records. In the course of their daily work, they stumble across something that is completely unrelated in any sort of necessary sense – for example, an intimate nude photo of someone in a sexually compromising situation. But they’re extremely attractive. So what do they do? They turn around in their chair and they show a co-worker. And their co-worker says, ‘Oh, hey, that’s great. Send that to Bill down the way’, and then Bill sends it to George, George sends it to Tom, and sooner or later this person’s whole life has been seen by all of these other people.”

The analysts don’t discuss such things in the NSA cafeterias, but back in the office “anything goes, more or less. You’re in a vaulted space. Everybody has sort of similar clearances, everybody knows everybody. It’s a small world. It’s never reported, because the auditing of these systems is incredibly weak. The fact that records of your intimate moments have been taken from your private communication stream, from the intended recipient, and given to the government, without any specific authorisation, without any specific need, is itself a violation of your rights. Why is that in the government database?”


18
lug

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Su Repubblica di oggi c’è un articolo leggermente intimidatorio (leggi “molto intimidatorio”) sui grandi pericoli legati al modello economico Freemium ed ai cosiddetti acquisti “In app”. Inizia così:

“Luca ha 10 anni e da un mese non è più lo stesso. È pallido nervoso, dorme male, fino a che la maestra non gli sequestra il cellulare in classe e convoca la madre.:”Lo usava sotto il banco, erano giorni che lo tenevo d’occhio…”Interrogato il bambino scoppia in lacrime:” mamma stavano distruggendo il mio villaggio…dovevo fare qualcosa” E la mamma si ritrova con 400 euro di addebito sul suo account iTunes.



Uno legge queste righe e si chiede: perché Luca ha il cellulare? Perché la maestra lo tiene d’occhio da giorni? Perché Luca ha la password della mamma? Come fa la mamma a non accorgersi dei 400 euro di spesa?


Intendiamoci la discussione sui modelli Freemium sarebbe lecita e auspicabile ma è una discussione che nasce sbagliata nella solita umidissima maniera italiana di affrontare i problemi con vaste iniziali presunzioni di colpevolezza. L’Autorità Antitrust ha iniziato ad occuparsene con un carico di preoccupazioni antistoriche e paternalistiche molto rapidamente smontate da questo bellissimo studio di Massimiliano Trovato uscito qualche giorno fa sul sito dell’Istituto Bruno Leoni.

Mia figlia, per dire, ha un anno di più di Luca che non dorme, utilizza la mia password iTunes per scaricare App gratuite e per acquistarne a pagamento, solo dopo avermi chiesto il permesso (questo è l’accordo). Anche volesse farlo di nascosto sa perfettamente che per ogni acquisto da 0.89 centesimi di euro sul mio telefono arriverà un sms che segnala la transazione e quindi il problema della sicurezza proprio non si pone.

La questione sul Freemium in Italia è molto più prosaica e leggermente deprimente. Trattasi di una delle molte armi improprie nei confronti dei gigante del web e dei loro accoliti. Ci si attrezza come si può, attaccandosi a quello che è possibile e ci si muove tutti assieme. Tutto può essere discusso e migliorato, ovviamente, (e anche in USA come è noto sugli acquisti In-App ci sono questioni aperte) di sicuro non con gli argomenti del pezzo di Repubblica di oggi. A meno che la mamma di Luca non gli passi la password di Amazon così che il povero Luca che non dorme possa acquistarsi all’insaputa della mamma un TV 4K da 65 pollici per navigare in rete di notte. In quel caso dubito che i giornali troveranno la maniera di farci un articolone.

Contrappunti su Punto Informatico di domani.

***



È passato un anno dalle prime rivelazioni di Edward Snowden e dalla sua fuga prima ad Hong Kong e poi in Russia e, in occasione della richiesta di rinnovo di asilo che l’ex analista americano ha inviato in questi giorni al governo russo, va notata la quasi completa scomparsa della narrazione giornalistica sul tradimento e sul passaggio dell’agente americano dalla parte dei russi kattivi, comunisti e interessati a carpire i segreti americani.

Si trattava del resto di una macchinazione giornalistica puerile e facilmente smontabile fin dall’inizio in un Paese nel quale, anche dopo migliaia di documenti inoppugnabili diffusi dai media, il segretario di Stato Kerry, giusto qualche giorno fa, ha ripetuto l’invito a Snowden a comportarsi da “uomo” facendosi giudicare da un tribunale americano. (altro…)

Le discussioni sul futuro del giornalismo, anche quelle più interessanti, hanno spesso un aspetto curioso: non prevedono l’esistenza del lettore. Il lettore, in quanto ricevitore del contenuto informativo è spesso trattato come un soggetto immobile ed immutabile.

Se proviamo ad osservare la faccenda aggiungendo questa variabile ci accorgeremo che alcuni punti vanno necessariamente aggiunti. Voglio dire: nessuno scrive per non essere letto. O meglio, succede anche questo – e nemmeno troppo di rado – ma è una perversione che ora non ci interessa. Chi scrive, in genere lo fa per essere letto e l’informazione non dovrebbe sfuggire a questa regola. Prima di essere servizio, prima di essere pilastro democratico, prima di qualsiasi altra cosa, l’informazione si sostanzia nel suo essere cibo per i lettori. Quindi se discutiamo di giornalismo e rete, se vogliamo ragionare di modelli economici o prospettive future, se ci appassiona l’idea di incolpare qualcuno della fine che i giornali stanno facendo da un po’ di anni a questa parte, allora sarà il caso di mettersi anche un po’ nei panni del benedetto lettore.

Perché insomma, è semplice. Da quando esiste Internet, da un paio di decenni a questa parte, qualsiasi lettore sano di mente e minimamente curioso se interrogato (ma nessuno lo interroga) vi risponderà alla stessa maniera: vale a dire che mai, MAI in passato lui ha avuto tante cose interessanti, varie, concise o lunghissime da leggere. Dai tweet alla long form siano tutti travolti da una grande qualità, a patto di aver voglia di cercarla in mezzo a tutto il resto (che è molto, assai grande e puzzolentissimo).

Così il primo punto fermo è quasi banale. È morta la qualità? Si sono imbastardite le fonti? I grandi testimoni si sono estinti? No, no e no. È vero il contrario. Quelli che prendono Buzzfeed come paradigma di un giornalismo futuro a misura di scemo e potentemente orientato a modernità tecnologiche mediate dalla rete (SEO, mobilità, prevalenza dei video, liste, ecc). sta facendo il classico errore del mercante. Tutela il bene che vende, cercando di immaginare come infiocchettarlo meglio, disinteressandosi di tutto il resto. Tutti a immaginare cloni di una stronzata come Buzzfeed in quanto prodotto vendibile? Secondo me siete matti.

Seconda possibilità. Quello che il lettore vive oggi è il colpo di coda di un mondo che continuerà ancora per un po’ a produrre contenuti ma è destinato comunque ad estinguersi nel collasso del suo stesso sistema economico. È insomma un lettore che vive dei frutti di un apparato in dismissione (per una ragione o per un’altra) e che una volta spento trascinerò a fondo con sé talento qualità, pluralismo e tutto il resto. Secondo me è improbabile, quello che sta succedendo – mi pare – è che cambino le forme ed i soggetti interessati. Per esempio Francesco Piccinini, nel suo articolo che ha scatenato la discussione, dice che dopo la carta morirà anche il giornale on line in un processo di rivoluzione inevitabile. Io non dico di no, non lo so. So però che, dal punto di vista del lettore, tutto ciò è discretamente irrilevante; da quello del produttore di notizie si tratta invece di una questione centrale. In ogni caso dubito che i lettori resteranno in futuro senza notizie nei formati e nelle modalità che preferiranno.

Ho anche altre perplessità sullo scenario disegnato da Francesco ma accenno solo ad una. Non credo che il contenuto sia, per ragioni di architettura di rete più importante del contenitore. Un’occhiata rapida al newsfeed di Facebook dovrebbe ridurre chiunque a più miti consigli al riguardo. L’aggregazione casuale dei contenuti di rete aumenta l’entropia, la possibilità di essere raggiunti da ciclopiche vaccate, la cui diffusione virale ha, come è noto, grande dominanza su tutto il resto. In altre parole cercheremo sempre un contenitore che sia in qualche misura garanzia (o filtro) di un contenuto. Il che ovviamente non significa per nulla che domani continueremo a chiamarlo giornale. Insomma secondo me il contesto resterà importante, per un numero molto rilevante di soggetti lo rimarrà molto di più dei contenuti al suo interno.

Ultima questione, osservata ancora una volta dal punto di vista del lettore. Dice Zambardino che il giornalismo obiettivo in Italia non è mai esistito, ed io sono d’accordo con lui. Di più, la grande maggioranza dei contenuti giornalistici sono scritti oggi per conto di qualcuno (che non è il lettore), sono dei pubbliredazionali, però nascosti meglio. Un numero rilevante dei quotidiani che stanno morendo, al di là della formidabile retorica che li avvolge, sono serbatoi di pubblicità più o meno indiretta per i propri proprietari padrini e finanziatori. Ci sono i giornali di Berlusconi, quello di Confindustria, quelli dei palazzinari, quelli della Fiat, quelli delle banche, quelli dei partiti, quelli dei poteri forti, quelli dei poteri occulti. Il giornalismo in Italia è da decenni prima di tutto una scusa, l’ufficio stampa di qualcuno che preferisce non comparire e i lettori in tutto questo sono l’aceto balsamico di Modena su foglie di lattuga dall’aspetto dubbio. Così oggi il rischio è che l’algoritmo dell’informazione prona al potere sia sostituito da quella della scrittura ottimizzata per i motori o per gli interessi bassi di una generazione di nuovi imprenditori dai modelli di business altrettanto misteriosi. Tutto questo per i lettori, specie per i più deboli, è una discussione abbastanza irrilevante di padelle e braci. Per il resto chi scriverà per farsi leggere davvero è molto probabile che il proprio modello economico, forse non gigantesco, continuerà a trovarlo. Ne moriranno un po’, forse i peggiori, ma non possono morire tutti.

Bella discussione sul futuro dell’informazione:

Francesco Piccinini su Fanpage e Vittorio Zambardino su Wired. Magari ci torno, intanto dico che sull’informazione che diventa mobile non potrei essere meno d’accordo.

Il contenuto diventa sempre meno scritto e sempre più video – La produzione di contenuti non è solo produzione di news. O meglio è “anche” produzione di news, ma queste non bastano più. Un giornale del XXI secolo vive anche di produzione di contenuti di entertainment e infotainment (termine visto in un’accezione negativa ma che, in realtà, può racchiudere arti “nobili” come il teatro di narrazione). Contenuti che vanno pensati e prodotti per essere fruiti sempre più in mobilità e sempre meno da desktop: insomma, non siamo più nell’era del mobile first, ma del mobile only.





Nella prima repubblica digitale i quotidiani italiani pescavano ampiamente nella rassegna stampa mondiale, traducevano abusivamente gli articoli migliori e li pubblicavano il giorno successivo all’uscita sul New York Times come se fossero loro senza che nessuno o quasi se ne accorgesse.

Nella seconda repubblica digitale i quotidiani italiani pescavano un po’ meno ampiamente nella rassegna stampa mondiale gli articoli migliori e li pubblicavano il giorno successivo come se fossero loro esponendosi alle critiche e agli sberleffi di un minuscolo gruppo di blogger e appassionati su Internet che erano gli unici che se ne accorgevano.

Nella terza repubblica digitale i quotidiani italiani pescano ancora meno ampiamente nella rassegna stampa mondiale gli articoli migliori e li pubblicano il giorno successivo esponendosi alle critiche di un numero sempre maggiore di persone alcune delle quali contatterano su Twitter l’autore dell’articolo copiato che sputtanerà l’autore della traduzione semiabusiva in twittervisione.