Un pomeriggio durante il mio primo anno di Università passai davanti alla vetrina di Res Rubini un negozio di strument musicali in centro a Bologna che esiste anche oggi. C’era un piccolo assembramento di persone all’interno, così, timidamente, entrai anch’io. Quel piccolo pubblico, disposto a semicerchio, stavano ascoltando un tizio dai capelli lunghi vestito da “artista” che, in piedi, in un angolo del negozio, suonava una chitarra elettrica distorta ad un volume altissimo. Dopo un po’ mi feci coraggio e domandai a uno accanto a me:

“Ma chi è?”

“È il chitarrista di Claudio Lolli” – mi rispose.

Io quasi non sapevo chi fosse Claudio Lolli allora e mi chiesi come mai il chitarrista di un cantautore fosse così “elettrico”. In seguito scoprii che Lolli a quei tempi aveva già scritto un album bellissimo e inimitabile, differente da tutto quello che si ascoltava a quei tempi. Un album che, pur rimanendo nell’ambito della canzone d’autore impegnata, era forse per la prima volta davvero musica e parole assieme.

Il disco si chiamava “Ho visto anche degli zingari felici” e dopo quarant’anni dalla sua pubblicazione è rimasto un capolavoro. Il suo autore è morto oggi.





Dentro l’enorme confusione degli ambienti digitali oggi, trovo rilevanti la velocità e la permanenza.

Sono rilevanti per me: non ho la presunzione di eleggere queste due caratteristiche a problema di tutti. A differenza di molti di voi, che siete più giovani, magari meno sciocchi o ossessionati di me, ho passato gli ultimi 25 anni con convinzione e passione dentro gli ambienti digitali, ho osservato dipanarsi di fronte alla mia vita le molte opzioni e distorsioni dell’essere in rete e oggi, in questo agosto 2018, velocità e permanenza mi sembrano sempre più centrali. Provo a dirvi perché.

(continua su Medium)

14
Ago




(via Gian Maria Brega su FB)

Sono abbastanza sicuro di una cosa. L’atto formativo più potente della mia vita fu quando i miei genitori, a metà degli anni 70, durante le vacanze estive fra la seconda e la terza media, mi misero su un aereo per Londra e mi lasciarono, da solo e alla mercé degli eventi, a casa di emeriti sconosciuti a Leeds nell’Inghilterra siderurgica e tristissima di quei tempi. Rimasi lassù un po’ meno di un mese, un po’ in città e un po’ in un cottage di campagna con la pietra a vista: contavo i giorni per tornare a casa. Come capita a quasi tutti a quell’età, semplicemente non mi rendevo conto. Però osservavo, confrontavo, imparavo senza saperlo.

Ho sempre pensato che una quota delle mie piccole curiosità, di quel po’ di voglia di conoscere il mondo, di scoprire come vivono gli altri, di stare a sentire di cosa parlano, di osservare come si divertono, discendesse da quelle settimane di grande incertezza adolescenziale.

Negli anni e nei decenni successivi questa idea di contaminazione, di braccia aperte verso il mondo intorno, di comunità di persone è andata ampliandosi ed oggi è – se non la regola – almeno un’abitudine molto frequentata. Le frontiere europee sono cadute (un valore gigantesco che non consideriamo mai), le prassi e le abitudini uniscono tutti i ragazzi del mondo. Solo gli anziani, specie in certe nazioni come la nostra o la Grecia o la Spagna, sono rimasti i depositari di una idea novecentesca di insularità geografica legata al proprio territorio. Le frasi dei nostri vecchi sono le stesse ovunque, una per tutte:

“ci sono posti bellissimi da visitare in Italia che non avete mai visto, perché non andate lì?”

Il mondo è diventato un enorme reticolo camminabile di lingue, aeroporti, metropolitane, fusi orari, abiti differenti, città, odori inediti e territori sempre nuovi. Una ghirlanda di umanità eccitante e ogni volta differente. Le persone, nei paesi occidentali, si dividono ormai in due grandi gruppi, molto polarizzati in termini geografici, anagrafici e culturali. Quelli che in qualche maniera a un certo punto si sono buttati, sono partiti, hanno osservato e annusato il mondo e quelli che invece sono rimasti dov’erano.

Oggi Luigi Di Maio, vice Presidente del Consiglio e Ministro della Repubblica, in un’intervista, insieme ad altre cose variamente discutibili, ha pronunciato la seguente frase:


“Dobbiamo fare di tutto per non far partire i nostri giovani perché quando parti e vai a lavorare altrove trovi delle condizioni non sempre dignitose”


Non è solo lui purtroppo. Oggi questo Paese è governato da persone che, in maniera del tutto differente le une dalle altre, affermano e sostengono l’idea di un provincialismo buono, utile a proteggerci, a risolvere i nostri tanti problemi, a ricordarci ciò che ci è familiare, a non farci travolgere dalla complessità di quello che non possiamo conoscere. È un’idea culturalmente fortissima, che fa presa e piace a molti elettori. È una idea di gigantesca retroguardia per chiunque abbia anche solo per pochi giorni osservato il mondo da fuori del proprio usuale giardinetto.

Ciò che meraviglia e spaventa non è l’ignoranza buona di Luigi Di Maio, la sua autentica ingenua pochezza intellettuale, la sua comprensibile paura del mondo fuori, e nemmeno il largo seguito che un simile approccio provinciale alla politica ha raccolto nel Paese. Ciò che meraviglia è che nessuna di queste persone che oggi votano M5S e Lega ha mai pensato di prendere i propri figli adolescenti e spedirli a guardare il mondo.

Se lo avessero fatto i loro figli sarebbero ritornati, da una città triste del centro dell’Inghilterra o da chissadove, avrebbero guardato i loro genitori e, come per magia, non li avrebbero più riconosciuti.


Qualche anno fa scrivevo questo:


Ognuno di noi è il giardiniere del piccolo pezzo di Internet che utilizza. Chi ama Internet e pensa che la rete sia un valore per sé e per le persone che ha vicino tende a curare al meglio il piccolo spazio individuale che gestisce. Ognuno potrà farlo alla sua maniera, qualcuno poterà i rami delle proprie piante in maniera più o meno radicale, altri toglieranno le foglie dall’erba autunnale altri ancora le lasceranno lì a farne un tappeto morbido per le proprie passeggiate: in ogni caso tutti ci occuperemo della nostra presenza on line perchè siamo affezionati a quel luogo, ne percepiamo grandezza e opportunità.


Un po’ quella frase mi è rimasta appiccicata. Un po’, di tanto in tanto, quella piccola metafora ritorna.

In quel post sottolineavo la distanza di Beppe Grillo dall’etica di rete: oggi mi pare che quell’atteggiamento sprezzante e propagandistico interessi la grande maggioranza dei politici on line.

Non sono così ingenuo da pensare che Grillo, o qualsiasi altro politico di vertice, debba rispondere puntualmente ai suoi detrattori. Ma curare il giardino delle proprie parole messe in rete quello sì, quello dovrebbe trovare il tempo di farlo. E invece non succede.

Tre esempi degli ultimi giorni:

– il Ministro Stefani che nonostante centinaia di richieste di spiegazione non degna di un singolo commento (anche solo per riaffermarne il valore) un tweet disinformato che aveva messo in rete.

– Matteo Salvini che alle moltissimi richieste di fornire le prove di una sua avventata affermazione on line su una presunta fake news di una ONG spagnola semplicemente sceglie di non rispondere, far finta di niente e dimenticarsene.

– Matteo Renzi che scrive su Twitter che l’atleta della nazionale Daisy Osakue era stata “selvaggiamente picchiata” e che quando si capisce che i fatti erano andati diversamente non ritiene di rettificare/cancellare il post.

Sono solo tre esempi, i primi che mi vengono in mente, di un vasto e amplissimo inquinamento, talvolta casuale nella maggioranza dei casi intenzionale, che la politica applica alle conversazioni in rete.

Passano rapidissimi, buttano rifiuti propagandistici dal finestrino e si allontanano come se nulla fosse. Lì accanto ci siamo noi, dentro i nostri giardinetti che teniamo tutto il più possibile in ordine. Quando tutta Internet, alla fine, sarà solo rumore e spazzatura, noi saremo ancora lì, incuranti del disastro attorno, come il soldato giapponese sull’isoletta dopo decenni dalla fine della guerra.


update 3/8: Matteo Renzi ha cancellato il tweet di cui dicevo. Forse sull’onda di un altro tweet di Salvini che ne stigmatizzava la falsità. È comunque curioso che la morale a Renzi arrivi da uno dei maggiori produttori di spazzatura online nella politica italiana in rete.



01
Ago

Dobbiamo tenere d’occhio l’abitudine. Specie nei momenti difficili come questo.

L’abitudine in qualche caso è un privilegio di cui si parla poco, quasi sempre – in tutti gli altri casi – è un vero rischio, un ordigno a tempo dal quale difendersi.

Ci si abitua alla bellezza, per esempio: che sia in un paesaggio, nella pagina di un libro, nei colori di un quadro appeso alla parete. Che sia nell’architettura geniale di una casa all’angolo, nel profilo della lampada sul comodino che accendiamo ogni sera, nel “buonasera” di un tizio incrociato sul marciapiede.

Ci si abitua, allo stesso modo, anche al suo contrario: non sarà difficile incamminarsi lungo il percorso in discesa che adotta la sciatteria e la bruttezza, le cattive parole e gli orribili oggetti. E in un periodo come questo, nel quale tutto sembra improvvisamente modificato, io non riesco a non pensare ad un legame sotterraneo e sottilissimo fra la pochezza estetica e culturale di questo Paese e le manifestazioni deprimenti dei suoi cittadini.

Non citerò il principe Myškin, non invocherò il ruolo salvifico dell’estetica degli oggetti o dalla forma e dalle sue convenzioni: però questa sera – davvero – mi sembra di riconoscere un legame fra molto di ciò che ci sta accadendo intorno:

la cattiva politica
il razzismo verso gli ultimi
il giornalismo svilito
l’idolatria per la mediocrità
la xenofobia e il sessismo ostentati
la cinica propaganda

ma anche

i congiuntivi persi per strada
le case nuove e senza gusto
il cemento al posto degli alberi
i deficienti che urlano alla radio
gli schiamazzi di grandi e piccini

e mi pare di riconoscere un legame – dicevo – fra tutto questo mio armamentario, questa lista della spesa da vecchio barbagianni e… l’abitudine.
E lei: la signora abitudine.

L’abitudine al peggio ormai ci impone di prendere le cose per quello che sono, senza contrastarle: senza nemmeno un pensiero di rivolta o una timida reazione. L’abitudine osserva il mondo per un istante e poi ci spinge ad accettare tutto, come il giorno prima, ogni giorno un poco di più del precedente. L’abitudine ci abitua a tutto.

La bellezza forse non salva il mondo ma di sicuro, almeno per un po’, gli impedisce di precipitare. Chiunque viaggi un po’ nel mondo ne riconosce quei grandi o i piccoli tratti che da noi sono quasi scomparsi. E l’abitudine al brutto, il disinteresse per le cose fatte bene, il menefreghismo imperante, che oggi sembrano la regola in questo Paese, non sono arrivate in Italia l’altro ieri con Salvini e Di Maio. Vengono da più lontano e hanno padri meno noti ma non per questo meno responsabili. Salvini e Di Maio ne sono la semplice deprecabile conseguenza.

Ciò che abbiamo di fronte ora, quello che oggi così tanto ci spaventa, è figlio di quello che non abbiamo fatto. Di ciò che non siamo riusciti ad essere. È una responsabilità politica pesantissima degli uomini e delle donne di questo Paese, la loro incapacità ad elevarsi e a sentirsi comunità.

Poi l’abitudine ha fatto il resto.




 


 
Ieri sera Emanuele Menietti mi prendeva in giro su Twitter. Così oggi, dopo aver visto in rete decine di foto a bassa risoluzione dell’eclissi lunare, ho pensato di ricopiare qui il capitolo del mio libro che in qualche maniera le riguarda.

 

Dove siete? Perché vi nascondete? Amici cari, scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, oggi non possiamo permetterci più di essere solo questo. Oggi le persone pubbliche, tutte le persone pubbliche, chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Non abbiamo scelta. Oggi tacere significa dire: quello che sta accadendo mi sta bene. Ogni parola ha una conseguenza, certo, ma anche il silenzio ha conseguenze, diceva Sartre. E il silenzio, oggi, è un lusso che non possiamo permetterci. Il silenzio, oggi, è insopportabile.

 

Leggo e non capisco. A chi si sta rivolgendo Roberto Saviano in questa lunga perorazione politica? A tutti quelli che hanno la possibilità di parlare ad una comunità, dice (quindi a tutti, in un paese con 30 milioni di profili Facebook?), oppure no. Cosa intenda dire? Chi è che si sta nascondendo? Non lo capisco, sul serio.

Provo ad andare per esclusione. Si sta riferendo agli intellettuali? Non sembrerebbe. Per fortuna, aggiungo. Gli intellettuali in Italia chissà se esistono più e comunque dubito si riuscirebbe a rintracciarli fra gli youtuber o gli stilisti. “Nei palastilisti” (scusate l’assonanza scema che mi è venuta al volo tratta dal De Andre’ della domenica delle salme). In ogni caso, se anche fosse, gli intellettuali, per loro stessa essenza, non hanno bisogno di qualcuno che li spinga ad una discesa in campo: la discesa in campo è – per così dire – il loro lavoro quotidiano (mentre il loro problema quotidiano è trovare qualcuno che li ascolti). E comunque, se anche si fossero distratti un istante o si fossero risvegliati dieci secondi fa, dubito che accetterebbero Saviano come direttore d’orchestra. Una scelta leggermente cheap, con tutto il rispetto per Saviano, vista da dietro la montatura in tartaruga dei loro occhialetti spessi.

Più avanti nel pezzo sembra che Saviano si riferisca ai personaggi pubblici, agli artisti (nel senso più ampio del termine che comprende anche i calciatori). Poi però in un altro punto cita per nome “gli scrittori”, e “gli editori” e quindi – accidenti che confusione – torna il dubbio che stia di nuovo parlando alla classe intellettuale. La classe intellettuale! Un gruppo di persone che solo osservato dal suo interno, dal posto da cui Saviano guarda il mondo, potrà essere immaginato di una qualche minima vastità. Non servirà poi ammonire editori e scrittori sulla necessità di rischiare, di guadagnare un po’ meno in nome delle proprie idee. Perché questi al solo pensiero guarderanno l’autore di Gomorra e gli diranno: Di meno? Come sarebbe? Ancora di meno? Meno di così?

In questa enorme confusione che ho in testa leggendo questo articolo mi vengono in mente certe fragorose discese in campo di alcune delle figure che ora Saviano vorrebbe aizzare. Gente che ha usato la propria piccola notorietà (provate a fermare qualcuno al centro commerciale chiedendo se conosce Erri de Luca) o la propria grande notorietà (penso a Dario Fo) o la propria media notorietà (penso a Fiorella Mannoia) e che sono scese in campo esattamente come dice ora Saviano ma nella direzione opposta. In direzione ostinata e contraria, come direbbe sempre lo stesso poeta di prima.

E allora, invece che invocare la discesa in campo dei ballerini e dei cuochi, non era forse meglio aspirare a traguardi meno complicati? Per esempio, come capita a molti di noi che incidentalmente siamo orripilati da Salvini e Di Maio esattamente come Saviano, per esempio – dicevo – non sarebbe forse meglio parlare per sé, nella speranza che lo stesso succeda anche ad altri intorno? Non è che la discesa in campo dei cuochi suoni (come a me suona) come una cosa un po’ ridicola e datata per cui in un Paese in cui tutti sono esperti di vaccini anche lo youtuber finisce a fare l’intellettuale?

Perché la differenza fra essere influenzati da un personaggio celebre a caso e da un intellettuale non è proprio trascurabilissima. Il primo allarga un cerchio fiduciario di amici e amici degli amici, il secondo ci spiega il mondo e poi noi decidiamo. Il primo è perfetto per l’elettore medio dell’attuale governo, il secondo magari meno. I primi sono tantissimi, i secondi latitano assai.

Io non fremo per una discesa in campo di medici e filosofi, di scrittori ed editori, di cuochi famosi e ballerini: fremo perché in qualche maniera si provi a ristabilire il dominio del pensiero. E questo non so come potrà accadere, ma con molta difficoltà succederà invocando la discesa in campo degli intellettuali, che sono pochi e morti e nessuno li ascolta da anni. E con altrettanta difficoltà succederà con la discesa in campo delle persone pubbliche. Le persone pubbliche al momento sono parte del problema, non la soluzione del problema.