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Di fronte ad una puntata di 8 e Mezzo allucinante per ignoranza e superficialità come quella che Lilli Gruber ha condotto ieri sera a margine della morte della povera ragazza campana si possono fare due cose. Indignarsi o ironizzare. Ho pensato che non mi andava di fare né uno né l’altro. Perché indignarsi è facilissimo ed automatico di fronte ad una simile povertà di argomenti e ironizzare trasmette un senso di superiorità che davvero non vorrei avere. La7 può ovviamente a pieno titolo apparecchiare teatrini del genere, è una TV commerciale e Gruber e Pagliaro (gli autori del programma) hanno tutti i diritti di raccontare le proprie posizioni di conservazione sui temi del digitale. Del resto la metà esatta degli italiani la pensa come loro. Però date le vette di assurdità che gli ospiti hano saputo raggiungere ieri sera, in particolare Paolo Crepet (che ha un libro in uscita al riguardo) e Kim Rossi Stuart (che si è trovato lì per caso convinto di parlare del suo film in uscita come ha candidamente ammesso) meritano di essere tramandati ai posteri e non dimenticati dentro lo streaming di un video che nessuno guarderà mai più. Così ho trascritto le parti (per me) più interessanti del programma:

Legenda: il testo è lungo ho messo in grassetto le parti più rilevanti. Alla fine di ogni domanda in corsivo ho aggiunto, solo quanto mi sembrava necessario, un brevissimo commento:



Gruber: Ci si pone la domanda: Ma la rete può anche uccidere? Subito dopo la pubblicità

Paolo Crepet: I social network sono una grande libertà quando li si progetta e quando li si desidera poi diventano una gabbia quando li si utilizza, io credo che sia venuto il momento – ho scritto un libro su questo che è appena uscito – che parla esattamente di questa urgenza, di ripensare alla nostra vita, non possiamo delegare al signor Mark Zuckerberg il nostro destino, lui fa i suoi affari però la vita è nostra, possiamo anche spegnerli gli smartphone, possiamo anche insegnare ai bambini a disegnare con le matite non solo a strisciare le falangi su un tablet, questo credo che sia una emergenza perché ci cambia la vita, non è una tecnologia qualsiasi, non è vero che è uguale a tutte le altre, perché sa quando hanno messo il citofono a mia nonna non è che mia nonnna è rimasta 24 ore su 24 attaccata al citofono quindi evidentemente le cose sono molto diverse, non possiamo farei furbi e i complici di chi le sta vendendo pensando che sia tutto la stessa cosa. Quando un ragazzino e queste son le statistiche*, sta più di 11 ore in media connesso con un social, si pone un problema, un problema anche di autismo sensoriale ed emotivo che è quello di cui io parlo nel libro che si chiama “Baciami senza rete”

*Le statistiche di utilizzo di Internet fra gli adolescenti italiani sono sotto la media europea (attorno a 5-6 ore al massimo ora non riesco a controllare). Non so Crepet a quali numeri si riferisca, mi pare un dato molto strano.


Gruber: Ester Viola, lei è una esperta di social network: condivide l’urgenza?

Viola: L’urgenza c’è ed è soprattutto sul diritto all’oblio* perché non puo’ passare un anno dalla denuncia alla polizia postale dalla rimozione di un video….

*Come è noto, anche se Viola è un avvocato, il diritto all’oblio non c’entra nulla com i temi in discussione.



Gruber: Kim (Kim Rossi Stuart ndr) lei è sui social network?

Kim Rossi Stuart: No, Per una scelta, sono un pretecnologico, non mi interessa, non mi diverte e ne ho avvertito fin dalla genesi un pericolo molto forte

Gruber: E quando lei nel suo nuovo film che è appena uscito che si intitola… in questi casi di cui stiamo discutendo quanto machismo vede?

Kim Rossi Stuart: Il mio film non si occupa di questo, io sono qui per parlare del film e mi riesce difficile incrociare il discorso con tematiche così urgenti e scottanti e fondamentali: se posso dire un mio pensiero su questo mi sembra che questo genere di tecnologie siano degli strumenti che l’uomo d’oggi, la donna anche, l’essere umano, non è in grado di gestire, di condizionare, tirano fuori in molti casi proprio il peggio. La domanda è: ma non si può tornare indietro? (ridono, Gruber dice questa è una bella domanda ndr) come mai non possiamo tornare indietro da certe cose? come mai ci sono casi di tumore a grappolo* attorno a me tra le mie conoscenze e so che sono dovuti spesso a problemi di onde magnetiche e cose così e non si può tornare indietro? come mai abbiamo visto che Internet è uno strumento ingestibile dall’uomo per lo stato di maturità in cui si trova e non possiamo tornare indietro? Torniamo sempre allo stesso motivo, scusate è il tema della mia vita , il profitto no? Torniamo sempre a questo e allora, insomma, che chi gestisce il potere non a livello esclusivamente politico che determina le dinamiche, che si metta una manina sulla coscienza

*I tumori a grappolo non esistono, forse Rossi Stuart si confonde con le cefalee a grappolo che però sono patologie “essenziali” e non dipendono dalle onde elttromagnetiche.

Gruber: Temo che questo non basterà. Crepet perché non si puo’ tornare indietro?

Crepet: Perche le 4 aziende più grandi al mondo che fatturano di più sono 4 aziende digitali* non sono quelle del petrolio o quelle che fanno le armi, quindi, come lei ben sa, l’oste dice che il vino fa benissimo anche agli ubriachi. Io non sono preoccupato di un ragazzino che con lo smarphone alle 3 di notte sono più preoccupato di una famiglia che va a cena con tre smartphone e nessuno parla se non per dire passami il sale… ci sarà una società afona e io mi chiedo come nascerà un attore, come nascera un poeta? ma se uno avesse chiesto a Rilke o a Baudelaire di scrivere in 140 caratteri, cosa gli avrebbero risposto? Stiamo giustificando la demenza perché la vende qualcuno che è simpatico, ve lo ricordate quando c’erano i manifesti di Bi..della Apple o di IBM, “think different”, sembrava cool, c’era l’immagine di Mandela o di Lennon questa è la cosa che ci hanno venduto.

* Le quattro aziende che fatturano di più al mondo secondo Fortune global 500 2015 sono: Walmart (distribuzione), Sinopec (petrolio), Royal Dutch Shell (petrolio) China Nationa Petrolium Corporation (petrolio)


Gruber: da molte parti si è invocato un intervento legislativo per riuscire ad ottenere un minimo di controllo

Napoli (Polizia postale): pensare in questo momento ad una demonizzazione completa di uno strumento che comunque viene utilizzato anche per cose che sono positive, non soltanto per cose che sono negative, il punto è dare quello strumento delle regole Molto spesso la vita online dei ragazzi prende il posto della vita offline


Gruber: ma dottor Crepet, quanta resposabilita delle vittime c’è, magari per poco buonsenso o poca consapevolezza?

Crepet: L’ingenuità con la tecnologia digitale si paga cara ma questo è un buon motivo per parlarne nelle scuole, c’è questo narcisismo, Instagram per esempio, si è inondati da fotografie totalmente insulse, non è che gira Cartier-Bresson, gira un imbecille che fotografa un piatto di spaghetti e pensa che tutti noi stiamo aspettando quella straordinaria fotografia per sapere che lui sta mangiando un piatto di spaghetti, questo è assolutamente intollerabile, c’è una esondazione del narcisismo di chiunque che deve diventare protagonismo del nulla e poi purtroppo tutto questo arriva perfino alla classe dirigente, alla politica. Ma vi accorgerete di quanto sono lenti?
Vede le tecnologie dovrebbero avere un bugiardino, come gli psicofarmaci, per capire quali sono gli effetti collaterali e le intolleranze. Una di queste per esempio è la lentezza, si diventa lenti, molto lenti, il sindaco di Roma ci sta mettendo tre mesi per nominare un… è lento, generazioni come la mia avrebbero gestito la cosa con molta più rapidità, a forza di delegare le macchine l’uomo diventa lento, sa qual è il problema? che il cervello è un muscolo, se non lo alleni si atrofizza e le macchine, le tecnologie, gli smartphone, funzionano loro al posto del cervello. Quindi ci ritroviamo con il muscolo principale atrofizzato: si chiama demenza digitale, state attenti.

Gruber: Lei Kim condivide questo concetto della demenza digitale? ma ci vuole a questo punto una educazione digitale che viene insegnate nelle scuole gia ai bambini molto piccoli

Kim Rossi Stuart: Guardi io non lo sono titolato nel parlare nello specifico – mi rendo assolutamente conto che c’è un problema di educazione …ma se me lo consente vorrei raccontarvi il mio primo approccio con… che poi è rimasto quasi lì… mi ricordo il computer o meglio internet era appena stato diffuso in Italia e per la prima volta io dialogai con qualcuno via internet, non sapevo chi fosse, non sapevo nulla di questa persona, e una sorta di scossa di paura mi diede, questo fatto – stavo proprio riflettendo su questo prima, sentivo che stavo facendo qualcosa di… un cattolico direbbe demoniaco – adesso io non voglio demonizzare, sto raccontando la mia esperienza emotiva che secondo me è abbastanza significativa e cercavo di decriptare un po’ questa mia sensazione e io sarei arrivato a questa mia conclusione – Crepet potrà dare poi il suo parere – io credo che la comunicazione fra esseri umani è fatta per guardarsi in faccia, se non ci si guarda in faccia temo che possa mettere in moto automaticamente dei meccanismi un po’ perversi, ripeto per lo stadio in cui si trova l’umanità oggi, poi tra 5mila anni, 10mila anni non so.

Gruber: Ma suo figlio utilizza i tablet?

Kim Rossi Stuart: Cerchiamo di razionarlo, razionalizzarlo, razionarlo al massimo, meno possibile, fosse per me zero, non è facile (ridono)

Gruber: Crepet una riflessione a quello che diceve Kim prima

Crepet: io credo che un bambino debba essere educato alla bellezza, la tecnologia nasce in un posto molto brutto, uno dei posti più brutti delal terra, Cupertino è un deserto, non c’è niente, guarda caso la tecnologia non è nata nella nostra bellezza, non sarebbe mai potuta nascere a Firenze, sarebbe nato il dubbio, non la certezza, perché la bellezza ti porta al dubbio, la tecnologia ti porta all’ssoluta perfezione, se c’è una cosa terribile della tecnologia è la superpefezione, il mondo è bello perché non è finito, il non finito – ho scritto un capitolo sull’elogio dell’imperfezione – perché l’imperfezione è assai umana, i 4K gli 8K i 16K, vedremo pelo per pelo le gambe dei calciatori, sarà una cosa teribile. L’arte nasce dal dubbio, dalla frustrazione, cosa c’è di più bello della Pietà Rondanini forse la cosa più bella che ha fatto Michelangelo, perché è rimasta lì, è un distillato, non so se Zuckerberg le capisce queste cose, temo che venga da una realtà dove tutto è perfetto.

Gruber: Vi faccio vedere il punto di Paolo Pagliaro perché voi qui siete tutti giustamente critici con la rete, però c’è anche chi pensa che non si debba mettere la rete sul banco degli imputati

Kim Rossi Stuart: io penso a soluzioni radicali, sinceramente, penso ad andare a vivere in campagna (Gruber: a vivere in campagna disconnesso, ridono) faccio fatica a non responsabilizzare le grandi aziende, l’economia e la macroeconomia che purtroppo è in grado di drogare il popolo e quindi deve partire da loro…quando loro —d’altra parte per tirare fuori un altro luogo comune, ma vero, come tutti i luoghi comuni – se nonostante i trattati di Tokio* ecc ecc si decide…adesso hanno deciso di riallontanare la date per prendere una serie di provvedimenti, io ho l’immagine della specie umana come dire di quei lemmings che vanno dritti verso il baratro, come lo scorpione che si punge.

*Non si capisce quasi nulla, probabilmente Rossi Stuart si riferisce ai trattati di Kyoto.


Giorgio Jannis su Facebook spiega benissimo quest’epoca di passaggio;


Trent’anni almeno di televisione “selvaggia”, e da altrettanto si parla di educazione ai media, e intendo proprio a scuola, con approcci centrati sulla consapevolezza della fruizione, sulla grammatica del flusso televisivo, sulla promozione di competenze di lettura critica dei messaggi. Eppure non si è concretamente mai visto nulla di tutto ciò, fatti salvi i soliti quattro gatti di docenti eccentrici.
Forse il Potere non aveva intenzione di fare “alfabetizzazione televisiva”, cosa dite? Chi mai ha parlato di vietare la tv? Magari gli faceva comodo tramite lo strumento indottrinare e persuadere, come esplicitamente sappiamo dagli anni ’50, se non prima (le riflessioni sulle teorie della propaganda mediatica).
Però adesso è giunta l’ora di una alfabetizzazione digitale, sissignori. Sulla cui necessità peraltro io sbraito da vent’anni, professionalmente remunerato per farlo, ve lo dico subito.
Forse perché qui in Rete ora parlano tutti e l’autorità è saltata e non è cosa, eh, non va bene. Bisogna nor-ma-re.
E siamo qui a discutere di censura, pro o contro, guelfi e ghibellini come al solito, invece di chiederci il solito “cui prodest?”, invece di interrogarci sui motivi (convenienza? populismo? senso civico? sincera preoccupazione?) che portano i pubblici decisori a decretare la necessità di un controllo, di un giro di vite, di una censura preventiva.
Cosa vorrebbero, lor signori, il patentino per accedere al web? Patente A solo per leggere, quella B per commentare, quella C per i carichi pesanti, ovvero ardire addirittura ad avere un sito o un blog e produrre contenuti, pubblicarli senza chiedere permesso a nessuno?
Ho sempre visto la paura – dinanzi a ciò che non si conosce e non si può controllare – irrigidire la mente delle persone e paralizzare le loro azioni, dirigenti scolastici o sindaci o imprenditori, quando si trattava di comprendere e sperimentare minimamente le nuove forme di socialità e di arricchimento culturale che la Rete può offire.
Siamo dentro questo gigantesco mutamento del modo di darsi al mondo della specie umana, nelle relazioni interpersonali e nella comunicazione, ogni giorno vediamo nascere situazioni di cui prima non potevamo nemmeno concepire l’esistenza, mancavano i contenitori e i linguaggi delle nuove forme di realtà.
Se metto in atto dei “piani ministeriali per la formazione all’abitanza digitale”, chi li redige? Persone novecentesche, lente e sconnesse? E il sistema giuridico, pachidermico, come può rapidamente sentenziare su quello che quotidianamente si manifesta nelle società moderne, azioni per cui non esistono nemmeno parole per definirle? E le Pubbliche Amministrazioni, e la Politica, come può compiutamente dirsi “trasparente” senza giocare proprio sulla ambiguità di questa parola (se è trasparente, non si vede: ma io vorrei invece vedere tutto), e furbescamente sancire la propria ragion d’essere nella manipolazione di “sembrare trasparente”, visto che in fin dei conti vuole stabilire cosa possiamo o non possiamo vedere?
Sì, ci aspettano molti anni di “barbarie”, di sgretolamenti dei macro-paradigmi su cui l’intera civiltà umana si è costruita negli ultimi cinquecento anni, di negoziazioni e ripatteggiamenti delle identità individuali ormai prepotentemente connesse alla Rete e grazie alla Rete sviluppatesi e interconnesse agli altri, alle identità – in quanto essere e fare – di enti governativi e soggetti collettivi minate alle fondamenta dai nuovi modi di intendere e vivere la socialità, il desiderio, l’affettività, la maturazione di una visione del mondo, l’immaginario tutto.
E in una dimensione organicista, credo che la mutazione – progettata o casuale, educazione formale o autoapprendimento – e non l’irrigidimento sia la soluzione: dinanzi a nuove condizioni ambientali ovvero socioculturali su scala planetaria andrebbero favorite promosse sollecitate nuove sperimentazioni locali di sistemi sociali (giuridici, legislativi, formativi, nonché sul piano relazionale interpersonale), e queste sperimentazioni dovrebbero essere molte e di tipo diverso, per vedere quali maggiormente si adattano ai nuovi contesti di vita degli umani, per poterne poi trarre insegnamento.
Ci vuole coraggio, e fiducia.
Le nuove generazioni si muoveranno tra le macerie di questo terremoto culturale, eppure stiamo insegnando loro a camminare schivando i pericoli che conosciamo, auspicando sappiano domani distinguere i pericoli che ancora non conosciamo: eppure devono andare, senza proibizioni e senza divieti.


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È online il sito per chiedere a Barack Obama, prima della fine del suo mandato, di consentire il ritorno in Patria di Edward Snowden dall’esilio russo. Andrà ricordato che la posizione di Obama sul caso Snowden è stato uno dei momenti più bassi della sue presidenza. Ora potrebbe in extremis metterci rimedio.

Fatto sta che per la prima volta dopo molti anni sono tornato a mettere uno sticker sul mio blog.

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update: mi fanno notare su Twitter che più che di copia incolla si tratta di un problema di sovrapposizione di due differenti news legato all’antenna.

Nel 2006 ero ospite di un noto istituto di sondaggi italiano durante le giornate delle elezioni politiche. Fu un’esperienza molto interessante. Quando cominciarono ad arrivare i primi risultati Massimo D’Alema, che era costantemente intervistato da tutte le televisioni, iniziò a dichiarare a tutti, con quella sua espressione fra il serio ed il faceto – diciamo, che lui i primi numeri (o addirittura le intenzioni di voto, non ricordo) non li guardava proprio e che rimandava al giorno successivo qualsiasi valutazione. Poi, nell’intervallo fra una intervista e l’altra nelle quali sfoggiava la sua superiorità rispetto a simili plebee curiosità, telefonava al suo uomo, seduto proprio accanto a me (che a quei tempi era Gianni Cuperlo) chiedendo ogni 5 minuti aggiornamenti sui dati disponibili.

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La cronaca locale dice che va bene la forma ma il provvedimento “stride un po’“. Un’anziana signora multata in autobus perché non aveva vidimato il biglietto. Il giornale locale si occupa del caso per poter dar voce ai parenti della multata che non contestano la multa (ci mancherebbe) ma vogliono dire la loro.


La sanzione fa sbottare il nipote dell’anziana: “Noi siamo coscienti che il controllore abbia fatto il suo lavoro e lo rispettiamo, ma un po’ di umanità signori miei… In più vogliamo sottolineare che in molte città italiane e non il trasporto dopo i 65-70 anni è gratuito. Questa fiscalità sembra accanirsi solamente con le persone più deboli, quando migliaia di persone non pagano il biglietto da anni. O che se multati stracciano la multa dato che sono nullatenenti e non rischiano niente”.



Ecco, l’umanità. L’umanità è il punto. L’umanità che prevale sulle regole. E insieme a lei anche un po’ gli altri. Gli altri, altro grande cavallo benaltrista: “E gli altri allora?”. Gli altri, quelli di cui ci si dovrebbe occupare invece che guardare sempre noi.

È un paese così:

di forsennati sfanalatori che allertano gli altri automobilisti sulla presenza dela pattuglia della Polizia che potrebbe multarli.

di gente che inciampa sul marciapiede mentre guarda il cellulare e si precipita a far causa al Comune.

di grandi sostenitori dell’umanità, che auspicano rigidità per gli altri e elasticità per sé.

È un paese così, che si guarda allo specchio senza imbarazzo e che nemmeno sospetta di essere quello che è. Isolato e ridicolo senza alcuna possibilità di redenzione.

Chi di voi, in un giorno qualsiasi degli ultimi 4 anni, sia capitato dalle parti di Stratford, estrema periferia est di Londra, avrà ben chiara la ragione principale, non l’unica ma una delle più importanti e sotterranee per cui l’Italia non dovrebbe candidarsi per ospitare a Roma le Olimpiadi del 2024.

Appena terminate le Olimpiadi di Londra a Stratford è immediatamente partito un grande progetto di ristrutturazione dello stadio olimpico che nel giro di 4 anni lo ha trasformato completamento rendendolo adatto a molte manifestazioni pubbliche differenti oltre che ad ospitare le partite della squadra londinese del West Ham.

Era uno stadio bellissimo e moderno quello utilizzato dagli atleti alle Olimpiadi ma per servire alla cittadinanza aveva bisogno di essere trasformato radicalmente. Il progetto di ristrutturazione (che è quasi terminato) lo si è potuto seguire su un sito web apposito ed è sintetizzato in questo video:





Sono passati 4 anni dalle Olimpiadi ma a East London si lavora ancora. La municipalità ha investito altri soldi, l’attenzione per il destino della cosa pubblica è come al solito da queste parti molto alto. Viaggiano cifre diversissime su costi ed incassi delle Olimpiadi del 2012: secondo il governo Cameron il bilancio era in attivo, secondo altri le cifre fornite erano imprecise e parziali.

Ma a parte questo io davvero non riesco ad immaginare in Italia, oggi, un approccio simile alla cosa pubblica, per lo meno dentro scenari di grandissima complessità. Con tutta la buona volontà. Facciamo finta che le Olimpiadi a Roma generino migliaia di posti di lavoro, investimenti per miliardi, che l’assenza di una metropolitana decente non sia un problema. Immaginiamo un severo controllo sulle infiltrazioni mafiose, una gestione oculata dei fondi e tutte le belle cose che vengono elencate in questi giorni, spesso da soggetti che non hanno la minima credibilità etica e politica e che sono stati incuranti protagonisti di precedenti disastri.

Il punto di discrimine in grandi operazioni del genere è invece il dopo, cosa succede quando le luci si sono spente, chi si occuperà di investire valorizzare e aggiornare le strutture costruite per l’Olimpiade. Chi controllerà al posto dei cittadini italiani che – si sa – tendono a dimenticarsi subito di tutto.

Io non credo sia una buona idea proporsi di organizzare le Olimpiadi a Roma del 2024. Tutta lo storia di questo Paese degli ultimi 50 anni, la sua capacità di (non) crescere e di (non) rinnovarsi ci consiglia di non farlo. Ci consiglia umiltà e piedi per terra, progetti alla nostra portata fatti il meglio possibile, concretezza e zero voli pindarici. Non abbiamo saputo costruire nemmeno un grande aeroporto in questo Paese negli ultimi decenni, figuriamoci le Olimpiadi.

Ricostruiamo l’etica di questo Paese un po’ alla volta.

Marco Viviani su Webnews ricostruisce l’iter parlamentare della legge sul cyberbullismo che nei prossimi giorni dovrà in qualche modo essere affrontata. Ne avevo parlato anch’io qualche tempo fa su Il Post.

La norma proposta dalla senatrice del PD Elena Ferrara ha percorso la traiettoria usuale che tutte le leggi parlamentari sul digitale seguono in Italia da 15 anni a questa parte. Lo dico brutalmente per amore di sintesi: vengono ideate da chi non ci capisce nulla, peggiorate da altri che ci capiscono di meno e infine, sull’orlo del baratro, quando ci si accorge che creano maggiori problemi di quanti non ne intendessero risolvere, vengono emendate (nella migliore delle ipotesi), silenziate ma lasciate attive (spesso) o dimenticate. In molti casi simili iniziative lasciano spalancati giganteschi buchi di diritto nell’ordinamento nazionale. Un esempio tipico e mille volte citato la norma 61/2001 sul diritto d’autore che si occupava della definizione di “prodotto editoriale” sul web.

Dal caso specifico mi pare escano due o tre punti rilevanti.

1) Non si dovrebbe proporre leggi che ci coinvolgano sentimentalmente. Elena Ferrara in quanto insegnante di una studentessa vittima di cyberbullismo (e in assenza di qualsiasi sua ulteriore competenza) avrebbe dovuto astenersi dall’occuparsi di temi del genere. Non fa bene al Paese che chi è coinvolto personalmente debba orientare posizioni complesse che diventeranno domani quelle di tutti.

2) Il PD ha una responsabilità politica enorme in questa vicenda. Sono suoi parlamentari gli attori principali di questo casino. Un partito di battitori liberi che raccoglie persone diversissime che fra Camera e Senato su temi rilevanti per il Paese hanno idee diametralmente opposte e incidono sugli iter legislativi senza alcun coordinamento (e smentendosi uno con l’altro). Se non esiste una sintesi di gruppo (e sui temi del digitale non esiste mai), non esiste nemmeno una responsabilità politica oggettiva. Così gli illetterati digitali del PD alla Camera smentiscono e stravolgono l’impianto della norma degli illetterati digitali del PD al Senato e alla fine del ping pong, di fronte all’elettore attonito, la responsabilità politica non sarà di nessuno. A questo punto tanto vale che le leggi dello Stato le producano i passanti.

3) Meglio non fare niente. Insisto. Un Parlamento come quello che ci ritroviamo oggi è costituzionalmente inadatto (nel senso della costituzione fisica) a trattare i temi dell’innovazione. Non è in grado di sfuggire ai propri condizionamenti conservatori su argomenti di cui non ha conoscenza. E’ in altre parole un Parlamento vecchio, molto spesso non tanto per ragioni anagrafiche. Non riguarda ovviamente solo il PD (anzi) e non riguarda solo norme del tutto inutili già in partenza come quella di Ferrara sul cyberbullismo. Riguarda anche temi digitali rilevanti e necessari che semplicemente oggi, in Italia, non possono passare dal processo legislativo senza essere stravolti e trasformati in armi reazionarie. Dalle buone intenzioni ad Alien in pochi semplici passaggi burocratici. Anche i parlamentari che lavorano su norme importanti e utili per il Paese (e ce ne sono, molti anche nel PD) ci pensino un momento e lascino perdere. Meglio il nulla che l’accanimento terapeutico del medico ignorante.

Come da tradizione scrivo quattro cose al volo sulla messa laica Apple appena conclusa.


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1) Bello l’iPhone 7 glossy. Fa un po’ effetto Lapo Elkann che hackera la vernice della sua supercar ma devo confessare che – tamarricamente parlando – mi piace molto.


2) Molto poco Apple la scelta dell’adattatore per le cuffie minijack-lightning. Si tratta di una di quelle cadute di tono alle quali Apple da un po’ di anni ci ha ogni tanto abituati

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3) Molto anni 90 i nuovi auricolari bluetooth, con quello stecchino bianco che ti sbuca dall’orecchio. Come diceva suzukimaruti in un tweet li si potrebbe associare ad una pregevole custodia da cellulare da cintura.


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4) Nei fatti abbastanza irrilevanti i cambiamenti di Apple Watch 2 (che resta esteticamente identico). Certo c’è il GPS ma se poi ti viene un coccolone quando sei a correre magari l’iPhone ti serve lo stesso. Se hai il gusto estetico di Lapo però puoi acquistare questo modello pensato con Nike:


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Oppure con 1200 dollari ti porti a casa quello di ceramica.




5) La nuova fotocamera di iPhone (specie quella del plus) sembra meravigliosa.


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6) MacOS Sierra (di cui non si è parlato) arriva il 20 settembre. IOS 10 (di cui non si è parlato) la prossima settimana.

1) Nelle ultime 48 ore, dopo l’audizione del sindaco Raggi alla Camera la comunicazione del M5S verso l’esterno è stata azzerata. Nulla sul blog di Grillo, nulla sui profili dei principali portavoce del Movimento. Una situazione paradossale per un Movimento che usa la rete per connettersi, che affida a Internet non solo gran parte della sua comunicazione (per non cadere nelle trappole dei pennivendoli) ma anche – in teoria – per produrre le decisioni politiche affidate alla sua base. Il Sistema Operativo del M5S invece da due giorni è spento, proprio nel momento in cui sarebbe servito maggiormente.

2) La reazione alle accuse piovute sulla giunta romana, accuse in gran parte di mancata trasparenza e imbarazzanti condizionamenti, vedranno come prima reazione ufficiale una manifestazione di piazza a Nettuno questa sera. Non esattamente il luogo ideale per argomentare i propri distinguo, il palcoscenico perfetto per urlare slogan ai 4 venti e raccogliere applausi senza spiegare niente.

3) La crisi del M5S romano come era prevedibile ha aizzato la stampa contro il Movimento. Le relazioni dei media nei confronti del M5S sono da tempo di due tipi molto diversi. Un odio sotterranneo e diffusissimo, uguale da destra a sinistra (un odio contraccambiato, va detto e in parte figlio del cieco populismo di Grillo verso i giornalisti) che accende fari potentissimi nei confronti degli errori o delle incongruenze dei grillini. Oppure, in alternativa, un’indecente condiscendenza verso le richieste dei leader del M5S ad accedere nelle grandi stanze della comunicazione (fondamentalmente i talk show televisivi) in ambienti tutelati e asettici. Una vergogna del giornalismo TV italiano di cui non si è detto a sufficienza. il risultato è che poi quando il leader 5S non si presenta viene crocifisso senza tanti complimenti in sala mensa come è accaduto ieri sera a Politics.

4) Virginia Raggi mangia un sacco di pizza. A tutte le ore. E mentre la mangia parla al telefono con Di Maio mentre un tizio dal tavolo accanto della pizzeria registra la telefonata. Non esattamente una volpe la nuova sindaca di Roma.