Il mio intento è di dar vita ad un governo dalla parte dei cittadini, che tuteli i loro interessi. Sono professore e avvocato, nel corso della mia vita ho perorato le cause di tante persone. Mi accingo ora a difendere gli interessi di tutti gli italiani in tutte le sedi, europee e internazionali dialogando con le istituzioni europee e con i rappresentanti di altri paesi. Mi propongo di essere l’avvocato difensore del popolo italiano, sono disponibile a farlo senza risparmiarmi, con il massimo impegno e la massima responsabilità.

 

Mi fanno arrabbiare i tanti bravi cittadini che fanno causa al Comune perché la buca nella strada gli ha rovinato il cerchione dell’auto. O perché la radice dell’albero sul marciapiede li ha fatti inciampare e mandati al Pronto Soccorso con una caviglia slogata. Mentre li osservo nel loro piccolo turbinio autolesionista (la buca nella strada o la radice dell’albero sono problema loro, dei loro soldi, degli amministratori che si scelgono) loro, gli offesi, immaginano tutta un’altra scena. I loro cerchioni e le loro caviglie sono “l’esempio”: gli altri intorno sono i cattivi che sbagliano e dovranno essere puniti. C’è sempre un altro nella testa di questa gente, qualcuno a cui dare la colpa, qualcuno che non si è comportato bene, che non ha fatto quello che noi, fossimo stati al suo posto, avremmo fatto.

La malora senza speranza di questo Paese è tutta in questa perenne furbizia, nello scaricabarile di ogni responsabilità verso qualcun altro. C’è gente che per contestare una multa per eccesso di velocità chiede le perizie sugli autovelox. E non si vergogna, e spesso alla fine vince le cause. A quel punto finalmente esulta: non tanto e non solo per i soldi risparmiati, ma per avergliela fatta vedere, per aver saputo dimostrare di che pasta sono fatti: gente tutta d’un pezzo, gente sveglia, alla quale non la si fa.

Ho pensato a questo e ad altre faccende simili quando oggi ho sentito il presidente del consiglio incaricato Giuseppe Conte dire che lui sarà l’avvocato difensore degli italiani. Ho pensato che era una frase orribile, indegna del senso di comunità che dovremmo avere, piena di quel disprezzo per gli altri (in questo caso l’Europa) ai quali dovremmo cercare di rimanere vicini, visto che siamo i suoi figli più derelitti e colpevoli. Ho pensato che io non lo voglio un avvocato, voglio un politico. Non lo voglio un becchino che chiuda la bara, voglio un dottore con le medicine. Non lo voglio uno scaltro che mi faccia vincere la causa, voglio uno intelligente che mi tenga lontano dai conflitti.

 

21
Mag

 

 

La Lega chiama i propri simpatizzanti ai gazebo per ottenere l’investitura popolare all’accordo col M5S. La scheda di adesione è un prodotto comico, indegno dell’intelligenza di qualsiasi elettore, il cui aspetto più rilevante, oltre all’usuale forma interrogativa tautologica (preferisci stare meglio e con più soldi o essere malato con meno?) è la dicitura “tra gli altri”.

 

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Qualcuno fa notare che il medesimo format era stato adottato nella formulazione dei famosi quesiti costituzionali del governo Renzi il 4 dicembre 2016. Meno smaccato ma tragicamente vero. La propaganda e il tarlo pubblicitario fin dentro la testa dei cittadini: tecniche accettate da tutti senza grandi imbarazzi.

 

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Il presidente della Regione Campania Vincenzo de Luca dice, utilizzando il termine “cazzo” come elegante intercalare, che si dovrebbe sputare al sindaco di Napoli. Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano dichiara che il programma Lega-M5S gli piace “dalla prima all’ultima riga”. Due esempi significativi della qualità della classe dirigente che il PD ha saputo coltivare al sud (ci sarebbe anche Rosario Crocetta in Sicilia). Molti dicono che qualsiasi parvenu a Cinque Stelle difficilmente potrà fare peggio. Non hanno torto.

 

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Il 94% dei votanti sulla piattaforma Rousseau, secondo i dati della Questura Casaleggio, ha dato il proprio appoggio al programma Lega-Cinque Stelle. Non so bene quanti fra i votanti lo abbiano letto ma mi pare che questa adesione in massa chiuda per sempre la discussione sull’eventuale anima di sinistra del Movimento. Lo svilimento di ogni forma di rappresenza elettronica all’interno del M5S era invece questione già acclarata da tempo. Ci credeva, forse ingenuamente, Gianroberto Casaleggio anni fa, ora è una semplice protesi estetica modernista di un Movimento che con la trasformazione e i diritti del cittadino digitale non ha mai avuto grandi parentele.

 

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Oggi il Partito Democratico riunisce l’assemblea nazionale: fervono gli interessanti incroci di correnti per sostenere o far fuori Matteo Renzi. Per nominare Maurizio Martina reggente o segretario. Per capire se Minniti  tradirà Renzi per qualcun altro o per comprendere da che parte starà Gentiloni infine. Non userò la metafora dell’orchestrina del Titanic perché mi sembrerebbe davvero “sdata e stalentata”, come diceva Carmelo Bene qualche decennio fa prendendoci tutti per il culo.

Essere presi per il culo che è poi quello che in fondo ci meritiamo.

 

13
Mag

 

Prima l’amministrazione comunale di Forlì, per propria ormai storica negligenza nella gestione del verde pubblico, ha lasciato che il maltempo invernale sradicasse il ponte pedonale che unisce il parco urbano con il percorso fluviale lungo le rive del Montone fino a Castrocaro, sentiero molto amato e frequentato ogni anno da migliaia di cittadini a piedi o in bici. Poi ha promesso che lo avrebbe ricostruito in tempi utili per la bella stagione (con i soldi dei cittadini). Siamo a metà maggio, c’è il sole, il parco è pieno di gente, ma del nuovo ponte ancora nessuna traccia. Mentre le opposizioni in consiglio comunale cavalcano il tema, un artista ha prodotto “l’attesa” e l’ha posta sul pilone centrale del ponte sradicato. Un piccolo monumento all’incompetenza del potere.

update: dal Comune di Forlì mi fanno notare che la manutenzione dell’alveo del Montone (che per inciso è in condizioni pessime) è di pertinenza della Regione. Non lo sapevo, grazie.

 

 

Quindi si torna a votare presto.

E il PD non è un giocattolo fatto con i Lego che io possa smontare o rimontare come meglio credo. Però questa sera voglio far finta che lo sia e nell’imperfezione piena di spigoli che ne uscirà fuori metto in fila una serie di punti che a me sembrano importanti.

 

1- Non sarà possibile rimanere così.

Forse qualcuno immagina che, per una favorevole congiunzione astrale o per un improvviso rinsavimento degli elettori, al prossimo giro possa andare meglio. Io temo che nella migliore delle ipotesi andrà uguale, cioè male. E nella peggiore molto peggio.

 

2 – Renzi

Temo che sia chiaro a tutti che il renzismo è finito. La sconfitta di Renzi riguarda lui, è un argomento personale che travalica meriti e strategie.  Riguarda soprattutto la sua ormai evidente incapacità di far parte di un gruppo nel quale lui non sia il leader assoluto. E oggi semplicemente il PD non può permettersi di avere un leader tanto detestato per purissime ragioni di pelle.  Se il PD vuole riacquistare un’identità di movimento dovrà liberarsi di Renzi e di un numero molto ampio di renziani. Dovrà sacrificare il talento di Matteo sull’altare della sua inestinguibile vanità.

 

3 – Leu

Tolte alcune piccole eccezioni (penso a Civati per esempio) il PD dovrà rifiutare ogni riavvicinamento con Leu. Ora in molti invocano una riunione delle forze del centro sinistra, più per mere ragioni contabili che per altro. Ma se il PD vuole immaginare un futuro per sé dovrà curiosamente abbandonare Renzi da un lato e tutti i suoi detrattori storici dall’altro. Nulla ha un odore più stantio di Bersani e D’alema che tornano a pontificare sul futuro della sinistra che hanno contribuito a distruggere.

 

4 – Giovani

Al PD servono facce nuove. Adesso. Servono nuove energie e un nuovo pensiero politico sui giovani. Ho ascoltato con grande incredulità Paolo Gentiloni, in TV qualche sera fa, dire che il suo partito ha fallito nel dare protezione e sicurezza agli anziani. In realtà il PD negli ultimi anni ha snobbato del tutto il tema del lavoro e della protezione dei giovani. E lo ha fatto con dolo e ripetutamente, sondaggi alla mano, svelando la propria inguaribile tendenza democristiana. Servirà candidare nuove persone di talento, servirà ritornare a parlare ai giovani come fanno i partiti di sinistra. Se non altro perché preoccuparsi di loro significa progettare il futuro, che è poi quello che la politica dovrebbe fare.

 

5- Scimmiottare i peggiori

Sarebbe il caso di smetterla. Al momento in questo paese non esiste un solo partito fra i principali che sia formalmente serio. Il PD potrebbe provare a diventarlo. Basta allora cazzate in giro con gli hashtag di Twitter, basta ridicole battute come si fosse grillini di serie B, basta politici come Minniti che sembra un cugino di Almirante paracadutato fra le file nemiche. Basta speculazioni, calcoli di bottega e distinguo sui diritti civili delle persone. Che non sono figurine offerte a mazzi in cambio di Piloni*.

 

6 – Nulla di tutto questo, come dico sempre, accadrà sul serio.

 

*Secondo portiere della Juve di qualche decennio fa, la cui figurina Panini, almeno dalle mie parti era “rarissima”.

 

Perché la notizia del funerale di una giovane ragazza tossicodipendente, morta mesi fa a Macerata in circostanze terribili e non ancora chiarite, irrompe sui media un sabato mattina di maggio con diretta su SkyTg e titoloni in prima pagina su tutti i giornali? Le ragioni secondo me sono due.

La prima è che la storia terribile di quella ragazza la conoscono tutti. È stata ripetuta mille volte nei giorni successivi alla tragedia, si interseca con altre vicende che riguardano la politica e la società del nostro Paese, pur se in maniera del tutto tangenziale e intenzionale. Scuote gli animi e scatena accese discussioni. Notizie del genere per i media sono oro: ogni volta riaccendono l’attenzione del pigro lettore e possono essere rivendute da capo. Anche quando, come oggi in occasione di questo tardivo funerale, la notizia quasi non c’è.

La seconda è che una simile notizia si inserisce, a forza, nella contrapposizione ormai tossica fra noi e loro. Fra italiani e stranieri. Fra quieto vivere e invasione. Anche questo è un tema che vende moltissimo: i media sono talmente ansiosi di cavalcarlo per scatenare le nostre emozioni e le nostre reazioni che loro stessi giocano un ruolo essenziale, con la loro frenesia molto poco giornalistica ad enfatizzare i toni, nel modellare la psicosi anti straniero che avvolge questo Paese. Non ce ne sarebbe stato bisogno, sappiamo già farlo molto bene da soli, ma una quota del fascismo strisciante che attraversa le menti di tutti è oggi un prodotto mediatico. Una strano mix fra il desiderio di dirci le cose che vogliamo sentire e sottolineare qualsiasi aspetto della cronaca che attiri la nostra identità e la nostra indignazione.

È come se il giornalismo in Italia oggi rifiutasse di avere una sua identità, scegliendo ogni giorno gli ingredienti della dieta da offrire ai lettori in base ai soliti quattro gusti che si sa piaceranno a tutti. È come se qualcuno ogni giorno scaldasse sul fornello le crocchette findus e poi andasse in giro a dipingersi al mondo come un grande chef.

 

Io quando vedo una giovane e sorridente laureata in architettura consegnare pizze in bici con Foodora fra le buche di Roma e dire che stava in uno studio nel quale non la pagavano e che alla fine si era stancata di essere a carico dei genitori, provo molta pena per questo Paese. Penso al mio amico Francesco che è un coetaneo di questa ragazza e che fa l’architetto a Londra e penso che altrove probabilmente non sarà così ma che da noi il problema non siano tanto i lavoretti, che tutti quelli con il culo al caldo oggi stigmatizzano con veemenza, ma il lavoro per i giovani. Quello vero, quello dignitoso e equo. In alternativa accetto analisi su Foodora, Uber, Deliveroo e compagnia da chiunque (e certo sono sempre d’accordo credo che il problema esista e vada affrontato) a patto che sia gente che davvero a un certo punto si sia trovata nella condizione di scegliere fra il nulla e il pochissimo.

 



Al momento e ancora chissà per quanto sono solo due gli scrittori che potrei aprire in qualsiasi loro pagina trovandomi sempre e comunque “a casa”. Una è Annie Ernaux, l’altro è Roberto Bolaño.

 

Non succederà ma io penso che se si dovesse tornare alle elezioni, al di là del risultato e degli schieramenti, un paio di cose positive potrebbero accadere. Certo non succederà perché questo è un Paese dove alla fine non succede mai niente ma nel caso succedesse non sarebbe male.

Per esempio potrebbe succedere – ma no, certo, sono quasi sicuro che non succederà – che per la prima volta da qualche decennio un numero rilevanti di cariatidi della politica italiana non trovino più ragioni per essere non solo rielette (a questo giro già non li ha votati nessuno) ma nemmeno candidate. Per semplici ragioni di decenza oltre che di grezza opportunità.

Per i freschi vincitori ovviamente non cambierà granché: vincere le elezioni è come fare un bel disco: una garanzia che tutela almeno per un paio di giri. Ma cosa succederà a quelli che le elezioni le hanno appena perse, senza appello e dopo averci investito più che le idee (che non vanno più tanto di moda e sono pertanto intercambiabili) tutta la propria residua reputazione personale? Per loro al prossimo giro potrebbe non essere semplice.

Oggi su Twitter facevo una battuta su una frase di Dario Franceschini (che si è presentato alle elezioni politiche nella sua città al grido (anzi all’hashtag) leghista #PrimaFerrara e nonostante questo nessuno l’ha votato lo stesso, ma i vari D’Alema, Bersani, Minniti, Fedeli, tutta gente trombata o quasi trombata proprio nel momento in cui per spirito di patria aveva deciso di “metterci la faccia”? Loro che fine faranno? Con che coraggio proveranno a riavviare il teatrino come niente fosse? E lo stesso si potrà dire di molti renziani (per non parlare di Renzi che è oggi diventato una specie di bacchetta magica al contrario) e fra loro in particolare per la folta compagine di mediocri che senza l’ala protettiva del capo mostrano oggi tutti i loro inevitabili limiti di yesmen senza idee.

Non succederà, perché sempre di potere si tratta e ben raramente certe sedie vengono lasciate vacanti, ma al prossimo giro potrebbe succedere che la sinistra italiana per non morire sotto il peso della propria ormai acclarata marginalità, si ritrovi come unica possibilità quella di rinnovarsi profondamente, nelle facce prima ancora che nei pensieri.

Non succederà, perché la decenza non è un tratto distintivo della politica di questo Paese e quando qualcuno si ritira, quando dice che va a fare il nonno, il vino, che parte per l’Africa, diventa scrittore ecc. poi ce lo si ritrova nel mezzo come il giovedì ancora e ancora per almeno un paio di generazioni, senza un cane che osi domandargli “ma tu che diavolo ci fai ancora qua?”.

Non succederà ma forse il PD e tutti i cespugli di materiale semi riciclato che gli stanno intorno e che oggi in maniera comica gridano alla “riunificazione” forse non hanno grandi alternativi a provare a tirare una grossa riga, a improvvisare un a-capo, a salutare tutti i padri nobili, dire grazie-ciao e cambiare registro. E per come è fatta ormai la politica in questo Paese oggi cambiare registro significa banalmente cambiare persone, facce, accenti e tic. Poi magari provare a cambiare le idee. Magari continuare a prendere il 10% dei voti ma finalmente provando a non far vergognare di sè i propri elettori rimasti.
Che ormai sono meno numerosi dei koala e al posto dell’eucalipto continuano a masticare tabacco di quart’ordine.


A proposito di quello che scrivevo ieri sera aggiungo alla discussione il (lungo) commento di Giovanna Zoboli su Facebook. Un pezzo secondo me perfetto che dovreste leggere.

p.s. è interessante, io Giovanna Zoboli non so chi sia, semplicemente nella grande discussione in corso a un certo punto questo pezzo mi si è parato davanti.


Qualche anno fa, postammo sulla pagina Facebook di Topipittori il link a un articolo che riportava i dati di un’indagine, condotta da un’università americana, sull’influenza delle disuguaglianze sociali sul numero delle parole conosciute dai bambini, realizzata nelle scuole degli Stati Uniti. I dati mettevano in luce che i bambini appartenenti a famiglie disagiate conoscevano un numero di parole nettamente inferiore, rispetto ai bambini di condizioni sociali superiori, fattore che li penalizzava, dato che questo divario mostrava di avere consistenti conseguenze sul loro futuro scolastico e professionale. L’indagine era stata realizzata per avviare un piano di interventi allo scopo di ridurre il divario economico, sociale e culturale nelle condizioni di partenza dei bambini. Il link, con grande nostro stupore, sollevò polemiche: alcune persone fecero notare che queste affermazioni erano gravi da parte nostra perché riflettevano un atteggiamento classista che metteva in cattiva luce la debolezza delle classi disagiate. Ribattemmo, primo che non si trattava di una nostra opinione, ma di una indagine che riportava dati statistici rilevati da un’università. Secondo, che questa indagine non era stata realizzata per mettere in luce una eventuale tara genetica dei bambini in oggetto, al contrario sulla base di dati analitici di una situazione riscontrata oggettivamente, lo scopo era quello di promuovere interventi per assicurare una maggiore giustizia sociale. Le argomentazioni non ebbero effetto, e le persone rimasero sulle loro posizioni.
Oggi, leggendo su Facebook numerosissimi commenti negativi sull’Amaca di Michele Serra di ieri dedicata ai fenomeni di bullismo nella scuola italiana, mi è tornato alla mente questo episodio.
In sintesi, a mio avviso il senso del discorso di Serra è: le situazioni peggiori di bullismo non si riscontrano nei licei, ma negli istituti tecnici e negli istituti professionali. Scuole, queste, tradizionalmente considerate subalterne ai licei nella concezione corrente e tradizionale italiana: come sottolinea Serra “uno scandalo ancora intatto”. I licei, infatti, in Italia, sono da sempre le scuole superiori frequentate dai figli delle élite. E non perché lo abbia detto Serra: è un dato di fatto.
L’educazione e l’istruzione ricevute dai ragazzi sono determinanti nel loro comportamento. L’Italia sconta un ritardo secolare nei processi di alfabetizzazione, rispetto ad altri paesi europei, con conseguenze vistose a tutt’oggi, per esempio nella diffusione della lettura, nei consumi culturali, nelle abilità di literacy e numeracy (per non parlare della piaga tutta italiana dell’analfabetismo funzionale). Il populismo che ha contraddistinto la vita italiana negli ultimi decenni, ha cancellato questo dato e ha fatto in modo di sdoganare comportamenti violenti, aggressivi, ignoranti e proporli come veri e propri valori (pensiamo solo al razzismo, pensato come diritto di esprimere la propria opinione e dichiarare l’appartenenza a razze e culture superiori). Se i ragazzi si comportano in questo modo è perché qualcuno ha permesso loro di pensare di poterlo fare e che tali comportamenti siano premianti. Viviamo in una società ancora fortemente classista, dove la posizione sociale e culturale è ereditaria: chi è andato al liceo, manda i figli al liceo. Se ci scandalizziamo è perché fondamentalmente siamo ipocriti, fingendo di vivere in un Paese che assicura a tutti condizioni di partenza paritarie. Ma non è così e chi frequenta le scuole migliori ha, da sempre e ancora oggi, maggiori possibilità degli altri.
Ci sono indagini di ogni genere che attestano questo fenomeno: il divario sociale cresce sempre di più, e vi sono paesi in cui la posizione sociale ed economica risulta tramandarsi per via ereditaria. L’Italia, al pari dell’Inghilterra, è uno di questi.
Mi sono chiesta perché un discorso del genere, che ci chiede di guardare in faccia la realtà e di prenderne atto, di valutare i nostri privilegi per quello che sono: privilegi e non meriti, risulti così equivocabile e odioso. Ci sono molte e possibili spiegazioni: oggi è diventato insopportabile parlare di differenze. Talmente lo è da non poter accettare che qualcuno dica come stanno le cose. Tale è il desiderio di giustizia sociale, che il mostrare che questa giustizia è molto lontana dal compiersi, impedisce di essere lucidi, e viene percepito non come denuncia, ma come offesa agli ‘ultimi’: sentire parlare di povertà, di disagio, populismo, divario sociale e culturale denota insensibilità, arroganza, spocchia intellettuale. E questo sebbene in tutto il mondo la povertà, il disagio sociale, l’arretratezza culturale ed economica stiano crescendo, soprattutto nei paesi ricchi, dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e privi di risorse e strumenti di riscatto.
Inoltre, siamo anche sempre meno disposti ad accreditare ai saperi l’autorità di spiegarci chi siamo: che si tratti di filosofia, medicina, psicologia, sociologia, antropologia, psicoanalisi, storia, biologia eccetera. La funzione di mediazione che ha la cultura, è sempre più screditata. Tutte le branche del sapere oggi hanno incluso nel loro orizzonte le specificità individuali che vengono sempre considerate centrali nel discorso teorico. Gli individui, al contrario, sono sempre più diffidenti e insofferenti nel vedersi inclusi in orizzonti più ampi, che li collochino all’interno di contesti allargati, dove i comportamenti, le azioni, le tendenze siano spiegabili in termini di grandi fenomeni che li determinano. Come se fosse intollerabile il solo pensiero di essere determinati dalla storia, dalla cultura, dalla società. Come se la libertà non fosse un processo di acquisizione e conquista di consapevolezza che parte dalla conoscenza di sé e dalla propria storia, ma un valore supremo e assoluto, un dato di fatto, e ognuno potesse costruire se stesso nella completa assenza di legami rispetto al contesto: non ci determinano la famiglia, la storia, la società, la geografia, la biologia. Ognuno è figlio di se stesso, in un processo sacrale di costruzione di sé. Molto americano.
I ragazzi stupidi non sono. Probabilmente, si sono accorti di non vivere in società giuste, che tuttavia non fanno che promuovere modelli di vita fondati su consumi da privilegiati, e sono arrabbiati, arrabbiatissimi. Agli adulti non credono più, a cominciare da quelli che si trovano davanti in classe. Per questo affermano se stessi con violenza, cioè come sanno e come possono, sapendo di non avere niente da perdere, e che quello che li aspetta è un futuro socialmente ed economicamente già determinato da un meccanismo sociale che perpetua le ingiustizie. Meno arrabbiati sono sicuramente i ragazzi che sanno di avere una posizione più sicura, che sanno per esempio di avere un futuro di studi all’estero, la possibilità di avere il tempo di studiare, di conoscere il mondo, di poter contare su relazioni familiari vantaggiose (l’Italia è uno dei paesi in cui la rete delle relazioni familiari è più determinante nella costruzione del futuro).
Michele Serra può risultare antipatico, non c’è dubbio. E tuttavia la lucidità dovrebbe imporci di non mettere in conto simpatie o antipatie personali nel valutare il senso di un articolo che sia di Serra o di chiunque altro. Attribuire a qualcuno parole che non ha detto è, a mio avviso, una spia di un atteggiamento diffuso e inquietante. E dovrebbe far pensare il twitter di Matteo Salvini che esulta contro Serra, e lo esorta a vergognarsi per aver insultato “i figli del popolo”.