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I Radiohead per qualche ragione non ancora chiara hanno cancellato il loro sito web, il proflo twitter e la loro pagina Facebook. Saranno contente le centinaia di migliaia di persone che hanno interagico con la band su Internet in questi anni.


(via Jacobo Iacoboni su Twitter)




Uno dei famosi interventi TV in cui Chicco Testa spiegava la sicurezza del nucleare a Fukushima.

pazzesca

Qualche mese fa parlando d’altro scrivevo questo:


Nessun Paese simile al nostro ha riferimenti culturali tanto vetusti. In Italia un intellettuale è per sempre, molto più che altrove. Abbiamo decine di esempi di fronte agli occhi ogni giorno. Siamo una società sclerotizzata ed anziana che si basa su figure di riferimento a sé adeguate. Per citare Arbasino, una volta che si è diventati “venerati maestri” nessuno ti sposterà più di un millimetro dalle tue prerogative di voce del Paese.



Mi è tornata in mente questa frase ieri mentre ascoltavo il bel podcast che Carlo Annese ha prodotto parlando di elezioni americane con Francesco Costa. Costa è al centro di un bellissimo e confortante caso nazionale nato a margine della newsletter che ogni settimane scrive sulle elezioni americane. Un successo clamoroso, migliaia di iscritti, raccolta fondi che gli consentirà di seguire le elezioni da vicino, eventi pubblici nelle Università in giro per l’Italia con centinaia di giovani partecipanti ogni sera.
La newsletter di Costa è seguita anche da moltissimi giornalisti ed editorialisti italiani così ieri sera per curiosità ho chiesto a Francesco quanti inviti avesse ricevuto per andare a parlare di Trump e Clinton nei numerosi talk show serali della TV italiana.

La risposta la sapete già.

La norma sul FOIA era una norma orribile che stava per essere approvata così com’era. Poi come capita talvolta qualcosa è girato, Matteo Renzi ha detto pubblicamente che doveva essere modificata e tutti si sono adeguati senza grandi imbarazzi (alcune scene penose ma vabbé in politica capita). Così nei giorni scorsi la Camera dei Deputati ha trasformato un passaggio quasi formale e non vincolante nel momento in cui alla pessima norma veniva messa una pezza.

Ora non starò a dire le ragioni per cui secondo me il FOIA all’italiana resta una legge discutibile e con un pesantissimo vizio originario. mi interessa invece sottolineare l’ovvio: il FOIA uscito dalle modifiche dettate dalla Camera è molto meglio (ci voleva poco in effetti) di quello precedente. A queste modifiche migliorative il Movimento Cinque Stelle ha dato parere contrario.

Questo dicevano i parlamentari 5 Stelle alla Camera solo alcuni mesi fa sul FOIA:


Resta il rammarico per la mancata approvazione di altre proposte emendative che, tra le altre cose, prevedevano una diretta partecipazione dei cittadini anche nei processi interni delle PA oltre che il riconoscimento di un più ampio diritto di accesso ai dati e alle informazioni detenute dalle PA sul modello del FOIA nordamericano. Registriamo che per la maggioranza e, in particolare per il PD, l’introduzione di norme sul modello del Freedom of Information Act in Italia rimane un ottimo argomento per convegni, dibattiti e tweet ma quando c’è da votare in aula si fa di tutto per ostacolare qualsiasi proposta in questa direzione. Riproporremo in aula gli emendamenti non approvati nell’auspicio di trovare una condivisione ampia rispetto a proposte che vanno nella direzione della trasparenza e della responsabilità dell’agire delle PA.



Siccome non mi fido troppo della propaganda antigrillina sono andato a leggermi (grazie a @giorgiotrono che mi ha indicato il link) i resoconti parlamentari di una simile scelta. Si tratta di motivazioni molto lunghe, scritte nel linguaggio burocratico del legislatore, in parte speciose in parte del tutto condivisibili, ma la sostanza politica di un simile argomentare è che il M5S ha scelto di dare parere contrario ad oggettivi migliormenti ad una brutta norma.

Io questo non lo capisco. O meglio lo capisco ma lo trovo molto deprimente.

Un simile atteggiamento in politica sarà sempre possibile: qualsiasi norma, qualsiasi disegno di legge potrebbe essere migliore di quello che è. Qualsiasi tentativo legislativo potrà essere dottamente accusato di essere meno buono di quanto non potrebbe essere. In altre parole la contrapposizione potrà sempre trovare solide basi per essere giustificata.

Il FOIA era nato intenzionalmente storto, per una casualità o per convenienza politica è stato parzialmente emendato fino a renderlo un provvedimento differente, meno impresentabile e di certo migliorabile – si spera – in futuro.

La assoluta incapacità politica del M5S di riconoscere dove sia il valore da sostenere e dove il nemico da combattere è risultata in questo caso evidentissima. In altre parole il M5S ha molto ben presente chi sia il nemico mentre soffre di vaste amnesie su quali siano gli interessi dei cittadini che andrebbero tutelati.



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Da leggere assolutamente Luca Castelli su Le Macchine Volanti di questa settimana.

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L’editore di Repubblica detesta Google per ragioni sue da molto tempo. E ogni volta che può attacca Google nelle maniere laterali che gli sono possibili. Lo fa molto spesso attraverso gli articoli di Federico Rampini, editorialista tuttologo di stanza a New York. Quello comparso su Repubblica di ieri è un esempio tipico di un simile fronte di contrapposizione editoriale fra De Benedetti e Google. Osservarlo da vicino è interessante.

La scusa è un articolo del New York Times in cui ci si domanda (correttamente) quali siano i criteri secondo i quali in Europa, dove esiste questa misteriosa normativa sul cosiddetto “diritto all’oblio”, Google scelga quali domande di oblio accettare e quali rigettare, anche alla luce di alcune proteste da parte di associazioni e singoli cittadini che vorrebbero entrare dentro le logiche della macchina decisionale (una 50ina di avvocati localizzati nella sede di Google a Dublino). La sentenza della Corte di Gustizia Europea del resto affida a Google l’onere di vagliare e decidere sulle singole richieste. In ogni caso i ricorsi (che sono comunque possibili) sono stati fino ad oggi nell’ordine dell’1%.

Vediamo cosa scrive Rampini:


Ma oggi un’inchiesta del New York Times sostiene che quella sentenza non ha affatto ridimensionato Google. Al contrario, ha reso il gigante dell’economia digitale ancora più potente di prima. Google si sarebbe trasformato nel tribunale di fatto, che giudica l’ammissibilità delle richieste di cancellare questa o quella informazione dal cyber-spazio

Al centro della sentenza, c’è una questione di grande importanza, cioè la capacità di Internet di preservare per sempre qualsiasi informazione su di noi, anche se sbagliata ed eventualmente calunniosa. Oppure vera, ma comunque lesiva della reputazione.

La Corte ha stabilito che se un cittadino lo chiede, Google deve togliere dal suo motore di ricerca dei contenuti dannosi o lesivi della sua reputazione
Google riceveva in media cinque milioni di richieste a settimana, per la cancellazione di contenuti che sono protetti da copyright (esempio: brani musicali o film su YouTube). Ora deve vedersela con un altro genere di richieste: la cancellazione di notizie sgradite, calunniose o diffamanti sul nostro passato; fotografie che ci ritraggono in pose indecenti, insulti contro di noi sui social media, e così via.

L’inchiesta del New York Times rivela che in questi due anni Google ha svolto il ruolo di un vero e proprio tribunale, esaminando 418.000 richieste di “oblìo e cancellazione”. Al ritmo di 572 al giorno. Ed è Google ad avere deciso, come un giudice, quali richieste approvare: meno della metà.



In realtà il NYT non ha fatto nessuna inchiesta, non ha rivelato nulla (il database delle richieste è pubblico e online da sempre, enumera le domande accettate e quelle respinte ed è aggiornato in tempo reale) la definizione di diritto all’oblio è (intenzionalmente?) errata. I contenuti che la sentenza prevede si possa chiedere di rimuovere dalle ricerche di Google non sono quelli calunniosi e diffamatori (per i quali esistono ovviamente normative nazionali ad hoc) ma semplicemente quelli “non più rilevanti” secondo una definizione per forza di cose vaga e pericolosa ma che in ogni caso attiene alle norme sulla privacy e non c’entra nulla con i reati di calunnia o diffamazione che riguardano il codice penale.

Il disegno di simili “editoriali”, che si ripetono da anni non solo su Repubblica, è tanto chiaro agli addetti ai lavori quanto oscuro ai normali lettori di Repubblica che, articolo dopo articolo, si convincono della pericolosità di Google (o di qualsiasi altro soggetto che abbia conflitti di interesse con l’ambiente editoriale) basandosi sulla continua ripetizione di affermazioni inesatte o vaghe o totalmente fuori contesto. Esattamente come avviene in questo caso.

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Oggi Daniele Cinà ha pubblicato su Youtube un breve video piuttosto divertente sugli inciampi linguistici di Alessandro di Battista. Si tratta di brevi spezzoni di interviste televisive del politico del M5S alternate ai noti dialoghi fra Filini e Fantozzi. Nulla di strano, un video divertente come se ne vedono in giro tanti. Dopo due ore quello stesso video è stato preso (non so se previa autorizzazione ma dubito) e ripubblicato col proprio marchio (in entrambi i casi con citazione solo testuale della fonte) sia da Repubblica che dal Corriere. I due principali siti informativi italiani hanno insomma ritenuto che un simile contenuto fosse adeguato alle proprie pagine. Così Repubblica e Corriere fanno esattamente quello che tutti noi facciamo quando incontriamo in rete una cosa che ci è sembrata interessante. La condividiamo con i nostri contatti. Noi lo facciamo gratis, loro lo fanno a pagamento, noi citiamo la fonte, loro quasi mai o in maniera parziale. Ma il punto non è tanto questo (che è un punto vecchio e ormai barboso). No, il punto è che ormai loro sono come noi. Ed essendo come noi non esiste una ragione al mondo per pagarli per un loro lavoro che assomiglia ormai così tanto al nostro hobby.


p.s. a margine troverei fuoriluogo dileggiare un parlamentare della Repubblica (sui media professionali) quando il congiuntivo dalle parti del Parlamento è estinto da decenni senza che nessuno se ne sia mai preoccupato.


update: Il vicedirettore di Repubblica Smorto mi fa notare su Twitter che Repubblica ha chiesto il permesso per la ripubblicazione all’autore. Grazie.