Io e Sandro scendiamo le scale verso l’androne pieno di fumo. È il 1980 o giù di lì. È il mio primo anno di università, siamo giovani e un po’ intimoriti. L’osteria non è proprio un’osteria, è una stanza, col soffitto alto, c’è un banco dove vendono il vino e poco d’altro. Ci sediamo su una lunga panca di legno, fingiamo di essere a nostro agio. A quei tempi a me il vino, per esempio, piace pochissimo. Lì dentro ci saranno al massimo una quindicina di persone. Gente che chiacchiera allegramente e fuma. Su una sedia di fronte a noi c’è Francesco Guccini, la ragione per cui non siamo venuti qui questa sera. Speravamo di incontrarlo e lui c’è. È discretamente ubriaco, accanto a lui in terra ha un bottiglione di vino. In quel momento, 35 anni fa, Guccini è al vertice della sua carriera di cantautore, siamo stati ad ascoltarlo qualche tempo prima dentro il Palasport di Piazza Azzarita colmo di gente. Guccini ha una chitarra in mano, accanto a lui Flaco Biondini (il suo chitarrista argentino) ne ha un’altra. Suonano canzoni dialettali emiliane che non ho mai sentito ma a me va bene lo stesso. Poi mettono giù la chitarra, bevono un altro bicchiere e chiacchierano del più e del meno. Sono a Bologna da pochi mesi e penso che quella sia la città più bella del mondo.


Oggi ho letto che riapre l’Osteria delle Dame.




Siamo gli ultimi. La Grecia ha il 30% di laureati e noi il 18%. La media Ocse è 36%. UK e USA sono a 46%. Nel sud Italia e nelle isole negli ultimi 5 anni gli iscritti a un corso di laurea sono diminuiti di quasi il 20%. E Il Sole 24 ore dice che il problema sono le lauree umanistiche.


(fonte)




Tre cose al volo – come al solito – dopo la “funzione” Apple nel nuovo teatro intitolato a san Steve Jobs.

iPhone 8.

Business as usual. Usuale e un po’ pigro aggiornamento del modello precedente. Aggiunte alcune funzioni come la ricarica wireless tecnologicamente nuove di un paio d’anni fa. Ma sì sa, Apple detta la linea per cui magari prenderà piede.

Apple Watch.

Alcune scarne buone notizie sull’orologio Apple per i molti (come me) che ignorano del tutto i suoi utilizzi fitness. il fatto che Apple abbia presentato un Watch con connettività propria (e che quindi potrà essere utilizzato senza portare con se iPhone) toglie l’orologio di Apple dal vicolo cieco in cui si era ficcato fin dall’inizio. Teniamo ben presenti anche le opzioni di riduzione tecnologica che Watch consentirà. Saremo sempre connessi certo, ma un po’ meno. Secondo me sociologicamente molto sano e utile. Forse stavolta lo compro.

iPhone X.

Nessun grande wow anche perché le novità erano state tutte sapientemente fatte filtrare prima. iPhone X (che abbiamo scoperto si pronuncia “ten”) è la naturale evoluzione dell’iPhone precedente con un po’ di enfasi in più e alcune caratteristiche tecniche (la principale delle quali è FaceID) tutte da valutare. Ma nel complesso un iPhone di nuova generazione, con una ottima fotocamera senza robe stratosferische. Molto bello e, forse, molto fragile. Sicuramente molto costoso. Status symbol perfetto per l’Italia, andrà a ruba.

Animoij.

Apple ha sempre viaggiato al traino delle applicazioni ludico-adolescenziali per smartphone della concorrenza. Le nuove faccine animate invece promettono faville fra i più giovani. O fra i cinquantenni che vorranno mandare messaggi in giro travestiti da unicorni.





Ieri sera, durante la diretta CNN del passaggio dell’uragano Irma in Florida, a un certo punto è successa una cosa curiosa. Il povero cronista era sotto l’acqua e il vento da un paio d’ore, testimonianza umana e sofferente della crudeltà degli eventi atmosferici, quando a un certo punto, sulla strada subito sotto (l’inviato TV trasmetteva dal terrazzo di una casa), è passato un tizio molto tranquillo con le mani in tasca che stava portando a spasso il cane.





Il racconto eroico e un po’ bugiardo dell’inviato che affronta i rischi atmosferici per darne testimonianza ne è uscito, per un istante, del tutto interrotto e ridicolizzato. A me è venuta in mente un’altra celebre diretta della TV di Atlanta del 1991, quando, negli uffici della TV a Gerusalemme sotto possibile attacco missilistico, il giornalista trasmetteva con la maschera antigas indossata mentre sullo sfondo impiegati normalissimi (e senza maschera) continuavano il loro lavoro come se nulla fosse (questa qui sopra è l’immagine della diretta, non ho ritrovato il dietro le quinte).

Sono piccoli momenti essenziali del racconto giornalistico. Servono a ristabilire i confini fra lo spettacolo e la notizia, ridicolizzano la nostra voglia di essere dentro l’occhio del ciclone rimanendo sul divano di casa a migliaia di chilometri di distanza. Nel farlo rendono fragile e imbarzzante anche l’informazione stessa che in cambio della nostra attenzione accetta e ci propone grandi compromessi.





Ieri sera un altro inviato della CNN, anche lui inzuppato d’acqua e di vento, mostrava la tegola del tetto di una casa che gli era caduta accanto mentre trasmetteva in diretta dentro il fortunale. Era eccitato e compreso nella parte: forse ignorava che dall’altra parte dello schermo molti in quel momento stavano pensando: “Vabbè ma se poi la tegola non ti colpisce in testa io va a finire che cambio canale”


Ieri il sindaco di Firenze Dario Nardella, uno a cui il tempismo difetta assai, ne ha detta un’altra delle sue. Commentando la spinosa questione delle due ragazze americane che hanno sporto denuncia per stupro accusando due carabinieri in servizio ha distillato la seguente perla:


“È importante che gli studenti americani imparino, anche con l’aiuto delle università e delle loro istituzioni, che Firenze non è la città dello sballo”.


Due cose al volo sulla frase in sé. Perché il noto tempismo di Nardella (quello che dopo gli attentati di qualche settimana fa in Europa andava in giro schezando i colleghi urlando Allah Akbar) non è l’unica cosa rilevante. Colpisce l’approccio parrocchiale ad un tema complesso: gli studenti vanno aiutati? Da adulti? Dalle Università? Dalle istituzioni? E perché mai? Sono adulti, ma vanno accompagnati per mano dalle istituzioni perché da soli non ce la possono fare.

Al di là di questo, che è poi l’usuale approccio moralistico che la politica in Italia applica ai suoi sudditi, è interessante il rilievo mediatico che nelle ore successive quella frase ha ricevuto. Io per esempio l’ho twittata ieri sera dopo averla letta su un articolo della cronaca fiorentina di Repubblica.



Dopo qualche decina di minuti nei commenti a quel tweet mi segnalano che la frase è scomparsa e il sindaco Nardella su Repubblica era tornato a pronunciare solo frasi di circostanza e ragionevoli. Qualcuno ovviamente aveva fatto uno screenshot e la notizia nella sua prima versione era così:



Questa mattina il paragrafo sulle dichiarazioni del sindaco è stato modificato per la terza volta, la frase di Nardella è ricomparsa in questa nuova versione letteraria:




Trovo psicologicamente molto interessante questa “attenzione” di Repubblica alle parole del sindaco. L’ingenuità iniziale di mostrarle per quello che sono (una scemenza che nessuna persona normale pronuncerebbe in un momento simile), la brusca autocensura quando ci si accorge che tutti ne stanno parlando, la razionale ultima presa d’atto che una simile frase non poteva essere taciuta ma che a quel punto andava depotenziata il più possibile.


Come sanno tutti quelli che si occupano di comunicazione politica, dietro ad ogni paragrafo che leggiamo sui giornali c’è un fitto lavoro di concertazione fra figure differenti (redattori, capiredattori, direzione centrale, uffici stampa dei politici), poi c’è la linea politica dell’editore, quella del direttore, poi ci sono le telefonate di protesta dei diretti interessati, degli amici comuni, dei potenti locali, dei compagni di calcetto. Per ridurre al minimo questa continua perturbazione delle notizie e del lavoro giornalistico esiste un presidio tecnico che la stampa seria adotta da anni. Quando per qualsiasi ragione aggiorna un articolo già pubblicato ne dà conto in maniera certosina in fondo al pezzo. In Italia ovviamente non lo fa nessuno.

08
Set

Quando mia moglie era incinta, molti anni fa, due idioti in auto ad alta velocità stavano per investirci sulle strisce pedonali in una zona della città con limite di 30 kmh. Urlai un “coglione” o qualcosa del genere e il tizio alla guida si fermò per dialogare con me, perché evidentemente non era d’accordo con il mio severo giudizio di merito. Mi avvicinai all’auto e mentre lui mi chiedeva di ripetere come lo avessi apostrofato gli dissi: non hai visto che eravamo sulle strisce razza di idiota? Quello rispose: moderi i termini che siamo due carabinieri. Io dissi: ah siete carabinieri, aspetti un attimo che mi segno la targa. Scapparono alla velocità della luce.



“Non c’è più rispetto per niente, neanche per il dolore” leggo in un commento su Facebook a proposito della decisione di pubblicare sui giornali (non solo sulla stampa indecente di destra ma anche sul Corriere della Sera) i particolari di violenze sessuali subite a Rimini o altrove. In realtà è molto peggio di così. La pornografia dell’orrore è diventata l’ultimo modello di business di un giornalismo che da tempo, mentre si scava la fossa da solo, incolpa Internet o i suoi lettori dei suoi stessi mali. Con la differenza che gli imbecili e gli odiatori su Internet non hanno alcun modello di business, loro invece sì.






















































(via Giorgio Jannis su FB)



L’utilizzo sempre più cinico e violento delle bugie e delle iperboli sulle pagine dei quotidiani italiani ci dice secondo me una cosa: dobbiamo iniziare a finanziare il buon giornalismo. E’ un po’ il contrario di quello che ho pensato per tanti anni: oggi credo che siano soldi spesi bene e che in Italia sia più urgente che altrove investire in tale direzione. Altrove il buon giornalismo sta in piedi da solo, da noi purtroppo no.

Fino ad oggi i miei soldi (sempre meno, va detto) sono serviti per finanziare le imprese editoriali, società che “facevano” i giornali. Raramente buoni giornali, molto più spesso pessimi fogli ad accarezzare il loro padroncino (partiti politici, grandi aziende, ecc.). Come spesso accade da noi quella normativa è stata facilmente aggirata per anni (e poi modificata e poi cambiata ancora) nel disinteresse generale o con il compiacimento dei furbi che si vantavano in pubblico della propria scaltrezza. Il Foglio – al di là del giudizio che potremo dare ai contenuti che produce – è un esempio classico di un prodotto giornalistico che senza i miei soldi non esisterebbe. Che poi sia nato come organo di stampa di un movimento inesistente dovrebbe suggerirci qualcosa sui suoi fondatori.

E anche per il protrarsi di giochetti del genere che si è venuto a creare un solido movimento di opinione contro il finanziamento pubblico (sostenuto anche da Grillo, ovviamente): uno di quei fenomeni anticasta in grado di partire da solide ragioni per passare in poche semplici mosse dalla parte del torto nel momento in cui spara ad alzo zero su chiunque. Così oggi quando ho scritto su Twitter che dopo certi titoli che si leggono ormai quotidianamente occorrerebbe finanziare “il buon giornalismo” in molti è scattato l’usuale arco riflesso.





Ovvio che appena si inizierà a parlare di soldi pubblici voleranno gli avvoltoi, ma io non credo sia impossibile stilare una lista di buone pratiche giornalistiche che lo Stato sia disposto a finanziare. Decidano gli esperti quali, si tenga conto di ogni punto di vista ma si dica, semplicemente, che lo Stato è disposto a spendere un po’ dei miei soldi per far assomigliare il giornalismo italiano a quello di altri Paesi occidentali. Il blablabla sul pluralismo e sul presidio democratico dei media in Italia ormai è diventato non più solo un luogo comune ma una vera e propria barzelletta. Copiamo invece i migliori, affranchiamo il lavoro giornalistico dal ricatto di quelli che ogni giorno ormai, per le ragioni più varie, ci avvelenano la vita con le loro bugie a nove colonne, con il continuo aizzare all’odio della diversità, con il far leva sui nostri sentimenti più indecenti per portare a casa lo stipendio.

p.s. ovviamente questo post nemmeno cita l’Ordine dei Giornalisti poiché il tenutario qui pensa da anni che l’ODG non serva assolutamente a niente: nella salute e nella malattia.