Torno da Trieste (che meraviglia Trieste!) dove per due giorni si è svolto “Parole o_Stili“, una conferenza inedita sui temi del linguaggio sul web nata – come si diceva una volta – dal basso e poi rapidamente trasformatasi in un grande evento con esperti del digitale accanto a grandi nomi dello star system e della politica come Laura Boldrini, Enrico Mentana, Gianni Morandi.

Dovessi riassumere in due parole la piccola parte dell’evento che ho seguito direi “Gianni Morandi” che ha portato a Trieste il suo messaggio semplice e positivo di un utilizzo della rete educato e senza patemi. Come sostengo da tempo (sbeffeggiato dai più) Morandi è il perfetto testimonial di Intenet per i moltissimi italiani che guardano la connessione con disinteresse e sospetto.


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L’altra sera a cena Rosy Russo, l’ideatrice del progetto, mi chiedeva cosa pensassi dell’iniziativa: le ho risposto che mi sembrava un’iniziativa bellissima. Un manifesto per una rete che non odia è una bella idea. Le ho anche detto che mi sembrava di vedere un rischio: quello che alle buone intenzioni seguissero i peggiori comportamenti, come avviene regolarmente da noi quando si parla di digitale.

Di Laura Boldrini e delle sue battaglie personali per educare Internet (ripetute con convinzione anche a Trieste) ho già scritto a sufficienza. Del rischio che una battaglia che nasce culturale si trasformi rapidamente in un regolamento di conti mi pare ci siano altri robusti segnali, un po’ ovunque in giro, alcuni dei quali ho visto anche a Trieste.


La rete strumento di interazione, emancipazione, lavoro e arricchimento culturale non può diventare un mezzo per diffondere stereotipi, meccanismi discriminatori e intolleranza. Compito del Parlamento è l’approvazione al più presto di norme rigide contro ogni forma di violenza diffusa sull’autostrada dell’informazione, con pene severe e certe per gli aguzzini e gli sciacalli del web.


Che in occasione di ParoleOstili anche giovani giornaliste del Corriere della Sera trovino normale invocare a gran voce nuovo “rigide norme” per il web (dentro il solito cortocircuito di cartapesta del genere “Internet è bellissima ma…”) io la trovo una reazione non solo prevedibile ma anche in grado di sollevare ampi consensi.

Che durante il panel su “Giovani e digitale” la responsabile della Polizia Postale per il Friuli Venezia Giulia Alessandra Belardini racconti senza imbarazzi l’approccio terrorizzante dello Stato nei confronti della rete (l’intervento di Belardini meriterebbe una attenta analisi perché è un compendio essenziale di luoghi comuni e punti di vista conservatori sui principali temi dei diritti-doveri online) io lo trovo non solo prevedibile ma anche pericolossimo, visto che queste persone vanno nelle scuole a parlare di Internet ai ragazzi molto di più di chiunque altro.

È come se fosse in atto una competizione impossibile da vincere. Per quanto ci si sforzi, per quanto si dedichi tempo a capire ed approfondire, per quanto ogni volta uno spiraglio di comprensione ed intelligenza sembri sul punto di dischiudersi, ecco che da noi, ogni volta, tocca assistere al trionfo del vecchio buon senso comune. L’agitarsi multiforme di un paese reazionario che è orgoglioso di esserlo e che non vuole cambiare.

Ripeto da tempo che il Parlamento italiano dovrebbe astenersi dal produrre norme sul digitale. Non si tratta di un provocazione ma di una preghiera concreta, basata sui fatti. Chiunque segua da anni l’iter delle leggi prodotte in Italia sul digitale sa benissimo che, anche quando sono animati dalle migliori intenzioni, tali processi creano ogni volta e invariabilmente danni più o meno grandi al Paese.

Allo stesso modo: sarà utile un manifesto contro l’odio sul web? Ovviamente lo sarà e il Manifesto di Trieste per esempio è pieno di punti condivisibili. Ma noi dovremo sapere che accanto a quella narrazione immediatamente ne nascerà una differente e contrapposta, e che quel racconto avrà voce più forte della nostra e raggiungerà maggiori consensi. Noi abbiamo Gianni Morandi, loro hanno un Paese spaventato e anziano da solleticare a colpi di luoghi comuni e allarmi sulla fine orribile che faranno i nostri figli.

Nell’economia complessiva della trasformazione digitale forse in Italia la cosa migliore sarebbe davvero starsene immobili. Non agitare la acque. Non provare a fare qualcosa. Sperare in una situazione di prolungato standby nella quale le cose cambino (perché tanto l’orologio va avanti e le cose cambiano comunque nonostante tutti noi) per sfinimento e non perché sospinte dalla nostra buona volontà.

La nostra buona volontà digitale è bellissima. Ma lasciarla sotto traccia ancora per un paio di decenni forse è la strategia.

Oggi lamentavo su Twitter quanto sia difficile farsi un’idea personale sui fatti di cronaca di via Zamboni degli ultimi giorni. Le decine di articoli al riguardo traboccano di opinioni e moralismi da una parte e dall’altra ma i fatti, quelli spiccioli e incontestabili, quelli non li spiega nessuno. Il narcisismo delle opinioni travolge (da tempo) il ruolo ben più importante del cronista: ormai è talmente normale che quasi nessuno se ne accorge.

Mi hanno segnalato questo intervento di Emilia Garuti su FB che dice molte più cose al riguardo di quante non ne abbia lette fino ad oggi.

Sulla questione tornelli non voglio arrivare e fare l’esperto a della situa ma avendo lavorato tutti i giorni per 4 mesi al 36, qualcosa posso dire.
Chi mi conosce potrà confermare che potete trovare poche persone più di sinistra di me, ma voi lì non c’eravate.
Quando abbiamo visto arrivare al front desk una ragazza in lacrime coi pantaloni pieni di sperma, voi non c’eravate. Tutte le volte che abbiamo dovuto chiudere i bagni per giorni per disinfettarli completamente perché ci abbiamo trovato delle siringhe, voi non c’eravate. Quando per una rossa hanno spaccato la vetrina dell’area ristoro e abbiamo dovuto convivere per settimane con una ronda di guardie giurate armate e con pastori tedeschi, voi non c’eravate. Quando, solo perché volevo avvertire la malcapitata di uno scippo, sono stata inseguita fin dentro la biblioteca è minacciata di botte, voi non c’eravate. E nonostante queste siano le cose che succedono quando la biblioteca è aperta la sera, quest’anno si è deciso di prolungare l’orario di apertura fino a mezzanotte proprio per garantire più tempo allo studio. Queste aperture sono basate sulla fiducia, fiducia che in questo modo viene tradita. Il comunismo e la libertà totale degli spazi sono concetti sacri, ma presuppongono l’utopia che tutti siano brave persone e che rispettino il concetto che la mia libertà termina dove inizia la tua. Non è stato così è la situazione è grave, così bisogna intervenire con misure drastiche di modo da poter garantire la libertà che si meritano le persone che davvero vogliono studiare, che hanno rispetto per gli altri e per gli spazi che hanno contribuito a pagare e che non si meritano che gli venga eiaculato addosso. A coloro che protestano al grido “noi siamo studenti che vogliamo studiare”, a parte la grammatica che forse è quella che devono studiare e non riescono per colpa della polizia, dico solo che se siete veramente studenti allora avrete il badge e non avrete problemi a passare i tornelli e avrete anche il rispetto di non rompere i tavoli e le sedie dove tutti studiamo gettandoli in aria e di non strappare i libri di studio che sono di tutti e che poveri stronzi come ero io poi dovranno riaggiustare e mettere a posto. A quelli dico: non è voi studenti che i tornelli vogliono lasciare fuori, ma tutti quelli che usano la biblioteca come porcile per drogarsi e fare i proprio comodi.
Quelli che sono favorevoli alla protesta e che vivono ogni giorno la realtà del 36 probabilmente avranno motivazioni migliori delle mie per pensarla così.
Ma a quelli che condividono su fb la notizia inneggiando alla libertà (pur criticando ovviamente i modi violenti) che non vivono più o meno quotidianamente il 36 (e badate che dico proprio il 36 perché se da facoltà a facoltà le biblioteche cambiano, in via zamboni cambiano da edificio a edificio) ecco a quelli proibisco di parlare della faccenda (anche se poi fanno come vogliono) perché davvero ragazzi, non ne sapete un bel niente. È un pessimo modo di fare politica quello di sparare grandi massime senza calarsi nella realtà dove c’è il problema. Se volete protestare, fatelo per la situazione di degrado insostenibile che ha costretto a usare questi metodi che certo non risolvono il problema tenendolo fuori, ma magari garantiscono una piccola dose di pace per studiare. L’ho tenuto lungo.


07
Feb

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Vittorio Sgarbi, evidentemente in astinenza di attenzione mediatica, ha detto “testualmente” in un paio di interviste radiofoniche che in una telefonata della quale lui avrebbe una registrazione (che eleganza!) Beppe Grillo avrebbe espresso pensanti apprezzamenti sulla sindaca di Roma Virgina Raggi e che in particolare gli avrebbe detto che la Raggi è una depensante.

Ora c’è una cosa strana che mi pare sia sfuggita. Quando ho letto i titoli ho pensato che quella parola io non l’avevo mai sentita prima e siccome riguardo alle molte parole che non conosco sono curioso ho fatto una veloce ricerca su Google. La ricerca mi ha confermato che la parola – o così dice la Treccani – è un neologismo pochissimo utilizzato e che questo neologismo sarebbe stato coniato in una vecchia amichevole discussione fra Vittorio Sgarbi e Carmelo Bene evidentemente prima della morte dell’attore nel 2002.


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Ora io trovo curiose due cose in questa vicenduola da bassissimo impero.

La prima è che la Treccani curi la messa online di neologismi del genere, citando come fonte sciocchi pettegolezzi fra polemisti televisivi e politici.

La seconda, ben più curiosa, che Beppe Grillo per descrivere la sindaca Raggi con un interlocutore che sta registrando di nascosto la telefonata usi una parola stranissima e quasi mai sentita che quello stesso interlocutore aveva orgogliosamente coniato 15 anni prima chiacchierando amabilmente (come si fa fra pari) con un grande teatrante morto e defunto.


update: nel frattempo per aggiungere ridicolo al ridicolo Sgarbi ha pubblicato una sedicente telefonata di Grillo che gli chiede di rettificare. Un Grillo con una voce molto strana.

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Nel febbraio 2006 il senatore della Lega Calderoli mostra in TV una maglietta anti-islam che indossa sotto la camicia. Un po’ come certi calciatori che dedicano il gol al figlio appena nato. La simpatica bravata TV costò 11 morti e 50 feriti di fronte al consolato italiano a Tripoli. Il personale del consolato fu in quell’occasione in grave pericolo. Calderoli è ancora in circolazione.

L’azione politica ha delle conseguenze. Solo gli stupidi non se ne accorgono. Simili conseguenze, che sono spesso sotterranee e difficili da identificare, spesso cambiano la vita di milioni di persone in maniera complessa. Altre volte unire i puntini fra azione e reazione non sarebbe stato troppo difficile nemmeno per uno come Calderoli. Per questo la politica -per ridurre il peso della propria responsabilità – dovrebbe tenere distante sé stessa dal primo che passa.

La bravata di Calderoli, nei miei ricordi, è stata la prima stupidaggine con delle conseguenze molto evidenti e dirette. È possibile che ve ne siano state altre in passato ma quell’episodio, un mix di ignoranza, smargiassate ad effetto ed esposizione mediatica, in questi dieci anni si è trasformata da singolo episodio a vera e propria tecnica di confronto politico. I dentisti si sono moltiplicati, sono arrivati nuovi inediti animali da consenso che imperversano in TV e sui social e che vivono eternamente sul filo del rasoio. Dalla loro abilità di restare in equilibrio fra demagogia ed indignazione dipende pressoché esclusivamente il loro riscontro politico.

Le cronache dei giorni scorsi hanno raccontato un terribile omicidio a sangue freddo accaduto a Vasto. Il marito di una giovane donna morta in un incidente stradale si è fatto “giustizia” da solo uccidendo l’investitore ventenne. Se Calderoli o Salvini o Grillo fossero chiamati a giudicare un simile fatto di cronaca probabilmente non ci troverebbero nulla di inconsueto se non il finale tragico di una vicenda dolorosa. Purtroppo non è così: la politica ha delle conseguenze e quelle conseguenze molto spesso sono fuori dal controllo perfino di coloro che le hanno architettate.

Se leggeremo meglio le cronache, se osserveremo le manifestazioni su Facebook o in strada contro l’investitore organizzate nei mesi precedenti alla sua esecuzione, se presteremo attenzione gli accenni alla giustizia che non funziona o ai commenti sui social, all’apologia di quel reato di omicidio stradale che è esso stesso un esempio tipico delle concessioni politiche, anche del PD, al populismo dilagante, allora forse potremo renderci conto di come esista una traiettoria molto netta che va dalla maglietta di Calderoli alle sparate di Salvini contro gli immigrati, al cinismo di Grillo contro lo Stato ladro e bugiardo, giù fino all’omicidio di Vasto.

Perché la politica e la sua rappresentazione hanno delle conseguenze, prima di tutto fra i cittadini. E se politica viene lasciata in mano agli sconsiderati le conseguenze potranno essere terribili. E infatti lo sono.

Provate – se vi va – a fare un esperimento.
Aprite la cronologia di una vostra chat di ieri o di un anno fa.
Una qualsiasi, una conversazione a caso con qualcuno che conoscete e con cui quale avete confidenza. Provate a scorrere il testo dei vostri scambi verbali e date una occhiata se per caso qualcuna delle cose che avete detto non abbia toni di scherno o eccessivi o un po’ volgari o infastiditi nei confronti di qualcun altro che non sia ovviamente l’interlocutore con il quale stavate parlando.
Come dite?
Ah ve ne siete accorti?
Avete notato che chiunque di noi, nell’intimità di una comunicazione amicale, usa toni e parole che non lo descrivono nemmeno lontanamente?
Bene. Ora applicate questa piccola regola aurea alle parole di politici carpite dalle loro chat private e pubblicate sui giornali.
E fatevi alcune domande sul valore di quelle parole e sulla deontologia di quelli che le diffondono singolarmente come se fossero verità rivelate.

Nicola Casagli dell’Università di Firenze su Facebook racconta la sua esperienza a Rigopiano fra tecnologia e burocrazia. Da leggere assolutamente.


Cronache da Rigopiano

Nel pomeriggio di mercoledì 18 gennaio 2017 una valanga si abbatte sull’hotel Rigopiano in Provincia di Pescara. Le operazioni di ricerca e recupero iniziano in situazioni ambientali difficilissime e con un alto rischio di nuovi distacchi di neve o di roccia dal canalone soprastante.

Giovedì 19 alle 21.40 ricevo una telefonata dal Centro Operativo Misto di Protezione Civile istituito a Penne per il coordinamento dei soccorsi. Chiedono se possiamo installare a Rigopiano uno dei nostri radar di monitoraggio. Il problema è che i nostri non vanno bene per le valanghe; è quindi necessario trovare un radar con frequenze e tempi di detezione adatti allo scopo. Prendo tempo fino alla mattina successiva.

Nella notte i miei ricercatori e io studiamo il caso, prendiamo informazioni, contattiamo colleghi e aziende specializzate per telefono e WhatsApp.

La mattina di venerdì 20 alle 8.00 diamo conferma: facciamo venire un radar doppler per valanghe da Zurigo, dove una startup (Geopraevent) ha realizzato la tecnologia giusta. Non abbiamo mai avuto contatti con quella società. Abbiamo visto il sito web e capito che può funzionare. Sentiamo anche una spinoff della nostra Università (iTem), che ha sviluppato la tecnologia degli array infrasonici per il monitoraggio delle valanghe.

Il tempo utile di preavviso di una nuova valanga a Rigopiano è solo di un minuto: in meno di 60 secondi i soccorritori si devono mettere in sicurezza per cui ci vuole un sistema allarmato. Verso le 11 il sistema è già progettato: il radar per l’allertamento rapido entro 10 secondi dal distacco della valanga, l’array infrasonico per il supporto alla previsione e per il pre-allarme.

Appuntamento ad Arcetri per preparare la missione. Partiamo alle 13.30 in 6 da Firenze con 2 automezzi fuoristrada, 2 da Zurigo con un furgone, altri 2 il giorno dopo da Firenze con un pickup. Un altro da Zurigo in aereo e macchina a noleggio.

Io sono professore, gli altri ricercatori precari: non abbiamo orario di lavoro e siamo abituati a lavorare anche nei giorni festivi. Ci sono anche due tecnici (laureati e dottori di ricerca, inquadrati ovviamente nella categoria dei diplomati perché si sa che all’Università conta prima di tutto risparmiare): loro non possono lavorare di domenica e le ore di viaggio nemmeno vengono riconosciute come ore di lavoro.

Pare che siano le conseguenze della legge Brunetta antifannulloni, che ovviamente va a colpire solo chi ha voglia e capacità di lavorare, mentre non tocca minimamente i fannulloni. Ma fortunatamente anche i nostri tecnici sono abituati a fare volontariato per la PA: hanno stipendi fissi di poco superiori ai 1200 euro.

Arriviamo a Penne alle 18.30 di venerdì con tutto il necessario. Il radar arriva alle 3.30 (di notte) di sabato, perché è stato bloccato tre ore alla dogana: una telefonata di spiegazioni non basta, vogliono un fax per sdoganarlo. A tutto abbiamo pensato tranne che a organizzarci per i fax. Anche al COM di Penne i fax non li manda più nessuno. Lo facciamo inviare dalla DICOMAC di Rieti.

L’array infrasonico giunge a Penne domenica mattina da Firenze: fortunatamente fra le Regioni non ci sono le dogane!

Abbiamo portato con noi: radar e accessori, array infrasonico e accessori, un drone multicottero, telecamere e fotocamere, telecamera a infrarosso termico, GPS, ARVA, sci, ciaspole, attrezzature da neve e ghiaccio, componenti elettroniche, cassette degli attrezzi, batterie, generatori, modem, computer, taniche di carburante e molto altro.

Abbiamo dovuto pensare a portare tutto da casa perché da quest’anno ci hanno tolto le carte di credito di servizio e non possiamo fare più acquisti in situ. Dicono che esse erano incompatibili con la tracciabilità antimafia, che non potevano assegnare un Codice Unico di Gara, che non permettevano lo split payment dell’IVA, e che è molto più dinamico e moderno anticipare in contanti e aspettare mesi per essere rimborsati.

Ci vogliono ore per raggiungere il sito di installazione, in un infernale traffico di mezzi di soccorso sulla strada in cui è stata faticosamente aperta una corsia unica dalle turbine e dagli spazzaneve.

E poi su con il “bruco” dell’Esercito o quello dei VVF. E poi a piedi con le ciaspole o gli sci attraverso la valanga con le attrezzature in spalla. Perché gli elicotteri non possono volare per la scarsa visibilità.

Non si vede niente. L’antenna del radar è puntata verso la parte alta del canalone sulla base delle simulazioni effettuate su un modello digitale del terreno. Ma il terreno non è più lo stesso: c’è la valanga sopra e i modelli digitali rappresentano solo la memoria del passato.

ll radar doppler è installato sabato 21 gennaio ed è operativo dalle ore 18:30. L’Array infrasonico domenica 22 ed è in funzione dalle ore 16:30.

Nessuna delle attrezzature utilizzate è stata acquistata sui burocratici mercati unici del CONSIP per la Pubblica Amministrazione. Gran parte era stata acquistata in “tempo di pace” sul libero mercato, guardando alla qualità e non solo al prezzo, anche se ciò ci è costato montagne di dichiarazioni, assunzioni di responsabilità, RUP, commissioni, timbri, discussioni, delibere, verbali e lettere protocollate.

Il drone ce lo siamo interamente autoprodotto con la stampante 3D, perché il codice appalti ancora non ha scoperto l’esistenza di queste ultime e non le ha normate rendendole inutilizzabili come tutto il resto.

Radar e array sono delle ditte che abbiamo incaricato con una telefonata, senza le bizzarre e interminabili procedure di affidamento imposte alla Pubblica Amministrazione in tempo di pace. C’è l’urgenza e si applica l’art.63 del nuovo codice appalti. Per la verità le procedure semplificate per l’urgenza c’erano già anche prima con il vecchio codice all’art.57: l’unica cosa che è cambiata è la numerazione degli articoli (deve essere il nuovo che avanza).

Curiosamente invece l’art.163 del nuovo codice, appositamente pensato per le grandi emergenze di protezione civile, non è applicabile perché troppo burocratico.

Per la società svizzera non ci sono problemi: con gli stranieri le regole burocratiche degli approvvigionamenti sono un po’ più rilassate perché in Italia il protezionismo è alla rovescia, mica abbiamo Trump. Per la PA italiana è molto più facile dare un incarico a una società straniera che a una nazionale. Sarà per questo che molte nostre imprese traslocano all’estero, come i nostri ricercatori.

Per la spinoff dell’Università di Firenze invece ci aspetta un’epica lotta contro la burocrazia perché il nuovo codice appalti non ne parla: tratta solo di in-house delle pubbliche amministrazioni per le quali consente gli affidamenti diretti. Le spinoff accademiche sono lasciate nel limbo dell’incertezza normativa, per cui per la mia Università è molto semplice dare incarichi agli spinoff di tutti gli altri Atenei d’Italia e del mondo, ma è impossibile darli alle proprie, che sono incredibilmente escluse anche dal libero mercato.

Altre attrezzature sono state portate da noi, nel senso che sono di nostra proprietà privata e che le mettiamo a disposizione per far funzionare le cose. Chissà se all’ANAC avranno da ridire sull’uso pubblico di mezzi privati?

Anche i rifornimenti di carburante per automezzi e generatori li abbiamo fatti fuori-CONSIP, perché per trovare i distributori del fornitore unico TotalErg bisogna andarli a cercare, perdendo tempo e sprecando benzina più di quanto la convenzione ne faccia risparmiare. E poi a noi piace l’ENI e la “potente benzina italiana” di Enrico Mattei!

Tutto ha funzionato alla perfezione … tutto, tranne una cosa: la scheda SIM della TIM convenzione CONSIP 6 per la Pubblica Amministrazione.

Dato che pressoché tutti i soccorritori appartengono alla PA, nonostante la tempestiva installazione delle celle mobili, la rete TIM è andata in saturazione semplicemente perché tutti, ma proprio tutti – Protezione Civile, VVF, Soccorso Alpino, Forestale, Finanza, Militari, Carabinieri, Polizia, Comune, Provincia, Regione, etc. – sono obbligati a utilizzare CONSIP 6.

Siamo stati salvati dalla SIM degli svizzeri: i collegamenti con la stazione di monitoraggio sono stati fatti con il modem in roaming internazionale, alla faccia del risparmio, dell’efficienza e della razionalizzazione dei costi.

Con i Mercati Unici non si risparmia: si perde tempo, si alimenta l’inefficienza e alla fine si spende anche di più. E’ la spending review, anch’essa alla rovescia.

Una settimana a Rigopiano ci ha fatto vedere che esistono due mondi della Pubblica Amministrazione: uno (largamente dominante) che si muove “a mille”, che comunica via WhatsApp, che risolve problemi e che getta il cuore oltre ogni ostacolo; un altro (minoritario e residuale) che comunica per PEC e fax, che pensa a togliersi le responsabilità piuttosto che a risolvere problemi, che gli ostacoli li crea anche quando non esistono.

La comunità scientifica – inclusa l’Università – è parte integrante del Servizio Nazionale della Protezione Civile ed è chiamata a fornire il supporto tecnico-scientifico alle attività istituzionali di Protezione Civile: previsione, prevenzione, soccorso e superamento dell’emergenza.

Così Giuseppe Zamberletti concepì l’architettura del Servizio Nazionale, all’indomani del terremoto dell’Irpinia.

L’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha dichiarato a più riprese: “dobbiamo togliere l’Università dal perimetro della Pubblica Amministrazione perché non si governa l’Università con gli stessi criteri con cui si fa un appalto in una ASL o in un comune“.

Ho detto e scritto più volte che sarebbe sufficiente una semplice norma di poche righe, per abbattere il ginepraio burocratico-normativo in cui è stata fatta sprofondare l’Università italiana:

“Al fine di assicurare il pieno ed efficace svolgimento del ruolo istituzionale delle Università e degli Enti di Ricerca, nel rispetto dei principi di autonomia stabiliti dall’articolo 33 della Costituzione e specificati dalla legge n.168 del 9 maggio 1989, NON si applicano alle Università statali e agli Enti di Ricerca le norme finalizzate al contenimento di spesa in materia di gestione, organizzazione, contabilità, finanza, investimenti e disinvestimenti, previste dalla legislazione vigente a carico dei soggetti inclusi nell’elenco dell’ISTAT di cui all’articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n.196.”

Dopo l’esperienza di Rigopiano penso che tale norma debba essere assolutamente estesa anche a tutte le componenti del Servizio Nazionale della Protezione Civile.

Nella foto: dichiarazioni, scontrini, e ordini da firmare al rientro della missione.

#protezionecivile #rigopiano #università #burocrazia


C’è un tipo di elettore del PD – che sarei io – che vorrebbe votare per un partito riformista di sinistra. Siccome riformista e di sinistra è una espressione vaga ed elegante che si porta con tutto, provo a specificare meglio cosa significhi per me riformista e di sinistra usando alcuni esempi recenti riferiti al governo Renzi.

“Riformista” significa prendere atto della necessità di riformare (appunto) la scuola pensando agli studenti prima che agli insegnanti (come succede ovunque nel mondo occidentale). Significa prendere atto dello strapotere politico di alcuni grossi apparati sindacali che hanno infiltrato ogni angolo della macchina decisionale del paese e provare a metterci rimedio, per esempio iniziando faticosamente a premiare il merito più che l’appartenenza. Significa investire sui giovani che sono la vera classe povera italiana e contemporaneamente la nostra unica speranza. Significa sposare un’idea di innovazione che non riguardi la Salerno Reggio Calabria o peggio i ponti di Messina ma le autostrade informatiche e in generale gli ambiti digitali. Significa tenere distanti i propri mediocri amichetti dalle poltrone delle partecipate o delle fondazioni bancarie.

“Di sinistra” per me significa avere in cura le diversità, o quelle che la società vetero-democristiana, che ha dominato questo paese negli ultimi 50 anni, ha considerato tali e che spesso non lo sono più ormai da nessuna parte nel mondo. E quindi i diritti civili dei singoli cittadini, le libertà individuali, la solidarietà verso gli altri.

Ho fatto solo alcuni esempi, banalissimi, tanto per rendere l’idea.

Il tipo di elettore del PD che sarei io è abbastanza sicuro che un simile schemino identitario prescinda da alcune delle opzioni in campo nei prossimi mesi di cui leggo ogni giorno sui giornali.

Ecco un elenco pratico di ostacoli insormontabili a questa idea di sinistra e riformismo:

1) Tutta la minoranza PD, esempio perfettissimo di un fallimento politico che non vorremmo ripetere di nuovo.

2) Alcune delle esperienza disastrose a sinistra del PD da Fassina a Vendola. Una specie di minoranza PD agli steroidi.

3) Alfano, Berlusconi e tutto il berlusconismo di ritorno da Verdini a certi residui millimetrici di Scelta Civica.

4) Una quota di attuale classe dirigente del PD mantenuta in sella per interesse o per esigenze di forza maggiore il cui esempio più rilevante è Vincenzo De Luca.

L’elettore del PD che sarei io è scarsamente interessato agli arzigogoli della strategia elettorale, sbadiglia quando si parla di maggioritario e proporzionale, gli fanno orrore i capilista bloccati: non vorrebbe scambiare – se fosse possibile – le proprie idee con ulteriori convivenze di schieramento con i peggiori mostri della politica.

L’elettore di PD che sarei io vorrebbe votare per uno schieramento che per una volta non lo faccia vergognare, che non lo costringa a turarsi il naso in nome del meno peggio. Che non strizzi l’occhio al populismo dei peggiori perché magari in quella maniera lì si raggiungono nuovi elettori.

L’elettore del PD che sarei io vorrebbe partecipare. Non vincere a tutti i costi. Vorrebbe aver rispetto per i rappresentanti che ha eletto non doversene vergognare a ogni piè sospinto.

L’elettore del PD che sono io è abbastanza convinto che lo scenario dei prossimi mesi non gli offrirà nulla del genere ed è francamente un po’ stanco e un po’ preoccupato.

Shoah, abbonamento Atac gratis per sopravvissuti a campi di sterminio
D’ora in poi l’abbonamento annuale del trasporto pubblico, per i perseguitati razziali sopravvissuti ai campi di sterminio e residenti a Roma, è gratuito. Lo annuncia in una nota il Campidoglio. L’agevolazione è resa possibile da un’operazione di co-marketing di Atac: in pratica una sponsorizzazione compenserà il costo degli abbonamenti.

“Questo è un segnale di vicinanza che l’Amministrazione capitolina vuole dare alla Comunità ebraica di Roma”, commente l’assessora Linda Meleo (Città in Movimento). “E vuole lanciarlo oggi, nel Giorno della Memoria, proprio per ribadire l’importanza di questa giornata. È fondamentale non dimenticare la tragedia della Shoah”.

27 GEN 2017 – RED



Eppure, pensandoci, l’annuncio del Comune di Roma sugli abbonamenti ATAC gratuiti per i sopravvissuti della Shoah, ha una sua perfezione. Racconta da solo un’incompetenza (o un cinismo, nella seconda delle due sole ipotesi possibili) che merita di essere sottolineata. Che senso avrebbe del resto cercare uno sponsor per raccogliere denari che non servono, visto che i sopravvissuti della Shoah a Roma sono forse meno di dieci e hanno già diritto ad un abbonamento gratuito? Forse perché banalmente a nessuno è venuto in mente di controllare i criteri minimi di realtà di una iniziativa che suona bene e che come tale è adatta alla celebrazione imminente. Oppure magari qualcuno la domanda “ma ha senso questa cosa che stiamo organizzando?” se l’è posta ma ha pensato che il dato di realtà fosse irrilevante di fronte alla potenza delle parole.
Scelga il Campidoglio se questa cosa sia cialtroneria o storytelling: da queste parti si propende per entrambi. Del resto anche solo l’utilizzo di una parola come “co-marketing”, un termine che sembra uscito dalla bocca di un venditore di pentole per corrispondenza, messa lì accanto alle parole dell’Olocausto è un esempio formidabile di una morale perduta. Ha ragione l’assessore Meleo, si tratta di un messaggio della politica, un messaggio potentissimo. Gente che non sa un accidente, che non ha rispetto per niente, magari non per cattiveria ma perché proprio non ci arriva. Gente che viene da un mondo in cui il linguaggio della pubblicità e quello della politica coincidono. Anche perché, non casualmente, puntano ai medesimi scopi.

Mi è molto dispiaciuta la notizia degli esuberi previsti da Sky Italia. SkyTg24 è di gran lunga il miglior canale di news italiano. Più in generale la TV inglese in questi anni ha creato valore in Italia in una maniera molto chiara, vicariando in parte le grandi carenze della TV pubblica. Sky è diventata importante per l’Italia per molte ragioni, nella più vasta estensione culturale del termine. E nonostante questo mi pare che da tempo il problema principale di Sky riguardi Sky, nulla che possa essere risolto con riorganizzazioni di personale o cambi di sede come quelli annunciati in questi giorni.

Se c’è una lezione che possiamo estrarre da questi vent’anni di mutazione digitale è che nel tentativo di adattarsi ai tempi i più grandi saranno quelli che soffriranno di più. A loro l’innovazione domanderà ciò che loro stessi non sapranno offrire: velocità, visione, spirito del tempo. In genere nessuno dei grandi soggetti che hanno dominato il mondo precedente ha a disposizione simili caratteristiche, tutti con enormi difficoltà verranno sballottati dentro il cambiamento. È accaduto all’industria musicale, a quella editoriale, a quella della grande distribuzione, a quella della pubblicità. Se date un’occhiata anche solo ai nomi degli attuali protagonisti, quasi nessuno vi ricorderà il mondo precedente.

Del resto adattarsi è difficilissimo: strutture gigantesche che fino a ieri hanno guadagnato molto denaro subiscono improvvisamente, spesso senza nemmeno accorgersene, le infiltrazioni di uno spirito del tempo che non gli appartiene. Le reazioni ad un simile evento sono in genere (anche qui accade sempre nella medesima maniera) di due tipi. Prima si cerca di fermare il treno in corsa contando sulla propria presunta forza muscolare (le grandi aziende negli anni si sono ben accreditate dentro il potere nelle maniere usuali che tutti conosciamo), poi quando ci si accorge che simili sforzi sono inutili ecco che arriva l’annuncio retorico del matrimonio con il cambiamento, che è però uno sposo volubile e permaloso.

A me pare che oggi il problema principale di Sky sia quello di continuare a comportarsi come un business del passato. Sky oggi è la major del disco che continua a propagandare i propri CD musicali, è l’editore che punta sulla carta delle edicole, è il supermercato che attira i clienti con i bollini per le pentole.

E nel caso di Sky che è un’azienda tecnologica le spie di un simile distacco dalla realtà sono anch’esse primariamente tecnologiche e di relazione col cliente. Il costo dell’abbonamento per esempio, è rimasto ai tempi dell’epoca pre internet. Al di là dei gusti personali e dei costi dei vari pacchetti l’abbonamento casalingo che a casa nostra paghiamo da oltre un decennio è attorno ai 60 euro, una cifra molto rilevante. Il nostro abbonamento a Netflix ne costa 14. Skygo, la app per gestire i contenuti via internet, è gratuita ma votata ad una complessità di gestione difficile anche solo da immaginare. Nel ribaltamento degli oneri che è tipico del mondo precedente sono io cliente pagante che devo gestire dentro un complicato sistema mensile di permessi quali device possono accedere al servizio e quali no. In pratica Sky trova normale chiedere a me di lavorare per mantenere la propria esclusiva.
Multivision, vale a dire la banalissima opzione tecnologica di accedere al medesimo servizio da un secondo televisore di casa, costa 15 euro al mese (cioè più del mio abbonamento Netflix per 4 accessi contemporanei) e davvero sarei curioso di sapere chi ritenga plausibile acquistare un servizio del genere a quel prezzo. È possibile che quando Multivision è nato fosse una specie di magia tecnologica: il tempo l’ha trasformata nella pretesa di farsi pagare a caro prezzo l’acqua del rubinetto. Scambio del tutto lecito ma che mi pare dica qualcosa del venditore.

Per accedere ai contenuti del mio abbonamento quando sono all’estero devo dotarmi di una VPN e trasformarmi in un pirata. Perché? Perché i diritti sono negoziati diversamente paese per paese? Benissimo e allora perché quando sono a Londra Sky non mi fa accedere al suo bouquet inglese con le mie credenziali italiane come fanno altri? Oppure perché non mi consente di non pagare il servizio quando non lo utilizzo? Perché posso rapidamente stipulare un contratto con Sky Italia online ed accedere al servizio in pochi giorni mentre per disdire devo scrivere raccomandate e inviare fax (fax!) ed attendere qualche mese la benevola e accomodante risoluzione del contratto?

È una lista di domande molto lunga dentro le quali si celano (in realtà si celano pochissimo) le ragioni per cui il problema di Sky è Sky, la velocità che non può avere, la visione che manca o resta seppellita dentro parti dell’azienda nelle quali le decisioni non vengono prese, lo spirito del tempo che nessuno ti può dare se tu per primo non ce l’hai.

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Chicago, 4 novembre 2008. Il discorso di Obama dopo la vittoria. 19 fotocamere e 1 cellulare.