È morto G. Molti anni fa, circa 25, dopo la laurea e di ritorno dal servizio militare entrai nel suo studio chiedendogli di iniziare a lavorare da lui. Una specie di tirocinio gratuito. G. non mi conosceva, io non conoscevo lui. Mi disse sì. Mi aiutò, sempre accompagnandomi con quel suo sguardo di compatimento da vecchio barone siciliano, una specie di marchio di fabbrica che nonostante la pipa e le giacche di tweed non gli creava troppo simpatie in giro. Si diede da fare per me molto, in cambio di niente, ed io questo non l’ho mai dimenticato. Per anni, dopo che, grazie a lui, avevo trovato la mia strada, tornavo da lui a Natale. Cinque minuti, il tempo di portargli un piccolo regalo, salutarlo ed essere congedato con quel suo solito ghigno ironico dietro il quale mi sembrava di intravedere il lampo di una piccola soddisfazione. Quella che abbiamo tutti quando ci capita di essere ricordati. Eppure la soddisfazione in quei casi era più che altro mia. Poi il tempo è passato, io ho smesso di andarlo a salutare, lui infine è andato in pensione. Qualche giorno fa mi chiama mio padre e mi dice che è morto G. Ero in centro, in bicicletta, in una di queste schifose giornate decembrine di non inverno che dio ci sta mandando in terra. Apro safari e scopro che il funerale di G. era quel giorno. Un’ora prima. Più tardi un amico mi ha detto che al funerale di G. c’era poca gente. Gli anni passano, i debiti di riconoscenza, anche quelli grandi, prima o poi si saldano. O si dimenticano. Lo avessi saputo in tempo sarei andato. Il tributo tardivo e insufficiente verso un uomo al quale io devo molto. Ma non ho fatto in tempo. Non l’ho saputo in tempo. Così ora lo scrivo qui e basta.

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(via Mirko Lalli su FB)

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I numeri sul digital divide italiano non sono facili da leggere. Per lo meno hanno due livelli di lettura possibile. Il primo quello più intuitivo è quello che riguarda il numero di persone che non hanno mai utilizzato la rete in Italia. Secondo gli ultimi dati pubblicati da Eurostat qualche giorno fa sono circa 1 su 3 (32%). Sono molti, peggio di noi fanno solo Grecia (33%), Bulgaria (37%) e Romania (39%). Tenete presente che il livello medio di questo parametro nella UE è 18%.


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(continua su Eraclito)

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Nitto Palma ha querelato Andrea. Qui i fatti. Non c’è molto da commentare. I colleghi di Andrea stanno raccogliendo i soldi. A me Nitto Palma e i suoi modi non piacciono. Io ho appena dato una mano a Andrea anche se non lo conosco.

Con l’avvicinarsi della fine dell’anno e alla luce del malcostume dilagante, il tenutario qui desidera tranquillizzare i suoi lettori. Non pubblicherà alcuna lista dei migliori dieci libri, film, dischi, serie tv, app, PC, aspirapolveri del 2014.

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A questo punto è chiaro che in Italia la creazione delle mascotte e dei loghi per gli eventi più importanti (fin dai gloriosi tempi di Italia 90) è gestita da una cupola di ubriachi.


(foto di Massimo Cortinovis su FB)

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(via @fnicodemo)

Qualche giorno fa sul blog di Malvino ho trovato questo breve video di Arturo Benedetti Michelangeli che suona Scarlatti.





Inutile dire che il video mi è piaciuto molto. Inutile dire che conosco poco la musica classica (giusto qualcosa di Glenn Gould di cui mi innamorai fugacemente dopo aver letto “Il soccombente”) e che non avevo mai visto in vita mia Benedetti Michelangeli suonare. In un filmato di pochi minuti ripreso da due algide telecamere fisse alcune cose mi sono subito chiare. Che Michelangeli suona per sé, lo spazio dentro l’inquadratura è riservato a lui ed al suo pianoforte. E che Michelangeli, dentro questa relazione privata, balla. È ai miei occhi un ballo impercettibile ed affascinante, fatto di minuscoli ondeggiamenti delle spalle, di piccole alzate di sopracciglia. In ogni caso attorno a lui non c’è nessuno, il pubblico non è compreso. Se il pianista recita una parte (scoprirò poi che non è così) la recita alla perfezione.

Per una strana casualità quando il pezzo di Scarlatti finisce e Benedetti Michelangeli alza lo sguardo dalla tastiera ad osservare un punto fisso di fronte a lui, Youtube mi propone fra le varie opzioni un’interpretazione del maestro assai più recente:





Nel tempo di un link sono passati gli anni. Il video è diventato a colori (anche se i colori sono pochi e naturalmente austeri) il pianista ha capelli stranissimi, lunghi ed innaturalmente lisci. Nonostante questo il tratto distintivo che mi aveva colpito nel video precedente è rimasto intatto, anzi forse si è fatto più ardito. Di nuovo Arturo Bendettti Michelangeli è solo con la sua interpretazione, incurante della telecamera che questa volta lo scruta di fronte e gli illumina il viso mentre suona Schubert. Di nuovo quell’uomo così strano mentre suona è come se ballasse. Dentro la rigida etichetta del concertista le sue sopracciglia sottolineano ogni passaggio, e quando gli occhi per un momento tacciono i bordi della bocca e quei baffetti alla Clark Gable ne prendono il posto. Come mi capita di rado sono passati forse dieci minuti ed io ora, partendo da segni impercettibili, vorrei sapere tutto di Arturo Benedetti Michelangeli.

Su Amazon scopro che biografie di ABM praticamente non ne esistono, in ogni caso nulla di troppo recente, su Google che esistono alcuni siti web a lui dedicati ma aggiornati raramente. Leggo qualche post interessante qua e là. Pagine interessanti escono dagli archivi dei giornali (gli archivi dei quotidiani on line sono un patrimonio inestimabile che andrebbe valorizzato meglio) per esempio il necrologio del NYT o l’articolo uscito sul Corriere della Sera il giorno del funerale. Su La Stampa di qualche mese fa leggo il divertente (e forse leggermente romanzato) ricordo di Bruno Gambarotta che incrociò il maestro durante i suoi primi giorni di lavoro in Rai. Su Youtube guardo decine di video, concerti pubblici, registrazioni, rare sedute di prova. In nessuna di queste Benedetti Michelangeli fa qualcosa di differente dal suonare il piano ballando con gli occhi e le spalle. Con una sola eccezione: la parte finale di un documentario del 1959 nel quale il maestro viene abbordato con grande cautela dal conduttore del programma. I pochi secondi di grande imbarazzo e difficoltà comunicativa prima di sedersi al piano, nonostante la scena sia stata probabilmente concordata, aumentano il fascino e le mie curiosità su quell’uomo.





Tutto il resto sono le moltissime cose che ho letto in rete in questi giorni. Le fobie, gli aspetti maniacali, l’amore per le Ferrari, il perfezionismo assoluto, la delusione per l’Italia e la fuga dal Paese che lo aveva condannato per la bancarotta di una casa discrografica di cui era socio, l’esilio in Svizzera, la quasi morte al pianoforte per la rottura di un aneurisma aortico, il ritorno, l’amore per l’insegnamento, l’infanzia probabilmente grigissima del bambino prodigio concertista in età infantile, la tecnica inarrivabile, l’egocentrismo, Ravel e Debussy, le ultime disposizioni testamentarie, lo Steinway e l’accordatore personale sempre al seguito, i suoi pianoforti venduti dall’ufficiale giudiziario, i maglioni a collo alto e le giacche di tweed.

Non credo sia stato semplice essere Arturo Benedetti Michelangeli. Talento e ossessioni hanno spesso relazioni molto solide. Ma se anche così non fosse, ABM sembra essere l’esempio classico del fossato che il genio scava fra sé e le altre persone. Perchè forse, nel bilancio energetico complessivo del mondo, ciò che l’esecuzione al pianoforte di Arturo Benedetti Michelangeli che suona Scarlatti aggiunge a tutti noi, da qualche altra parte, lì nelle vicinanze, deve essere in qualche maniera sottratto.


p.s. questo post si doveva intitolare “A cosa serve Internet (2)” a collegare una vecchia cosa scritto anni fa su questo blog che è poi diventata un capitolo del mio libro. Poi il fascino di ABM ha prevalso su tutto.




Il video di Massimo D’Alema insultato dagli scioperanti a Bari ha in sé qualcosa di epico. Oppure così a me sembra. Mi ricorda immediatamente i 10 secondi dell’uscita di Bettino Craxi dall’hotel Raphael sotto la storica pioggia di monetine. L’espressione stupita di Craxi di allora non è troppo differente dall’incedere impettito e meravigliato di D’Alema fra la folla che lo insulta in un crescendo che è tipica logica di branco. Inizia uno, il più spavando fra i lupi, poi ecco che arriva un altro, poi un’altro ancora, poi – rassicurati – arrivano tutti; erano intimoriti dal vecchio segretario e ora non lo sono più, si avvicinano e gli urlano in faccia “Venduto” “Buffone” “Pezzo di merda”, “Siete dei porci”.

“Siete dei porci” fra tutti gli epiteti è, anche se non sembra, una flebile forma di cortesia nei confronti del principe. Siete, plurale, significa “non solo tu”, vuol dire “lo siete tutti”. Siete tutti uguali. Tutti porci. In ogni caso il borborigmo del branco fa paura, sempre, fa orrore, come deve far paura starsene chiusi dentro una macchina che sta per fuggire con le monete da cento lire che sbattono sui finestrini e sulla lamiera. Fanno baccano quelle monete scagliate, almeno come l’urlo di uno sconosciuto che da due metri ti urla “siete dei porci” mentre tu cammini guardando dritto davanti a te.

È possibile che D’Alema pensasse, scendendo a Bari nel giorno dello sciopero, di monetizzare la sua opposizione a Renzi. Che più che discorso politico si è ormai ridotta a lunga teoria di battutine, sorrisetti e piccole allusioni, inframmezzate da qualche “diciamo”. Nel frattempo però è accaduto anche qualcosa d’altro che D’Alema sembra non aver compreso. Che dentro l’abbraccio di quel “diciamo” (diciamo chi? tu e chi, esattamente? tu e Rosy Bindi? tu e Stefano Fassina? tu e chi?) non si riconosce più nessuno: non solo la parte arrembante del tuo vecchio partito che oggi guarda a Renzi per interesse o religione, ma nemmeno le vaste legioni degli elettori di sinistra per i quali il plurale maiestatis era un tempo il tratto distintivo del grande statista ed oggi solo il vezzo odioso del politico decaduto. Diciamo chi? Tu lo stai dicendo, io no, io la penso diversamente.

Come possa D’Alema attraversare la piazza incazzata forte dei suoi diciamo, circondato da 4 o 5 uomini della scorta, mentre tutto intorno crolla e qualcuno dei suoi gli dice con qualche concitazione “Massimo cammina”, è qualcosa che rimanda a una parte rilevante della vita di tutti noi. Quella del momento in cui la considerazione che abbiamo di noi stessi diverge da quella degli altri. È un momento doloroso che giunge all’improvviso ed è in genere impossibile da ignorare. Per questo la sfilata rigida di D’Alema a Bari è un momento epico. Epico perché “pertinente alla narrazione poetica di gesta eroiche”, come camminare in una città del sud che credevi amica a testa alta, con l’unica minima incertezza di quel tic che ti porta a toccarti con le dita della mano sinistra prima il naso, poi la fronte e poi lo zigomo. Alla ricerca della compostezza minima che tutti si aspettano da te, nel momento in cui il sipario infine si chiude.