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Cosa è successo in questi due anni di governo Renzi?
Vi dico quello che pare a me, che a metà mandato mi sembra si sia fatta l’ora di esprimere qualche giudizio.

Parto da una constatazione: Renzi ha fatto cose. Molto più rilevanti e centrali di quelli che lo avevano preceduto negli ultimi anni (eccettuata probabilmente la riforma Fornero, qualsiasi cosa ne pensiate). Inutile elencarle, qualsiasi pappagallo renziano da talk show televisivo ve le potrà enumerare meglio di me. Le ha fatte: che ci piacciano o no, che siano sbagliate o giustissime le ha portato in fondo.

Questo primo aspetto non era scontato: Renzi guida un governo variegato, pieno di gente indubitabilmente impresentabile, caricata per disperazione o necessità politica. Poi combatte sul fronte interno con una minoranza del partito altrettanto imbarazzante: cariatidi di un mondo ormai terminato. Inutile elecarli, sono sui giornali tutti i giorni a dettare la linea politica dall’alto della propria marginalità.

Quanto Renzi sia in sintonia con gente biasimevole come Verdini o Alfano per me è impossibile dirlo. Osservo solo che oltre a queste il Premier coltiva altre vicinanze che io troverei piuttosto deprecabili, per esempio quella con Marchionne. Se tanto mi dà tanto diciamo che i miei gusti personali e quelli del Premier in fatto di frequentazioni sembrerebbero piuttosto distanti. Quindi ci sta anche che a Renzi piaccia uno come Verdini sul serio. Non la trovo un’ipotesi fuori dal mondo. Mi dispiacerebbe, ma pazienza.

Sul merito delle norme approvate il mio parere di cittadino che cerca di informarsi vale quello degli altri: spesso si tratta di normative molto tecniche sulle quali è difficile avere uno sguardo di insieme e i cui veri risultati si vedranno poi. In linea di massima la riforma della scuola non mi dispiace, la riforma costituzionale mi convince abbastanza, l’italicum mi pare meno peggio del sistema pessimo che avevamo prima. Sulla riforma del lavoro davvero non ho gli strumenti per esprimere un giudizio. Comunque sia mi pare che il teorema Cacciari (meglio poco che il solito niente) valga un po’ per tutte queste norme: si potevano fare meglio, molti errori andavano evitati ma in un Paese in cui non succede mai nulla, in cui la politica usualmente sposta solo chiacchiere e demagogia qualcosa Renzi ha fatto. Renzi che fa cose.

Ho invece tre grosse critiche di sostanza a questi due anni di renzismo e sono punti che francamente trovo senza scusanti. Il primo è quello di aver inciso poco o nulla sul sistema non meritocratico delle nomine. Nonostante i proclami il verso non è stato cambiato ma anzi spessissimo confermato, specie nelle nomine politiche. La seconda è quella di aver ignorato politicamente la parte più viva e fragile del paese: il regime fiscale delle Partite Iva al quale sono attaccati disperatamente moltissimi giovani è rimasto sostanzialmente inalterato: sarebbe stata la prima cosa da toccare al posto degli 80 euro. Gli investimenti culturali, al di là dei molti proclami, sono rimasti ai margini dell’attenzione economica del governo. È di ieri la notizia delle dimissioni in massa del Comitato tecnico scientifico per le biblioteche e gli Istituti culturali del MIBACT per l’ennesima volta ignorato dal Ministro Franceschini, troppo occupato ad inaugurare mostre, flirtare con la SIAE e prodigarsi in faccenduole estetiche senza importanza.

L’ultima, quella che conosco meglio, riguarda la politica dell’innovazione altro cavallo di battaglia del Renzi delle primarie e poi passato per molti mesi quasi sotto silenzio. Le scelte infrastrutturali sulla banda ultralarga sono state caotiche, ondivaghe e governate più dalla contingenza dei rapporti personali che non da strategie di lungo termine. Il piano BUL è stato gestito con un’approssimazione e una sventatezza tali che non è difficile già ora a quasi due anni dai suoi primi attesi risultati, prevederne l’inevitabile fallimento. Il passaggio al digitale del sistema Paese poi, nonostante gli sforzi di Paolo Barberis e il prossimo arrivo di Diego Piacentini è uno di quei moloch difficilissimi da spostare per chiunque. L’ultimo punto, quello secondo me più importante, che attiene al divario culturale degli italiani è stato fino ad oggi sostanzialmente ignorato. Se si escludono un paio di festival annuali affidati da Renzi alla sapiente regia di Riccardo Luna, soliti profluvi di parole senza la minima ricaduta concreta, il governo in carica, esattamente come quelli precedenti, ha ignorato il problema principale e più complesso di questo Paese. Il fatto che la sua popolazione è vecchia (non solo all’anagrafe) e non è semplicemente interessata al mondo che cambia. Immagino sia chiaro a tutti che se la mentalità dominante resterà questa, se il burocrate vincerà la battaglia sul digitale perché di fronte non avrà una batteria agguerrita di cittadini incazzati che reclamano i loro diritti ma vecchietti (non solo all’anagrafe) ordinatamente in fila alle Poste, non ci sarò nulla da fare. Non solo per la PA digitale ma nemmeno per il commercio elettronico, per la scuola digitale, per l’industria dei contenuti e infine – non ultima – per la nostra intelligenza di cittadini. Senza un cambio di passo sul digital divide culturale saremo nel giro di qualche anno un Paese finito. Un paese finito che non fa cose.

Marco Seán McAllister • 14 ore fa

Secondo me c’e’ anche un problema di risorse, di cui nessuno parla mai. In passato ho lavorato in un Ministero nel Regno Unito, e mi occupavo quasi esclusivamente di rispondere a Freedom of Information Requests (FOR) e interrogazioni parlamentari. Nel Regno Unito, ogni dipartimento di ogni ministero ha un’unita’ dedicata alla gestione delle FOR e, anche se ovviamente il numero varia in funzione del ministero, parlo di un centinaio di persone in ogni ministero di grandi dimensioni. La capacita’ di rispondere alle richieste nei limiti temporali imposti dalla legge dipende quasi esclusivamente dalla quantita’ di personale dedicata a questo ruolo. Ora, anche se non lo so per certo, immagino che ogni ministero italiano abbia dei dipendenti dedicati alla gestione delle interrogazioni parlamentari, e suppongo che saranno loro ad avere la responsabilita’ di rispondere alle richieste formulate tramite il FOIA. Se la legge non e’ accompagnata da un certo numero di assunzioni o di rimansionamenti, trovo difficile che la PA sia in grado di far fronte alle richieste.



(link)

Il caso dell’infermiera killer di Piombino è un vero e proprio metodo di lavoro. Una forma di giornalismo molto 2.0 (come direbbe il compianto direttore de L’Unità) che ha molti vantaggi e viene ormai praticato da tutti senza grandi imbarazzi. Il giornalismo dell’infermiera killer (o del furgone di Bossetti o delle intercettazioni che il magistrato di turno passa a sua discrezione al giornalista amico per la pubblicazione) rifiuta fieramente ogni assunzione di responsabilità. Quando viene accusato di spargere fandonie a piene mani rivendica per se la funzione del tubo. L’infermiera era killer e io sono un tubo, se ora non lo è più la colpa non è del tubo ma degli inquirenti, dei NAS, dei RIS, delle cavallette.

Il formato digitale ha aggiunto velocità e quantità, alleggerendo sempre di più la responsabilità oggettiva del mediatore, i suoi spazi interpretativi, il tempo che il giornalista può dedicare ad un articolo, il peso delle sue parole. Così è accaduto che l’informazione si sia trasformata in un ipertesto, anche quando viene portata su un foglio di carta. Esattamente come accade nelle pagine web il link offerto ai propri lettori difficilmente comporta grandi assunzioni di responsabilità: è pura notizia, cronaca perfino obbligatoria: potevamo non informarvi sul caso dell’infermiera killer? Non potevamo.

Potevate, invece. Potevate aspettare, utilizzare toni meno definitivi, titoli meno diretti, farvi un’idea personale. Potevate, sarebbe stato il vostro mestiere, ma non lo avete fatto. Da un certo punto di vista non avete torto: costa troppo, in termini di soldi, volontà, tempo ed intelligenza. E in Italia – come diceva il Vate – non c’è gusto ad essere intelligenti (e soprattutto non si guadagna abbastanza ad esserlo). Del resto il mostro in prima pagina è solo uno dei molti metodi per conquistare l’attenzione dei lettori e per affossare contemporaneamente la residua reputazione del proprio lavoro: ne esistono molti altri, perfino più squallidi ma tutti legati ad una idea di giornalismo deludente, contemporanea e parecchio italiana.

E anche se vi sembra che funzioni, se magari a mente fredda non vedete alternative, se la cialtroneria, la superficialità, l’esagerazione e la diffamazione di poveri cristi (o di cristi meno poveri che domani vi faranno causa) non comportano poi grande riprovazione sociale da parte dei lettori (i quali in un mondo perfetto smetterebbero di leggervi all’istante) e se anche vi consola il fatto che un simile metodo sia ormai utilizzato da tutti indifferentemente (tutti sono diventato Libero o Il Giornale), non significa per forza che tutto questo sia una buona idea.

Che tutti i giornali seri nel mondo si comportino diversamente poi non sembra interessarvi. Che una simile china sia il percorso perfetto per ridurre quello che resta del giornalismo a megafono della politica (la vecchia macchina del fango dei quotidiani berlusconiani anni fa contro Boffo o Fini così come certe discese in campo recenti del Fatto Quotidiano contro Renzi o dell’Unità contro Virginia Raggi) o a strumento banalmente reazionario e populista (in contrapposizione con il ruolo di presidio democratico che la stampa libera dovrebbe rappresentare) vi sembrerà probabilmente una questione accessoria. Travolta dalle emergenze di un business declinante che fatica a sbarcare il lunario.

Arriveremo al punto che nel bilancio energetico della democrazia italiana diventerà un ottimo investimento finanziare i giornali perché smettano di scrivere.

Il 25 ottobre 2010 il settimanale cattolico cremasco di informazione “Il nuovo Torrazzo 2.0” segnala che dopo 17 anni di fecondo servizio il parroco di Crema don Mauro Inzoli abbandonerà l’incarico per motivi di salute:


Il vescovo Oscar ha ufficializzato venerdì le decisioni assunte per la comunità cittadina della SS. Trinità, da inizio ottobre “orfana” del suo parroco don Mauro Inzoli il quale – dopo 17 anni di fecondo servizio – ha chiesto a monsignor Cantoni di essere sollevato dall’incarico e di poter trascorrere un periodo sabbatico per motivi di salute.


È una bugia, seppur 2.0, Inzoli non è malato, viene allontanato perché, prosegue l’articolo


“su alcuni organi di stampa si sono susseguite le voci più variegate e fantasiose.”


Le voci variegate e fantasiose in quel lontano 2010 non lo erano poi troppo, visto che qualche giorno fa, a distanza di sei anni dal suo primo allontanamento, Don Inzoli ha risarcito con 25 mila euro a testa le famiglie di 5 vittime che lo accusavano di abusi sessuali e violenze sui minori: in cambio le famiglie non si costituiranno parte civile nel processo che il sacerdote sta subendo a Cremona per aver abusato fra il 2004 e il 2008 di 8 adolescenti di età compresa fra i 12 ed i 16 anni.

Da quell’ottobre del 2010 ci sono voluti ben 4 anni perché la Chiesa prendesse ufficialmente una posizione definitiva sui comportamenti di Mauro Inzoli: è poi servito un esposto del parlamentare di SEL Franco Bordo – sempre nel 2014 – perché la magistratura italiana decidesse di occuparsi del caso.

Il 10 marzo 2007, tre anni prima dell’ allontanamento forzoso di Inzoli dalla comunità ecclesiale, su un forum online gratuito di Virgilio su “Amore e sessualità” l’utente anonimo “esecutore” alle 23.51 scrive:


tutti i ciellini che conosco parlano di castità, di vero amore, e poi si ammazzan di seghe sui porno.
don mauro inzoli tocca abitualmente il pacco ai ragazzini più carini del liceo linguistico di crema con scuse assurde,tipo per capire se hai la febbre.
a me l’ha fatto una sola volta,gli diedi un clacio nelle palle e gli rigai il mercedes cabriolet, poi finalmente i miei si convinsero ad iscrivermi all’artistico,tanti anni fa.


Si tratta di un commento premonitore che suggerisce alcuni elementi di questa vicenda. Il primo è comune a gran parte delle storie di abusi sui minori: molti nella piccola città di Crema sapevano ma nessuno diceva niente. Il secondo è che gli abusi del sacerdote erano già iniziati molti anni prima. Ecco cosa scrive “esecutore” in un commento successivo:

il tipo non mi ha di certo denunciato,sapendo lo sputtanamento a cui sarebbe andato incontro.
gli ha detto “culo” che non lo abbian denunciato i miei.
ovviamente,una cosa simile,che bene o male in città è risaputa,non intacca miimamente la sua figura con i suoi sostenitori,capre cieche bisognose di idoli di plastica.
ovviamente al di fuori della sua cerchia la gente lo tratta per quello che è: un viscidone.


Inzoli del resto non è un prete qualsiasi: al di là della sua passione per le auto sportive (per la quale è stato spesso soprannominato anche sui giornali don Mercedes) è uno dei capi di Comunione e Liberazione a livello nazionale, è il presidente del Banco Alimentare ed è – secondo molte voci mai confermate – il confessore personale di Roberto Formigoni. Ed anche in relazione alla centralità politica della sua figura è molto strano (oppure no) che la sua vicenda penale non sia mai uscita troppo dalle cronache locali, tranne per le polemiche seguite alla presenza di Inzoli, nel 2015 ad un convegno sul valore della famiglia (sic) con Maroni e Formigoni a Milano.

Per esempio il quotidiano della CEI Avvenire ha dedicato alla recente notizia del risarcimento di Inzoli alle vittime degli abusi un articolo laconico ed impreciso di 5 righe.

Tecnicamente, se le accuse di abusi sessuali e violenze di cui è imputato venissero confermate (prossima udienza il 29 giugno) don Inzoli sarebbe una figura al confine fra pedofilia e pederastia (la presunta vittima più giovane delle sue attenzioni è una ragazzina di 12 anni). Sempre tecnicamente i ritardi della giustizia italiana, le tardive denunce delle vittime e gli ostacoli frapposti alle indagini dal Vaticano, che ha a suo tempo rifiutato una rogatoria della procura di Cremona, hanno fatto sì che Inzoli debba oggi rispondere col rito abbreviato di 8 casi avvenuti nell’arco di 5 anni, mentre altri 15 casi analoghi che sono nel frattempo venuti alla luce a suo carico non riceveranno alcuna giustizia perché passati in prescrizione.

Il 9 dicembre 2012 dopo due anni di indagini coperte dal “segreto pontificio” seguite alle dimissioni per “motivi di salute” di don Mauro Inzoli viene diffuso un comunicato del vescovo di Crema Oscar Cantoni che dice:


“In data 9 dicembre 2012 il Vescovo di Crema ha emesso un decreto, su mandato della Congregazione per la Dottrina della Fede (Santa Sede), che dispone la dimissione dallo stato clericale del rev.do Monsignor Mauro Inzoli al termine di un procedimento canonico a norma del canone 1720 del Codice di Diritto Canonico. La pena è sospesa in attesa del secondo grado di giudizio. Ogni altra informazione in merito al provvedimento di cui sopra è riservata all’autorità della Congregazione per la Dottrina della Fede”.


Quali sono gli atti contrari al Diritto Canonico commessi da don Inzoli, si chiese allora il quotidiano Crema Oggi una volta appresa la notizia della riduzione allo stato laicale di un sacerdote di Comunione e Liberazione molto noto e senza alcun addebito pubblico? Secondo il quotidiano online queste:


Secondo quanto riferito da alcune fonti vicine alla diocesi di Crema, tutto sarebbe avvenuto durante il periodo in cui don Mauro era ancora parroco della Santissima Trinità. Don Mauro sarebbe stato accusato da alcuni genitori della parrocchia di aver avvicinato sessualmente i loro figli. I genitori, anziché procedere alla denuncia penale – come sarebbe stato possibile, legittimo e nei loro diritti – hanno preferito rivolgersi direttamente al vescovo, chiedendo la rimozione del sacerdote dalla parrocchia. Cosa che il vescovo ha fatto, domandando a don Mauro di lasciare spontaneamente la Santissima Trinità.


Certo un po’ ce lo meritiamo don Inzoli ma la vicenda di straordinaria omertà che unisce vittima e carnefici e che è ben lungi dall’essere conclusa si arricchisce nel 2014 di un ulteriore tassello. Papa Ratzinger nel 2012 allontana don Inzoli dall’esercizio sacerdotale, pur per ragioni a noi a quel tempo oscure ed imprescrutabili ma con “sospensione della pena fino al secondo grado di giudizio” e con successivo placido e silenzioso trasferimento del prelato da Crema ad una parrocchia di Alessandria.

E il secondo grado di giudizio arriva puntale un paio di anni dopo quando Papa Francesco il 26 giugno 2014 accoglie il ricorso di don Inzoli e ne annulla lo stato laicale invitandolo nel contempo ad una vita sacerdotale maggiormente morigerata:


In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza.


Secondo Papa Francesco don Inzoli dovrà inoltre “intraprendere, per almeno cinque anni, una adeguata psicoterapia”.

Merita infine una veloce lettura anche il commento del vescovo di Crema alla riabilitazione di don Inzoli da parte del Vaticano


Molti, e da tempo, si attendevano un pronunciamento definitivo e chiarificatore. Da parte mia, in questo momento in cui la nostra Chiesa è di nuovo provata, condividendo i sentimenti delle persone ferite, sento il dovere di intervenire perché la voce del Pastore aiuti a interpretare nella giusta prospettiva il pronunciamento ecclesiale che viene ora diffuso in forma di “comunicato”.


La diocesi di Crema è di nuovo provata dice il Vescovo, e noi con lei. Che è poi la ragione di questo post e delle lunghe ricerche dentro la memoria di Internet che hanno materialmente creato questo lungo testo. Memoria che per fortuna, per ora, ancora esiste.


A cosa serve Internet

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Oggi nell’edit-a-thon all’Università di Urbino gli studenti del corso di laurea in Scienze della Comunicazione hanno editato ed aggiornato sei voci Wikipedia, queste:

Disintermediazione
Contenuto generato dall’utente
Intelligenza collettiva
Cultura partecipativa
Narrazione transmediale
Social TV

Qui Giovanni Boccia Artieri che ha coordinato il lavoro accademico spiega bene cosa hanno fatto. È stato il primo tentativo di un progetto che insieme a TIM e a Wikipedia intendiamo ripetere ancora. Oggi in ogni caso è stato molto bello.

Rapporto di Autovalutazione (RAV)

Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF)

PdM (Piano di miglioramento)

VSQ (Valutazione per lo sviluppo delle Scuole)

VALES (Valutazione e Sviluppo Scuola)

Movimento delle Avanguardie educative

Il Piano di Miglioramento infatti è strettamente collegato al Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF), che rappresenta il documento fondamentale costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche ed esplicita la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa e organizzativa che le singole scuole adottano nell’ambito della loro autonomia (Art. 3 dpr 275/1999 novellato dal comma 14 dell’art. 1 L. 107/2015).



(fonte: agendadigitale.eu)

Ieri sera io e Alessandra volevamo seguire in TV l’Eurofestival che come qualcuno di voi saprà è una pregevole maifestazione canora kitsch piena di canzoni improbabili che offre spesso grandi soddisfazioni (a tale proposito è un vero peccato l’appiattimento dei cantanti dalle loro lingue madre verso il solito inglese).

La Rai trasmetteva l’evento su Rai 1, così abbiamo acceso. Su un televisore un po’ grande (l’unico TV di casa nostra è un 55 pollici 4K acquistato di recente) la qualità del segnale Rai (una delle residue TV nazionali a non trasmettere tutto in HD) è piuttosto deprimente. Noi poi seguiamo i pochissimi programmi TV dell’emittente nazionale che ci interessano attaverso il decoder satellitare di SKY, e questo magari crea un’ulteriore riduzione della qualità. So che su DT esiste anche un flusso Rai HD ma oltre a doverlo andare a cercare, dalle mie parti semplicemente non si vede (o almeno credo provai a cercarlo qualche tempo fa per ben 5 minuti). Ed in ogni caso non avrei alcuna intenzione di seguire sperduti canali TV dentro il labirinto delle televendite sul Digitale Terrestre. La parte audio di Eurofestival era perfino peggiore: due simpatici commentatori tifosi a sovrapporsi con la loro voce ai conduttori del programma. Ovviamente zero possibilità di zittire la loro voce per passare all’audio originale dello streaming. Canali audio Rai: uno.

Siamo ormai abituati da tempo ad avere multiple opzioni tecnologiche. Io non ho nulla contro Insinna e Russo (che tra l’altro non so chi siano) e magari moltissime persone che ieri sera hanno guardato la TV hanno apprezzato il loro commento: ho invece molte perplessità nei confronti di un sistema televisivo che non considera di offrirmi altre opzioni. Che continua a mandarmi flussi televisivi di bassa qualità come se fosse normale. Non lo è. Ieri sera dopo dieci minuti di Eurofestival su Rai 1 abbiamo chiesto su Twitter, aperto il macbook e mandato attraverso la Chromecast al nostro televisore lo streaming del canale Youtube dell’Eurofestival che trasmetteva in diretta, senza pubblicità, senza commenti sovrapposti, in full HD a 1080p.

Come spesso accade il problema tecnologico della Rai, il suo essere una TV tecnologicamente vecchia (date un’occhiata ai suoi siti web per farvi un’idea) non è solo un problema di tecnologica ma è anche, prima di tutto, una questione di mentalità, un problema – come si dice sempre – culturale. Che ovviamente non riguarda solo la Rai ma tutto il Paese (date una occhiata ai contenuti dei siti web dei principali quotidiani italiani per farvi un’ulteriore idea). E come si dice sempre magari domani Rai con grande ritardo passerà in HD, farà marcia indietro rispetto alla folle decisione di qualche anno fa di fare guerra a Youtube, organizzerà un’offerta internet che non ricordi i siti web della fine degli anni 90, ma anche in quel momento la questione culturale sarà lontana dall’essere risolta. Perché la testa delle persone non si cambia in 5 anni. Forse in 10. Magari in 15. Ma perché questo avvenga è necessario un lavoro gigantesco e sotterraneo che in questo Paese non è ancora iniziato e nessuno sembra aver voglia di far partire. Nemmeno oggi, nemmeno di fronte ai due simpatici tifosi che commentano il flusso provinciale ed inadeguato della nostra TV di Stato che si confronta con l’Europa.

Dovessi definire chi sia un editore direi che l’editore, ieri come oggi, è tre cose assieme.

1) una piattaforma, vale a dire un sistema di pubblicazione. Vale a dire un giornale, o un libro o, oggi, un sacco di altre cose (un sito web, una mailing list, una app ecc. ecc.)

2) un filtro, vale a dire un sistema di selezione, automatico o manuale che metta in evidenza questo o quel contenuto pubblicato.

3) un modello economico, vale a dire una pianificazione che consenta di ricavare denaro dai punti 1 e 2.

Per molti anni un numero rilevante di piattaforme di rete non erano editori. Non nel senso complessivo dei tre punti sopra descritti. Quasi sempre mancava il punto 3, in un certo numero di casi (penso a Usenet ed ai gruppi di discussione) mancava anche il punto 2.

La nostra idea di editore è legata ad una convinzione superata e rigida di cosa sia e come si comporti il filtro e di come sia possibile costruire piattaforme e sistemi di emersione dei contenuti che non assomiglino in maniera chiara ai vecchi editori dei giornali e dei libri di carta. In realtà oggi quasi tutte le piattaforme di rete hanno una connotazione editoriale più o meno spinta. II punto fondamentale è che la deriva editoriale (chiamiamola così perché si tratta di una delle sciagure della Internet recente) è oggi una tendenza che va accentuandosi.

Google è sempre stato, tecnicamente, un editore. Perché dal pagerank in avanti chi gestisce privatamente l’algoritmo dei propri risultati costruisce senz’altro il modello editoriale che ho descritto qui sopra. Ma la tendenza editoriale del motore di ricerca che all’inizio era assai modesta è andata aumentando di anno in anno. Questo ha reso Google un motore sempre meno efficiente ed una piattaforma editoriale sempre più potente. Le due cose del resto sono intimamente connesse.

Twitter e Facebook sono nate come piattaforme quasi pure e con modesti tratti editoriali ma hanno costantemente accentuato questi ultimi negli anni, seguendo con maggior o minor fortuna l’interesse del proprio modello economico. Le piattaforme di blog un decennio fa erano di fatto piattaforme quasi pure (il valore di questo o quel contenuto era accentuato da orpelli tecnologici come i trackback o i feed RSS che non prevedevano grandi interventi centrali per l’emersione del valore). WordPress per esempio, prima di inventarsi wordpress.com, era pura piattaforma.

Tutta la discussione di questi giorni sugli interventi umani di Facebook nella compilazione della lista dei suoi trending topic è contemporaneamente interessante e del tutto inutile. Perché se Facebook ci racconta da anni (esattamente come Twitter o come Google) che i propri algoritmi sono scritti nella logica di creare valore per gli utenti e solo per quello e se il valore per gli utenti è evidentemente la moneta di scambio fra le piattaforme sociali e gli investitori è altrettanto chiaro che fino a quando gli algoritmi saranno non trasparenti (e non si vede perché non lo debbano rimanere) il valore economico di FB o Twitter dipenderà da due fattori che devono verificarsi contemporaneamente: il fatto che gli utenti continuino ad utilizzare quegli ambienti e il fatto che quegli stessi ambienti siano ecosistemi favorevoli agli investimenti pubblicitari. Quindi che siano tecnicamente adulterabili.

Morti e sepolti i tempi ingenui e storici in cui il pagerank di Google era solo il risultato del valore che le persone assegnavano ad un sito web linkandolo molto (morti e sepolti anche perché le persone non sono buone e avevano iniziato ad hackerare il sistema con le loro ridicole tecniche SEO) oggi Facebook e Twitter mirano al carico da 90 della nostra attenzione con la medesima grazia dei poveri telefonisti del telemarketing che chiamano sul numero di casa alle 8 di sera mentre stai cenando.

E mentre molta attenzione riceva la tematica politica che sta dietro alle polemiche di questi giorni (ebbene sì, buongiorno, la politica per l’editore è un bene di scambio come tutti gli altri) in realtà all’algoritmo interessa prima di tutto la nostra pubertà di consumatori. Quella sensazione inebriante che ci fa pensare, anche se abbiamo più di cinquantanni, che questa cosa meravigliosa che abbiamo scoperto in rete e che ci accingiamo a comprare sia stato il destino (o peggio la nostra grande astuzia) ad avercela messa di fronte.

Non è stato il destino e nemmeno la nostra astuzia.
E’ stato il nostro editore assieme ai suoi amici.

L’esperimento del paywall del Corriere della Sera, qualsiasi cosa pensiate al riguardo, è un esperimento coraggioso ed interessante. Proprio per questa ragione sarebbe bello conoscerne i numeri, per capire come stanno andando le cose dopo i primi tre mesi di sperimentazione. Oggi corriere.it ha pubblicato un articolo al riguardo assai celebrativo ma purtroppo assai poco utile per farsi un’idea.


Di fronte a questa sfida, il 27 gennaio scorso, il Corriere ha deciso di poggiare su tre pilastri: la fiducia dei lettori, da non deludere su nessuna piattaforma, sia essa cartacea o digitale; l’apertura dei propri contenuti sul telefonino, per far «provare» la qualità dei contenuti a un pubblico sempre più vasto; un patto che lascia gratuita la fruizione illimitata del sito e dei video, ma chiede a chi legge più di 20 articoli al mese un contributo. Una sfida difficile, mai tentata da nessun quotidiano «generalista», ma che ha raccolto risultati inattesi: in meno di 4 mesi, sono ormai più di 31 mila gli abbonati alla versione digitale del Corriere. Non sono numeri di poco conto, e per molte ragioni. La prima: chi si è abbonato non se ne è andato. La seconda: i lettori, specie sullo smartphone, sono sempre di più, leggono più storie e per più tempo. Non sono numeri di poco conto, e per molte ragioni. La prima: chi si è abbonato non se ne è andato. La seconda: i lettori, specie sullo smartphone, sono sempre di più, leggono più storie e per più tempo.


Purtroppo messa in questi termini è impossibile capirci qualcosa. Non tanto sulla cifra complessiva (31000 abbonati) quanto su come questo numero è stato composto. Si tratta degli abbonati attuali o di quelli complessivi del trimestre? Quanti di questi abbonati godono della importantissima riduzione di prezzo riservata a chi si abbona per il primo mese? Quanti abbonati hanno goduto dell’offerta iniziale e poi se ne sono andati? Quanti nuovi abbonamenti sono stati raccolti nell’ultimo mese e in quelli precedenti?

update 12/5: Di quei 31000 quanti sono abbonamenti ‘regalo’ e/o omaggio? (a me Vodafone ha regalato un anno di Corriere Digitale e ne conosco tantissimi altri con omaggi del genere…) (Stefano Leotta nei commenti su FB)

La gran parte della discussione politica di questi ultimi giorni riguarda il nulla.

È del tutto irrilevante e parecchio infantile la questione interna al PD fra “chi vota come Verdini” e “chi vota come CasaPound”.

È totalmente priva di senso la rilevanza sui media della frase di Alfio Marchini sulla sua ipotetica opposizione alle Unioni gay nel caso (remotissimo) in cui dovesse diventare sindaco, così come è del tutto superflua la specificazione di Monica Cirinnà sul fatto che se mai Marchini diventasse sindaco sarebbe obbligato a rispettare la legge dello Stato.

È ridicolo che si discuta del linguaggio da osteria utilizzato dal sindaco di Napoli De Magistris durante un comizio (invece che seppellirlo in un silenzio imbarazzato e tombale come meriterebbe) ma lo è altrettanto che il Presidente del Consiglio senta la necessità di replicare.

Abbiamo di fronte una discussione politica nella quale la politica è stata di fatto esplusa, nella quale il boxino morboso è l’unico criterio da tutti accettato e anzi da tutti vigorosamente conteso. Nessuno informa su niente. Tutti replicano in continuazione alle esagerazioni verbali altrui. Il pubblico stesso di questo modesto spettacolo si schiera e si confronta ogni giorno sui social network a partire da simili irrilevanti stupidaggini. Stupidaggini sempre più urlate che ne richiamano altre ed altre ancora.

Se almeno alla fine politici, giornalisti e commentatori si trovassero tutti assieme a prendersi a cazzotti dentro una piscina di fango, in un rito liberatorio e finale, poi si potrebbe ricominciare ad essere un Paese meno incivile. Certo servirebbe una piscina grande.