23
Set




Certo, di fronte a tragedie del genere, che non hanno ricevuto troppa attenzione nei TG, sarebbe molto sciocco e semplificatorio immaginare che sia colpa di qualcuno in particolare. Intendo di singole persone, che con le loro decisioni, abbiano dettato linee e suggerito comportamenti. Ben difficilmente le responsabilità delle scelte che cambiano i destini delle persone (compresa la loro morte o la loro permanenza in vita) potranno essere attribuite alle decisioni di un singolo. E se anche questo potesse superficialmente sembrare, noi non intendiamo cadere nella trappola della semplificazione, perché conosciamo il mondo e sappiamo quanto sia complesso e articolato e quanto le decisioni che la politica è chiamata a prendere siano spesso sottoposte alla malignità del caso. Quindi no, non lo faremo, non cederemo all’impulso di far ricadere sulle spalle di una persona le responsabilità di questa e delle molte altre tragedie come questa (di cui non sapremo nulla) che si susseguiranno a poche centinaia di miglia nautiche da noi. Non ci piegheremo alla gogna mediatica che scatena i nostri peggiori istinti, non alzeremo il dito verso il presunto colpevole: cercheremo sempre raziocinio e discernimento, privilegeremo il ragionamento all’invettiva, l’analisi alla semplificazione. Non faremo nomi, ma cercheremo soluzioni. Non ci occuperemo delle persone ma ci interesseranno i processi. No, non quelli che intendete voi.




37442.
Il numero dei votanti alle finte Primarie del M5S è un numero interessante. Un numero che può essere facilmente correlato con la parabola web di Beppe Grillo e del M5S in genere. Una presenza sempre più sfiatata, pochi commenti, sempre meno like e interazioni, una schiera di fiancheggiatori sempre più distratti e meno convinti. Un sito web tecnologicamente imbarazzante fermo a dieci anni fa (gira su Movable Type per chi ricorda la piattaforma) una serie di infortuni tecnologici molto seri e del tutto sottostimati, fino alle recenti incertezze tecniche durante le votazioni. Grillo e il web hanno solo vecchie ipotetiche relazioni che risalgono ai tempi dei blog, da allora, dalla nascita del M5S in avanti, il succcesso indubbio dei grillini è stato un successo in gran parte analogico.

Da un certo punto di vista è “business as usual”: Beppe Grillo e il M5S con Internet ci hanno avuto poco a che fare fin dall’inizio (lo abbiamo scritto mille volte) e ogni giorno che passa altre prove di questa incapacità si aggiungono. Per un po’ di anni l’amatorialità dei video mossi e pixelati è stata raccontata come una nuova forma di linguaggio. Succede di continuo: la cialtroneria, quando ha successo, trova sempre l’idolatra di turno pronto a giustificarla. Terminati i tempi dello streaming e quelli dei raduni di massa (i grillini a Rimini come nelle ultime adunate quando va bene mettono assieme qualche migliaio di persone) ora la parabola digitale del M5S è sotto gli occhi di chiunque la voglia vedere. Un fallimento annunciato e prevedibilissimo ma che tutti, in un Paese in cui la tecnologia è per definizione magica e esoterica anche quando non funziona, continueranno a negare.

Gli elettori di Di Maio, Di Battista e compagnia non sono su internet e nemmeno nelle piazze. Sono la solita massa di italiani individualisti e arrabbiati dietro lo schermo del televisore all’ora di cena. Gente che la sa lunga, come ai tempi della Lega Nord, a quelli di Berlusconi o come nei tempi attuali: disposti a dar credito ad un nuovo Movimento senza congiuntivi e con le maiuscole messe a caso, nato e cresciuto sul web (ma quando mai) e da lì felicemente piombato nell’ideazione elementare dell’italiano medio. Quelle stesse persone che, come sempre accade in questi casi, fra cinque minuti (anzi ora) guarderanno con convinzione da un’altra parte.

Io e Sandro scendiamo le scale verso l’androne pieno di fumo. È il 1980 o giù di lì. È il mio primo anno di università, siamo giovani e un po’ intimoriti. L’osteria non è proprio un’osteria, è una stanza, col soffitto alto, c’è un banco dove vendono il vino e poco d’altro. Ci sediamo su una lunga panca di legno, fingiamo di essere a nostro agio. A quei tempi a me il vino, per esempio, piace pochissimo. Lì dentro ci saranno al massimo una quindicina di persone. Gente che chiacchiera allegramente e fuma. Su una sedia di fronte a noi c’è Francesco Guccini, la ragione per cui noi siamo venuti qui questa sera. Speravamo di incontrarlo e lui c’è. È discretamente ubriaco, accanto a lui in terra ha un bottiglione di vino. In quel momento, 35 anni fa, Guccini è al vertice della sua carriera di cantautore, siamo stati ad ascoltarlo qualche tempo prima dentro il Palasport di Piazza Azzarita colmo di gente. Guccini ha una chitarra in mano, accanto a lui Flaco Biondini (il suo chitarrista argentino) ne ha un’altra. Suonano canzoni dialettali emiliane che non ho mai sentito ma a me va bene lo stesso. Poi mettono giù la chitarra, bevono un altro bicchiere e chiacchierano del più e del meno. Sono a Bologna da pochi mesi e penso che quella sia la città più bella del mondo.


Oggi ho letto che riapre l’Osteria delle Dame.




Siamo gli ultimi. La Grecia ha il 30% di laureati e noi il 18%. La media Ocse è 36%. UK e USA sono a 46%. Nel sud Italia e nelle isole negli ultimi 5 anni gli iscritti a un corso di laurea sono diminuiti di quasi il 20%. E Il Sole 24 ore dice che il problema sono le lauree umanistiche.


(fonte)




Tre cose al volo – come al solito – dopo la “funzione” Apple nel nuovo teatro intitolato a san Steve Jobs.

iPhone 8.

Business as usual. Usuale e un po’ pigro aggiornamento del modello precedente. Aggiunte alcune funzioni come la ricarica wireless tecnologicamente nuove di un paio d’anni fa. Ma sì sa, Apple detta la linea per cui magari prenderà piede.

Apple Watch.

Alcune scarne buone notizie sull’orologio Apple per i molti (come me) che ignorano del tutto i suoi utilizzi fitness. il fatto che Apple abbia presentato un Watch con connettività propria (e che quindi potrà essere utilizzato senza portare con se iPhone) toglie l’orologio di Apple dal vicolo cieco in cui si era ficcato fin dall’inizio. Teniamo ben presenti anche le opzioni di riduzione tecnologica che Watch consentirà. Saremo sempre connessi certo, ma un po’ meno. Secondo me sociologicamente molto sano e utile. Forse stavolta lo compro.

iPhone X.

Nessun grande wow anche perché le novità erano state tutte sapientemente fatte filtrare prima. iPhone X (che abbiamo scoperto si pronuncia “ten”) è la naturale evoluzione dell’iPhone precedente con un po’ di enfasi in più e alcune caratteristiche tecniche (la principale delle quali è FaceID) tutte da valutare. Ma nel complesso un iPhone di nuova generazione, con una ottima fotocamera senza robe stratosferische. Molto bello e, forse, molto fragile. Sicuramente molto costoso. Status symbol perfetto per l’Italia, andrà a ruba.

Animoij.

Apple ha sempre viaggiato al traino delle applicazioni ludico-adolescenziali per smartphone della concorrenza. Le nuove faccine animate invece promettono faville fra i più giovani. O fra i cinquantenni che vorranno mandare messaggi in giro travestiti da unicorni.





Ieri sera, durante la diretta CNN del passaggio dell’uragano Irma in Florida, a un certo punto è successa una cosa curiosa. Il povero cronista era sotto l’acqua e il vento da un paio d’ore, testimonianza umana e sofferente della crudeltà degli eventi atmosferici, quando a un certo punto, sulla strada subito sotto (l’inviato TV trasmetteva dal terrazzo di una casa), è passato un tizio molto tranquillo con le mani in tasca che stava portando a spasso il cane.





Il racconto eroico e un po’ bugiardo dell’inviato che affronta i rischi atmosferici per darne testimonianza ne è uscito, per un istante, del tutto interrotto e ridicolizzato. A me è venuta in mente un’altra celebre diretta della TV di Atlanta del 1991, quando, negli uffici della TV a Gerusalemme sotto possibile attacco missilistico, il giornalista trasmetteva con la maschera antigas indossata mentre sullo sfondo impiegati normalissimi (e senza maschera) continuavano il loro lavoro come se nulla fosse (questa qui sopra è l’immagine della diretta, non ho ritrovato il dietro le quinte).

Sono piccoli momenti essenziali del racconto giornalistico. Servono a ristabilire i confini fra lo spettacolo e la notizia, ridicolizzano la nostra voglia di essere dentro l’occhio del ciclone rimanendo sul divano di casa a migliaia di chilometri di distanza. Nel farlo rendono fragile e imbarzzante anche l’informazione stessa che in cambio della nostra attenzione accetta e ci propone grandi compromessi.





Ieri sera un altro inviato della CNN, anche lui inzuppato d’acqua e di vento, mostrava la tegola del tetto di una casa che gli era caduta accanto mentre trasmetteva in diretta dentro il fortunale. Era eccitato e compreso nella parte: forse ignorava che dall’altra parte dello schermo molti in quel momento stavano pensando: “Vabbè ma se poi la tegola non ti colpisce in testa io va a finire che cambio canale”


Ieri il sindaco di Firenze Dario Nardella, uno a cui il tempismo difetta assai, ne ha detta un’altra delle sue. Commentando la spinosa questione delle due ragazze americane che hanno sporto denuncia per stupro accusando due carabinieri in servizio ha distillato la seguente perla:


“È importante che gli studenti americani imparino, anche con l’aiuto delle università e delle loro istituzioni, che Firenze non è la città dello sballo”.


Due cose al volo sulla frase in sé. Perché il noto tempismo di Nardella (quello che dopo gli attentati di qualche settimana fa in Europa andava in giro schezando i colleghi urlando Allah Akbar) non è l’unica cosa rilevante. Colpisce l’approccio parrocchiale ad un tema complesso: gli studenti vanno aiutati? Da adulti? Dalle Università? Dalle istituzioni? E perché mai? Sono adulti, ma vanno accompagnati per mano dalle istituzioni perché da soli non ce la possono fare.

Al di là di questo, che è poi l’usuale approccio moralistico che la politica in Italia applica ai suoi sudditi, è interessante il rilievo mediatico che nelle ore successive quella frase ha ricevuto. Io per esempio l’ho twittata ieri sera dopo averla letta su un articolo della cronaca fiorentina di Repubblica.



Dopo qualche decina di minuti nei commenti a quel tweet mi segnalano che la frase è scomparsa e il sindaco Nardella su Repubblica era tornato a pronunciare solo frasi di circostanza e ragionevoli. Qualcuno ovviamente aveva fatto uno screenshot e la notizia nella sua prima versione era così:



Questa mattina il paragrafo sulle dichiarazioni del sindaco è stato modificato per la terza volta, la frase di Nardella è ricomparsa in questa nuova versione letteraria:




Trovo psicologicamente molto interessante questa “attenzione” di Repubblica alle parole del sindaco. L’ingenuità iniziale di mostrarle per quello che sono (una scemenza che nessuna persona normale pronuncerebbe in un momento simile), la brusca autocensura quando ci si accorge che tutti ne stanno parlando, la razionale ultima presa d’atto che una simile frase non poteva essere taciuta ma che a quel punto andava depotenziata il più possibile.


Come sanno tutti quelli che si occupano di comunicazione politica, dietro ad ogni paragrafo che leggiamo sui giornali c’è un fitto lavoro di concertazione fra figure differenti (redattori, capiredattori, direzione centrale, uffici stampa dei politici), poi c’è la linea politica dell’editore, quella del direttore, poi ci sono le telefonate di protesta dei diretti interessati, degli amici comuni, dei potenti locali, dei compagni di calcetto. Per ridurre al minimo questa continua perturbazione delle notizie e del lavoro giornalistico esiste un presidio tecnico che la stampa seria adotta da anni. Quando per qualsiasi ragione aggiorna un articolo già pubblicato ne dà conto in maniera certosina in fondo al pezzo. In Italia ovviamente non lo fa nessuno.

08
Set

Quando mia moglie era incinta, molti anni fa, due idioti in auto ad alta velocità stavano per investirci sulle strisce pedonali in una zona della città con limite di 30 kmh. Urlai un “coglione” o qualcosa del genere e il tizio alla guida si fermò per dialogare con me, perché evidentemente non era d’accordo con il mio severo giudizio di merito. Mi avvicinai all’auto e mentre lui mi chiedeva di ripetere come lo avessi apostrofato gli dissi: non hai visto che eravamo sulle strisce razza di idiota? Quello rispose: moderi i termini che siamo due carabinieri. Io dissi: ah siete carabinieri, aspetti un attimo che mi segno la targa. Scapparono alla velocità della luce.



“Non c’è più rispetto per niente, neanche per il dolore” leggo in un commento su Facebook a proposito della decisione di pubblicare sui giornali (non solo sulla stampa indecente di destra ma anche sul Corriere della Sera) i particolari di violenze sessuali subite a Rimini o altrove. In realtà è molto peggio di così. La pornografia dell’orrore è diventata l’ultimo modello di business di un giornalismo che da tempo, mentre si scava la fossa da solo, incolpa Internet o i suoi lettori dei suoi stessi mali. Con la differenza che gli imbecili e gli odiatori su Internet non hanno alcun modello di business, loro invece sì.