Cosa pensereste se una TV commerciale in un’ora di trasmissione mandasse 50 minuti di pubblicità e 5 frammenti da 2 minuti del vostro film preferito? Forse pensereste che sono matti. Che un modello del genere non può funzionare. Che chi ha immaginato un meccanismo del genere è un pazzo scatenato. La pubblicità su Internet funziona un po’ così. Rende poco, rovina ogni spazio, inquina i contenuti di valore. Accade da anni, in maniera incrementale.

Cosa pensereste se camminando per strada un tizio molto aggressivo con un enorme cartello pubblicitario addosso e un megafono in mano vi costringesse a prendere il suo volantino obbligandovi a pagare 1 euro per il servizio? Pensereste che è fuori di testa: eppure il modello economico dell’advertising su rete mobile funziona esattamente così e quasi nessuno fino ad ora si è lamentato. Paghiamo all’operatore telefonico un bundle mensile di giga: una quota rilevante di questi dati vengono “spesi” mentre navighiamo sul web per scaricare pubblicità in formato audio-video. Il rapporto fra contenuti fruiti e pubblicità subita non è semplice da stimare. Diciamo che sulla internet prevalentemente testuale (quella delle news per esempio) è almeno 10/90. Per 10kb di notizie ne scarichiamo 90 di advertising.

 

(continua su medium)

 

 

 

Ora i media americani dicono che Nicholas Cruz l’assassino della scuola in Florida era un suprematista bianco. Ieri sera, prima che chiudessero il suo profilo Instagram, ho fatto qualche screenshot dei profili da lui seguiti. In mezzo a molti invasati di armi un solo politico di rilievo sembrava piacere a Cruz.

 

 

E questa, se restava qualche dubbio,  la sua foto profilo.

 

 

 

 

 

Merita un plauso e una citazione la reazione articolata e ragionevole di Samantha Cristoforetti ad una sua falsa intervista pubblicata da un giornale online. Per molte ragioni diverse ma per una in particolare. Questa:

 

Dopo averci dormito sopra, non mi sembra una cosa saggia: non conosco le situazioni personali delle persone coinvolte, a partire dall’età e dalle necessità materiali, e non voglio entrare in una dinamica in cui mi troverei, per un probabile squilibrio di notorietà, a rispondere con un missile a chi mi ha tirato un sassolino.

 

Sarebbe buona cosa se Laura Boldrini, Roberto Burioni, Enrico Mentana e molti altri leggessero queste righe e ne facessero tesoro. Ne scrissi tempo fa su Pagina 99 usando parole meno azzeccate ma non troppo differenti.

 

Perché se io rispondo a qualcuno nei commenti del mio piccolo blog ridicolizzandolo (è accaduto in passato molti anni fa, poi ho capito e ho smesso) è un conto, ma se Enrico Mentana, la cui pagina Facebook è seguita da quasi un milione di persone, decide di rispondere a uno sconosciuto dandogli del fesso, del baluba, ironizzando pesantemente sul suo titolo di studio o sulla sua intelligenza, il nostro campo di indagine si allarga di molto. Se Laura Boldrini decide di pubblicare su Internet nomi e cognomi di chi la offende in rete, perché così la prossima volta imparano, scatenando i giornalisti alla ricerca di queste persone per un’imperdibile intervista, è evidente che la tipica architettura di rete, immaginata per relazioni orizzontali di peso sostanzialmente analogo, scricchiola un po’.

 

 

Non voterò PD per Giulio Regeni. Per le molto ripetute scelte sbagliate del governo e del PD sul caso del giovane ricercatore ucciso al Cairo. Per l’iniziale lungo silenzio, per la vicinanza pelosa col dittatore egiziano, per le bugie ripetute sempre accolte con troppa diplomatica cautela, per il reinvio dell’ambasciatore, per la ridicola sottolineatura delle responsabilità di Cambridge sulla morte del giovane. Come se in un’amnesia disdicevole Giulio lo avesse ucciso qualcun altro.

Non voterò PD per Marco Minniti, il peggior ministro dell’interno da decenni. Per le sue scelte disumane e violente nei confronti del fenomeno migratorio. Per la sua supponenza, l’attacco iniquo e miserabile alle Ong, l’accettazione dei campi di detenzione in Libia in cambio di un po’ di borghese tranquillità per gli italiani visti sui sondaggi.

Non voterò PD per il dietro front sulla #buonascuola. Per la nomina di Valeria Fedeli, paladina delle parole vuote e della restituzione della scuola all’ingordigia spartitoria e senza meriti dei sindacati. Una scuola che dovrebbe essere il luogo del cambiamento e che invece viene riconsegnata ai suoi precedenti proprietari, senza premi per i migliori e con grandi complicità verso i peggiori.

Non voterò PD perché i sogni hanno sempre un prezzo. E più le parole saranno forti e definite e più sarà difficile dimenticarle. Più le promesse di un nuovo mondo saranno convincenti, ingenuamente convincenti, e più sarà difficile far finta di niente. Nonostante tutto, malgrado il gigantesco vuoto attorno.




Pierfrancesco Favino a Sanremo recita un brano de “”La notte poco prima della foresta” di Bernard-Marie Koltès.


(fonte)




Dopo alcuni giorni di indignazioni e vaste proteste sui social il Corriere della Sera ha cancellato dal suo sito web un pessimo articolo di cronaca sul caso della morte di Pamela Mastropietro a Macerata. Si tratta di una corrispondenza uscita anche sul cartaceo che nessuo ovviamente, almeno da lì, potrà cancellare.

Al riguardo sarà utile partire dai dati di fatto, dimenticando per un momento le migliori pratiche del giornalismo digitale mondiale. E i dati di fatto sono che i grandi giornali italiani da sempre nei loro formati digitali tendono ad editare i pezzi, a rivoluzionarli completamente e a cancellarli senza curarsi mai (o quasi mai) di avvisare i propri lettori. Non lo fa solo il Corriere, lo fanno praticamente tuttti, da sempre, senza il minimo scrupolo. Il giornalismo italiano non pensa di doversi scusare quasi mai. Anzi spesso si lamenta di non essere sufficientemente considerato.

Un altro dato di fatto è che spesso le stupidaggini pubblicate, oltre a non essere rettificate su carta i giorni successivi non vengono nemmeno modificate sul web. I giornali (quasi tutti, quasi sempre) sono assai poco sensibili alle segnalazioni dei lettori. Nel giornalismo italiano in genere le inesattezze restano, a meno che non esista un qualche contenzioso che ne consigli la rimozione. Nel mio libro appena uscito per Einaudi (si chiama Bassa Risoluzione, secondo me dovresti leggerlo) cito un epico articolo (sempre del Corriere ma a questo punto deve essere una casualità) uscito sul cartaceo e sul web a riguardo di sedicenti nuovi aerei Airbus per voli intercontinentali con posti in piedi. Una bufala mutuata dal NYT che il giornale newyorkese corresse nel giro di alcune ore scusandosi e che il Corriere ha ancora online dopo ben 12 anni a questo indirizzo.

Così io oggi penso che, per l’intanto, cancellare dalla disponibilità di nuovi lettori un articolo indecente (come quello da Macerata) o variamente inesatto, sia comunque meglio che lasciarlo lì facendo finta di nulla. E che contemporaneamente la strada verso un giornalismo digitale del quale non vergognarsi, fatto di rispetto ed attenzione per i lettori, resti comunque in salita e pochissimo frequentata.




Sono ragazzi e ragazze di 20 anni. Innocenti. Vittime di una tragedia. Il bersaglio ideale per il giornalismo nostrano abituato a sacccheggiare ogni angolo della vita privata di morti e feriti. Profanatori usuali di profili facebook e pagine web di adulti e minori in barba ad ogni decoro ed in nome di una idea molto ampia e quasi sempre morbosa di “diritto di cronaca”.

Eppure, nonostante questa tendenza, tanto discutibile quanto ormai da chiunque praticata, i media italiani hanno fatto un’eccezione, una vistosissima eccezione, per i sei giovani di colore colpiti a caso dai proiettili dal giovane fascista di Macerata. I volti sorridenti di questi ragazzi non sono finiti sui giornali. Nemmeno i loro nomi, nemmeno le loro età. Improvvisamente i media italiani sono diventati riservati fino al mutismo.

Mi sembra di notare una enorme consonanza fra questo atteggiamento mediatico e le dichiarazioni della politica al riguardo. Tutta concentrata, tranne risibili eccezioni, su forme di rimozione più o meno disgustose. Sull’evitare contrapposizioni e polemiche da una parte e sul giustificare un fascista, che per sicurezza nostra si era tatutato i suoi simboli in fronte, in ogni modo possibile. A scanso di dubbi (è un pazzo, è uno psicopatico) che molti oggi invece insinuano ugualmente.

Tagliando l’aria con il coltello due sole cose sono possibili oggi in Italia dopo la tentata strage di Macerata e la sua enorme sottovalutazione.
O i media e la politica di questo Paese non rispecchiano minimamente il comune sentire dei cittadini.
O l’Italia è diventato un Paese nel quale la parola “fascista” è stata assunta coram populo nel dizionario di una nuova normalità.

Ma pochi o nessuno lo ascoltava. Si era giunti a quel momento particolare di ogni conferenza o riunione in cui lo scopo iniziale della partecipazione ha avuto il suo corso e i suoi applausi e quindi langue, per cui è giudicato superfluo conservare l’attenzione. Un buon italiano non sta seduto due ore ad ascoltare se non per avere poi la sua giusta ricompensa. Sarebbe un’umiliazione ascoltare e basta, o se non un’umiliazione, una noia, una offesa, a seconda dei caratteri. C’è chi dorme, ma chi non dorme vuole affermarsi, vuole far parte viva della serata, avere anche lui il suo ruolo, dire la sua parola e le sue ragioni, qualunque esse siano, se meditate o da inventare al momento per salvare il decoro. Naturalmente ogni altro astante, sempre esclusi i dormienti, ha la medesima ambizione per il momento successivo, ma potenziata e inacidita da quella leggera attesa e dal fatto di non essere stato lui il primo. Costoro, che attendono il loro turno, non lesinano, al personaggio del momento che si trova sulla piattaforma o nei pressi, abbarbicato, appeso a ciò che lo può portare nel mondo più in su di dieci centimetri, i loro generosi battimani. Più presto lo faranno contento e tanto prima raggiungeranno anch’essi l’ambita, seppur incomoda posizione. Il gradino sociale non è una frase qualunque; in Italia tutto ha la sua rispondenza nella realtà: uno scalino di legno è uno scalino sociale.

Goffredo Parise, Il prete bello, 1954





Ho smesso da tempo di credere al buonsenso delle singole frasi in politica. Non è difficile comporle e quasi sempre nelle discussioni pubbliche esprimere concetti condivisibili che durino lo spazio di un paragrafo è possibile per chiunque. Gianni Cuperlo insomma non mi frega quando esprime queste parole sacrosante sui candidati “precipitati” in un collegio a loro del tutto estraneo. Altre volte in passato Cuperlo avrà probabilmente trovato situazioni analoghe e, per interesse del momento, avrà scelto, nella migliore delle ipotesi, di non stigmatizzarle (e nella peggiore di trovare una frasetta ben assestata per giustificarle).

Tuttavia, tralasciando l’autore e il bel gesto annesso, nulla racconta meglio della distanza della politica dai cittadini di questa storia dei candidati che da un tavolino a Roma vengono precipitati ad Aosta o a Canicattì, talvolta, come raccontano anche le cronache dal Nazareno di queste ore, a loro insaputa. La povera Boschi, che nessuno vuole, geolocalizzata a Bolzano, Parisi da candidato a Milano a governatore a Roma: un lungo elenco di scelte che nelle direzioni dei partiti sembreranno normali per la semplice ragione che la politica, chiusa nella sua bolla di alterità e sondaggi, ha perso ogni normalità.

Cuperlo ha ragione: non è normale che a Sassuolo giunga un prestigioso candidato a caso, inviato da Roma ad un mese dal voto ad imparare rapidamente il dialetto emiliano e l’erre moscia. Non è normale nel mondo normale. Quello che anche Cuperlo, come moltissimi altri, non frequenta più da tempo.



La lettera di Nancy Spector, curatrice del Guggenheim di New York, in risposta alla Casa Bianca che chiedeva in prestito un Van Gogh per gli appartamenti privati di Donald e Melania Trump. Un piccolo capolavoro letterario.