– può capitare che l’INPS immagini di dialogare con gli utenti (milioni di italiani), in chiaro e direttamente, su temi sensibili come il reddito di cittadinanza, nei commenti pubblici su una pagina Facebook. Un’idea pessima. Ogni caso è un caso singolo, privato e diverso dagli altri.

– può capitare che chi si occupa di gestire quella pagina (dipendente Inps, agenzia esterna o chissà chi) e i suoi commenti si dimostri del tutto inadeguato al compito. Inadeguato in una maniera talmente spumeggiante e cafona da far strabuzzare gli occhi a chiunque si occupi professionalmente di un simile difficile mestiere.

– può capitare che al social media manager maleducato decine di utenti della pagina FB mostrino la propria ridanciana solidarietà trasformando la pagina di “aiuto” dell’Inps alle famiglie in un bar dove urlano gli ubriachi e i sordi assieme.

– può capitare che invece che comportarsi come avviene ovunque (scusarsi in maniera ampia e incondizionata e poi restandosene in silenzio) la pagina FB dell’Inps si scusi vagamente e in maniera quasi tangenziale. E contribuisca poi, quando nei commenti a quelle mezze scusa molti utenti rinnoveranno la solidarietà per i toni da caserma (i toni da caserma hanno molti estimatori in rete) ringraziando uno per uno quelli che scrivono “avete fatto bene”.

– può capitare che non ci sia un nome e un cognome di un supervisore che a nome dell’Inps si prenda i necessari pesci in faccia. Perché Internet è anonima e virtuale, nessuno sa che c’è un cane dietro lo schermo e domani, comunque, tutti si saranno dimenticati.


Il caso vuole che in questi giorni in auto stia ascoltando, dopo averlo letto anni fa, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa interpretato dalla meravigliosa voce di Toni Servillo.
Il caso vuole che in questi giorni sia esploso l’ennesimo caso di assunzioni pilotate nella sanità in Italia.

Tancredi suggerì al Principone di Salina quella che è la frase più celebre del libro, quella che tutti abbiamo imparato in questi anni a nostre spese (o a nostro vantaggio): vale a dire che tutto dovrà cambiare perché nulla cambi.
Così questa sera la governatrice dell’Umbria si è dimessa (“a testa alta” raccontano le cronache) e il segretario del suo partito ne ha lodato immediatamente il “senso di responsabilità”.

Questo teatrino che ciclicamente si ripete è per conto mio la parte più fastidiosa: fingere di non sapere, stigmatizzare un mondo che non esiste prima di ributtarsi anima e corpo, nell’illusione di non essere visti, nelle usuali relazioni e clientele.

Chiunque abbia fatto politica in Italia, dal dopoguerra ad oggi, sa come funziona, nella sanità come altrove negli ambiti pubblici. Chiunque abbia lavorato nel pubblico o abbia qualcuno vicino che lo abbia fatto SA come stanno le cose. Lo sa, indipendentemente dalle pur esistenti ed inevitabili eccezioni.

E le cose stanno – è quasi patetico doverlo ripetere – che in moltissimi ambiti, praticamente ovunque ve ne sia necessità – i concorsi in Italia sono addomesticati, il merito non conta (se non relativamente) e la politica e le sue clientele decidono tutto. Ovunque e da sempre. Non c’è destra o sinistra nelle amministrazioni locali: chi governa decide, sceglie le persone, secondo propri criteri.

L’Italia è fatta così anche se ci piace fare finta che non lo sia: che lo abbia fatto il PCI di 40 anni fa o Forza Italia in Lombardia o la vecchia DC nelle regioni del sud, o il PD nelle regione che amministrava fino a ieri, la politica da sempre ha scelto a chi affidare i posti pubblici di maggiore e minor prestigio. E lo ha fatto violando ogni volta scrupolosamente la legge.

Tutti sanno, tutti fanno finta di non sapere. E questa cosa, quando si coagula nelle parole dei politici di vertice è francamente ributtante. Come se non sapessero. Non c’è un primario o un dirigente pubblico o il destinatario di un appalto che non abbia dovuto curare le proprie relazioni prima di ottenere un qualsiasi lavoro in questo Paese, ben sapendo che, come diceva il compianto Ministro Poletti (lui stesso prodotto della feroce selezione fra pari della lega Coop) contano più gli amici del calcetto che qualsiasi robusto curriculum vitae.

Ma sto dicendo cose ovvie che sanno tutti. Sono quasi costretto a farlo perché davvero il gioco delle parti va in onda ogni volta uguale. Il merito è un accessorio non indispensabile: talvolta accadrà che il politico o il manager di nomina politica scelgano il migliore sulla piazza ma lo faranno individualmente, per una propria prerogativa personale. E molto spesso ai vertici delle aziende pubbliche o degli ospedali finiranno i più furbi. Talvolta i migliori, talvolta i peggiori. Quasi sempre gli amici degli amici.

Nulla di tutto questo in questo momento sembra modificabile. Il famoso passo indietro della politica è una di quelle frasi fatte che non riguarda solo una ipotetica TV di Stato che mai come oggi è invece lottizzata ed occupata.

Una cosa però – piccola – forse sarebbe possibile: la politica potrebbe rimanere in silenzio, risparmiarci la scena patetica della propria sorpresa e della propria indignazione. State zitti, voi sapete noi sappiamo. Tutto comunque resterà uguale ma noi almeno avremo la piccola consolazione di non doverci ulteriormente vergognare della vostra faccia tosta.

In attesa che un giorno qualcuno si alzi una mattina, prenda il cadavere ammuffito del povero cane Bendicò e trovi il coraggio di buttarlo nella spazzatura una volta per tutte.

Risuonata da Paddy McAloon dopo 20 anni per vedere come veniva in versione acustica.



A un certo punto su Julian Assange è diventato impossibile dire qualsiasi cosa. È semplicemente accaduto, non è colpa di nessuno. Da un certo momento in avanti, dire qualcosa di sensato su Assange, qualcosa di non ovvio e cialtrone, di vagamente correlato ad un’idea minima di verità sulla vita e le gesta dell’hacker australiano dai capelli argentati è diventato non solo complicato ma perfino inutile. Troppe cose nel frattempo si erano sommate, troppe bugie, troppe interpretazioni di segno opposto si erano saldamente ancorate alla biografia di un uomo indubitabilmente unico, i cui tratti biografici e di comportamento hanno disegnato fin dall’inizio, a complicare ulteriormente le cose, i tratti della stranezza, se non quelli del disturbo psichico.



continua su Il Post

Una delle questioni meno indagate della società dell’informazione, una di quelle di cui forse sarebbe il caso di parlare un po’ di più, è quella della attuale riduzione dello spazio di protezione. Lo spazio di protezione, che potremo definire come l’intervallo intellettuale fra idee differenti e quello fisico fra le persone, riguarda oggi sia il tempo che il luogo delle relazioni sociali.

I nostri rapporti con gli altri, con le informazioni e le notizie, si sono fatti più ampi e più rapidi e le dinamiche di approccio fra le singole persone e le idee espresse ne sono uscite totalmente modificate.

Le diverse forme di disintermediazione legate agli ambienti digitali hanno avuto un effetto rilevante sul senso di protezione dei singoli, una crisi che riguarda tutti ma che è particolarmente rilevante per i soggetti dotati di pubblica notorietà. Si è creata una vistosa asimmetria per cui il loro spazio di protezione è andato riducendosi in maniera molto più rilevante rispetto a quello di chiunque altro.

Velocità e vicinanza hanno creato valore e ne hanno tolto, ma non lo hanno fatto per tutti nella medesima maniera. Oggi le relazioni di rete e quelle sui media sono complicate per chiunque, molto più di quanto non lo fossero in passato: tuttavia questo non accade perché improvvisamente abbiamo scelto di essere più aggressivi di un tempo o più superficiali o rapidi nei giudizi o nelle opinioni di quanto non ci capitasse in passato, ma per una più insidiosa e meno edificante faccenda di design. E il design non ce lo siamo scelto, ci è stato imposto.

L’informazione, i talk show televisivi, i siti web dei grandi giornali, i social network – soprattutto – sono costruiti per farci arrabbiare. L’architettura della società dell’informazione oggi, in Italia molto più che altrove, si basa su questo, sulla distruzione dello spazio di protezione. Nella velocità con cui interrompe un simile diaframma misura la propria efficacia.

Se decideremo di banalizzare un simile dato (del resto è la tesi di uno dei più votati partiti italiani) potremo tranquillamente affermare che una simile tendenza ha democratizzato la nostra società, l’ha resa più vivace e attenta, ha restituito nelle mani dei cittadini gli strumento dell’analisi e della critica. Se ci interesserà invece analizzarla con maggior profondità dovremo dedurne che la riduzione dello spazio di protezione delle persone è un modello economico ed è questa la ragione per cui viene così ampiamente utilizzato da soggetti molto differenti.

Cosa accade, per fare un esempio concreto, quando una scrittrice italiana di media notorietà, pubblica questo tweet?



Accade intanto che le reazioni hanno il segno della velocità. Sono impulsive e rapide, mostrano poi – come sempre accade in rete – le dinamiche di emulazione tipiche del branco.

Accade poi che molti risponderanno a quel tweet perché interrompere lo spazio di protezione di una persona nota (anche se magari non abbiamo mai letto nulla delle cose che ha scritto e di lei fino a pochi istanti prima nulla sapevamo) è percepito come di maggior valore rispetto ad occuparsi delle opinioni di uno sconosciuto. Il corollario a questo è che sempre più spesso lo stesso fenomeno avviene anche in opposta direzione: per esempio il politico su Twitter che risponde in maniera inattesa allo sconosciuto che lo ha citato.

Le dinamiche che seguiranno saranno poi quelle usuali: la discesa in capo degli amici (una sorta di segnale di vicinanza in genere destinato al fallimento) e l’effetto valanga degli indignati, il famoso tribunale della rete la cui sentenza è sempre uguale e ogni volta facilmente prevedibile.

Ma se questa catena di reazioni sociali fino a qualche tempo fa erano forme di antropologia di rete, cioè erano comportamenti decisi dalle persone dentro strumenti digitali sostanzialmente neutri, e quindi come tali andavano al massimo inquadrate dentro studi di sociologia comportamentale, oggi la macchina ha assunto un ruolo dominante. E la macchina non è semplicemente Internet, non sono solo i social newtork ma l’attuale declinazione polare, che si ripete ovunque, della società dell’informazione.

Ogni contesto che riduce lo spazio di protezione dei singoli, che ne rende asmatiche o precipitose le reazioni, ne ridicolizza i toni e i modi, che invoca una celere risposta a gravi accuse per esigenze superiori (i 140 caratteri o la pubblicità incombente) che dà spazio senza troppi imbarazzi agli urlatori e ai maleducati, tutto questo è la macchina, tutto questo segna i tempi attuali della società e le relazioni fra le persone.

Opporsi a tutto questo, disinnescare tutto questo, è oggi l’unica cosa che dovremo tentare di fare.





Si avvicinano le elezioni comunali in quel di Forlì. Elezioni che il centro sinistra ha ottime probabilità di perdere per la prima volta da decenni. Questo del resto è il cestino dei rifiuti di viale Kennedy, zona residenziale della città, a poche centinania di metri da casa del Sindaco (ciao Davide). È così ormai da una settimana. Nonostante ci siano le elezioni. Una specie di dichiarazione di resa che si somma a molte altre.


update 4/4: il cestino in questione è stato svuotato.

Difficile dire se il populismo in Italia sia aumentato o diminuito. Del resto è una tendenza sociale che ben si accompagna ad alcune caratteristiche molto stabili nel tempo della nostra comunità: la scarsa cultura generale, il basso livello di istruzione, una certa allergia per l’autorità e per l’idea stessa di nazione, il credere – avendone le prove – di essere stati turlupinati talmente tante volte dal desiderare di non cascarci più. Chiunque abbia in animo di vezzeggiare queto sentimento di superficiale opposizione, qualsiasi movimento populista insomma, avrà facilmente il nostro voto.

Il populismo in Italia a noi sembra effettivamente aumentato. Così come sembrano aumentati tutti quegli aspetti che la società dell’informazione ha reso maggiormente visibili. Io per esempio – forse sbagliandomi – lo associo all’ascesa del grillismo, non riferendomi tanto alla nascita e all’ascesa del M5S, che semmai ne è la conseguenza, quanto alla costruzione, prevalentemente televisiva e teatrale, del Grillo tribuno della plebe. Il soggetto fulcro che semplificava per noi ignoranti la tecnologia dei computer, l’ecologia delle auto a idrogeno, le truffe delle compagnie telefoniche, la disonestà dei giornalisti e dei politici, la doppiezza dei baroni delle università e degli ospedali, i ladrocini dei venditori di latte e derivati e mille altri temi sensibili. Temi sui quali agli italiani erano state raccontate talmente tante balle dal richiedere la discesa in campo di qualcuno che – eroicamente – aprisse loro gli occhi. Il Guglielmo Giannini dei tempi correnti.

Così forse l’atteggiamento populista degli italiani non è troppo aumentato nei suoi numeri grezzi, ma è stato ampliato e meglio definito dalla nascita e dalla parcellizzazione della comunicazione di massa: la TV prima e Internet, ovviamente, dove i fenomeni di mediazione si sono ulteriormente ridotti, poi.

L’approccio populista al discorso politico prevede l’impossibilità di fidarsi di chiunque, perfino dei molti che ci allertano in quel momento e ai quali tendiamo a dare ascolto. Impone un atteggiamento circospetto e orwelliano verso le parole e i comportamenti, e le intenzioni, soprattutto. Perché i tempi sono bui e a noi non resta che prevenire. È pieno di delinquenti là fuori, starà a noi avvistarli in tempo e disinnescare i loro cattivi pensieri.

Quando alcuni anni fa ricevetti un decreto di nomina per una consulenza a Palazzo Chigi, un compito marginale, la partecipazione ad alcune riunioni di esperti sui temi del digitale, l’atto di nomina era un esile foglio in tre punti. Il primo era la nomina stessa, il secondo era (non so bene perché visto che la composizione del tavolo era comunque pubblica) l’obbligo di di non parlarne con nessuno, il terzo era il titolo di assoluta gratuità della consulenza. Si specificava – ed era la parte più corposa del documento – che rispetto al passato i consulenti del Primo Ministro non solo non percepivano alcun compenso ma non avevano diritto nemmeno al rimborso delle spese di viaggio. Non sia mai che poi questi quattro cornuti lucrassero sulle trasferte. La logica populista di Beppe Grillo ( o degli italiani in genere) era arrivata fino al centro dei palazzi del potere.

Pensavo queste cose leggendo della proposta di legge del senatore Zanda per equiparare gli stipendi dei parlamentari italiani a quelli dei loro colleghi europei. Zanda è stato immediatamente crocifisso in sala mensa per aver anche solo lontanamente pensato una cosa del genere. Lo hanno issato sul trono sacrificale e crocifisso con forchette che si usano a cena (seconda citazione di seguito, perdonatemi è sabato mattina) non solo i grillini come Di Maio ma anche – e soprattutto – i suoi colleghi di partito, a partire dal segretario Zingaretti che ha dedicato alla questione un vigoroso tweet (interessanti anche i commenti).



La preoccupazione del PD è quella di tutti i partiti. Non aizzare troppo lo spirito becero e ignorante degli italiani, la loro tendenza alla risposta automatica dopo aver letto un titolo, la loro solidissima prevenzione nei confronti dell’onestà di chiunque. La possibilità che esistano semplici proposte di legge, scritte da persone normali, sulle quali non si è d’accordo e che come tali riceveranno voto contrario e verranno respinte, non viene nemmeno considerata. Occorre essere spicci e chirurgici: come i probiviri del M5S che quando il presunto gaglioffo 5S viene affidato alle patrie galere nemmeno vengono convocati. La pratica del resto è urgente, occorrerà agire subito: non vorremmo mai dare al popolo l’idea di non corrispondere immediatamente alle sue molte, stupidissime e impossibili attese.


update: il post è stato scritto questa mattina molto in fretta. La versione che leggete ora è una revisione puntuale che mi ha mandato Isa – professionista della parola che ha a cuore le sorti di questo blog – oggi. Ora il pezzo funziona molto meglio e mi fa sembrare meno cialtrone. Grazie! ;)

25
Mar




(via il solito Emmebi su FB)

«Non esce mai di casa?»
«Mai, da parecchi anni… Ad un certo punto della mia vita ho fatto dei calcoli precisi: che se io esco di casa per trovare la compagnia di una persona intelligente di una persona onesta, mi trovo ad affrontare, in media, il rischio di incontrare dodici ladri e sette imbecilli che stanno lì pronti a comunicarmi le loro opinioni sull’umanità, sul governo, sull’amministrazione municipale, su Moravia… Le pare che valga la pena?»
«No, effettivamente no.»



(Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, 1966)