Il problema del PD in fondo è lo stesso da anni. Non nasce con la disfatta dei giorni scorsi. E il problema del PD è che si tratta di un partito inemendabile. Non basterà cambiare segretario durante un democraticissimo congresso nazionale. Un nuovo segretario, l’ennesimo, lo potrà gestire, orientare, inclinare di qua o di là, potrà nascondere le correnti, i De Luca, Franceschini, Bettini vari sotto il tappeto per un po’, ma non lo potrà cambiare. Il PD non è più o forse non è mai stato un partito popolare ma è una sovrapposizione di saldi potentati interni che si occupano della propria sopravvivenza. A meno di non trovare il modo di mandare a casa istantaneamente il 95% dei suoi dirigenti il PD rimarrà quello che è, indipendentemente da chi sarà il nuovo segretario dopo Letta. Non basterà insomma spegnere e riaccendere. Occorrerebbe formattare. E un nuovo PD formattato sarebbe semplicemente un altro partito. Formattare è l’unica soluzione. Perdere intenzionalmente tutti i dati. Liberare spazio.


update: molte ottime e fulminanti ragioni a sostegno di queste righe qui sopra le ha elencate Fabrizio Coppola su FB ieri sera.

Nei prossimi giorni assisteremo alla leggera fascistizzazione di larghe parti del mondo intellettuale italiano. Sarà uno spettacolo interessante nella sua crudele miseria.

25
Set






Da qualche settimana è in corso una piccola discussione pubblica su un argomento importante. La questione è se, in un’epoca in cui il loro uso si è esteso gradualmente a ragazzi e adolescenti sempre più giovani, i telefoni cellulari debbano o meno essere vietati a scuola.

L’iniziativa di alcuni presidi, che all’inizio dell’anno scolastico hanno annunciato nelle loro classi lezioni libere dagli smartphone – i telefoni verranno consegnati dai ragazzi all’inizio delle lezioni e riconsegnati a fine giornata – ha scatenato prevedibili contrapposizioni.

I due fronti impegnati nella discussione sono ben delineati. Da un lato il potente spirito conservatore che riempie ogni angolo del nostro paese, quel sentimento mille volte citato di rifiuto di ogni cambiamento che si fa particolarmente saldo quando un simile pericolo è mediato dalla tecnologia. Dall’altro il piccolo afflato resistente di chi, anche da noi, ambirebbe osservare il proprio mondo finalmente al passo con i tempi, un sentimento che in alcune occasioni sfocia in un pregiudizio positivo verso ogni tecnologia.

(continua su L’Essenziale)

In questa mefitica tornata elettorale (la peggiore, la più deprimente e la più modesta da che io mi ricordi) esistono solo due possibilità di voto.
Sono rispettivamente:

1) il voto inutile
2) il voto inutile

1) Il voto inutile è quello verso lo schieramento (se esiste) che da un punto di vista squisitamente ideale si allontana meno dalle mie idee. Che in qualche misura le comprende, anche se solo in parte. Quello che magari ne sostiene alcune e contemporaneamente ne ignora altre, oppure quello che mette idee che in fondo condivido dentro la faccia e le parole di personaggi impresentabili. Quello che – insomma – ti costringe a rischiare: ad avventurati in scelte perigliose ma (forse) degne della tua esigua e prossima stima.

2) Il voto inutile è invece quello verso uno schieramento che, dati alla mano, potrà tentare in qualche risicata maniera di fermare l’ondata della destra reazionaria. Un cataclisma di intelligenze in forma di consensi elettorali destinato – come dicono tutti – a governare questo Paese nei prossimi mesi. Il voto sarà in questo caso dato ad uno schieramento che mostra oggi vette di impresentabilità notevoli (le maggiori secondo il mio sismografo politico da decenni) che riguardano sia i temi invocati, sia le vicinanze politiche, sia la credibilità della quasi totalità dei suoi rappresentanti di punta.

Questo per dire che il 25 settembre andrò al seggio e sceglierò il voto inutile.

22
Set

Ho forti dubbi sulla liceità delle immagini e delle parole rubate anche quando si tratti di giornalismo.



Oggi nella sua rubrica quotidiana su Repubblica Michele Serra dichiara di avere forti dubbi sul 50% della produzione di contenuti offerti dal giornale per il quale scrive.

Qualche tempo fa durante un programma TV Alessandro Di Battista suggerì che Mario Draghi era debole in economia. Un paio di giorni fa Matteo Salvini ha detto che “forse Draghi non si rende conto” dei problemi degli italiani. Si potrebbe archiviare simili frasi con l’usuale dominio del ridicolo che è da sempre uno dei tratti distintivi di questo Paese, tuttavia conta qualcosa (come sempre) anche l’universo di riferimento. Di Battista e Salvini sono laureati con lode all’università della vita, persone senza curriculum e senza competenze, esperte però nell’arte di arrangiarsi e di emergere in mezzo ad una vasta massa di loro simili. È l’università della vita il vero antico problema di questo Paese che, per identificazione personale o pigra convenienza, continua ad affidarsi al primo che passa. Salvini e Di Battista non sono la causa di tutto questo disastro, sono la conseguenza.




ma il funerale della Regina Elisabetta continuerà per sempre.

Dopo alcune settimane di campagna elettorale nelle quali i due venditori di auto usate del terzo pollo insinuavano, una frase sì e una no, di una loro vicinanza non solo ideale ma anche strategica con Mario Draghi, ieri Mario Draghi ha risposto in maniera concisa a una domanda di un giornalista che gli domandava se fosse disponibile a fare il Premier di un ipotetico prossimo governo. E la risposta di Mario Draghi è stata NO.

Svanita la magia del carburatore truccato ora i due piazzisti dovranno inventarsi qualcosa d’altro per provare a vendere l’auto arruginita con le loro grandi decalcomanie su tutti i vetri e su tutti gli sportelli.

Marco Gui è uno dei pochi che in Italia si è occupato seriamente e senza pregiudizi dei rapporti fra scuola e tecnologie digitali. La sua idea al riguardo della presa di posizione di alcuni presidi che intendono vietare gli smartphone durante le lezioni è che si tratti di una scelta che con qualche cautela vada esplorata. Per quel niente che conta è anche la mia.