Il sindacato che conosco io è quello che se qualcuno fa una proposta per premiare i migliori fra i dipendenti dice che così non va bene e che vanno premiati tutti.

Il sindacato che conosco io ha un numero rilevante di dirigenti che poi fanno carriera, lì o altrove in quanto ex sindacalisti.

Il sindacato che conosco io difende fino allo stremo i propri iscritti anche quando hanno torto.

Il sindacato che conosco io usa l’ideologia come paravento per i propri affari. Ma come accade nelle migliori famiglie decadute alle idee che racconta non crede più nessuno, né dentro né fuori al sindacato stesso. Nemmeno quelli che le pronunciano con enfasi davanti ad un microfono ci credono.

Il sindacato che conosco io se ne frega degli interessi dei tanti che non sono iscritti al sindacato e anzi, per ovvie ragioni di controllo del territorio, tutte le volte che capita li ostacola fieramente. E chissenefrega se hanno 30 anni e sono senza una qualsiasi tutela.

Il sindacato che conosco io è uno dei molti grandi o piccoli centri di potere che si spartiscono quel che resta della torta ammuffita.

Il sindacato che conosco io ha selezionato per i suoi vertici un numero molto rilevante di cialtroni occasionali.

I cialtroni occasionali partecipano a tutti i tavoli di concertazione nei quali tutti hanno capito chi sono.

Il sindacato che conosco io va in TV e parla in nome e per conto di tutti i lavoratori senza che nessuno glielo abbia chiesto. Anche per conto dei moltissimi che li detestano.

Il sindacato che conosco io riesce a far risultare simpatico chiunque, perfino Sergio Marchionne.

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Per avere fidanzate carine sapersi vestire è tutto.


(via Zoutberg su Twitter)

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Un pazzo mio amico è venuto con quindici copie del mio libro e mi ha costretto a firmarle. Dice che le regala a Natale.

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Dopo il patatrac comunicativo legato al nuovo disco degli U2 regalato da Apple ai suoi utenti (ne ho scritto un paio di giorni fa sul Post scatenando le peggio reazioni) oggi Apple ha reso disponibile una pagina per consentire di cancellare il gradito regalo musicale ai molti che hanno dichiarato di non volerlo. Speriamo che un simile inciampo da marketing di bassa lega non si ripeta in futuro. Non vorremmo – come in questo caso – dover utilizzare l’optout verso la musica che non ci piace piuttosto che continuare placidamente a sceglierla di persona fra quella che ci piace.
In ogni caso è curioso notare come la rimozione di un simile contenuto assomigli molto ad una pratica di purificazione gentilmente offerta da Apple (un altro tassello dell’effetto reputazionale negativo scatenato dall’operazione). Come se gli U2. per stessa ammissione di Apple, fossero un virus. O un malware, o un’altra cosa orribile che vogliamo tenere lontano da noi.

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Cosa si può dire di un prodotto che hai visto solo in uno streaming interruptus con la linea che saltava ogni 20 secondi? Nulla di fondamentale, se non le prime impressioni che si possono scrivere su un blog personale se ne hai ancora uno. Frasi apodittiche che qualche amico fra un anno tirerà fuori per prenderti in giro. Non mi sottraggo, ci si diverte anche così.

Cose che ho pensato durante la presentazione Apple di oggi.

Gli iPhone 6 visti a distanza mi sembrano belli. Piccole differenze rispetto ai modelli precedenti ma per il mio gusto più belli di 5 e 5S. Rimane da capire se le dimensioni ne consentiranno un pratico utilizzo ma ho idea di sì. In ogni caso, paradiso per i presbiti.

Apple Watch invece sembra un enorme punto interrogativo, da molti punti di vista. Esteticamente assomiglia a un clone dei molti orologi coreani usciti in questi mesi (e che Apple si adatti al senso estetico corrente non è certo una buona notizia). Più bello e curato certamente di Gear o di Moto360 che sono del resto campioni olimpionici di bruttezza, ma soprattutto incapace di distinguersi dalla massa dei tanti prodotti asiatici analoghi. Ma a parte questo resta da chiedersi che senso abbia indossare un computer che parli con un altro computer che dovremo comunque avere in tasca. Immaginare nuove abitudini da proporre ai consumatori partendo da simili premesse è complicato. Watch è uno schermo da polso per funzioni che avvengono altrove. In pratica investo 400 euro per non estrarre il telefono dalla tasca. Ottimo se abito in Alaska, forse. Ma magari nemmeno lì se ho un paio di guanti decenti. Del resto il problema cardine dei wearable computer, vale per gli oggetti da polso così come per Google Glass, è l’interfaccia e non mi pare che uno schermo touch da meno di due pollici e una ghiera rolex style possano risolverli facilmente. E se devo guardare una mappa qualsiasi che già su iPhone si fa fatica a consultare come posso immaginare di farlo su uno schermo molto più ridotto per il semplice gusto di non estrarre il telefono dalla tasca? Del resto anche i Google Glass vegetano da mesi dentro simili complessità irrisolte. Basta guardare il luccicante video di esordio della beta del prodotto (che ormai ha un paio d’anni) ed i risultati concreti ottenuti fino ad ora per rendersi conto della distanza che c’è fra l’ideazione e la sua messa in pratica.

Le cose cambiano se si accetta l’idea che Apple sia dentro una grande trasformazione che, dopo averla tramutata da azienda che produce computer in azienda tecnologica in senso lato, la sta portando oggi verso lande differenti ma remunerative come quella del fashion. Molti segni indicano una simile evoluzione, dall’acquisizione di DrDree ad una sorta di deriva estetica molto americana e tamarra a metà fra i denti d’oro del rapper danaroso e il kitch ostentato di una certa clientela wannabe. Una tendenza che l’azienda ostenta da un po’. Telefoni dorati, adesso orologi in oro massiccio, il carico di una nuova idea di lusso che avvicini Apple ai grandi marchi della moda.

Non esiste nulla di più effimero di un totem tecnologico che abdica al suo razionale sociale per sposare cause differenti. Così come non c’è nulla di più americano – e quindi di splendidamente azzeccato – di un Bonovox dai capelli insolitamente rossi che interpreta sul palco di San Francisco come meglio non si potrebbe la rockstar decotta in un consesso di vecchi signori ricchi e soddisfatti.

Sarà comunque piacevole essere smentito ma questa sera, per quanto mi riguarda, non ho alcuna difficoltà a immaginare che Apple Watch sarà un insuccesso di dimensioni notevoli. Perché non c’è nulla di più straniante di una tecnologia che insegue le cose già successe prima ancora di quelle impossibili.

Confesso di non essere aggiornatissimo sulla vasta bibliografia antidigitale che è possibile raggiungere nelle nostre librerie. Stamattina da Feltrinelli (che mi pare abbia una certa propensione al riguardo, c’era una intera parete di testi del genere) mi sono segnato alcuni titoli interessanti. Inizio da questo:


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Senza computer, smartphone e Internet oggi ci sentiamo perduti. Questo vuol dire che l’uso massiccio delle tecnologie di consumo sta mandando il nostro cervello all’ammasso. E intanto la lobby delle società di software promuove e pubblicizza gli esiti straordinari delle ultime ricerche in base alle quali, grazie all’uso della tecnologia, i nostri figli saranno destinati a un radioso futuro ricco di successi. Ma se questo nuovo mondo non fosse poi il migliore dei mondi possibili? Se gli interessi economici in gioco tendessero a sminuire, se non a occultare, i risultati di altre ricerche che vanno in direzione diametralmente opposta? Sulla base di tali studi, che l’autore analizza in questo libro, è lecito lanciare un allarme generale: i media digitali in realtà rischiano di indebolire corpo e mente nostri e dei nostri figli. Se ci limitiamo a chattare, twittare, postare, navigare su Google… finiamo per parcheggiare il nostro cervello, ormai incapace di riflettere e concentrarsi. L’uso sempre più intensivo del computer scoraggia lo studio e l’apprendimento e, viceversa, incoraggia i nostri ragazzi a restare per ore davanti ai giochi elettronici. Per non parlare dei social che regalano surrogati tossici di amicizie vere, indebolendo la capacità di socializzare nella realtà e favorendo l’insorgere di forme depressive. Manfred Spitzer mette politici, intellettuali, genitori, cittadini di fronte a questo scenario: è veramente quello che vogliamo per noi e per i nostri figli?


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Grazie ad Alberto Forni ho scoperto che a Latina esistono gli istituti scolastici paritari Steve Jobs.



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(via Il Post)