Le due notizie che mi hanno colpito di più negli ultimi giorni sono due notizie non recenti, diciamo, che ho incrociato in rete. Risalgono al 2 aprile 1976 e al 11 dicembre 1979. La prima la ricordavo vagamente, della seconda non ne avevo memoria e devo ringraziare il prezioso profilo Twitter di Johannes Buckler che me l’ha fatta conoscere.

Ero un adolescente in quegli anni. Fossi stato a Milano (ma ero un ragazzino di provincia, esattamente come adesso nello stesso luogo di allora) quel 2 aprile 1976 forse avrei cercato di essere al concerto pomeridiano di Francesco De Gregori che già allora adoravo. Mi sarei perso comunque la contestazione che al cantautore romano fu riservata quella sera.





Dei molti articoli di giornale che narrano i fatti, in buona parte rintracciabili in rete, quello del ventinovenne Mario Luzzato Fegiz sul Corriere è forse quello più interessante. Molto malscritto, pieno di refusi (che verosimilmente non dipendono da lui) luoghi comuni a fiumi. Ma a parte questo (che è comunque lo stesso indicativo: nel più importante quotidiano del Paese scriveva di musica allora un giovane illetterato) è la storia in sé ad essere unica, a raccontare tempi incredibili. Un magma solido di ideologia, violenza e cialtroneria giovanile che nessuno in quegli anni bui era in grado di controbattere: una retorica del nuovo che occupava spazi enormi. Noi, ai margini, per molte ragioni non ne sapevamo granché.

I giovani, osservati con il distacco tecnico dei decenni, sembrano sempre così stupidi? Così ingenuamente ridicoli? Accade così ogni volta? È questa l’unica modalità possibile per cambiare il mondo? Oppure simili fatti non fanno testo e la realtà di allora navigava in altre direzioni delle quali al momento non ci risulta?





La storia della carneficina di massa alla Scuola di Amministrazione Aziendale a Torino mi ha colpito se possibile ancora di più. Le stragi e gli omicidi politici di quegli anni mi erano noti ma la gambizzazione di dieci persone a caso (5 studenti e 5 insegnanti) messe in fila in un corridoio di una scuola per dirigenti e abbandonate nel loro sangue dai “fascisti” di Prima linea ha un tanfo perfino più nauseante dell’omicidio politico. Dichiara la dittatura assoluta del simbolo, la pretesa di educare per esempi. Giovani che sparano alle gambe ad altri giovani con degli AK 47.

Tutto concorre a spiegare il mondo in queste due storie appena accennate. Quello di allora e quello di oggi. “Tutto cospira a tacere di noi” come scriveva il poeta a proposito dei nostri ripetuti e ripetibili fallimenti.


Gli amanti potrebbero, se sapessero come, nell’aria della notte
dire meraviglie. Perché sembra che tutto
faccia segreto di noi. Guarda, gli alberi sono; le case,
che noi abitiamo, rimangono. Solo noi tutto
trapassiamo, come l’aria che muta.
E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace
un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile.



È questa, forse, una delle due risposte possibili a simili incredibili storie degli anni 70.

La seconda risposta possibile è forse meno colta ma più sintetica. La pronunciò, andandosene, Lou Reed dal medesimo palco milanese un paio di mesi prima del processo pubblico a de Gregori quando, dopo appena tre canzoni, il bassista fu sfiorato da un cubetto di porfido lanciato dai soliti contestatori:


Fuck you everybody


Rainer Maria Rilke dipinto in un bottone



update: ho aggiunte le virgolette a fascisti per facilitare la comprensione (o per rimediare a un mio errore)

Oggi Luigi Di Maio ha pubblicato sulla sua pagina Facebook la foto del suo cellulare rotto.




Per chi ha una minima confidenza con la comunicazione politica e la sua diffusa e ubiquitaria mediocrità il messaggio risulterà sufficientemente chiaro.

Io – dice il leader del M5S – sono come voi. Mi capitano le medesime cose che capitano a voi.


Gli strateghi della comunicazione politica sui social, non solo quelli del M5S ma tutti, navigano da sempre a vista. Non sanno nulla di nulla, vendono al loro cliente (spesso a loro stessi) semplici sensazioni infiocchettate da metriche ridicole (il numero di like, i follower, le interazioni ecc). Non sapendo nulla di nulla, non avendo grandi riscontri né alcuna certezza, semplicemente scimmiottano i vincenti del momento. O i presunti tali. Così ora Di Maio condivide lo schermo dell’iPhone rotto come ieri Salvini si dedicava alla cottura delle salsicce.




Nel momento della grossa crisi i comunicatori social di Renzi fecero lo stesso, imitando le grossolanità che Grillo aveva a suo tempo sdoganato. Qualsiasi cosa pur di vincere.

Per mesi fra gli addetti ai lavori si è discusso della Bestia, il fantomatico sistema che avrebbe fatto la fortuna di Salvini, che è una cosa che semplicemente non esiste ma che lo stesso tutti aspiravano ad imitare. In realtà Morisi, il geniale creatore della personalità social di Salvini è uno come gli altri. Uno che non sa niente come tutti gli altri. Ma che oggi tutti più o meno silenziosamente copiano.

Il retropensiero in ogni caso è il solito: lo disse bene Berlusconi con parole sue che non mi va di ripetere. Serve la comunicazione elementare perché la gente è elementare. Questo pensano di voi i vostri rappresentanti.

I social media hanno creato questa illusione di vicinanza fra il politico e il suo seguace. Hanno facilitato fenomeni di autentica identificazione e di simpatia basata spesso su identità marginali. Per esempio lo schermo del telefono rotto. Ma esistono molte maniere per umanizzare relazioni inesistenti. E quelle che osserviamo oggi in Italia – come accade a tutta la comunicazione politica in genere – sono basate su standard di grande aggressività e di ostentata riduzione verso il basso.

Lo si può fare meglio. Lo si potrà fare con maggior eleganza e senza considerare il proprio interlocutore come un pollo d’allevamento. Ma per farlo, per non farsi abbindolare dalla Bestia o da altre sciocchezze, serve cultura e intelligenza. Merce rara che da queste parti oggi è difficilissimo trovare.




07
Dic

C’è una foto, che ho visto su Facebook e che ora non riesco a ritrovare.
Nella foto c’è Matteo Salvini di profilo, in cima ad una collinetta erbosa. È solo, il braccio sinistro semiproteso in avanti tiene il cellulare: è impegnato in una delle sue “dirette” e qualcuno lo sta fotografato da lontano. Il dito indice dell’altra mano è compreso nell’inquadratura del cellulare: è un dito accusatorio. Scommetterei che sta dicendo qualcosa del tipo “a noi non la si fa” oppure “L’Europa non si permetta”. Cose così. Oppure semplicemente sta offendendo qualcuno, ridicolizzano un avversario, stigmatizzando un articolo di giornale o invitando qualcuno ad andare in pensione. Cosa stia dicendo comunque non è importante.

Oltre al Salvini di profilo, e al profilo della collinetta, nell’inquadratura non c’è molto. Una sedia, mi pare, un po’ in disparte. Complessivamente è una di quelle immagini dove il vuoto prevale sul pieno. Una foto contemporanea, senza l’ossessione descrittiva che hanno le foto in genere. Pochi elementi, ben delineati, su sfondo uniforme. Più un affresco che un documento.

Dico di questa foto per due ragioni: le ragioni sono l’imbarazzo e la solitudine. Sentimenti che non riguardano solo Salvini e questa foto ma tutti noi. Utilizzo Salvini come una scusa.

Quella collinetta, più ci penso e più mi sembra la collinetta del Charlie Brown lanciatore nelle sue tragiche partite di baseball. È il luogo dell’imbarazzo e della solitudine quel bozzo di terra battuta: il posto dell’incertezza.
Di lì a poco per Charlie Brown quel dubbio che è possibile indovinare nella sua espressione (sarò abbastanza bravo? Avrò forza sufficiente? Piacerò abbastanza alla ragazzina coi capelli rossi?) si trasformerà in certezza e la palla di ritorno sconvolgerà tutto. Lui lo sa già, prima ancora di lanciare. Salvini invece no. Salvini è un Charlie Brown senza coscienza di sé, lancia palle di cuoio, dalla cima della collinetta. È convinto di fare strike. Ne lancia moltissime.
I più colti al riguardo – giudicando il lanciatore Salvini – invocheranno tratti psicopatologici o veri e propri disturbi del comportamento: aggressività, incoscienza, scarso senso dei propri limiti. Ma non ha importanza nemmeno questo: conta solo che Salvini è un Charlie Brown al contrario.

Charlie Brown però è un ragazzino. Matteo Salvini è un adulto.

Ho sempre immaginato che il senso del ridicolo dividesse le persone in due grandi gruppi. Quelli che lo posseggono, magari in eccesso, e quelli che no. Questo secondo gruppo a sua volta contiene quelli che hanno saputo superarlo e quelli che non l’hanno mai avuto. Non ho idea Salvini a quale dei due gruppi appartenga.

Un uomo solo in cima ad una collinettà che ammonisce lo schermo del cellulare il senso del ridicolo lo ha superato. O non lo ha mai avuto. È insomma un professionista, oppure un cretino. Pensandoci meglio è possibile anche un mix delle due cose assieme.

La solitudine invece riguarda il mezzo: l’occhio che trasmette. Vale per i social media ma valeva in parte anche quando l’unico occhio trasmettitore era la TV. Da uno studio illuminato o da una collinetta austriaca tu parli a nessuno. E moltissimi ti ascoltano. Pur sapendolo la fotografia che ne esce, appena fuori dal sistema di riferimento, è ugualmente quella di un uomo solo. Quella foto è un inganno, ma è anche allo stesso tempo un documento balistico.

Quella foto sa cose che non non immaginiamo. O che abbiamo dimenticato. La foto fotografa la solitudine del leader. Descrive la solitudine della tecnologia. Descrive noi conficcati là dentro. È un documento tecnico dei nostri tempi. Chi siamo, dove stiamo andando eccetera eccetera.

E Matteo Salvini allora forse non è un Charlie Brown al contrario. Forse è solo un Charlie Brown cattivo. Insomma qualcun altro. Oppure non so, un Charlie Brown che a un certo punto ha detto basta a tutte quelle palle di cuoio che gli ritornavano indietro e ha scelto di reagire nella maniera peggiore. E tutti gli altri, dietro allo schermo del suo telefonino, hanno fatto lo stesso. E il gioco si è fatto tragedia. E quella fotografia, che è scomparsa negli aggiornamenti della mia colonna su facebook e che fra poco avrò dimenticato, è la foto di quella tragedia.


Io, a questo punto, dopo lo scampato pericolo di un PD con Minniti segretario, spero davvero che Renzi – come dicono in molti – si faccia un partitino tutto suo. Sarei felice che anche Carlo Calenda immaginasse qualche mossa del genere e si facesse un partitino, un fronte repubblicano o qualsiasi altra cosa tutta sua. Così come mi farebbe molto piacere che molti, fra i tanti dirigenti del PD usciti malconci dall’ultimo paio di tornate elettorali, fossero improvvisamente attraversati da un lampo del genere. Io valgo, pensano tutti questi signori, quindi ora mi propongo a voi elettori in grande spolvero e autonomia.

Sarei molto felice di questa ennesima rappresentazione di eghi ipertrofici (la politica delle facce senza programmi) perché nulla ostacola più la costruzione di una nuova idea riformista per questo Paese di un PD stancamente rianimato con il suo gruzzoletto di voti residui, potentati locali e strutture periferiche ancora attive.

Poiché il PD è stato incapace di elaborare il lutto rinnovandosi quando era il momento, la sua prossima auspicata frammentazione sarà l’unica maniera possibile perché quel lutto sia elaborato almeno dai suoi antichi elettori. Che potranno finalmente decidere di votare per qualcun altro. Qualcuno che ancora non c’è (e che certamente non potrà essere nessuno dei tanti galli dell’attuale pollaio) ma che in questa maniera potrà guadagnare un proprio spazio. Uno spazio che sarebbe stato assai complicato immaginare con il PD delle correnti, dei De Luca, dei Minniti, dei Renzi ecc. ecc. ancora lì dalle parti del Nazareno a spiegare il mondo.

Insomma il partitino personale è la strada per l’unica possibile nostra resurrezione. Fatene tantissimi, vi prego.


L’avvocato dell’uomo che ha sparato e ucciso un ladro moldavo 29enne dice che il suo cliente aveva subito 38 furti. È una balla, ovviamente, resa ancora più improbabile dall’accuratezza numerica (38, non 37 né 39). Si scopre poi che lo sparatore aveva subito negli ultimi due anni 2 furti e aveva denunciato 4 tentativi di furto. A questo punto il lettore, invece che concentrarsi sull’esagerazione intenzionale del legale (38 furti, una dichiarazione impossibile, come quelli che dicono di aver avuto 2000 fidanzate) e trarne un giudizio etico su di lui, si concentra sulla parte residua del messaggio: due furti e 4 tentati furti, che sono comunque moltissimi. È comunicazione simpatetica. Esagerare dolosamente il messaggio – esattamente quello che fa Salvini ogni giorno – non creerà alcun danno: sarà anzi la porta di accesso al cuore dei lettori/elettori su temi che li interessano. Questi lettori/elettori saranno poi disposti a ignorare le bugie intenzionali in nome di una raggiunta sintonia. Lo stadio in cui è la comunicazione politica italiana oggi è esattamente questo: siamo alla comunicazione simpatetica. Contano i temi e solo quelli. Tutto il resto è corollario. Le bugie non generano alcuna risposta etica nemmeno quando vengono svelate e sarò quindi possibile (anzi auspicabile) abusarne tranquillamente.

30
Nov

Ho pubblicato su Medium il racconto e la lista delle citazioni che ho portato qualche sera fa a Boretto per “Autori in prestito

Qui il riassunto delle cose di cui ho parlato.

Qui di seguito l’elenco breve dei libri e dei dischi citati che sono stati importanti per la mia vita:

 

Giovani poeti americani.

Giovani poeti sudamericani

Giorgio Gaber – Polli d’allevamento

Daniele Del Giudice – Atlante Occidentale

Nick Hornby – 31 canzoni

Claudio Sanfilippo – Stile libero

Natalia Ginzburg – La vecchiaia

Roberto Bolaño – 2666

Annie Ernaux – Gli anni

 

p.s. Claudio Sanfilippo è stato così gentile da partecipare alla serata e ha cantato Stile libero dal vivo per il pubblico di Boretto.

 

 

 
 

Dopodomani vado a Boretto, in provincia di Reggio Emilia. Paolo Nori si è inventato questa cosa bella e strana che si chiama “Autori in prestito“. Tu vai lì, quasi sempre in una biblioteca di un piccolo paese emiliano e non parli del tuo libro ma delle fonti e degli stimoli, delle parole e della musica che ti hanno fatto diventare quello che sei. Io parlerò e leggerò qualcosa e farò ascoltare qualcosa di:

Saint Geraud

Mario Rivero

Julio Huasi

Giorgio Gaber

Daniele Del Giudice

Claudio Sanfilippo

Roberto Bolaño

Annie Ernaux.

 

Voi cosa proponete nei confronti del neofascismo leghista declinato in mille varianti in TV e sui social?

Cosa pensate di fare di fronte alla vacuità verbosa della più ridicola controfigura di un Presidente del Consiglio da quando esiste la Repubblica?

Come vi organizzate al cospetto della quotidiana pochezza e pericolosità dei principali dirigenti del M5S?

Voi come vi comportate se i più noti giornalisti del Paese iniziano a dispensare terzismo (nel migliore dei casi) o vere e proprie genuflessioni nei confronti dei nuovi potenti?

Cosa pensate se un direttore di TG stila ogni giorno la lista dei cretini sui social (la medesima persona che minacciava querele dallo scranno del suo TG quando il medesimo giochetto idiota lo faceva Grillo sul suo blog)?

Voi cosa ne pensate quando una lista sempre più ampia di giornalisti, sui giornali in radio e in TV, fa la morale ad una giovane ragazza italiana volontaria in Africa proprio nel momento del suo rapimento (ricordando a me e a molti altri i vari Feltri e Farina che ironizzavano e titolavano vilmente contro il povero Baldoni, giornalisti che varrà la pena ricordarlo sono ancora in giro)?

Io penso una sola cosa. E questa cosa che penso è che non intendo stare in silenzio. Singola voce di singolo cittadino, senza bandierina, valore 1 su 60 milioni, pagherò il prezzo che c’è da pagare, mi renderò ridicolo occupandomi di cose miserevoli e magari irrilevanti (come una volgare rubrica su un giornale o un commento indecente su Twitter), continuerò (assieme spero ad altro di meno spiacevole) a citare i rifiuti di tutta questa gente. 

Sono loro del resto, in una lista che si allunga di giorno in giorno, che quotidianamente scaricano di fronte a casa mia un mondo di idee e azioni grette e violente che non mi appartengono. Sono sempre di più, una legione che si ingrossa, una testuggine direbbe quello.

Non ho intenzione di rimanere in silenzio di fronte a tutto questo dolore provocato con tanta leggerezza. Per quel poco che può servire agli altri. Per quel molto che potrà servire a me.










Ho scoperto solo oggi che il 19 novembre è uscito il nuovo libro di Annie Ernaux.




Un manipolo piccolo ma compatto di miei affezionati commentatori, tutte le volte che mi capita di segnalare con sarcasmo (purtroppo mi accade spesso) su Twitter le sorti – secondo me – autolesioniste, se non la morte vera e propria del PD, tengono ogni volta a ricordarmi, anche loro sarcasticamente (il sarcasmo è purtroppo la cifra stilistica di Twitter) che è per colpa di quelli come me, di quelli che criticano il PD avendolo votato in passato, che ora siamo governati dal duo Di Maio – Salvini, che abbiamo un Presidente del Consiglio macchietta, una politica interna ed estera pericolosissima, una solida amicizia con i peggiori regimi internazionali e un simpatico clima neofascista che aleggia per il Paese. In pratica secondo costoro siamo entrati nell’orbita di Putin per colpa mia. 

Pensavo a loro oggi mentre leggevo l’intervista di Minniti a Repubblica nella quale anticipa la sua candidatura alle Primarie del PD. Pensavo a loro mentre leggevo che autorevoli pezzi di quel partito morto (più qualche entusiasta neofita come Calenda che lo ha appena annunciato su Twitter) voteranno alle primarie per il primo Ministro dell’Interno di destra mai prodotto da un presunto partito riformista in Italia.

È un’intervìsta bellissima e volevo sottolinearne velocemente tre punti. 




1




Il primo è un ritorno al passato inevitabile




“Ho deciso di mettermi in campo perché considero la mia una candidatura di servizio. Di una persona che ha ricevuto tanto dal suo partito, dalla sinistra e che sente ora di dover restituire qualcosa”.




Fin dai tempi del vecchio PCI nessuno si candidava per aspirazioni personali ma solo per sacrificio, per amor di Patria, perché in moltissimi glielo chiedevano in ginocchio. La propria candidatura come supremo gesto di magnanimità. Oggi Minniti ignora il proprio disastro personale alle elezioni politiche di marzo e dice che 550 sindaci del PD glielo hanno chiesto. È l’equivalente della famosa frase “Ho ricevuto molte mail…”




2




Il programma per slogan di Minniti non ha bisogno di grandi commenti, si commenta da solo e si potrebbe riassumere nell’espressione “Ghiaccio bollente”. Oppure “sicurezza”. Oppure “Salvini”.




E come si costruisce concretamente questo argine?
“Su otto parole chiave: sicurezza e libertà, sicurezza e umanità, interesse nazionale e Europa, crescita e tutele sociali.




3




Questa è la parte che preferisco, il gran finale:




Non pensa che il Pd abbia bisogno anche di una nuova classe dirigente?
“Quando stavo nel Pci, un leader di allora mi diceva: i capi scelgono come successore uno più coglione di loro e la chiamano continuità. Poi a volte si sbagliano e scelgono uno più intelligente e allora lo chiamano rinnovamento. Ecco, io voglio il rinnovamento”.




Marco Minniti è uno che vuole il rinnovamento. È entrato nella FGCI a 17 anni, nel 1973. Per circa 45 anni ha accettato di militare in un partito nel quale ad ogni giro il capo diventava uno più coglione di quello precedente. Deve essersi trovato bene ugualmente.

Ora però, ci dice, è tempo di cambiare.

Buona fortuna.