Ieri sera nella concitazione dei primi momenti dopo gli attentati all’aeroporto di Istanbul molti media italiani, su Internet ma non solo, hanno pubblicato notizie delle bombe in Turchia illustrandole con alcune foto riferite ad altri attentati. Le due foto sono queste:

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La prima è certamente riferita al recente attentato all’aeroporto di Bruxelles, la seconda è di origine incerta ma di sicuro pubblicata sul web molte settimane fa.

Le foto sono state utilizzate in homepage e su Twitter da La Stampa (che ha rapidamente corretto dopo le segnalazioni e si è scusata on line attraverso la sua public editor Anna Masera) da SkyTg e da molti altri. Il record mondiale della svagatezza va assegnato a Repubblica.it che in due momenti differenti ha pubblicato come foto principale sul sito prima una e poi l’altra foto falsa.

Perfino il Telegraph di Londra ha pubblicato un tweet con una delle due immagini riferendola agli attentati di Istambul prima di essere diluviato dai commenti dei lettori che facevano notare l’errore (il tweet è stato poi cancellato senza ulteriori spiegazioni).

Le cause di simili grossolani errori giornalistici (che si ripetono ogni volta uguali) sono molte. La prima è che i giornali si fidano ciecamente delle agenzie che vendono loro le foto dopo averle prese a caso su Internet. La seconda è che esiste un’idea diffusa, senza alcuna base logica, secondo la quale informare velocemente sia economicamente rilevante. Si tratta del vecchio concetto di scoop legato alla pubblicazione cartacea pedissequamente trasportato sul web. Nei tempi accorciati di Internet pubblicare la medesima notizia qualche minuto prima dei concorrenti non crea alcun vantaggio competitivo, mentre diffondere notizie errate o imprecise qualche danno alla reputazione lo crea di sicuro.

Poi esistono due altri temi da considerare. Uno è la competizione coi social network: l’idea secondo cui se i lettori vengono raggiunti dalle notizie su FB e su Twitter poi non verranno a cercarle sui nostri siti. Si tratta di un errore di visione molto solido: se il tuo competitor è il cretino che mette online qualsiasi cosa su FB in cerca di visibilità la battaglia sarà persa in partenza e tu diventerai esattamente come lui. Il secondo tema riguarda la fatica: lavorare male costa meno. Non controllare le fonti, non chiedere il permesso di riutilizzo di immagini trovate sul social (come fanno tutti i giornalisti seri nel mondo) non prendersi i dieci minuti necessari per capire se una foto è vera o non lo è, non segnalare i propri errori e gli edit fatti agli articoli in nome della grande velocità del web è molto comodo ma soprattutto rende il proprio lavoro molto più leggero di quello che potrebbe essere. E se nessuno verrà a fartelo notare tu continuerai per forza di cose a comportarti nella medesima maniera.

Il direttore della Rai Antonio Campo Dall’Orto giusto un paio di mesi fa:

Il nostro ruolo è diverso. Noi siamo il servizio pubblico italiano. In quanto tale abbiamo il dovere di non rincorrere l’ audience a tutti i costi e anzi di pensare a un’ offerta complementare a quella della tv commerciale. Aggiungo: come servizio pubblico abbiamo alcune mission non solo sui contenuti e il racconto del Paese, ma anche sull’essere da stimolo all’ alfabetizzazione digitale.



Oggi la Rai ha presentato in grande spolvero (con tanto di hashtag su Twitter) i palinsesti Rai per la prossima stagione. Dell’alfabetizzazione degli italiani sulla TV di stato nei prossimi mesi si occuperanno:

Massimo Giletti
Diego Abatantuono
Heather Parisi
Mina
Michele Santoro
Adriano Celentano
Alessandro Baricco
Salvo Sottile
Fabio Fazio
Gad Lerner
Bruno Vespa
Renato Zero
Mogol
Zucchero
Carlo Conti
Lorella Cuccarini
Massimo Gramellini

e molti altri.

Ci sarà poi un programma dedicato alla alfabetizzazione digitale che si chiamerà Giovani e Ricchi. Il Corriere ce lo illustra sinteticamente così:


il docureality sui rich kids di casa nostra. Un fenomeno nato su Instagram in cui giovani multimilionari mostrano il loro stile di vita: il social delle immagini ha dato occasione all’1% della popolazione, quello stra-benestante, di mostrare al restante 99% la vita da jet set dei super miliardari.



update: Morena Ragone su Twitter mi fa notare che dall’11 luglio su Rai Uno andrà in onda “Complimenti per la connessione” uno spin off (sigh) di Don Matteo (20 pillole da 6 minuti) con Nino Frassica per aiutare chi ha poca dimestichezza col web. (ma non riguarda la prossima stagione)

Dopo pochi minuti dall’esito del voto su Brexit ha iniziato a girare in rete e sui giornali questa statistica:


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Quasi tutti l’hanno scambiata per un’analisi del voto che indicava con enorme chiarezza che i giovani inglesi avevano votato in massa per rimanere nella UE mentre gli anziani avevano scelto di abbandonarla.

Nonostante fosse chiaro che non si trattava di dati reali ma di indicazioni di voto raccolte prima delle elezioni è partita (e continua da due giorni e continuerà per chissà quanto ancora) la gara a chi commentava simili dati con la maggior enfasi possibile.

Del resto l’argomento era perfetto per spargere un po’ di retorica sui pensionati che tolgono l’aria ai giovani, sugli anziani e gretti agricoltori delle midlands che impedivano ai giovani metropolitani di rimanere in Europa. Vecchi contro giovani, conservazione contro innovazione: un tema perfetto.

Poi ieri sera Sky ha diffuso questi dati sull’affluenza alle urne in base all’età e tutto il castello di guerra generazionale si è un po’ indebolito.


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I giovani virgulti dell’innovazione e dell’abbraccio europeo semplicemente non sono andati a votare.


update: Il FT ha un grafico sulla partecipazione al voto basato su dati reali che conferma nella sostanza i numeri di Sky. (grazie a Carlo Nardone su Twitter)


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Oggi Giorgio Gori ha citato, nel giorno sbagliato, un articolo del Washington Post tradotto con grande successo da Il Post qualche tempo fa. Quello intitolato “Devono votare anche gli ignoranti?”. Gori ha scritto su Facebook:

Elettori disinformati producono disastri epocali. Per votare servirebbe l’esame di cittadinanza #Brexit



Ne è seguita una vasta discussione un po’ legata al tema certamente spinoso un po’ al fatto che Gori è un politico ed un personaggio pubblico. Una combo ad altissimo rischio di questi tempi, qualsiasi cosa si decida di dire.

Ora io trovo si tratti di un argomento molto interessante, non tanto per la sua capacità di polarizzare punti di vista contrapposti, quanto per alcuni suoi aspetti collaterali. Corollari che mi pare valgano moltissimo in Italia già da molti anni.

Vogliamo essere pragmatici? Partiamo dal principio che la maggioranza degli elettori non sa nulla o peggio ha informazioni sbagliate su quello che sta votando. Non è una novità, è probabilmente sempre stato così. Bene allora il ruolo delle democrazie, se tengono a loro stesse, è quello di investire denaro (molto denaro) per ridurre il numero degli ignoranti. Per rendere i propri stupidi cittadini meno stupidi e meglio informati. Parlare di analfabetismo funzionale nei convegni, chiamando ogni volta De Mauro a ripetere la tiritera, come accade in Italia da un decennio, è un po’ come andare a rivedere The Blues Brothers per la decima volta.

I pilastri di una simile rivoluzione sono i soliti: la scuola, l’educazione, l’informazione. Contare quante nuove biblioteche pubbliche aprono in Italia non sarebbe male, andare a fare un giro a controllare lo stato di quelle già esistenti nemmeno. Anche occuparsi del divario digitale degli italiani non sarebbe una cattiva idea. Perfino piantarla di riportare in Rai le stesse cariatidi di vent’anni fa potrebbe aver senso. Qualcuno lo ha fatto? Ne dubito.


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(Io a questo punto cito sempre la biblioteca di Dalston, quartiere in grande evoluzione di East London nel quale alcuni anni fa è stata aperta una bellissima biblioteca pubblica in un luogo fino a pochi anni prima molto povero e abitato prevalentemente da immigrati asiatici e centrafricani. Il simbolo ben visibile di una politica che mostra a tutti i suoi obiettivi. In generale mi pare che da noi non si faccia molto di politico per rendere i propri cittadini meglio attrezzati alle complessità della democrazia. Forse qualcosa si muove ma in generale la situazione ha più ombre che luci.)

In ogni caso l’aspetto più interessante è quello dell’informazione; sfuggito ormai da tempo ad ogni controllo economico del mercato, il ruolo dei media come elemento portante della corretta informazione (ridete ridete) è perfino più compromesso di quello della politica che parla parla ma che al posto di costruire biblioteche asfalta l’astaltabile, sogna il ponte sullo stretto o si applica alle prossime Olimpiadi di Roma. Detto diversamente: dove esiste un’informazione corretta i media giocano un ruolo fondamentale nella riduzione dell’analfabetismo funzionale. Dove invece gli stessi soggetti scendono direttamente in campo al di là di ogni deontologia, giornali radio e TV, pubblici o privati che siano, si trasformano in soggetti attivi nel mantenimento dell’incompetenza degli elettori. Questo accade dentro una eterogenesi dei fini fra il modello economico dei media (che hanno un padrone al quale rispondere) ed il loro ruolo presunto ma del tutto scomparso di sostegno alle democrazie in quanto garanti dei lettori.

Vogliamo elettori in grado di superare un ipotetico esame di cittadinanza che gli consenta di votare? L’unica strada possibile è quella di investire denaro per una vera politica culturale (Rai compresa) e forse – contro ogni tendenza – per immaginare nuove ipotesi di finanziamento pubblico all’editoria privata. Soldi tardivi, come certe vendemmie, denari dei cittadini in premio a chi abbia avuto il coraggio di informare con coscienza i propri lettori, fuori dall’immensa marea di fango che è il business dei media oggi, specie in Italia. Un’arena in peggioramento, che ormai non risparmia più quasi nessuno. Tutta gente che per una ragione o per l’altra ha un qualche interesse a mantenere i cittadini -perfino nei tempi della società digitale – ignoranti esattamente come prima. Ce lo ha detto Tullio de Mauro, ok, era vero, l’analfabetismo funzionale è un problema enorme. Ora magari proviamo a fare qualcosa. Che la patente per poter votare è certamente una cazzata, ma anche gli elettori che non sanno un accidente e che danno retta al Salvini di turno sono una faccenda mica da ridere.

Il lavoro del controllo dei contenuti su Facebook è una bega sconfinata. Io francamente non so come facciano. Utilizzando (inevitabilmente) un mix di filtri automatici e controllo umano l’idea sarebbe quella di far rispettare il contratto sottoscritto dagli utenti. E già questo apre il campo a grandi incertezze interpretative per noi umani, figuriamoci cosa significa affidarsi ad un algoritmo.



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In queste ore si parla molto della sospensione del profilo FB di Matteo Flora per questo suo post un po’ smargiasso (Matteo è un nerd è fatto così, non è cattivo); giusto ieri leggevo dell’ennesima sospensione per 30 gg (in quanto recidivo) del profilo di Tommaso Ciuffoletti, giornalista fiorentino dai toni veraci. In altri casi, più frequenti ma meno noti, la censura di FB si applica a singoli contenuti segnalati alla piattaforma (tipicamente immagini di nudo non scndalose ma incompaibili con le rigidità calviniste dei californiani). Spesso si tratta di decisioni al limite el ridicolo e in spregio ad ogni minima intelligenza ma aderenti alla legge del tutto o nulla che le macchine impongono.

Personalmente non uso FB quasi per nulla quindi non mi sono mai trovato in situazioni del genere però, visto che oggi un sacco di gente sta linkando Luca Colombo, country manager di FB in Italia, per chiedere spiegazioni sulla sospensione di Flora dico due cose su simili meccanismi.

1) non mi piacciono le sospensioni a tempo, le trovo offensive e svilenti. Se ho violato i TOS chiudimi il profilo e pace. Se vuoi avvisarmi fallo privatamente con un messaggio del tipo: occhio che alla prossima ti sego. Le sanzioni comminate da FB mi sembrano francamente ridicole e suggeriscono un’idea di tribunale digitale con un’autorità che io non mi sentirei di riconoscere.

2) chiarisci bene le procedure. Non è mai chiaro quanto sia stupida la macchina e quando sia stupido il controllore in carne ed ossa. L’ambiguità in tal senso è molto comoda ma sarebbe meglio evitarla. Molte persone vivono la chiusura del proprio profilo FB come una vera catastrofe. Tu piattaforma prima hai fatto di tutto per renderti indispensabile e avvolgente poi ti arroghi il diritto di negare l’accesso con la disinvoltura che si riserva alle piccole cose. A grandi onori grandi responsabilità: se mi chiudi il profilo spiegami benissimo come e perché lo hai fatto. Un messaggio automatico non basta.

3) se tu hai spostato su FB tutte le tue relazioni sociali e FB ti prende a schiaffoni al primo passo falso che fai (e sì molte volte avrai ragione tu e torto loro) beh mi spiace ma è molto un problema tuo.

In questi giorni di furibonde discussioni post elezioni mi è venuto più volte da pensare a quale sia il profilo del mio politico ideale. Una cosa che valga per me, un po’ futile e sciocchina, che si occupi per un istante del valore assoluto e si disinteressi per un istante (sempre quello) delle imperfezioni del mondo.

Laureato.
Mi scuseranno tutti gli altri ma vorrei un politico laureato. Io non attribuisco alla laurea alcun valore particolare, penso anzi che spesso alcune professioni che richiedono una laurea allontanino spontaneamente dalla comprensione del mondo. Molti dei peggiori idioti che ho incontrato in vita mia erano idioti felicemente laureati. Non si tratta di questo: è solo che studiare un certo numero di anni per me è un valore in sé che aiuta a vivere meglio. E no, non è un caso che questo Paese abbia così pochi laureati.

Sì, viaggiare.
Vorrei un politico che abbia un po’ viaggiato. L’Italia, specie nella sua classe dirigente, affoga in un provincialismo molto evidente che ha alcune basi semplicissime. Una di queste è che un sacco di gente non ha mai visto nulla. Non è mai stata in vita sua da un’altra parte. Al massimo è andata a fare il turista nei soliti 4 posti. Non sei mai uscito dal giardinetto a Brembate? Mi spiace non vai bene, per ragioni ovvie che non ti starò a spiegare.

Compassion.
Vorrei un politico compassionevole. L’arroganza è un altro dei tratti dominanti della politica di vertice in Italia. Esercitata in modi teatrali e studiati (i leghisti o certi comprimari di Forza Italia, dal Bossi preictus al Brunetta televisivo ma anche parecchi M5S come Di Maio e Di Battista) o attraverso trame meno intelligibili (qui il campione indiscusso è stato per decenni D’Alema ma anche Craxi se la cavava alla grande) l’arroganza e l’aggressività in politica vanno di moda da tempo ed è curioso che molta della discussione sul fallimento del PD alle ultime elezioni ruoti oggi attorno all’arroganza di Matteo Renzi, quasi fosse una novità che ha perturbato lo scenario.

Gentilezza.
Esiste anche una specie di sillogismo derelitto secondo il quale per essere un politico di vertice tu debba avere abbastanza cinismo e cattiveria da spargere attorno a segnare il territorio. Per estensione del concetto l’arroganza della politica è tracimata con molta naturalezza anche fra i capi azienda impegnati a raccontare al mondo (ma soprattutto ai propri sottoposti) il loro ruolo di duri. Ecco, io no, io vorrei una politica nella quale l’arroganza ritornasse una piccola vergogna personale da celare il più possibile. E la gentilezza con tutti la regola aurea. Penso a Pisapia.

Spoil system.
Vorrei un politico capace di demandare e mi piacerebbe attorno a lui il più vasto spoil system possibile. Perché i riporti del capo sono espressione della sua intelligenza e parlano di lui a me elettore. Perché a un certo punto risulterà troppo comodo considerarli solo casuali compagni di avventura da scaricare allegramente. Uno dei punti di massima debolezza di Renzi, per conto mio, è stato in questi due anni quello di essersi circondato di un numero molto vasto di yesman dai toni imbarazzanti. E accanto a loro di non aver saputo o voluto spezzare i legami fra il suo partito e una periferia già esistente, molto radicata, maleducata e leggermente oscena (penso inevitabilmente a gente come De Luca). Quello che i giornali chiamano giglio magico è in realtà Renzi che spiega sé stesso a noi con un linguaggio non convenzionale. Lo spoil system diventa poi indispensabile in un Paese in cui la burocrazia stanziale e romana ha lo stesso potere del raggio della morte e si disinteressa di qualsiasi controparte. Arrivederci, tutti a casa, proviamo a ricominciare. Costa? Saranno soldi spesi bene. Manteblog è vittima di impazzimenti grillini? Beh no.

I migliori di noi.
Vorrei un politico più bravo non solo di me (ci vorrebbe poco) ma di quasi tutti gli altri. Che sia arrivato lì perché era il migliore a fare quella cosa, non necessariamente il più intelligente o il più sveglio, non il più scaltro o il più rapido. Il migliore. O uno dei. E la bravura principale che questo anziano paese richiede oggi è quella del puntare al rinnovamento, del pensare differente, del non ripercorrere per la millesima volta le solite traiettorie. (È questa la ragione per cui il Renzi della Leopolda aveva sollevato così tante attenzioni. Perché raccontava altre priorità, inedite, magari non del tutto sorprendenti ma spiazzanti rispetto ad un mondo immobile). L’esercizio dialettico della solita solfa ha portato l’Italia esattamente dove si trova ora e gli elettori quell’odore un po’ stantio lo riconoscono al volo.

Storytelling
La comunicazione politica è un bene estremamente sopravvalutato. E lo è per una ragione banale: perché quando le cose non si spiegano da sole occorre per forza un mediatore che le illustri. La maggioranza delle buone scelte politiche non hanno grande necessità di essere raccontate. Da decenni politici con lo sguardo mogio vengono a spiegarci che il loro problema è stato – evidentemente – di non aver saputo comunicare bene la loro azione politica. La miglior decodifica di una simile frase è che le loro scelte politiche erano almeno in parte sbagliate visto che richiedevano tanto sforzo comunicativo per essere raccontate ai cittadini. Mi piacerebbe un politico che se ne stia in silenzio mentre progetta le cose e che me le racconta sobriamente quando dal cantiere delle idee escono infine inchiostrate nella Gazzetta Ufficiale. Io nel frattempo prometto di attendere paziente e fiducioso. Veniamo da 4 decenni di finte inaugurazioni, non ci siamo ancora stancati? E lamentarsi di non essere stati capiti fa molto Mario Monti con il cagnetto in grembo.




Non vivendo sulla luna so perfettamente che l’eleganza uno non se la può dare e che talvolta – in questo Paese piuttosto spesso – è addirittura controproducente. Nonostante questo ho vissuto con discreto fastidio la campagna mediatica dell’ultimora che il PD ha organizzato a Roma contro Virginia Raggi.

La prima domanda che mi faccio è: ma siamo sicuri che l’aggressività becera e insistita paghi? Voglio dire, anche essendo disperati, quanti voti sarà possibile raccimolare organizzando un flusso di tag sul social media che ripetano mille volte che l’avversaria è una bugiarda? Qualcuno li ha contati? E nel caso ha magari contato anche quelli di chi osservando una simile sceneggiata si è schifato ed ha deciso di votare qualcun altro o di non votare? Mi piacerebbe vedere dei numeri.

La seconda domanda: perché omologarsi al trivialissimo marketing politico inventato da Beppe Grillo e dai suoi strateghi? Conviene? Secondo me no, per due ragioni. La prima è che Grillo ed i suoi lo fanno meglio, fanno più ridere (quel poco che…) sono più gaglioffamente aggressivi e senza ritegno. Insomma rotolarsi nel fango col maiale, come diceva il poeta, spesso non conviene per il semplice fatto che alla fine noi lo facciamo per spirito di sacrificio invece al maiale piace. La seconda ragione per cui non conviene è che si tratta di una specie di dichiarazione di inabilità culturale spedita al proprio elettorato. Purtroppo le scelte strategiche non sono senza conseguenze: per qualcuno che troverà divertente offendere la candidata avversaria a 24 ore dal voto ci sarà qualcun altro (tipo me) che vivrà un simile attacco come un’offesa alla propri residua intelligenza, già in passato molte volte provata da rottamazioni, lanciafiamme, gufi ecc. Di nuovo, non penso di essere il centro del mondo: dico solo che a me, elettore del PD, tutto questo armamentario dialettico non piace.

Terza domanda: perché coinvolgere i propri dirigenti? Ieri il “LA” allo storming su Raggi bugiarda è partito da un tweet di Debora Serracchiani, non esattamente uno dei tanti oscuri social media qualcosa del partito che gli addetti ai lavori hanno imparato a conoscere ma tutti gli altri no. E a differenza di quanto accade di solito devo dire che, per qualche ragione, ieri sera non è avvenuto il solito rimpallo del medesimo tweet fra senatori e deputati PD digital connessi: spesso impegnati a disegnare la strategia digitale del partito a colpi di messaggi tutti uguali.



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Quarta domanda: perché giocare sporco? Perché inviare un sms di spam (perché di questo si tratta) ai cittadini romani attraverso un alias (ricordo che esiste una norma Agcom per cui chi utilizza un alias per gli sms deve averlo iscritto ad un registro e telefonando al proprio operatore telefonico è possibile sapere chi sia la società dietro al nome fittizio) ribadendo l’hashtag #bugiarda riferito alla Raggi e linkando un video di 30 secondi da un profilo Youtube intestato a tal Rachele Piscopo (un profilo aperto ieri in giornata e verosimilmente falso)? Qual era il progetto: creare un’onda virale scatenata da non-si-sa-bene-chi, nella quale migliaia di cittadini si indignano per le bugie di Virginia Raggi? Ma sul serio?
Al di là del fallimento del progetto (il video è stato visto circa 6000 volte in 24 ore, pochissime dato lo spam che lo ha interessato) perché invadere così pesantemente la privacy dei propri possibili elettori? E soprattutto, perché non firmarlo?

Se noi siamo i buoni – come si dice sempre – la mia idea è che semplicemente non ci si dovrebbe comportare così.

La netta opposizione pubblica di Virginia Raggi ad ogni ipotesi di sharing economy, al di là degli ovvi e momentanei interessi elettorali (anche Giachetti non è che abbia posizioni di grande apertura al riguardo, entrambi temono di inimicarsi troppo albergatori e tassisti) conferma un’idea che vado ripetendo da molti anni a riguardo del movimento di Beppe Grillo. E cioè che il ruolo dell’innovazione nell’ambito del successo politico del M5S è stato fin dagli inizi residuale e del tutto di facciata. Tutti osservavano il blog di Grillo come un laboratorio di comunicazione e di politica del futuro quando si trattava, in entrambi i casi, di una semplice sovrastruttura estetica. I meccanismi partecipativi mediati dalla rete erano, fin dagli inizi, fortemente controllati (i commenti del blog di Grillo silenziosamente censurati al bisogno, le candidature dal basso sottoposte al vaglio di una piccola oligarchia milanese, le votazioni del “popolo della rete” organizzate senza preavviso su temi scelti da Casaleggio e Grillo) e del tutto illusori: l’idea stessa di democrazia elettronica dal basso era vendibile solo ad un vasto numero di simpatizzanti con modeste competenze digitale, visto che quella filosofia non resiste ad un anche minimo approfondimento di chi avesse voglia di farsi un parere personale.

Come ho scritto spesso il successo di Grillo e del suo blog fra il 50% degli italiani connessi, a cavallo del primo decennio degli anni 2000, è stato favorito moltissimo dalla modesta alfabetizzazione digitali di questi ultimi. Il successo del M5S nei confronti del restante 50% della popolazione è in parte dipeso dalla facilità con cui i temi della modernità (Internet, la democrazia digitale, l’uno vale uno) potevano essere superficialmente venduti a chi – fuori dalla rete – non aveva alcun interesse a sperimentarli. Poi ovviamente, al di là dei temi digitali che ci interessano, una quota maggioritaria del successo di attenzione del Movimento si è basato su altro, sui soliti meccanismi antisistema che ciclicamente spostano quote rilevanti di voti da un populismo ad un altro.

Sviluppare un pensiero coerente partendo da simili premesse per il M5S è molto complicato. Per esempio, sempre nel confronto con Giachetti di qualche sera fa su Sky, Virginia Raggi ha ribadito un vecchio cavallo di battaglia (sarebbe meglio dire un asino di battaglia) di Grillo sull’onestà dei politici. Ha detto che dovrebbero essere i cittadini, in una sorta di tribunale popolare allestito al volo, a decidere se l’avviso di garanzia per il politico debba comportare il suo immediato allontanamento (onestà! onestà!) o la semplice prosecuzione delle indagini. Per farlo – secondo Raggi – i cittadini dovrebbero esprimersi sul sito del Comune (il web! il web!) o anche – perché no, sul blog di Grillo. Dove come è noto il diritto di voto dentro il famoso “Sistema Operativo” (solo i grillini possono chiamare Sistema Operativo un semplice DB su un sito web) si ottiene dopo molti mesi dall’iscrizione.

La verità è che tutte queste parole sulla partecipazione dei cittadini al progetto CInque Stelle hanno da sempre un ruolo marginale ed estetico. Non ha molta importanza che siano vere visto che si rivolgono ad un uditorio che le ignora e non vuole approfondirle. E quando l’innovazione è utilizzata come asino di battaglia può accadere perfino che il punto di vista del Movimento sulla sharing economy sia di chiaro e indubitabile stampo conservatore, esattamente come quello di Virginia Raggi su Uber o Airbnb. Un pensiero conservatore che, da qualsiasi lato lo si osservi, è del tutto incompatibile con la retorica modernista e digitale che il M5S ci ha venduto per anni.

Non vi citerò a questo punto Tomasi di Lampedusa. Non vorrei trasformarlo nel mio personale asino di battaglia, luogo comune da estrarre al bisogno quando si tratta di sottolineare le sorti deprimenti ma molto prevedibili del nostro Paese.

C’è una ragione per cui i principali siti web italiani (Repubblica, Corriere e Stampa) oggi hanno – da subito – titolato in grande che l’assassino della parlamentare inglese Jo Cox avrebbe urlato “Britain first” durante l’omicidio mentre nessun sito analogo inglese (Guardian Independent e Telegraph) faceva lo stesso. E la ragione è il motivo per cui la stampa in questo Paese è tanto scadente. Perché pubblica qualsiasi cosa velocemente e senza alcun controllo, a patto che sia utile alla propria idea di gestione dell’audience. Una idea in cui hype ed indignazione la fanno da padroni assoluti. Se poi la notizia si rivelasse falsa non importa, la si cancella e la si sostituisce con un’altra.

Repubblica ha titolato in grande quel “Britain first” dopo pochi minuti dell’attentato di Leeds, dopo aver letto la notizia nel live blog dell’Independent (citato come fonte) dove un tizio che lavora in una lavanderia aveva dichiarato al giornale che una sua amica (lui non c’era) aveva sentito l’assassino pronunciare la frase. Un po’ pochino per farci un titolone.

Non ha nemmeno troppa importanza che poi la notizia sia vera o meno, conta il metodo, conta l’assoluta noncuranza, conta l’idea che – “siccome è il web” – tutto è veloce ed in continua mutazione, per cui qualsiasi cazzata può restare online anche solo per 5 minuti per poi essere dimenticata da tutti.

Mentre scrivo poi, quasi tutti i siti web inglesi, informano, con evidenza variabile, che forse l’assassino ha davvero detto quella frase, ma lo fanno su box laterali o su articoli non principali (mentre sui siti italiani campeggia nei titoli principali ovunque) ed anche questo non è senza significato. Dopo aver controllato hanno trovato la notizia verosimile o perfino vera ma siccome una simile informazione orienta potentemente contrapposizioni e tensioni preferiscono per ora tenerla in secondo piano in attesa di analisi da farsi fuori dall’emergenza delle breaking news. E’ la cura del buon padre di famiglia per le cose importanti. L’esatto opposto di quello che accade da noi.

In un episodio di “Scherzi a parte” andato in ondo moltissimi anni fa, a Clemente Mastella, a quei tempi membro del governo, viene fatto credere che in Italia in quel momento fosse in corso un violento colpo di stato. Mastella si alza dal divano dal quale stava seguendo in TV la (falsa) notizia e con grande apprensione si precipita ad informarsi sulla incolumità del figlio (mi pare fosse il figlio, vaso a memoria, comunque un familiare). Il trasporto emotivo del padre a travolgere senza troppi imbarazzi la fedeltà alla bandiera.

Oggi su Repubblica Nichi Vendola, per un ventennio paladino dei diritti dei diversi racconta a Francesco Merlo la sua gioia di padre attempato:


“Guarda che io e Ed non vogliamo fare i testimonial di una battaglia di civiltà. Vogliamo solo vivere in pace”. Anche a costo di rinunciare all’Italia? “Ho comprato casa a Terlizzi, a duecento metri dal luogo dove nacque mia madre, conosco tutti e tutti mi vogliono bene. A Roma abbiamo un piccolissimo appartamento in centro. Ma non permetteremo che il corpo di nostro figlio diventi una bandiera dei diritti civili”. Meglio la fuga? “Meglio tornare a ottomila chilometri dall’Italia in questa casetta piccolina in Canadà che è piena di grazia italiana”.