C’è stato un periodo, molti anni fa, che noi Splinder lo prendevamo per il culo. Loro crescevano, diventando la prima piattaforma di blogging in Italia e noi vecchi blogger ci occupavamo di importantissime tematiche tecniche che lo riguardavano, tipo i feed RSS o altre cose di cui ora francamente nemmeno mi ricordo. Noi sapevamo tutto sui blog, loro erano gli imprenditori allo sbaraglio. O così almeno ci piaceva pensare e scrivere. Eravamo acidi e canzonatori, come si confà a dei tipi intelligenti e senza padrone. A Splinder, tutto sommato, rispondevano alle nostre critiche con distacco e noncuranza.
Ho conosciuto Marco Palombi, uno dei fondatori di Splinder, qualche tempo dopo, in giro per convegni o robe del genere. L’ho rivisto altre volte più tardi e sempre mi è parso una persona gentile ed educata. Una persona – lo dico senza affettazione – di quelle che mi piacciono al volo: non mi capita spesso. Ricordo che una delle ultime volte parlammo di cose private, tipo le sue scelte di vita dopo la vendita a Dada, il trasferimento a San Francisco con un figlio adolescente, cose così. Ecco io devo qualcosa a Palombi soprattutto per una ragione. Perché la prima volta che ci incontrammo mi raccontò dei primi tempi di Splinder, da lui trascorsi praticamente al capezzale della sua giovane moglie morente. Ricordo che fra mille imbarazzi mi scusai a lungo con Marco quel giorno, del resto non potevo immaginare e cose così, ma da allora non mi sono mai perdonato le allegre idiozie che dedicavamo alla piattaforma di blogging per tutti, asinamente ignari di quasi tutto quello che succedeva dietro. Oggi Splinder chiude e io sono sinceramente dispiaciuto: riconosco con chiarezza il grande valore divulgativo che la piattaforma ha avuto nella rete italiana ma riconosco anche il valore di necessaria cautela che questa vicenda ha avuto per me, povero coglione che sono, almeno le volte che me lo ricordo.