Il lungo pezzo pubblicato dal Post oggi sulla faccenda dell’identità di Banksy – mi spiace – ma manca completamente il punto. Il paragone fra Banksy e alcuni scrittori, Elena Ferrante su tutti, mi pare forzato e abbastanza fuori luogo. Fermo restante il diritto di Elena Ferrante di continuare ad essere uno pseudonimo dietro cui si cela non si sa bene chi senza che questo segreto abbia alcun effetto sulla percezione della sua opera letteraria e senza che nessun giornalista arrivi con la solita frasetta stupida “la gente vuole sapere”, l’anonimato di Banksy è legato a due caratteristiche sostanziali assenti negli altri esempi citati. Il primo è che l’opera artistica è più una performance che un manufatto, lo è talmente tanto che Banksy da decenni tenta in ogni maniera di opporsi ai molti mercanti che rivendono i suoi graffiti e organizzano mostre senza il suo permesso (anche grazie al suo anonimato che li libera da molti impedimenti); lo è anche perché, per loro natura, si tratta di opere che tendono a scomparire (delle decine di opere che Banksy ha sparso per Londra negli anni ne restano al momento forse due o tre). La seconda ragione, la più importante, perché quello di Banksy è da sempre attivismo militante attraverso l’arte, è una discesa in campo, uno schierarsi in formato grafico sopra il muro di una periferia degradata o sopra i simboli del più odioso potere. Una “opera artistica” che contro ogni attesa negli anni ha raccolto grande attenzione e seguito. Chiunque decida di svelare alla gente che vuole sapere (in realtà la gente non vuole sapere), magari con una lunga e immagino costosa inchiesta in giro per l’Europa chi sia Banksy può essere o molto stupido, o, molto più probabilmente, qualcuno in qualche maniera vicino a quel potere che i graffiti di Banksy mettono alla berlina.


p.s quella sopra è una foto di mia figlia adolescente nel 2015 a Southwark. È una foto che amo molto: sullo sfondo “Choose your weapon” di Banksy, un’opera che ora – ovviamente – non esiste più.

Lascia un commento