Nella cittadina di mare in cui vivo un’amica mi ha raccontato la storia di uno strano guaritore, vissuto nella seconda metà del secolo scorso. Il guaritore, che tutti in paese conoscevano, se non altro perché era l’ex portiere dell’ospedale, ebbe un periodo di notorietà un po’ di anni fa, quando iniziarono a giungere a lui ammalati e questuanti da tutto il circondario. Ho cercato sue notizie in rete senza successo: la sua fama, nata, cresciuta e poi spentasi in epoca pre-digitale, è conservata nei ricordi analogici di pochi anziani.

Il guaritore, che tutti chiamavano Gustin (Gustin è l’abbreviazione di Agostino in dialetto romagnolo), mescolava elementi religiosi e doti da pranoterapeuta, in un sincretismo per niente inusuale e di grande presa.

Sono venuto a sapere di lui per caso: ai margini del centro abitato sono tuttora rintracciabili la villa un po’ pretenziosa che Agostino si era fatto costruire, nel cui giardino si dice ospitasse anche animali esotici e la base in cemento di un’enorme croce che aveva fatto erigere giusto accanto alla trafficata strada statale. Qualche centinaio di metri più in là, camminando verso il mare, si trova un altro edificio ormai abbandonato a lui riconducibile: una costruzione che assomiglia in tutto a una chiesa, con tanto di rosone sulla facciata e una specie di grande cappella votiva affacciata sulla strada.

Nell’epoca della trasformazione digitale e della vorticosa trascrizione nei nuovi formati di tutto ciò che era precedente, le uniche cose che restano della vita di Gustin, un uomo di una qualche notorietà vissuto solo qualche decennio fa, sono alcuni manufatti in calce, mattoni e cemento armato.

Negli ambienti digitali non è che le cose vadano tanto diversamente.
Tramontata l’illusione secondo cui Internet sarebbe diventata la memoria del mondo, la sua più ampia biblioteca, da quelle parti i dati continuano ad accumularsi. Mentre questo avviene, dietro ai nostri occhi, silenziosamente, moltissimi altri dati digitali scompaiono. Per ragioni tecniche, per incuria, molto spesso perché le motivazioni economiche che avevano convinto qualcuno a mantenerli sono alla fine venute meno. Non si tratta solo del pulviscolo delle nostre trascurabili comunicazioni social: numerosissimi link a materiale scientifico disponibile in rete dopo pochi anni smettono di funzionare.

Anche la retorica della registrazione del tutto come chiave storiografica di lettura del mondo non se la passa troppo bene: i social network, dopo solo un paio di decenni dalla loro nascita, mostrano oggi i segni di una grande stanchezza.

Nel frattempo le parole di chi era passato da quelle parti e ora non c’è più restano accessibili sui loro profili social; su alcune piattaforme come Facebook, frequentata in Occidente prevalentemente da “anziani”, il fenomeno si mostra in tutta la sua evidenza e nuove forme di lutto prendono forma.
La persistenza digitale delle parole di chi è morto suggerisce l’idea che oggi nulla scompaia, che tutto ciò che diremo resterà per sempre. Che esista, insomma, un simulacro di eternità digitale a portata di mano.

È abbastanza probabile che non sia così. È abbastanza probabile che l’oblio si disinteressi anche questa volta dei nostri piani per ostacolarlo.

Memorie e ricordi negli ambienti digitali sono certamente molto visibili, specie per quelli che saranno interessati a trovarli: le foto e le parole delle persone che abbiamo conosciuto e che non ci sono più ci colpiranno in modo particolare, i loro messaggi in chat, le mail che ci eravamo scambiati, le pagine social ancora attive. Ma per quanto? E per quale ragione? Chi ne sarà il custode e perché dovrebbe continuare una simile manutenzione?

Cosa ne sarà di Gustin e dell’enorme croce che fece innalzare accanto alla statale Adriatica? Che fine hanno fatto le zebre che aveva in giardino? È come se memoria e oblio si comportassero allo stesso modo, negli ambienti analogici come in quelli digitali.

I piccoli resti di una “architettura geometrile” – come direbbe Gianni Celati – accanto alle tracce digitali sempre più labili della nostra esistenza in vita. Entrambi, l’analogico e il digitale, a ricordarci che non potremo vincere: che il nostro destino, più che ricordare tutto, sarà più facilmente quello di continuare a dimenticare molto.



(pubblicato su Specchio de La Stampa il 15 settembre 2023)

Un commento a “Gustin il guaritore”

  1. Giampaolo Armellin dice:

    In fondo, anche i post e i documenti digitali sono manufatti destinati alla consunzione del tempo. Possono sembrare eterni se non se ne conosce o intuisce la natura costruttiva, spesso (specialmente sui “social”) di natura “geometrile”.

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