Fra le molte idiosincrasie che mi appartengono da sempre ne esiste una che ho sviluppata di recente e che, a quanto pare, mi si è rivolta contro.

Viviamo vite connesse, per molte ore al giorno immersi in un flusso di continua comunicazione: e questo già di per sé non è sanissimo. Dentro un simile caos informativo molte delle persone che seguo e che mi interessano, che aggiungono valore alla mia vita, che modellano i miei pensieri come mai sarebbe stato possibile in passato, lavorano nel mondo della cultura e della comunicazione. Producono articoli, commenti, editoriali, dicono cose. Spesso scrivono libri.

Ciascuna di queste persone è alla ricerca di attenzione e riconoscimenti. Desidera essere condivisa e stimata. Le ragioni di simili aspirazioni sono varie. Talvolta sono banalmente economiche (fare carriera, scrivere su un giornale più prestigioso, vendere più libri, andare in TV), a volte attengono ad un forte e assoluto desiderio di rivincita, altre volte semplicemente riguardano l’umanissimo desiderio di veder condivisi i propri punti di vista e riconosciute e discusse le proprie intuizioni.

Qualsiasi siano le ragioni di un simile tentativo di emersione il risultato finale, in buona parte legato a noi ma in parte anche alle caratteristiche intrinseche degli strumenti social che utilizziamo, sarà quello di sgomitare, alzare la voce, infittire il flusso per ottenere l’attenzione che sentiamo di meritare.

In questi giorni, in occasione dell’uscita del mio nuovo libretto, ho pensato allora che fosse il caso di ridurre – per quanto mi è possibile – i vari inevitabili rimandi, le citazioni e gli accenni a “Dieci splendidi oggetti morti” che mi stanno raggiungendo un po’ ovunque in rete. Continuo ad essere grato e a voler bene alle moltissime persone che mi hanno degnato della loro attenzione, merce rarissima al giorno d’oggi. Ma continuo ad essere grato e a voler bene anche ai molti altri che seguono le cose che scrivo in rete anche se ho appena pubblicato un libro. Persone che forse non meritano di essere inondate da decine di RT, cuoricini, citazioni e ringraziamenti che fino a ieri avrei pubblicato minuziosamente sul mio feed su Twitter.

p.s. la foto qui sopra è di Paola Ivaldi che nel mio personalissimo cartellino è stata la prima a pubblicare una foto del mio nuovo libro il giorno della sua uscita. Grazie Paola.

7 commenti a “Parlare un po’ meno di sé”

  1. jamm dice:

    Correlato: mi piacerebbe leggere il tuo libro in formato digitale, ma trovo solo versioni con DRM, che mi rifiuto di acquistare per principio. C’è modo di acquistare una versione digitale DRM-free (social DRM va bene) o mi rassegno e compro la versione fatta di alberi morti?

  2. massimo mantellini dice:

    @jamm purtroppo dubito che esistano alternative ai formati soliti, per quel che vale capisco bene l’esigenza

  3. jamm dice:

    Capisco. A questo punto credo che mi convenga di più acquistarlo fisico. Secondo te l’editoria avrà un “momento iTunes” in cui si capisce l’inutilità di queste misure di protezione e si smette di utilizzarle, oppure ormai il treno è passato senza fermarsi?

  4. Lele dice:

    @mante ma questo è un metapost?! ;)

  5. Paola dice:

    In effetti, sì, ci abbeveriamo in massa a questa fonte inesauribile di inchiostro e parole. Sapere la differenza che passa tra la sorgente e l’abbeveratoio è quello che ci salva. Forse. Grazie Massimo.

  6. maury dice:

    Io ho iniziato a leggerti più di 10 anni fa e continuo con soddisfazione. Ed è come dici tu Massimo: in qualche modo ci si lega ad alcune persone perchè aggiungono valore alla nostra vita. Grazie per il tuo nuovo libro.

  7. Angelo dice:

    Io sono tra quelli che, inondato da RT di complimenti, autocitazoni, foto di lettori che fanno spacchettamento mette in pausa, smette di seguire. Poi torno sempre, fino alla prossima volta.