Io penso che la stima ed il voto degli elettori si guadagnino con le idee e con i comportamenti, non con le abilità tecniche o con i talenti comunicativi. Penso che quando un politico dice “abbiamo comunicato male” (e accade continuamente) ci stia comunicando che le sue idee non erano abbastanza forti. Incolpi qualcun altro del proprio fallimento politico. Le idee assomigliano molto ai prodotti (e questa è una vera disdetta): se sono buone non hanno bisogno di grande pubblicità, si vendono da sole, senza bisogno di comprare spazi sui giornali o immaginare strategie on line. E benché in genere si pensi l’esatto contrario, gli ambienti digitali semplificano e non complicano la linearità dei contenuti. Se un’idea è forte e piace alle persone se ne frega dei soldi spesi in comunicazione e degli hacker russi dietro l’angolo. Arriva, bussa alla nostra porta e vince comunque.
È questa la ragione principale per la quale la discussione sulle fake news, che è tanto di moda da noi oggi, è un tema sostanzialmente irrilevante: è bassa portineria, roba da poveretti. Nessuna democrazia è oggi in pericolo per le stupidaggini messe in giro dai professionisti del falso. Invece la narrazione sulle bufale è utile e determinante nel momento in cui il messaggio politico è modesto e incerto. Fornisce un alibi. Lascia balenare una possibilità. Non sono io ad essere un politico modesto, sono stati quelli che hanno perturbato il campo di gioco.
Ieri sera, chiacchierando con Giorgio Gori in un evento pubblico a Milano in cui si parlava di comunicazione politica digitale, gli ho detto, rispondendo a una sua domanda, che io non voglio essere il bersaglio della comunicazione politica. Non voglio che il candidato di turno apparecchi la tavola della mia contentezza dicendo le parole esatte che voglio sentirmi dire. Gori – che è una persona di talento e che stimo e che se abitassi in Lombardia voterei sicuramente nelle prossime elezioni regionali – mi ha risposto che ragionando così, disinteressandosi alle alchimie della creazione del consenso, poi le elezioni non si vincono. Io lo capisco: lo capisco e penso che abbia torto.

Oggi mi ha colpito molto un post sponsorizzato di Maria Elena Boschi su Facebook nel quale annunciava di aver “indetto” un incontro di TV a “Ottoemezzo” con Marco Travaglio. Un politico di primo piano spende dei soldi per dare visibilità su Facebook ad un messaggio in cui si annuncia un programma Tv al quale parteciperà. Per farlo altera, pagando, i meccanismi di emersione dei contenuti che almeno in parte persistono anche dentro un social network pesantemente dopato come FB. Le parole di Boschi reclamano evidentemente sempre più attenzione, non basta quella che gli utenti riserveranno spontaneamente ad un Ministro della Repubblica già abbondantemente sotto i riflettori. In un unico messaggio (pensato da qualche esperto di comunicazione politica che la sa lunga) Boschi compra l’attenzione dei cittadini e ammette (come è accaduto anche ad altri politici di vertice come Di Maio e Renzi recentemente) di poter disporre liberamente degli spazi televisivi (Di Maio e Renzi si erano accordati perfino sul dove e quando sfidarsi senza bisogno di informare preventivamente i responsabili della trasmissione). Per come la vedo io un doppio fallimento.
Tutto è sotto la luce del sole leggendo un post del genere. Il totale asservimento del giornalismo e dei media in generale (la politica non finge nemmeno più di considerarli soggetti autonomi nella creazione del valore informativo). La brutalità del potere che decide e dispone. La necessità di scambiare soldi per attenzione, o di targhettizzare meglio gli elettori, come diceva Gori ieri sera.
La mia idea, ingenua e provinciale quanto volete, è che si stia dando importanza al nulla. Nel momento in cui ogni proposta politica è titubante e poco coraggiosa, dominata dai sondaggi letti alla mattina più che da quello che resta delle proprie idee, ci si appella alle tecnicalità, affidando loro la propria prossima vittoria. Si investe in comunicazione, si stipendiamo gli esperti, si dà ascolto a quelli che ci raccontano come è possibile manipolare gli algoritmi.
Eppure forse solo a me risulta lampante che il famoso 40% di Renzi alle Europee di qualche anno fa fu il risultato, immediato e inatteso di una proposta politica che per una volta, dopo anni, era da moltissimi e improvvisamente percepita come differente, raccontata con passione e trasporto e poi, in seguito in qualche misura più o meno smentita dai fatti. E che l’ascesa fulminea di Macron in Francia ha seguito una traiettoria non troppo differente.
Sono le cose che dice la politica che cambiano lo scenario del consenso, non come le dice. Specialmente negli ambienti digitali sono i prodotti a vendere sé stessi, almeno fino a quando ci sarà spazio per forme di viralità non condizionate. Poi certo andrà misurata la distanza fra le promesse ed i fatti ma molta della mediocrità che è possibile leggere in Italia in questi mesi, da destra a sinistra, è figlia di questa pochezza di idee e slanci, sostituite da calcolo e tecnicalità. E se la battaglia rimane ancorata ai toni di voce, al talento espositivo o alle meraviglie della comunicazione su Facebook (o perfino a indicatore ancora più miseri come la conta dei like su FB o i TT su Twitter) allora sarà normale questa calma piatta nella quale siamo immersi da mesi. Un luogo senza politica dove l’unico brivido ci raggiunge quando Tizio dice a Caio che è un cretino. O quando le metafore della contesa politica saccheggiano non più soltanto il calcio o i film di Bombolo ma raggiungono anche i campi di sterminio di Auschwitz.



Dicembre 15th, 2017 at 05:14
molta della mediocrità che è possibile leggere in Italia in questi mesi, da destra a sinistra, è figlia di questa pochezza di idee e slanci, sostituite da calcolo e tecnicalità. E se la battaglia rimane ancorata ai toni di voce, al talento espositivo o alle meraviglie della comunicazione su Facebook (o perfino a indicatore ancora più miseri come la conta dei like su FB o i TT su Twitter) allora sarà normale questa calma piatta nella quale siamo immersi da mesi.
(cit)
Il mio politico ideale ha meno di 50 anni.
Usa Twitter e Facebook da solo, su Instagram mette solo foto, le sue, scattate col suo telefono.
Non va in TV da Vespa (per carità)
né da Formigli
né da Gruber
tantomeno da Floris.
Non parla di continuo di tutto. Su un sacco di cose non ha un parere. Se gli chiedi cosa sia la blockchain pero’ lo sa.
Se vince la sua squadra di calcio magari esulta su Twitter, ma magari non tutte le volte. Soprattutto non usa di continuo le mefitiche metafore calcistiche quando parla di politica. Ha abolito la zona cesarini dal suo linguaggio nel 1983.
Il mio politico ideale sarebbe meglio fosse una donna (per ragioni che so io).
Il mio politico ideale sa un po’ di inglese per non farsi troppo riconoscere quando va all’estero.
Non scrive libri che non ne ha il tempo. Tantomeno romanzi (che tanto è difficile e non è capace)
Rifugge la retorica ed i luoghi comuni come se fossero il diavolo in persona.
Non si appassiona ai numeri dei sondaggi (che ha pagato a caro prezzo) più che alle idee.
Il mio politico ideale pensa che possa esistere un percorso per i diritti di tutti che un po’ se ne frega della chiesa e della morale democristiana. Non cita Gramsci e nemmeno Giovanni Paolo.
Si fa i selfie con te, se proprio deve, ma con una faccia un po’ così. Anche se non siete a Genova.
Si ricorda delle cose accadute 50 anni fa in questo Paese e non dice: è stato tanto tempo fa cosa vuoi che ce ne importi oggi.
Un po’ ha viaggiato, per giuda.
Il mio politico ideale immagina un Paese che non c’è. Un Paese che assomiglia più ai nostri Paesi vicini che a noi (non è difficile non serve troppa fantasia)
Il mio politico ideale è di sinistra. Che non è vero che sinistra e destra sono roba vecchia.
Il mio politico ideale in questo momento non c’è.
Dicembre 15th, 2017 at 10:35
Io credo che da sempre la comunicazione verso l’elettorato sia stata prima di tutto “narrazione” e che le fantomatiche “fake news”. siano una presenza costante dal dopo guerra ad oggi.
La vera differenza è che prima c’era una classe dirigente che comunicava nazionalpopolare nella peggiore accezione ma poi cercava di operare in maniera seria e i pariti giocavano un ruolo indispensabile in questo gioco. Oggi non ci sonoi più i partiti, non c’è più una classe deirigente degna di tale nome e allora ci è restata solo la comunicazione che continua a restare nazionalpopolare. I nuovi mezzi hanno solo svolto la funzione di acceleratore.
Dicembre 15th, 2017 at 22:08
L’articolo di Mantellini mi trova d’accordo.
Mi convince in modo particolare il passaggio in cui si precisa che “la narrazione sulle bufale è utile e determinante nel momento in cui il messaggio politico è modesto e incerto. Fornisce un alibi. Lascia balenare una possibilità. Non sono io ad essere un politico modesto, sono stati quelli che hanno perturbato il campo di gioco”.
Verissimo.Tanto più vero quando la narrazione sulle bufale è essa stessa una bufala.
Mi riferisco ai nostri 007 che hanno smentito la narrazione Biden-Renzi e la balla sul referendum costituzionale perso per colpa di Putin.
Con una significativa differenza: la bufala Biden-Renzi è passata in un assordante clamore mediatico; la sua smentita è scivolata in un altrettanto assordante (e vergognoso) silenzio.
Dicembre 16th, 2017 at 08:55
” la discussione sulle fake news, che è tanto di moda da noi oggi, è un tema sostanzialmente irrilevante: è bassa portineria, roba da poveretti”
Quindi ad esempio la campagna della Boldrini (terza carica dello Stato), l’attivismo di Attivissimo, la quantità di commenti a favore di quanto sopra su testate come il Post sono roba per poveretti?
Dicembre 17th, 2017 at 08:48
[…] Molto Facebook e poca politica Il #cazzaro (e la sua banda) è peggio del Silvio: è più giovane, durerà di più #:social media #:politica ::: manteblog […]
Dicembre 19th, 2017 at 08:46
E’ che noi che abbiamo visto thewestwing e tifato obama, che abbiamo vissuto all’estero e invidiato istituzioni democratiche molto più antiche delle nostre o goduto per il senso civico di altri popoli europei, noi cresciuti col mito della dichiarazione di indipendenza e dell habeas corpus, noi sostenitori dell onu e degli stati uniti d’europa, proprio non riusciamo a rassegnarci alla sciatteria della nostra classe dirigente, e lo ribadiamo in un paese nel quale l’Ocse ogni ventanni conferma che più di metà della popolazione se legge una pagina di testo non sa cosa abbia letto.
Civilizzare l’Italia è probabilmente la battaglia più lunga e improbabile e importante che si possa intraprendere e forse l’unica possibile.
Dicembre 19th, 2017 at 10:09
Paolo de Andreis sta dicendo che la scuola post sessantottina ha fallito?
Dicembre 19th, 2017 at 17:55
“Io penso che la stima ed il voto degli elettori si guadagnino con le idee e con i comportamenti, non con le abilità tecniche o con i talenti comunicativi.”
Balle. E non da quando c’è Facebook, la TV di massa eccetera. Berlusconi promette la ‘rivoluzione liberale’ dalle elezioni del ’94 e, con ogni probabilità, vincerà le prossime. Se non ha fatto tutto è colpa dei giudici comunisti.
Meno di un secolo fa un tizio coi baffetti convinse il popolo di Kant e Hegel che c’era in atto un complotto massoplutogiudaico contro la razza ariana, e non aveva nemmeno una TV. Charlie Chaplin lo capì benissimo ne ‘Il grande dittatore’, quando durante il comizio manco riesce a parlare, ma la folla è adorante anche se ignora totalmente il contenuto.
In generale l’oratoria è nata per discorsi pubblici, tanto le persone saranno più interessate al come che al cosa.
Sad but true.