Io sospetto che – semplicemente – nessuno lo sappia. Che si proceda a tentoni, talvolta sbagliando, altre volte prendendo giuste decisioni. Di sicuro c’è che da quando le fotografie sono diventate ubiquitarie in ragione della disponibilità di nuovi milioni di obiettivi dentro i telefoni cellulari anche il lavoro professionale (di chi materialmente scatta fotografie, spesso nei luoghi di guerra e di chi è chiamato a sceglierle, anche in funzione di una bulimia dello spettatore che sembra non avere fine) è cambiato molto.
Qualche giorno fa Roger Tooth, il photo editor del Guardian ha pubblicato un articolo tanto interessante quanto pieno di sacrosanti punti interrogativi. Quali immagini dobbiamo pubblicare, quali dobbiamo rifiutare? In base a quali criteri? Già porsi simili domande, scorporandole dall’interesse ovvio legato alle questioni economiche che ruotano attorno a simili scelte, è un’intenzione di serietà. Ed è una domanda che in questi anni si è riproposta molte volte. In ogni caso i problemi al riguardo sono sostanzialmente due e riguardano l’orrore ed il diritto alla riservatezza. Sul secondo io da tempo non avrei grandi dubbi: le immagini private, in genere prelevate da Internet senza autorizzazione (dai profili FB nella maggioranza dei casi ma anche da altri luoghi di rete) non dovrebbero essere nella libera disponibilità del diritto di cronaca a meno di casi estremi. Per esempio il Telegraph ha pubblicato qualche giorno fa una foto probabilmente presa dal profilo FB di un avvocato inglese morto assieme alla moglie ed ai tre figli nell’aereo abbattuto in Ucraina. Ragioni per pubblicare una simile immagine privata? Nessuna se non il desiderio di inseguire il peggior voyerismo dei lettori.
Sull’orrore davvero la questione è complicata. Alcune foto terribili sono fra i più importanti documenti giornalistici del nostro tempo. Tooth cita (e mostra) la foto del 1991 del soldato iracheno incenerito dagli americani, ma sono sicuro che ad ognuno di voi ne verranno in mente almeno un paio di quelle immagini, incancellabili e terribili che spiegano una storia (a me così al volo vengono in mente quella dei bimbi nudi inseguiti dal napalm in Vietnam e quella dell’uomo che cade dalle Torri l’11/9). Sono differenti quelle foto dall’immagine che l’agenzia Magnum ha cercato di vendere la settimana scorsa e che mostra il corpo di un passeggero del volo Malaysia Airlines piombato dentro una casa sfondando il tetto? Ecco cosa ne pensa Tooth:
In addition to the thousands of photographs supplied by the main wire agencies, such as AP and Reuters, the most prestigious photojournalists’ agency, Magnum, has been offering a set of images taken by Jerome Sessini from the MH17 crash site. Sessini certainly didn’t hold back and recorded bodies lying in fields where they fell and, in one case, in a room of a local house, having crashed through the roof. This is an astoundingly dark picture. It is basically a still from a horror movie: the person involved has been accorded absolutely no shred of dignity. Magnum was, I think, wrong to offer this picture for sale and indeed followed up the initial email offering the set with another apologising for not warning of the nature of content on offer. The pictures shocked me when I opened the email, but I was shocked again to see them published on Time.com as a photo essay. Time prefaced them with the words, “Warning: some of the following images are graphic in nature and might be disturbing to some viewers.” Surely that is more of an invitation to the prurient rather than a warning?
Io davvero non saprei rispondere, probabilmente sì, sono diverse, differenti orrori. (la foto per chi la volesse vedere è qui).
Come scrive sempre sul Guardian Suzanne Moore, in questi giorni su Twitter sono circolate decine di foto terribili di bambini palestinesi colpiti dai bombardamenti israeliani a Gaza. È capitato anche a me, in taluni casi di ritwittarle. Twitter è veloce, l’indignazione sale in fretta e il senso di impotenza che simili immagini trasmettono spesso non ha altra maniera per essere espresso se non attraverso la loro riproposizione. È sbagliato? Non saprei, non credo, non sempre per lo meno. In ogni caso a differenza della Moore (e di molti altri che in questi giorni su Twitter mostravano il loro fastidio) non mi sentirei di fare la morale a nessuno al riguardo. Non più di quanto mi sentirei di farla ai giudici del Premio Pulitzer che qualche anno fa premiarono questa che è forse una delle fotografie più terribili degli ultimi anni. Avevano ragione? Avevano torto? Posso ritwittarla?
In ogni caso mi sembra si possa sostenere che esistono due flussi informativi molto differenti. Da un lato c’è quello amatoriale e testimoniale degli attori in campo. Molte delle terribili immagini di questi giorni di bambini trucidati a Gaza vengono da attivisti palestinesi che utilizzano simili report per ragioni anche strumentali (non voglio dire solo strumentali ma anche strumentali sì). Poi esiste il feed giornalistico, che pesca dalle Agenzie e da Internet e che gestisce l’orrore con sempre maggior disinvoltura e sfrontatezza per ragioni evidentemente differenti. Le domande fatte all’inizio del post valgono soprattutto per questi ultimi ed a quelle se ne aggiunge un’altra. Come trasformare la dignità del lavoro giornalistico in un valore da contrapporre alla mercificazione dell’orrore in rete? Perché se Internet è il luogo dell’attenzione morbosa non è per nulla detto che i giornali ne debbano far parte.



Luglio 27th, 2014 at 03:30
Da giornalista “giovane” ricordo, dopo un incidente mortale e la conseguente corsa alla ricerca del malcapitato su facebook (è la pessima prassi. Non me sono orgoglioso e non l’ho mai fatto volentieri) il mio coordinatore che mi diceva: una volta mettevamo le asettiche fototessere, ora con sto Facebook sono tutti così sorridenti… è terribile. Personalmente adesso evito quando posso e anche quando non potrei di invadere l’intimità di chi soffre.
Altra cosa, i social e qualche “genio”, troll o quant’altro, hanno ormai sdoganato un’altra pessima abitudine: quella di non badare più di tanto alle fonti. Così l’indignazione per i raid di Israele, ad esempio, corre sul web servendosi di immagini di bimbi morti ad Aleppo mesi addietro.
Insomma, riaposte in tasca non ne ho, ma la scarsezza di buonsenso e la corsa selvaggia al click stanno compromettendo parecchio questo mestiere.
Luglio 27th, 2014 at 07:22
Mante, perdonami se mi autocito, ma ne ho scritto qualche giorno fa.
http://www.pinellus.it/2014/07/restiamo-umani-basta-foto-di-bambini.html
Luglio 27th, 2014 at 11:14
C`e` un mercato dell`agghiacciante. Quando a milano uno si butto` sotto la metro comparvero come funghi i fotografi. Dalla medesima sensazione, ci ricavo` un noir fantasy degno di nota l`ottimo(allora) Pinketts: il senso della frase. Per quanto concerne le foto da Gaza invece penso che siano scelte dettate dalla disperazione, un po come quando si portavano testimonianze audiovisive dai lager onde evitare che l`oblio si mangiasse tutto
Luglio 27th, 2014 at 19:26
Mi viene in mente questo articolo che ho letto qualche giorno fa. In basso all’articolo, c’e’ una discussione interessante:
http://www.spiked-online.com/newsite/article/your-pity-for-palestinians-is-making-things-worse-in-gaza/15461#.U9U1ToBdWw0
Luglio 28th, 2014 at 01:28
Non sono d’accordo su un punto: a mio avviso le foto “private” (utilizzerei, in maniera più appropriata, il termine “personali”) pubblicate deliberatamente su Facebook ed accessibili da chiunque devono essere considerate pubbliche.
Luglio 28th, 2014 at 10:44
E se nessuno avesse pubblicato le foto dei campi di concentramento nazisti ?
Luglio 28th, 2014 at 12:43
Suggerisco anche un altro punto di vista: non avete il timore che la sovraesposizione comporti, nel lungo termine, un’assuefazione per la quale nessuno ci farà più caso? E che faranno allora gli spacciatori di “notizie”?
Luglio 28th, 2014 at 14:15
Utile alla discussione, un recente articolo sul nytimes sulle foto di due ragazzine indiane, appartenenti alla più bassa casta sociale, che furono impiccate ad un albero dopo essere state stuprate.
In quel caso fu proprio il padre di una delle due e i parenti ad impedire che fossero tirate giù per consentire l’arrivo di giornalisti e attirare così l’attenzione dei media.
http://lens.blogs.nytimes.com/2014/07/24/a-india-photo-hanging-reflection/?_php=true&_type=blogs&_r=0