Se le cose andranno come stanno andando, e tutti già ora hanno modo di osservare quello che sta succedendo, nel giro di qualche anno il genio italico (lo stesso genio che sta abbattendo gli alberi per far posto ai parcheggi dei suv neri con i vetri oscurati) dovrà organizzarsi per costruire camminamenti sotterranei per spostarsi in città da un luogo ad un altro. Città che nel frattempo saranno ormai rese deserte da temperature medie di 50 gradi celsius. Ora, tali camminamenti, nel mio immaginare di ostinato democratico, dovranno essere governati, all’entrata e all’uscita da cancelli elettronici e disponibili per tutti. Ogni cittadino sarà dotato di un proprio badge e a tutti sarà garantito il diritto di spostarsi in città senza essere abbrustolito dal sole. E ogni nuovo Robert Walser potrà scrivere il proprio libro in santa pace. Ad una sola piccola categoria di persone sarà negato il badge, un po’ come accadde per la vecchia Costituzione repubblicana che vietava l’apologia di fascismo, ed è la categoria dei negazionisti del clima. Quella piccola combriccola di fessi che, per stupidità o convenienza di breve respiro, continuano a dire “D’estate ha sempre fatto caldo”. Si tratta tutto sommato di un piccolo gruppo di persone, qualche senatore leghista, qualche opinionista senza scrupoli, qualche cretino patentato che sempre è possibili rintracciare in ogni consesso di persone. Per costoro la nuova Costituzione del camminare sotterraneo prevederà un’eccezione. Ha sempre fatto caldo. Stai fuori, tutto il marciapiedi è a tua disposizione.
L’Italia è quel paese in cui un duplice assassino suggerisce a Sergio Mattarella di mettersi una mano sulla coscienza.
Massimo Cirri lascia Caterpillar.
Ci sono molti modi per chiudere i progetti sgraditi al centro destra. Cirri spiega egregiamente cosa è successo e perché lui, a un certo punto, ha detto basta. Caterpillar tecnicamente resta così i censori potranno fingere di non esserlo.
Mi colpisce il finale che ricopio qui.
Quindi ciao.
Grazie per la pazienza.
Verità e giustizia per Giulio Regeni.
Mi commuove che molti commentatori terminino le loro risposte con la stessa frase.
Verità e giustizia per Giulio Regeni.

A me piace molto Paolo Nori. Mi piacciono i suoi libri, così come mi piacciono molte delle cose che Nori ha messo online sul suo blog e altrove da molti anni a questa parte. Mi piace talmente tanto che oggi sono costretto a scrivere qualcosa “contro” di lui.
Ho controllato, la prima citazione che lo riguarda sul mio blog, è del 2008: un brano spassosissimo tratto da “Grandi ustionati”. Poi Nori negli anni si è inventato questo formato a metà fra il romanzo e il saggio, lui lo chiama romanzo, a me è sempre sembrato prima di tutto un saggio ma chisseneimporta, in cui applica il suo talento linguistico a un autore che gli piace, in genere un autore russo del passato, anche se l’ultimo suo lavoro del genere riguarda un grande poeta romagnolo che si chiama Raffaello Baldini. Il risultato di un simile esperimento a metà fra divulgazione, voce interiore, racconto autobiografico e citazioni colte, è per me in genere molto convincente. Forse un po’ ripetitivo ma piacevolissimo: del resto Nori da sempre utilizza il gergo e la reiterazioni come elementi distintivi del suo lavoro. In pratica alla fine (come molti, ma in maniera più sfacciata) Nori scrive sempre il medesimo libro, se quel tipo di scrittura ti piacerà (a me piace) ti piaceranno molte delle cose che scrive, se non ti piacerà quel tono ti stancherà subito.
L’invasione russa dell’Ucraina è iniziata il 24 febbraio 2022. Da allora Nori che traduce dal russo, che si è laureato con una tesi su uno scrittore russo, che spesso è stato a Mosca e a Pietroburgo per studi, che da anni organizza questi viaggi dall’Italia verso i luoghi in cui hanno vissuto i grandi scrittori russi (che con l’ironia che lo contraddistingue ha chiamato a suo tempo “Gogol’maps”) si è trovato molte volte a dover argomentare il suo amore incondizionato per la Russia, un po’ perché in tempi del genere molti gli domandavano quale fosse la sua posizione al riguardo del regime di Vladimir Putin, un po’ perché in casi del genere gli stupidi ci mettono sempre del loro e nei primi tempi dopo l’invasione sovietica qualcuno pensò bene di coinvolgerlo in un maldestro tentativo di censura tutto italiano in occasione di una conferenza che Nori avrebbe dovuto tenere all’Università di Milano. Nori quell’infortunio lo ha poi intelligentemente sfruttato a proprio vantaggio e continua a farlo anche oggi.
In questo – va detto – nel citare il regime, Nori non se l’è mai cavata benissimo. Mezze frasi, banalità sull’amore per il popolo russo che è differente dai governanti russi, piccoli episodi personali irrilevanti, che Nori è troppo intelligente per elevare a canone, ma che ogni volta racconta al suo pubblico lasciandoli lì a sedimentare come materiale da meditazione. Per esempio qualche sera fa l’ho ascoltato qui a Cervia raccontare che lui una volta voleva andare in America ma gli hanno negato il visto mentre il visto per Mosca in quegli stessi giorni lo aveva ottenuto regolarmente.
Ora il tentativo di capire cosa pensi davvero Paolo Nori della Russia di Putin, sempre che lui desideri dirlo, e l’idea che ti fai è che lui preferirebbe parlare d’altro ma che purtroppo questo non è sempre possibile, va ogni volta a sbattere contro queste piccole banalità. L’altra sera durante il medesimo spettacolo teatrale Nori ci ha tenuto a dire al pubblico che lui ha simpatie personali per l’anarchia (come a dire senza dirlo, non chiedetemi di schierarmi che tanto non esistono poteri buoni). Solo che Nori non è De André.

Nel suo cauto incedere geopolitico Nori ha pubblicato qualche tempo fa un paperback molto piacevole in cui mostrava quali e quante parti del suo libro su Anna Achmatova erano state censurate nella versione russa del testo. Già molti anni fa, a sottolineare la distanza inevitabile fra propaganda e realtà oggettiva, Nori raccontava di quando alla fine degli anni 90 era a Mosca e dall’Italia lo chiamavano preoccupati dicendogli “Dice la TV che a Mosca ci sono i carri armati in strada” e lui si affacciava alla finestra per concludere che no, carri armati non se ne vedevano proprio. Il medesimo schema lo ha applicato anche in un breve trafiletto pubblicato qualche giorno fa con grande enfasi su Il Fatto Quotidiano (come noto il giornale più filorusso fra quelli disponibili in Italia) intitolato “Il mio 4 luglio a Pietroburgo dove i raid non si vedono” nel quale spiegava che no lui a Pietroburgo i droni ucraini di cui tutti i media in occidente parlavano non li aveva visti. Il breve articolo termina così:
“Quindi io non escludo che, sabato 4 luglio 2026, siano arrivati dei droni, a Pietroburgo, ma io, e tanti pietroburghesi che ho incontrato, non ce ne siamo accorti.”
Io sono il primo a dire che nessuno dovrebbe essere tirato per la giacchetta, tantomeno gli intellettuali, tantomeno gli scrittori. E non ho neanche grandi aspirazioni che gli autori che leggo e che stimo la pensino come me. Non ho nemmeno grandi curiosità su alcune casualità che potrebbero essere considerate sospette (per esempio l’altra sera mia moglie a teatro osservava “chissà come mai sui crimini del regime russo, sulla morte di Naval’nyj o di Politkovskaja” Nori dai suoi molti palchi non ha mai avuto troppo da dire). Nonostante questo e nonostante la mia sincera curiosità nel provare a indovinare su cosa si basi la logica di sotterranea accettazione del regime di Putin da parte di uno scrittore che stimo, devo dire che un ragionamento logico, organico, completo e privo di piccoli giochetti semantici, nel quale Paolo Nori spieghi la sua relazione non tanto con gli scrittori russi e nemmeno con i cittadini russi ma con la Russia intera, dentro la quale il ruolo del regime ha da decenni un impatto gigantesco che si riflette dentro e fuori il Paese e che non può certo essere ignorato, io non l’ho mai sentito.
E devo dire di essere stato attento, devo dire, da ammiratore di Paolo Nori, di aver ascoltato con attenzione.
Non so bene chi sia Ultimo. Immagino che sia una di quelle cose che si dicono sempre quando qualcuno è sulla bocca di tutti. Resta in ogni caso la verità. O meglio. So che è un giovane cantante, uno, credo, con molti tatuaggi. So che è stato a Sanremo qualche anno fa con piccole polemiche annesse di cui ora non saprei dire; so, soprattutto, che in questi giorni al suo concerto a Roma sono attese molte migliaia di persone, i media dicono 250.000, alcune delle quali – dicono – accampate davanti ai cancelli da giorni. Lo so perché io ogni giorno leggo i titoli dei giornali online. Finisco per conoscere i nomi di un sacco di cose che non mi interessano, esattamente come Ultimo, ma la mia conoscenza di tutte quelle cose si ferma lì. Ai titoli.
Ultimo però è un cantante e il discrimine principale sulla mia non conoscenza nei suoi confronti non riguarda i titoli di stampa ma il fatto, ben più importante, di non avere mai ascoltato una sua canzone.
In questi giorni mi chiedevo: come è possibile che di un cantante italiano che raduna 250mila persone in uno stadio io non abbia mai ascoltato niente? E la risposta è: perché io da molto tempo ho smesso di ascoltare la radio.
Ho smesso molti anni fa quando, durante gli spostamenti fra casa e lavoro, iniziai a sostituirla con gli audiolibri. Da allora non l’ho più ascoltata, né in auto né altrove; ho anzi iniziato a trovare il suo gracchiare in lontananza sempre più fastidioso e inconcepibile. Sicuramente un problema mio. Le uniche sessioni di ascolto obbligatorio sono nell’ambulatorio del mio dentista, che ha avuto la cattiva idea di mettere un altoparlante con la radio accesa in ogni stanza.
Ora, al di là dei miei gusti e delle mie personali idiosincrasie, oggi pensavo che se ancora ascoltassi la radio io Ultimo almeno un po’ lo conoscerei e avrei ascoltato almeno qualche suo brano. Mi sarei insomma fatto un’idea su di lui.
L’aspetto interessante, che ovviamente non ha nulla a che fare con Ultimo ma riguarda la radio in generale, è che sarebbe stata una conoscenza in qualche maniera obbligatoria, non avrei potuto evitarla. Prima o dopo, a radio accesa, ci sarei andato a sbattere contro.
Magari le canzoni di Ultimo a quel punto mi sarebbero piaciute moltissimo e oggi sarei fra i 250mila a Roma, magari no e appena riconosciute le sue note avrei cambiato canale, ma il punto davvero importante per me è che la radio, a differenza di quello che ho sempre pensato, è oggi per me un media impositivo. Così come lo è ovviamente la TV generalista. Plasma senza chiedere permesso. È in grado di modellare i miei gusti con una silenziosa, implicita e mai riconosciuta carica reazionaria. Le scelte culturali, del resto, sono spesso scelte reazionarie. Molto spesso dietro a simili costruzioni di senso c’è un progetto che da fuori è difficile da riconoscere. Esagero? Forse.
Esistono ovviamente molti canali radiofonici differenti, pareri differenti diffusi nell’etere, come ovunque anche un sacco di spazzatura, e questo tutela in parte l’alone democratico che la radio ha sempre avuto, ma se io oggi, in assoluta buona fede, non so chi sia Ultimo, è perché non ascolto la radio e non guardo la TV. So che esiste un cantante chiamato Ultimo perché leggo i titoli dei giornali ma non ho mai avuto la curiosità di approfondire.
Deleuze diceva che la parola è sporca e la scrittura è pulita e questa sua citazione qui capita abbastanza a proposito. La parola è sporca – diceva il filosofo – perché è fascinazione. Affascinare è una delle molte leve del potere. Radio e TV, ma anche TikTok e un sacco di contenuti online, sono spesso pura fascinazione.
Ma è utile diffidare dei fascinatori? E qui la risposta per conto mio è non lo so. Diffidare dai fascinatori è in qualche modo utile. Si resterà chiusi dentro una bolla personale un po’ stantia ma che, a differenza di quella proposta dai grandi emettitori, avrà i crismi della scelta individuale. Lasciare le persone alle loro curiosità è un lusso che il potere potrà comunque concedersi agevolmente. In ogni caso cinquant’anni dopo Deleuze la parola resta sporca e la scrittura resta in qualche misura pulita. E io non so chi sia Ultimo esattamente per quello. Perché tengo sempre più lontane le parole e resto accanto il più possibile alle cose scritte.
Gianni Cuperlo su FB:
Ma che piccola storia ignobile, mi tocca raccontare…
C’è un signore, di mestiere imprenditore, e che dalle notizie date sembra non produca fatturati vertiginosi.
Nei mesi drammatici della pandemia aveva stretto un contratto con lo Stato per la fornitura di mascherine, ma (come spiega stamane Giuliano Foschini su Repubblica) la struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri “aveva ritenuto che i dispositivi non rispettassero i requisiti richiesti“.
Da lì lo sviluppo di una complicata querelle giudiziaria che ha trovato una prima tappa nel novembre 2024 quando la società dell’imprenditore con una sentenza di primo grado ha ottenuto il diritto a un risarcimento di 203 milioni di euro.
A quel punto lo Stato ha impugnato la sentenza chiedendone la sospensione, e da lì in avanti la scena cambia radicalmente.
Perché prima che la Corte d’appello avesse tempo e modo di pronunciarsi sulla richiesta di sospensiva, il governo Meloni con un decreto legge ha stabilito di assegnare al ministero della Salute 110 milioni di euro necessari a garantire una transazione immediata con l’imprenditore in questione, liquidando in tal modo la causa.
Ricapitoliamo: esiste una causa intentata da una società nei confronti dello Stato con la richiesta di un risarcimento di oltre 200 milioni di euro.
Lo Stato chiede una sospensiva in attesa di un parere della Corte d’appello, ma il governo si affretta a elargire alla società in questione un assegno di 100 milioni di euro.
E veniamo allo scenario dell’intera faccenda.
Si dà il caso che l’imprenditore in questione sia stato nel corso dei mesi uno dei protagonisti delle audizioni parlamentari svolte dalla commissione l’inchiesta sul COVID che la destra utilizza come arma contundente verso il governo Conte due, il presidente del consiglio e l’allora ministro della sanità.
Si dà pure il caso che l’imprenditore in questione sia da anni un finanziatore di Fratelli d’Italia, oltreché un frequentatore della kermesse di Atreju.
Non sono un esperto della materia, ma sarebbe interessante capire se esistono precedenti analoghi, di uno Stato che rinuncia ad attendere il responso sulla richiesta di sospensiva, precipitandosi a liquidare (con la bellezza di 100.221.429,85 euro) uno sponsor politico ed elettorale del partito di maggioranza relativa.
Bon, fatevi voi un’idea.
Buona giornata e un abbraccio

Dalla pagina FB di Massimo Chiriatti.
Il problema dell’egemonia culturale è presto detto. Dopo aver atteso per decenni, il governo Meloni negli ultimi 4 anni ha sostituito ogni ruolo dirigenziale possibile. Un po’ per (quasi) legittimo spoils system, un po’ per odio fino a poco prima a stento represso verso un sistema culturale “de sinistra”, un po’ per sano cipiglio reazionario, razzista e censorio inciso nel proprio DNA. Solo che, quasi sempre, per non dire sempre, il “nuovo”, posizionato sulla tolda di comando dei ministeri, delle istituzioni culturali, dei media, è stato palesemente peggio del vecchio. Meloni, forse, non avendo niente di meglio, ha sdoganato il mediocre ovunque, ha spacciato normalissimi professori di liceo per “grandi italianisti”, ha consegnato le redini della cultura italiana nelle mani di gente che oggettivamente non sapeva cosa farsene. Premiati per pura e semplice fedeltà alla causa. Ora è evidente che non si può costruire un’egemonia culturale nuova a colpi di nomine del genere, così come è evidente che resta sottotraccia il dubbio dei pessimisti, i quali quando osservano la cancellazione di Caterpillar o di Via dei Matti o i CV dei nuovi capi delle istituzioni culturali italiane pensano che il trionfo del pecoreccio e del mediocre non sia una conseguenza ma una strategia. Io onestamente non lo penso. Mi sembra un’idea un po’ troppo raffinata. Se la tua classe dirigente è piena di gente senza qualità, quello che produrrai, in buonissima fede, sarà una nuova egemonia senza qualità. L’indisponibilità per i cittadini di materiale su cui pensare ne sarà una semplice dolorosa conseguenza della quale, per altro, in molti nemmeno si accorgeranno.
Solo alcuni anni fa, quando la Lega Nord viaggiava oltre il 25% delle preferenze nei sondaggi, in molti desideravano votarla ardentemente, a Varese (moltissimi) come a Reggio Calabria (un po’ meno). In una situazione del genere in estate a Cervia si teneva un’allucinante kermesse del partito di Salvini, un evento simil festa dell’Unità. Una tre giorni che, per un paio di stagioni, incontrò un grande successo di pubblico e che aumentava il caos estivo di una località turistica molto frequentata. Poi, anno dopo anno, il successo della festa della Lega è andato riducendosi gradualmente come il numero dei suoi elettori. L’anno scorso (ma anche quello prima) il grande evento si era ridotto a un palchetto dietro la Torre di San Michele e due file di sedie. Non ho controllato se quei posti venissero poi occupati effettivamente. Durante la sfilata dei soliti notabili leghisti in servizio permanente da vent’anni (roma ladrona ma fino a un certo punto) i fotografi padani si esibivano in miracoli tangenziali per documentare la grande folla presente al prestigioso evento. Un po’ come a certe presentazioni di libri nelle quali le foto dell’evento si concentrano sull’autore e i relatori, evitando per quanto possibile lo sguardo sulla platea di sedie vuote. Alle ultime elezioni comunali a Cervia, qualche mese fa, la Lega nemmeno si è presentata. Enorme sconcerto per i due cervesi che desideravano votarla.
Quest’anno, se ho capito bene, la festa del partito di Salvini a Cervia è stata sostituita da questo raduno-evento della Lega giovani (il senso dell’umorismo della politica italiana è sempre notevole) chiamato Nexus avvenuto molto in sordina questo weekend. Una tregiorni nella quale, a leggere il programma, gli eventi politici sono stati in tutto tre. Per il resto “pomeriggio libero e dj set. Il nome Nexus da solo sarebbe sufficiente a descrivere lo stato del leghismo (almeno da queste parti) ma il raduno giovanile si è anche svolto quasi privatamente al Mare Pineta, un tempo elegante e storico albergo di lusso nel centro di Milano Marittima, oggi costoso resort stile cafonal, buono per eventuali turisti russi a piede libero. Durante l’evento clou Salvini è stato intervistato da Giuseppe Cruciani, volendo un altro segno dei tempi; il quale Cruciani dopo poche ore si è precipitato ad un altro evento con il generale Vannacci. Io, leggendo la notizia di Salvini con i fantomatici giovani della Lega dentro gli ambienti improbabili del Mare Pineta ho pensato inevitabilmente – ma è stata questione di un attimo – prima a Bossi in canottiera e poi allo stesso Salvini in versione da spiaggia mentre osserva languido la cubista che balla al Papeete Beach. Impossibile non immaginare una traiettoria.
Nel frattempo il post su FB nel quale una settimana fa la Lega annunciava Nexus “il punto di incontro della generazione che non si arrende” ha i commenti pieni di insulti.
Cervia, insomma, come cartina di tornasole della parabola leghista.



