I motivi per cui i medici del SSN si licenziano in gran numero non sono necessariamente semplici da comprendere e, con ogni probabilità, varieranno da regione a regione. Come ogni discussione sulla sanità pubblica occorre sempre partire da un dato: non esiste una sanità pubblica nazionale, le differenze di contesto sono talmente ampie che, al massimo, potrà esisterne una regionale. Poiché stiamo parlando di realtà diversissime sarà assai probabile che le ragioni per cui un medico ospedaliero 35enne si licenzia in Calabria saranno differenti da quelle di un suo omologo che abbandona il SSN in Toscana o in Friuli.
I numeri pubblicati in questi giorni disegnano una tendenza generale molto chiara e molto potente. Se ne vanno in tanti, in percentuali mai sperimentate in passato. Dovessi dire quali siano le ragioni di un simile esodo, almeno in Emilia Romagna, che è la realtà che conosco bene, direi che la motivazione economica da sola non basta. I medici in Italia guadagnano pochissimo da decenni e i loro stipendi, come quelli di tutti gli altri, sono rimasti sostanzialmente fermi negli ultimi 30 anni. Quindi evidentemente non è solo una questione di soldi. Ma se alla questione economica si aggiungono altri elementi importanti che invece sono andati peggiorando molto negli ultimi anni, un clima lavorativo sempre peggiore, carichi di lavoro fuori controllo specie di notte e nei festivi, una scarsa protezione sociale da parte di tutti (da parte dell’azienda ospedaliera che ti molla al primo problema, dei pazienti sempre più aggressivi, della rigidità organizzativa che ti impedisce qualsiasi aggiustamento lavorativo) allora magari è naturale che qualche calcolo le persone che lavorano in sanità comincino a farlo.
Poi c’è il clima politico che certamente gioca un ruolo: il depotenziamento della sanità pubblica a favore di quella privata è un chiaro segnale per il futuro. Pazienza dove la sanità pubblica era un colabrodo disastroso da decenni, come in molte regione del sud, ma sarà una vera tragedia dove, a tutt’oggi, il pubblico funziona molto meglio del privato, come in Toscana, in Emilia Romagna o in Veneto. Nei prossimi anni i cittadini siculi o calabresi non vedranno grandi differenze di trattamento, quelli emiliani o toscani sì.
Un ruolo in questa fuga di massa lo avrà sicuramente il ricambio generazionale: non vale ovviamente solo per la sanità, ma i giovani medici italiani hanno mentalità totalmente differenti da quelli delle generazioni precedenti. Non si tratta di essere migliori o peggiori. Per molti anni negli ospedali, nelle equipe, si replicavano più o meno consciamente meccanismo simil familiari che oggi sono completamente saltati. In molti casi “essere una equipe” creava un ombrello sociale importante dove le persone crescevano e si proteggevano fra loro. Oggi un simile schema è diventato impossibile: ogni professionista è una monade che osserva torva le altre monadi intorno.
In generale l’aura magica che circondava la figura simbolica del medico (un’aura spesso falsa e discutibile, altrettanto spesso utilizzata come alibi, per carità) non si è solo completamente annullata ma ha assunto un significato negativo. Il medico, in un numero crescente di casi, complice la stampa miserabile da una parte che lo trasforma nella causa di tutti i mali e l’automedicazione del paziente via internet dall’altra) è diventato una figura dalle grandi fragilità. Fragilità dalle quali si difende come può. Una di queste tecniche di sopravvivenza è certamente l’arroganza, un’altra è certamente la fuga. Per un cortocircuito paradossale che molti avranno sperimentato il medico in ospedale è regolarmente insultato e bistrattato: lo stesso medico in un ambulatorio privato dove il paziente va a pagamento è ossequiato e riverito. Di fronte alla malattia e al dolore le persone danno spesso il peggio di sé.
Come si inverte un simile processo? Non si inverte. Perché è un processo di disumanizzazione di una professione che ruota attorno alle debolezze delle persone. Un processo in parte mediato dalla tecnologia e spesso condizionato dai costi di quest’ultima. E non è solo responsabilità della destra al governo. La politica nazionale non può oggettivamente immaginare nulla di strategico che metta assieme regioni con esigenze diversissime. Quando prova a farlo combina disastri. Oggi il problema in ogni caso quasi non si pone più, visto il progetto di smantellamento del SSN da parte di un governo che non solo non ne fa mistero ma che lo mette in atto con il beneplacito dei suoi elettori. Privatizziamo la sanità, le università, e poi le scuole dell’obbligo e poi finalmente non ne rimarrà più niente. Un progetto politico per una volta andato in porto.



Ottobre 4th, 2026 at 08:40
Ricordiamoci anche della professione infermieristica, che, con quella medica, è l’altro pilastro (anche più “pesante” e anche più in crisi) per far funzionare il sistema e, magari, costruire un contesto più favorevole per tutti, medici inclusi.