
Per partecipare alla discussione su creatività e IA, che in questi giorni si dipana un po’ ovunque a margine dell’esclusione dal Premio Goncourt della scrittore Thélyson Orélien, accusato di aver utilizzato la IA per il suo romanzo (un romanzo molto letto e molto venduto) io partirei da questa frase di Giulio Mozzi:
Le mie domande sono: quel romanzo è un buon romanzo? E se ritenete che lo sia, cosa ve ne importa di come è stato scritto? Quel romanzo è originale? E se è originale, cosa ve ne importa di come è stato scritto?
Ne aggiungerei una terza:
I romanzi che tutti leggono, quelli in testa alle classifiche di vendita in un dato momento, sono romanzi buoni ed originali?
Perché è ovvio che molta parte della discussione in corso, come accade sempre quando si parla di “grande letteratura”, è una discussione dentro una nicchia, una discussione per addetti ai lavori e pochi lettori forti. Esce da quella nicchia talvolta solo quando qualcuno riesce a orientarla strumentalmente verso un pubblico più ampio. La storia delle critiche improvvisamente sorte al libro di Orélien andranno con ogni probabilità inquadrate in uno schema di questo tipo: la letteratura utilizzata come frame ideologico. Solo a quel punto, solo in quel momento, molti inizieranno a parlarne. Esattamente come capita a me in questo momento.
Che la discussione in corso sia una discussione con finalità razziste, sia per il contenuto del libro sia per il colore della pelle del suo autore, sembra abbastanza pacifico e mi pare esistano già abbastanza indicazioni al riguardo. Che tale schema abbia ottenuto il proprio risultato, utilizzando il tema IA come casus belli, anche. Ne scrive perfettamente su NouvelObs Mohamed Mbougar Sarr. Che il Goncourt lo ha vinto nel 2021.
Il ruolo delle IA nella creazione artistica resta comunque a un tempo interessante e rivelatore. Due elementi mi colpiscono a partire dalle opinioni e dai commenti letti in questi giorni: riguardano il sospetto e la presunzione di umanità. Sono aspetti collegati ma con finalità e sentimenti del tutto differenti.
La diffusione delle IA ha reso la cultura del sospetto un elemento ubiquitario. Non che prima non esistesse, ma in ogni ambito, da quello lavorativo a quello creativo, oggi il sospetto che le cose non siano come sembrano è diventato forse il primo arco riflesso al quale ci dedicheremo. Contano i deep fake che tutti osservano sui social, contano le strategia comunicative basate sull’utilizzo del falso perfettamente patinato come metafora del vero, conta la sottolineatura compiaciuta di come la tecnologia sia ormai abile a imitare perfettamente ogni cosa e quindi – come tale – degna di rispetto e timore. Il sospetto – che era diventato un oggetto intellettuale dominante con la nascita delle reti digitali, luoghi dentro i quali qualsiasi teoria poteva in qualche maniera essere argomentata, raccogliendo adepti e divulgatori, non è solo una semplificazione del racconto del mondo ad uso dei meno svegli ma è anche – da sempre – un tratto di umanità preesistente ad ogni tecnologia. Mai come oggi, tuttavia, la sua centralità si è dimostrata in grado di ribaltare le convinzioni dell’opinione pubblica sugli argomenti più disparati.
La seconda caratteristica che mi pare esca dalla discussione su letteratura e IA di questi giorni, ma che vale per qualsiasi discussione a margine dei progressi tecnologici delle IA, riguarda la paura dell’umano verso la macchina. Esiste una diffusa preoccupazione sostitutiva, ovunque, anche in ambito letterario: l’orrore che “il software” diventi indistinguibile da noi. Non più solo il sospetto che tutto ciò in qualche occasione possa accadere, ma la certezza che il romanzo prodotto dalla IA sembri a noi un buon romanzo. Che poi questo accada, che lo sembri per la ragione ovvia che davvero lo è, non sarà una consolazione, anzi aumenterà il nostro terrore. Il terrore di essere superati, la paura di non contare più nulla.
Immaginate le pene di migliaia di aspiranti vincitori di grandi premi letterari che scoprono l’usurpazione della macchina nei propri confronti, provate a figurarveli chini sulla propria piccola scrivania mentre prendono atto del superamento della macchina, e soprattutto degli utilizzatori scaltri della macchina, nei loro confronti. Della loro ormai certificata impossibilità di diventare quello che volevano diventare per colpa della macchina.
Chi come Giulio Mozzi osserverà il processo dal lato del lettore di libri potrà abbandonarsi alla provocazione, tecnicamente ineccepibile, pur se riservata a una piccola elite, per cui un buon libro è un buon libro, indipendentemente da chi lo abbia effettivamente scritto (senza contare che già oggi, anche senza IA, il libro è nella grande maggioranza dei casi un oggetto commerciale costruito a tavolino con i misurini di una intelligenza professionale che forse non sarà artificiale ma che è ugualmenete prevedibile, e così la musica e così il cinema…) ma per tutti gli altri il sospetto e la minaccia al lavoro umano portato dall’intelligenza artificiale condizionerà il giudizio in maniera importante. Fino ad arrivare al paradosso di credere a una IA che sentenzia che un libro è stato scritto da un’altra IA.
Desideriamo un buon libro scritto da una buona (o meno buona non ha importanza) persona. Il punto è che sia una persona. Sospettiamo che talvolta questa persona abbia barato, specie se ha un colore della pelle diverso dal nostro, specie se parla di temi sensibili come le migrazioni. Siamo annichiliti dall’idea di essere ingannati dalla macchina. Temiamo il dominio di un mondo di silicio senza sospettare troppo che questo processo sia in atto da tempo. Che non solo il Kafka de Il processo non tornerà ma che l’oggetto stesso che ha portato a spasso quelle parole per un secolo sia ormai in buona misura superato. Alla faccia di una delle tante affermazioni apodittiche di Umberto Eco che una volta, esagerando come gli piaceva fare, disse che il libro è come la ruota, un’invenzione destinata all’eternità. Lo stesso Umberto Eco che nel 1980 fu una delle prime vittime della cultura del sospetto legato alle macchine, quando fu accusato di aver fatto scrivere Il Nome della Rosa a “un computer”.


