Ho amato molto la musica per un periodo abbastanza lungo della mia vita.
Diciamo da quando avevo 12 anni, il mio primo ricordo ben definito riguarda una cassetta blu della raccolta dei Beatles 1967-1970, fino ai 45 anni circa. Forse l’ultimo disco che ho ascoltato con attenzione e amore è stato Illinois di Sufjan Stevens. Mi aveva colpito – a quei tempi – una canzone brevissima che (forse) avevo vista citata dal mio amico Luca, e tutto quel disco mi parve splendido.
Ricordo mia figlia piccolissima che nello studio di casa ballava a braccia in alto un brano di Illinois che si chiama Chicago. Ho controllato ora: si tratta di un disco del 2005.
Per qualche ragione, da allora e per i due decenni successivi, la musica ha iniziato ad interessarmi meno. Molto meno. Mi sono spesso domandato come fosse possibile che ciò che per decenni era stato così importante improvvisamente non lo fosse più. Non ho mai trovato risposta.
Da allora la gran parte di quello che ho ascoltato mi è sembrato a volte piacevole, molto altre volte passabile, nel restante dei casi da trascurabile a orrendo. Quello che a un certo punto si è spento è stato l’entusiasmo per la scoperta musicale, la curiosità per le armonie, i testi e gli arrangiamenti. Domina una sorta di sentimento tronfio di disgusto professorale, di già sentito, di fastidiosa prevenzione. Poi inevitabilmente la musica cambia nel tempo per i fatti suoi ed eccolo il fossato generazionale insuperabile fra noi e lei. Il Rap, ah beh, la Trap, ah beh.
Qualche giorno fa mia figlia, che nel frattempo ha messo assieme 23 anni di vita, mi ha detto: “Secondo me Marco Castello potrebbe piacerti”. Ah beh, le ho risposto.
La parte principale che la mia vita di ultrasessantenne dedica alla musica è legata al ricordo. Ascoltiamo le canzoni della nostra giovinezza e le troviamo splendide. A volte lo sono, altre volte meno: a noi continueranno a piacere alla stessa maniera. Se saremo particolarmente ingenui e se ce ne sarà data l’occasione proveremo a mostrare agli altri quella che a noi pare una indiscutibile superiorità. Proporremo ai nostri amici un ascolto del cantautore sardo Piero Marras, che tanto ci piaceva ai tempi, e otterremo in cambio un gentile sguardo terrorizzato. Lo stesso che riservammo al conoscente che aveva preparato otto caricatori di diapositive delle sue vacanze.

Dopo simili esperienze, se ci verrà voglia, ascolteremo Marras in privato.
Da qualche anno ho un rapporto rinnovato con la Sicilia. Alessandra per lavoro va a Cefalù quattro o cinque volte all’anno e io spesso la accompagno. Con l’auto a noleggio siamo riusciti a prendere due multe per accesso proibito alla ZTL di Siracusa a distanza di un minuto una dall’altra. Non so, magari avevo fatto retromarcia sotto il sensore.
Marco Castello è di Siracusa.
Attraverso il mio amico Davide ho iniziato a leggere Mario Fillioley, penna formidabile che vagamente già avevo incrociato quando scriveva su Il Post molti anni fa. Fillioley è un insegnante di Siracusa. Due dei suoi ultimi articoli su Substack, per qualche ragione che confina con l’imponderabile, riguardano Marco Castello. L’ultimo dei suoi pezzi sulla siracusità di Marco Castello, da siracusano a siracusano, termina così:
Non abbiamo mai avuto nessuno che parlasse di noi a noi e al mondo. In un colpo solo, ne abbiamo trovato uno che lo fa in almeno tre lingue: l’italiano, il dialetto e la musica. Ci siamo rifatti.
Sto pensando, dal 2005 ad oggi, quanti dischi ho trovato formidabili e differenti rispetto alla sbobba musicale che arriva alle mie orecchie. Me ne vengono in mente solo due, ma saranno certamente di più, che ho una cattivissima memoria. Noto ora che sono due dischi tristissimi (e meravigliosi)
Carrie & Lowell di Sufjan Stevens
Songs of a lost world dei Cure.
Sulla parola “meravigliosi” occorrerà un breve inciso. Ho questo vizio di definire meraviglioso qualcosa che in un dato momento mi piace molto. Vale quasi sempre per un libro o uno scrittore, ma qualche volta capita anche per una singola canzone. Vado da Alessandra con il più fulgido degli entusiasmi e le dico: “Senti questo, leggi questo: è meraviglioso”. Alessandra, dopo tanti anni, in genere mi dedica la faccia che in passato riservavamo all’amico con le diapositive. Dice che la mia un po’ è superbia. Secondo me invece al massimo è stupido entusiasmo.
Mentre sto scrivendo Alessandra è a Roma, quindi non ho nessuno con cui sfogarmi.
Marco Castello ha pubblicato tre dischi. Il primo nel 2020. Castello porta spesso i bermuda. I dischi di Marco Castello sono secondo me piuttosto meravigliosi.
Il suo profilo Instagram non sembra quello di un artista. Storie di vita quotidiana di una normalissima famiglia del sud Italia. Signore anziane in cucina con una bambina che colora con un pennarello un personaggio dei cartoni.

Non sapendo come manifestare la mia ammirazione per il lavoro musicale di Castello ho fatto l’unica cosa che potevo fare. Ho comprato il vinile del suo ultimo lavoro sul suo sito web. Non ricordo quando è stata l’ultima volta che ho comprato un vinile: forse trent’anni fa. Mi piacerebbe ricordare che disco fosse.
La casa editrice che Castello ha fondato si chiama “Megghiu suli”.



Agosto 15th, 2026 at 15:21
Mi rivedo molto in questo articolo.
Da 61 enne faccio una fatica immane a scoprire qualche artista che musicalmente mi piaccia. Pensavo che Marco Castello fosse uno di questi ma lo trovo un po’ troppo ripetitivo.
L’unica musica “ nuova” che mi piace da pazzi sono i Cani.
E anche per me l’ultimo album dei Cure è un capolavoro, soprattutto il primo brano.
Agosto 15th, 2026 at 18:29
Grazie.
Dal canto mio raccomanderei cinque album di altrettante straordinarie artiste:
Birdy – Young Heart
Rose Cousins – Natural Conclusion
Etta Falzon – Live in Manchester
November Ultra – Bedroom Walls
Hohnen Ford – Only a Memory Away
https://www.youtube.com/watch?v=xytKGbww7Pc
Agosto 16th, 2026 at 07:37
Bel pezzo, MM. Sarà che condivido l’età, e un buon numero di sensibilità incrociate su questo blog da ormai parecchi anni.
Faccio fatica anch’io a “salvare” qualcosa della molta musica nuova ascoltata negli ultimi 25 anni.
Dovendo (?), direi
Bill Callahan – Sometimes i wish we were an eagle, e
Aldous Harding – Designer.
[è che mi andava di interloquire con te, e non avendo mai avuto una macchina,…]
Agosto 16th, 2026 at 08:58
Essendo classe 1960 mi sono, come sicuramente altri, ritrovato perfettamente nel tuo racconto del rapporto con la musica. Quando con l’andare del tempo la musica attorno a me si allontanava dai miei gusti e da ciò che trovo emozionante, ho capito che in realtà la mia musica c’era da qualche parte, ma era diventato necessario andarla a cercare, pazientemente, saltando di video in video su YouTube (a volte l’algoritmo ha prodotto miracoli e condotto a grandi scoperte) o magari seguendo l’emozione di una colonna sonora , come per Olafur Arnalds o Max Richter. Una cosa è certa: quasi tutta la musica piú recente che amo ho dovuto conquistarmela scavando e cercando, nessuna radio o compilation me l’avrebbe mai proposta.
Agosto 18th, 2026 at 09:43
Darei un’occhiata anche a Andrea Oliviero Laszlo De Simone Saccà. Molto bravo.
Agosto 27th, 2026 at 15:44
Illinois Massimo,
senza dubbio