Questo post si è scritto da solo. Dopo tanti anni di ormai quasi perfetta sincronia fra la parola pensata e quella scritta non poteva andare diversamente.

Oggi è morto Francesco Guccini. Aveva 86 anni.
Apro una pagina qualsiasi in rete e un commento mi colpisce più degli altri:
“Vedo che è morto Guccini. Non so chi sia e non ho mai ascoltato una sua canzone comunque RIP.”
Gli anni scavano le distanze in silenzio. E lo fanno in maniera inesorabile.
A differenza del signor “comunque RIP” o anche dell’ondata prevista di quelli che spiegano come loro a quei tempi c’erano, ma non ascoltavano i cantautori, essendo impegnati con i Weather Report (una forma di fessitudine davvero prevedibile), Guccini ha rappresentato una parte molto importante della mia giovinezza.
Certe parole delle sue canzoni sono diventate parte del mio insistito e noioso linguaggio quotidiano, alcune per una loro propria capacità di descrivere il mondo (chiedete a mia moglie quante volte ripeto “Nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento”) altre per quel riflesso, che ognuno di noi ha uguale e diverso, di congelare piccole frasi altrui in maniera permanente dentro il proprio cervello. Dovessi dirne un paio riferite a Guccini direi “e in via Petroni si svegliano preparano libri e caffè” che è semplicemente un calco di vita vissuta che anch’io a suo tempo ho vissuto (non in via Petroni ma nemmeno tanto distante da lì) e, a mo’ di insegnamento filosofico assoluto, “A vent’anni si è stupidi davvero quante balle si ha in testa a quell’età”. Crescere con Francesco Guccini è sempre stato questo, molto prima di apprezzare semplicemente le sue canzoni. Pensieri nell’aria che diventano tuoi.
Quando andai a Bologna a fare l’università Guccini era ovunque. Era ovunque soprattutto nella mia vita. Andavamo alle Dame di sera per vederlo da vicino bere vino e suonare la chitarra. A pranzo alla John Hopkins dove si diceva Guccini insegnasse e dove comunque si respirava quest’aria internazionale che era allora davvero esotica e inebriante, oppure a pranzo da Vito dove spesso Guccini era seduto da solo a un tavolo a lumare le pupe. Mentre le pupe, ovviamente, lumavano Guccini. Da Vito ai tempi si spendeva poco e anche qualche universitario squattrinato poteva di tanto in tanto permetterselo. In via Paolo Fabbri, lì accanto a Vito, a controllare se per caso non stesse uscendo di casa.
Tutta questa infantile agiografia è una parte della mia vita che non potrà essere cancellata e che conservo con affetto.
A un livello più profondo le parole di Guccini erano un carburante formidabile per un ventenne di quegli anni. “Per quanto grande sia il primo che ha studiato” sembra una frase banale ma è una frase che non diceva nessuno. Quindi tu andavi all’Università e Guccini ti faceva presente la grandezza dello studiare, del formarsi un punto di vista personale, del diffidare dal potere (“un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate”, “fingendo o non sapendo proprio niente di quello che può ancora far la CIA”). Ai concerti era un affabulatore torrenziale, sempre con la bottiglia di vino accanto: ricordo come fosse ieri, mentre seguivo un suo concerto dall’ultimo anello in alto del palazzetto di Piazza Azzarita, il pensiero luminoso di essere io al centro del mondo. Di essere in quel momento nel punto esatto in cui avrei voluto essere.
Guccini in quegli anni era per moltissimi di noi un punto di rivoluzione: il punto in cui la tua vita prende una direzione e quella direzione giusta o sbagliata, l’avrai decisa tu, fuori da ogni perturbazione esterna. In questo processo di formazione di una coscienza individuale ognuno sceglie più o meno ingenuamente i propri punti di riferimento. Alcuni scelgono i Weather Report a me era toccato Guccini. Non me ne sono mai pentito.



Agosto 6th, 2026 at 13:52
Non so chi siano i Weather Report, comunque RIP.
Agosto 6th, 2026 at 14:14
Grazie Massimo, quando ho letto la notizia (sul Post) sono corso qui, prima ancora di leggere l’articolo.
Agosto 6th, 2026 at 14:20
Che serate (notti intere direi)!!! Vero Massimo??? Ma poi la mattina tu andavi in università ed io restavo a letto a dormire!
Agosto 6th, 2026 at 14:59
Mi son rivisto nel giovane che negli anni 70 ascoltava i Weather Report e quando partiva qualsiasi canzone di Guccini spegnevo subito la radio.
Agosto 6th, 2026 at 16:03
…le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà…
Agosto 6th, 2026 at 17:09
Non ho potuto vivere gli esordi per ragioni di età, nè quel tempo memorabile, ma per un bel pezzo di strada e fino ad ora, la sua musica, i testi e tutti i signicati e il valore che hai ben descritto sì. Ricordo i concerti. Un sentire comune
Grazie
Agosto 6th, 2026 at 18:49
Mi ritrovo nelle tue parole, grazie
Agosto 8th, 2026 at 00:18
e alla morte di Shorter o Zawinul qualcuno avrà detto che erano meglio Mozart o Davis. Ma non è quello il punto, vero? Ma io mi chiedo: perchè noi possiamo leggere un Céline, un Ellroy (chiedere a De Cataldo) ascoltare un Wagner, o i joy Division (dai, non facciamo finta che) o semplicente guardare un film di Milius e loro non hanno il diritto di fare altrettanto con i nostri? E’ l’arte che travalica i confini, l’artista se ne stia dove vuole (e anche il fruitore). Perché poi ascoltare i Weather dovrebbe precludere l’ascolto di Guccini che si avvaleva di turnisti di enorme talento.
Mi scuso per essere intervenuto.
Agosto 9th, 2026 at 07:27
Il mio omaggio al maestrone: https://youtu.be/u28ZuzRGz3E