
Molti anni fa Kevin Kelly teorizzò un modello economico di sostentamento del lavoro intellettuale in rete basato sul contributo economico di un ipotetico gruppo di amici. Un modello alternativo a quello dell’industria dei blockbuster con un retrogusto libertario e alternativo tipico della cultura della west coast di cui Kelly ha fatto parte da sempre. Il contributo economico costante di 1000 fans, secondo i di lui calcoli, sarebbe stato sufficiente al sostentamento dell’autore. Se ogni fan fosse stato disposto a pagare 100 dollari all’anno il sistema sarebbe rimasto in equilibrio:
Here’s how the math works. You need to meet two criteria. First, you have to create enough each year that you can earn, on average, $100 profit from each true fan. That is easier to do in some arts and businesses than others, but it is a good creative challenge in every area because it is always easier and better to give your existing customers more, than it is to find new fans.
Second, you must have a direct relationship with your fans. That is, they must pay you directly. You get to keep all of their support, unlike the small percent of their fees you might get from a music label, publisher, studio, retailer, or other intermediate. If you keep the full $100 of each true fan, then you need only 1,000 of them to earn $100,000 per year. That’s a living for most folks.
Anche in un’idea del genere Kelly è stato in fondo un precursore. Rispetto alle versioni attuali di modelli simili (Onlyfans, Youtube, Substack) la differenza principale risiede nella stretta dipendenza da una piattaforma: la piattaforma paga la struttura e detta le regole, stabilisce le percentuali, definisce il tuo ruolo di suo rappresentante nel mondo: nell’idea dei 1000 fans di Kelly il rapporto diretto con la propria base era uno dei punti fondanti della teoria. Nemmeno uno dei miti della Internet dei primordi sembra essere sopravvissuto.

Mi è tornato in mente Kelly oggi mentre leggevo questa analisi sul collasso del modello economico di Substack. Substack è al momento forse il luogo di rete più interessante fra quelli disponibili (o per lo meno per i miei gusti e fra quelli di mia conoscenza). Nasce però, e per un po’ è sembrato prosperare, sull’idea che ogni autore (non troverete in questo pezzo da nessuna parte la parola creator, nemmeno sotto tortura) possa trovare un numero sufficiente di persone disposte a pagare per i suoi contenuti. Come sempre accade in questi casi, accanto ad un limitato numero di casi di successo, che sembrerebbero dar credito all’idea di monetizzazione proposta da Substack, tutto attorno è un deserto e un agitarsi di gente con grandi aspirazioni davvero mal riposte. Substack resta un luogo di rete bellissimo ma l’idea che tutti possano pagare un abbonamento mensile per tutto ciò che gli piace e li incuriosisce non sembra funzionare granché. Ora nemmeno per i pochi per i quali all’inizio ha funzionato.
Le piattaforme basano il loro successo sulle aspettative dei loro utenti, raccontano con dovizia di particolari i grandi successi di chi ce l’ha fatta, ignorano la frustrazione di quelli che ci hanno provato e non hanno ottenuto alcun risultato. Che sono ovviamente la stragrande maggioranza. Nei due schemi di crescita possibili per i produttori di contenuti: invogliare i nuovo utenti con un paywall molto stretto fin dall’inizio (un’opzione possibile quasi esclusivamente per soggetti con una notorietà pregressa) o costruire una larga base di consenso attraverso l’offerta gratuita del proprio lavoro per poi chiedere pegno in un secondo momento, il tempo sembra essere il giudice ultimo. Mantenere costante l’attenzione dei propri sottoscrittori, anche nei pochi casi in cui la si sia ottenuta davvero, è una battaglia difficile.
Avere 1000 veri amici disposti a finanziare stabilmente il nostro lavoro è del tutto improbabile, specie fuori dagli ambienti di lingua anglosassone. Non so se questo dipenda dal fatto che non esiste una cultura del riconoscimento diretto del valore altrui o se il numero enorme di differenti offerte abbia reso impossibile scegliere. L’orgoglio intellettuale del non dipendere da nessuno, e di essere retribuito direttamente dagli amici senza alcun filtro, saltando i meccanismo dell’industria culturale è un’ipotesi romantica ancora meno praticabile. Ma anche accettando l’ausilio tecnologico di una piattaforma pensata per semplificarci il lavoro è altrettanto difficile. Il sistema, insomma, fatte salve le solite eccezioni, non sta in piedi, esattamente come da tempo ha smesso di stare in piedi quello precedente.



Luglio 31st, 2026 at 17:17
OnlyFans sembra funzionare benissimo.
The Internet is for porn.
Agosto 3rd, 2026 at 16:33
Troppa offerta, più o meno gratuita e spesso di buona qualità, ha abituato male la domanda. Per chi ancora sospira al ricordo dell’internet primordiale dove tutto era open e voluttà, il concetto di pagare per fruire risulta ostico assai e ammette poche eccezioni.
Oppure, banalmente, è un problema di prezzi. 1000 fan che sganciano 100 euro te li scordi. 10.000 che possono permettersi di pagare 10 euro, parliamone. Direi classico caso di domanda elastica.