Come tutti quelli che l’hanno conosciuta sono rimasto molto colpito dalla scomparsa di Carola Frediani.
Sono andato a ripescare l’ultimo commento che ha lasciato su questo blog qualche mese fa, ne ricopio una parte:
Hai espresso non solo ragionamenti ma sentimenti anche dolorosi che nutro da un po’ al riguardo. Non sono sicura sulle soluzioni perché siamo in un sistema così totalizzante che gli sforzi individuali di sottrarsi richiedono capacità e lucidità non comuni e quindi ricadiamo nella fallacia logica dell’alfabetizzazione digitale (che resta importante secondo me, ma il punto è che non è risolutiva). Continuo a pensare che servano risposte collettive. Dal basso sicuramente, dall’alto (dalla politica) anche benché rappresentanti e istituzioni siano ancora costituzionalmente inadeguati. Ma dopo venti per alcuni trenta anni di storia di internet vissuta con sincero entusiasmo bisogna avere anche il coraggio intellettuale di capire gli errori, anticipare scenari già visti e soprattutto guardare ai rapporti di potere e di economia politica, sapendo che anche le migliori tecnologie rischiano di essere assorbite e trasformate da meccanismi politico-economici, se non si fa nulla per cambiarlo. Non che sia facile. Ciao e grazie
Servirebbero risposte collettive ai problemi – scriveva Carola – risposte dal basso. È uno schema di una qualche propria pacifica contraddizione, visto che siano noi per ora gli artefici del nostro destino, che vale per tutto, non solo per le questioni legate all’innovazione. Quando la società fallisce genera istituzioni inadeguate, sceglie rappresentanti discutibili ma allarga un simile atteggiamento autolesionista in ogni direzione. È un meccanismo di distruzione del valore che vale in special modo nell’industria culturale. In questo la storia professionale di Carola Frediani è un esempio perfetto. Carola è stata per molti anni non solo una bravissima giornalista ma anche forse la maggior esperta italiana dei temi complessi della sicurezza informatica. Tutti la conoscevano, tutti la apprezzavano. Credete che si sia fatto vivo con lei qualcuno con una proposta banale del tipo: sei la più brava, conosci argomenti che sono sempre più importanti, vieni a lavorare con noi? Credete che Repubblica o Il Corriere o La Stampa le abbiano mai offerto un posto di lavoro dignitoso dopo anni di collaborazioni più o meno occasionali? Nel 2018 Frediani annunciò che sarebbe andata a lavorare per un’azienda privata rendendosi conto che il giornalismo italiano non era interessato al suo lavoro che tutti, a parole, definivano prezioso. Non abbastanza, per lo meno, da garantirle di poterlo fare con tranquillità. Accadeva alla più brava su piazza, figurati agli altri. Qui non vale il solito discorso sulla crisi del sistema editoriale, della parabola discendente del giornalismo professionale ecc ecc. Qui il messaggio è perfino più semplice: a noi (a noi tutti) la qualità del lavoro culturale non interessa. Non interessa più. Le persone di valore? Si arrangino, come tutti. L’industria culturale oggi in Italia è formata da patetici pensionati inamovibili e una massa residua di onesti lavoratori intercambiabili.
La storia professionali di Carola Frediani spiega chi siamo diventati. Anche se non ci spiega come questo sia potuto succedere. La sua morte tanto prematura è stata una tragedia anche per quelli che, animati da un’ottimismo davvero degno di nota, pensavano che prima o dopo il grande valore del suo lavoro sarebbe stato riconosciuto come meritava.


