Noi non sappiamo niente della vicenda del ragazzo di 13 anni che ha accoltellato la prof. a Bergamo. Non sappiamo niente di quello specifico caso di cronaca come in generale sappiamo poco o nulla di quello che passa nella testa degli adolescenti. Non lo sappiamo oggi come non lo sapevano i nostri genitori in passato. Come scrive in un bel pezzo su Substack Assia la differenza principale forse è questa:
A quelli che si chiedono dove siano i genitori di un ragazzino che pianifica un omicidio risponderei che i genitori stavano esattamente dove stavano i nostri: nella stanza di fianco. La differenza è che noi eravamo da soli, mentre nella loro stanza i nostri figli non lo sono
Eppure da giorni ovunque leggiamo aspre prese di posizione su questa vicenda di cronaca. Sono quasi sempre adulti che parlano, molto spesso sono uomini. La scuola, la pedagogia, l’educazione dei figli è un argomento che ognuno di noi sente vicino, un tema sul quale sarà semplice avere un parere. Specie se sei un addetto ai lavori: un insegnante, un giornalista, un medico, uno che ha avuto dei figli, uno che non ne ha avuti e li avrebbe voluti, uno che passava di lì. Tutto si mescola in simili dissertazioni: la scarsa educazione dei giovani, gli effetti deleteri degli ambienti digitali, una maggior necessità di controllo, una punizione esemplare per il tentato omicida non imputabile, nuove leggi, nuovi regolamenti. Le solite 4 sciocchezze del moralista che diventiamo appena gli altri intorno si distraggono un attimo.
In questo diluvio di contrapposizioni vecchi contro giovani, vecchio mondo contro nuovo mondo, si inserisce il tema del Manifesto pubblicato dal 13enne, l’unico reperto documentale a disposizione per far valere il nostro punto di vista illuminato. In questa tendenza tanto ampia a mettere fuori fuoco un fatto di cronaca la discussione su quel documento è lunare: lo ha scritto lui? lo ha scritto la IA? Lo ha trovato in rete in certi gruppi che frequentava e lo ha riadattato?
L’unico pezzo che ho trovato davvero interessante, nella mia ampia ignoranza sui temi dell’adolescenza, è quello pubblicato da Alessia Dulbecco su L’indiscreto. È un articolo scritto bene, che vola alto, ben al di sopra del pecoreccio digitale di questi giorni, e che spiega a gente come me che suppone di sapere tutto, perché ha avuto figli, perché ha visto il mondo, perché conosce gli ambienti digitali, molte cose di cui non ha mai saputo nulla.
Ridurre l’adolescente alla sua età significa, per Lesko, confinarlo in uno stato di eterno rinvio. Gli adulti sono coloro che “sono”; gli adolescenti, invece, restano coloro che “saranno”, forse, in un tempo futuro. È questo che produce una sorta di tempo d’attesa: una sospensione in cui ai giovani si chiede di costruire sé stessi, senza però riconoscere loro un vero potere nel presente. Si tratta di una visione talmente radicata nel senso comune che gran parte dei commenti seguiti al caso di Trescore Balneario l’ha richiamata quasi automaticamente. L’idea che un tredicenne sia troppo piccolo per scrivere un testo tanto lucido; l’idea che fosse schiacciato da un confronto con i coetanei che non riusciva a sostenere; l’idea che sia, contemporaneamente, ancora un bambino e già abbastanza grande da compiere un gesto estremo: tutto questo corrisponde perfettamente a quel modo ottocentesco di pensare l’adolescenza.


