Dalla vicenda del pandoro di Ferragni ma probabilmente anche da prima quasi ogni giorno un personaggio pubblico (ma talvolta non serve nemmeno che sia un nome noto, basta una persona qualsiasi che abbia prodotto qualcosa di “significativo”) viene esposto al giudizio del tribunale della rete. I reati sono i più vari, vanno dall’adulterio all’abuso di credulità popolare, dalle molestie al falso in comunicazione digital.
Una sorta di collegio giudicante “non specializzato” emette sentenze e reprimende varie con grande rapidità ed eccitazione. Il mouse e il tap sullo smartphone sono ormai il mirino di una carabina. In questi giorni – casualmente – sulla graticola digitale c’è un insegnante diventato famoso come divulgatore scientifico sui social ma ormai la rotazione di volti e personaggi da biasimare, insultare e stigmatizzare è diventata rapidissima. Attorno a questo fenomeno sociale che fino a poco tempo fa era un’esclusiva conseguenza delle logiche delle piattaforme associate alla mediocrità degli esseri umani, si sta sviluppando un mercato economico significativo. Su Youtube, su Substack, sui podcast, ovunque sia possibile monetizzare le proprie “inchieste esclusive” su questioni esiziali come i trascorsi erotici di Gerry Scotti, si agitano nuovi mediatori. Uno di quei casi rari in cui il mediatore è un personaggio peggiore del mediato.

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