È complicato scrivere qualcosa su Matteo Salvini cercando di ignorare per una volta le “qualità” morali – di Matteo Salvini. Così le righe che seguono sono anche un tentativo zen di osservare il mondo intorno ignorando l’imbarazzo di dover considerare Salvini al centro. A volte capita che il mondo intorno sia più interessante del resto e questa forse è una di quelle volte.
I fatti sono noti e per spiegarli sarà necessario attingere al senno di poi. Un poliziotto uccide uno spacciatore noto, molto probabilmente dopo aver tentato di estorcergli soldi e droga e poi, con la complicità di alcuni colleghi, costruisce un finto scontro a fuoco fra buoni e cattivi. I contorni della vicenda si chiariranno meglio nel processo ma grossolanamente al momento sembrano essere questi.
Come avviene ogni volta in casi del genere Matteo Salvini appena le agenzie lanciano la notizia, si precipita sui social ad esprimere il suo giudizio su una vicenda della quale lui – come tutti – non sa nulla. Lo schema è ogni volta uguale: che si tratti di un benzinaio che spara al rapinatore, di un amministratore leghista che uccide un immigrato, di un negoziante che insegue a colpi di pistola un ladro, Salvini prima di tutto ci tiene ad esprimere politicamente il proprio pregiudizio. L’header delle sue pagine social recita lo slogan “Senza paura”. Salvini in effetti di paura nel maneggiare i fatti non sembra averne.

Dopo venti giorni dall’evento delittuoso in questione, nel momento in cui sembra ormai evidente che il poliziotto in questione sia un servitore dello Stato infedele (eufemismo), il profilo Twitter di Salvini ha ancora, senza paura, un tweet fissato (vale a dire un post che viene mostrato per primo indipendentemente dagli aggiornamenti cronologici) nel quale Salvini afferma che lui “sta col poliziotto”.
Tutto questo non è strano e non è un’eccezione. È un modo di fare usuale, una strategia.
In ogni caso due sono gli aspetti importanti di simili scelte e sono entrambi per qualche ragione, magari anche per ragioni involontarie, importanti indipendentemente da Salvini. Il primo riguarda il disprezzo per la verità. Il secondo riguarda il ruolo residuale dei social network.
Il disprezzo della verità.
Salvini disprezza la verità: se così non fosse il suo giudizio sugli eventi che commenta si sarebbe modificato, magari anche solo di poco, nel tempo. Nel caso specifico siamo passati dall’ipotesi di un episodio di legittima difesa da parte di un poliziotto in servizio che spara nella notte a un’ombra in lontananza che lo sta minacciando con una pistola, all’ipotesi di un omicidio a sangue freddo di uno spacciatore da parte del medesimo poliziotto con successiva messa in scena maldestramente orchestrata dai colleghi. Al vicepresidente del Consiglio sarà comunque possibile imputare la famelica precipitazione con la quale si avventa su ogni notizia ma qui – e in molti altri casi in passato – Salvini sceglie di fare molto di più: semplicemente ignora la verità. La disprezza e mentre la disprezza apparentemente disprezza anche l’intelligenza dei suoi lettori sui social: la sua verità resta quella precipitosa dei primi momenti. Lui sta con il poliziotto, anche dopo aver appreso che le cose sono molto diverse da quanto ipotizzato. Il messaggio di Salvini ha una sua brutale, magari involontaria, raffinatezza: lui sta con il poliziotto inteso come archetipo e quell’archetipo a lui e ai suoi elettori piace. Tutto questo incrina la verità del mondo? A Salvini non interessa: a lui interessa la difesa ideologica della categoria antropologica del poliziotto. La sua scommessa comunicativa è che anche ai suoi lettori interessi la stessa cosa e che anche loro siano come lui disinteressati alla verità. La politica dei pregiudizi, di grande successo negli ultimi tempi un po’ ovunque, odia la verità perché è ingombrante. Quando la verità va a sbattere contro i propri saldi principi la verità soccombe.
La fine dei social network
Ora è piuttosto evidente che il disprezzo della verità mina alle basi convenzioni normalmente condivise della società tutta, ma anche, a latere, accelera il de profundis non solo sul ruolo democratico e liberatorio dei social network (un’idea morta da tempo) ma anche sulla loro stessa esistenza in vita. Quando le reti sociali perdono ogni mimetismo e diventano strumenti grossolani di propaganda a chi mai potranno più interessare? Se la stessa discussione pubblica è affidata a sistemi automatici travestiti da essere umani (e travestiti anche da un’audience inesistente che gonfia i numeri) per quanto tempo i cittadini potranno essere interessati a continuare a frequentarli? Quello che sta accadendo è che la politica nei suoi tentativi di succhiare il più possibile il succo da simili piattaforme ne sta accelerando la fine. Restano da quelle parti le porzioni meno interessanti dei propri possibili elettori, pasdaran del pregiudizio, poco interessanti per la politica perché già sufficientemente conquistati. La quota plasticosa della comunicazione politica social è ormai talmente elevata da assomigliare a certe opere iperrealiste, nelle quali il reale, proprio perché tanto accuratamente sottolineato, appare nella sua assoluta falsità. Nel caso dell’arte è una feature, in quello della politica è semplicemente un bug.
I numeri di X, luogo nel quale i reazionari di tutto il pianeta convogliano i propri sforzi propagandistici sono a picco e non è un caso che le attenzioni della propaganda siano oggi totalmente orientate verso le IA. Da quelle parti sarà possibile un nuovo tentativo basato sull’economia dell’ingenuità. Quel bilanciamento fittizio nel quale ai cittadini del mondo sarà possibile vendere pregiudizi in forma di notizie senza che loro se ne accorgano troppo. Fino a quando l’inevitabile merdificazione di ogni ambiente digitale non renderà palese il fatto che Salvini è Salvini e che il gioco dell’esercizio del potere è ormai di nuovo talmente smascherato da dover essere, per l’ennesima volta, resettato.



Febbraio 23rd, 2026 at 10:09
In effetti è quasi ammirevole la fiducia che taluni politici ancora ripongono nei social network. Le loro farneticazioni, mischiate con le finte pubblicità di autorevoli siti, fanno assomigliare i social network sempre di più a quelle riviste che mettevano donnine avvenenti in copertina e davano spazio ad improbabili pubblicità, per restare a galla prima dell’inevitabile chiusura.
Febbraio 23rd, 2026 at 10:50
“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.
Dalla Rai di Bernabei alle tv di Berlusconi fino agli algoritmi dei social, una progressione esponenziale dell’efficacia di quella (spuria) citazione.
L’unica difesa sarebbe la rinuncia preventiva alla partecipazione: uscirne sembra più difficile che rinunciare all’eroina.