Esiste una serie di evidenze scientifiche che riguardano la scuola. Secondo tali dati i ragazzi, da quando sono intensamente connessi hanno maggiori difficoltà di apprendimento.

Con “intensamente connessi” non intendo semplicemente dire “da quando utilizzano i social network”. È questa la prima necessaria distinzione da immaginare. È una distinzione forse dolorosa ma i problemi dei ragazzi a scuola non sono solo legati ai social network ma a Internet. È l’essere connessi, l’avere a disposizione un’alternativa al tipo di relazioni sociali precedenti. È il mostrare ogni giorno, con grande chiarezza, di preferire una simile alternativa alle modalità di connessione di prima.

Mentre molti Paesi (Australia, Francia, Spagna e chissà quanti altri nei prossimi mesi) stanno immaginando come porre rimedio alle difficoltà di apprendimento scolastico impedendo l’accesso ai social prima di una certa età (alcuni dicono prima dei 16 anni altri prima dei 15) occorrerà considerare che un simile divieto offrirebbe solo una soluzione parziale. Molto parziale. Sempre che una soluzione lo sia, sempre che sia in qualche maniera praticabile.

Io questo non lo so e credo non lo sappia nessuno, mentre credo che, come al solito, vedremo nascere una contrapposizione molto forte fra il fronte conservatore da una parte (gli adulti, i partiti politici occidentali tutti, gli anziani, quelli che hanno sperimentato gli effetti tossici dei social e quelli che non ne sanno nulla ma hanno un parere lo stesso) e il fronte libertario dall’altra, un gruppo sociale quest’ultimo, oggi ben delineato che comprende due sole categorie di persone: i quattro tecno-entusiasti a prescindere (bellissimi da vedere ma senza alcuna possibilità di contare qualcosa) e, soprattutto l’oligarchia tecnologica mondiale, un altrettanto piccolo e compatto numero di aziende ed individui per i quali oggi i temi dell’innovazione tecnologica coincidono, come mai in passato, non più solo con le usuali faccende finanziare dai molti zeri ma con i temi del potere. Mentre nella seconda metà del secolo scorso l’alleanza fra soldi e potere era il più possibile celata, oggi naviga alla luce del sole. Ieri per esempio Elon Musk ha messo l’emoticon della cacca a commento della proposta di legge spagnola per vietare i social ai ragazzini.

La vita è meravigliosa ma talvolta paradossale: se quindici anni fa mi avessero detto che la tutela delle giovani generazioni sarebbe a un certo punto dipesa dalle pulsioni censorie della politica e dalle aspirazioni immobili e reazionarie degli adulti occidentali e non, invece, dall’usuale desiderio delle nuove generazioni di opporsi a un simile vecchiume, non ci avrei creduto.

Provo a rimanere in argomento. Marco Gui, un sociologo milanese che da anni si occupa dei temi del digitale a scuola, ha elencato pazientemente (nei commenti a questo post) i riscontri scientifici recenti che rendono urgente, secondo lui e secondo molti, la necessità di fare qualcosa per proteggere i ragazzi dai social. Quello che è certo è che, ovunque un approccio regolatorio verrà istituito, saremo costretti ad ascoltare le usuali lamentazioni sul proibizionismo che non funziona, sui giovani che tanto troveranno vie nascoste per aggirare i divieti che noi manco ci immaginiamo, e insomma, tutto il corteo dei “signora mia dove andremo a finire” che si squaderna in simili occasioni. Siccome sono vecchio di questi argomenti fantoccio ne ho uno che è il mio preferito, se non altro perché l’ho stupidamente utilizzato per tanti anni, ed è: è una questiose di educazione, educhiamo i pargoli alla tecnologia e ogni cosa si risolverà magicamente.
Molto ridere, sì.

Eppure, a dispetto di simili argomenti, la questioni mostra tratti di semplicità assoluta: perché il punto non è “dove andremo a finire” ma “dove siamo già finiti” e se abbiamo qualche possibilità di limitare i danni nel posto di cacca dove ci troviamo (insieme ad Elon ed alle sue emoticons) nell’anno domini 2026.

Per cui primo convincimento pratico e del tutto personale che lascio su questa pagina:

meglio provare a vietare i social ai più piccoli che non fare niente. Non basterà certo, non so se mai funzionerà, ma meglio di niente.

Siccome sono un rompicoglioni e visto che tanto ormai ci sono, aggiungo sul tavolo della discussione un paio di altre questioni.

La prima, la più importante è questa: ma lo avete notato? Lo avete visto che i medesimi soggetti che abbattono l’attenzione dei pargoli italiani per le poesie di Catullo sono quelli che, accanto e dentro le piattaforme social apparecchiano la festa planetaria dell’Intelligenza Artificiale? Quelli che rendono indispensabili ai nostri occhi le commodity della conoscenza del mondo in forma di domande più o meno articolate a un bot onnisciente? In forma di video e immagini la cui caratteristica principale non è più, com’era un tempo, quella di essere artefattate da un bravo artigiano di Photoshop, ma che brillano di una propria sintetica originalità, che a tutti noi piace così tanto e che nemmeno sarà più possibile definire come falsa? Non è che lo fanno per hobby, non è nemmeno un secondo lavoro: è che è proprio la stessa cosa. Sono le stesse persone che fanno le stesse cose.

Così ora, spero mi perdonerte la banalità, ma se il punto di non ritorno, quello in cui la banalità del male si trasforma nel nostro quotidiano intrattenimento e noi non ci troviamo nulla da ridire e anzi ci piace e ne vogliamo ancora e né chiediamo di più, è quello in cui siamo, quale ulteriore forma di coercizione e controllo desideriamo concedere al potere?

Nel giro di un decennio siamo passati dalla retorica dei social come strumento democratico per le primavere arabe (ricordate?) ad una tecnocrazia che nemmeno ha più la necessità di simulare le proprie scelte: che sostituisce wikipedia con altre enciclopedie che “dicano la verità”, che decide quali siano i temi da sviscerare sui social, che orienta le indicazioni dei sistemi di IA dopo aver masticato e ributtato fuori in formati a lei consoni tutta la sapienza del mondo che ha trovato in rete, e lo fa spesso con impudenza, rendendo palesi intenzioni e strumenti utilizzati.

Ecco, se questo è lo stato dell’arte del nostro “essere in rete” o meglio del nostro “essere vittime senzienti in rete” oggi allora a me paiono evidenti due cose: che non ci potremo fare moltissimo, perché il panem et circenses che ci viene offerto gratis è ormai di qualità eccelsa, e che quel poco che potremo immaginare di fare lo dobbiamo fare comunque.

Sarà anche solo un ammirevole tardivo momento di lucidità quello di noi adulti o anziani obnubilati, prima dai social e ora da chatGPT, che ci preoccupiamo del cervello dei nostri figli e nipoti e che lo facciamo con i pochi, piccoli e molto artigianali strumenti che ci restano. Ben sapendo che uno dei motivi per cui tutte queste grandi democrazie occidentali alzeranno, oggi e domani, tanti e così condivisibili ostacoli allo strapotere delle aziende americane e asiatiche risiede nella loro assoluta sudditanza tecnologica. Siamo, oltre che vittime sacrificali del cartello tecnocratico di Donald Trump, anche un po’ figli di quella signora della canzone di De André che era tanto prodiga di buoni consigli.


2 commenti a “Buoni consigli per la scuola”

  1. Wilson dice:

    Riguardo la prima parte, consiglio l’ottimo “La scuola si è rotta”, di Francesco Antinucci per Laterza (2001!)

  2. Se-Po dice:

    E’ un tema complesso, vedo le conseguenze di stare sempre online su come gestisco io le relazioni, non mi immagino un adolescente.
    Pero starei attento a considerare seriamente le sparate del Dirty Sanchez, tentativi di sviare l’attenzione ai problemi della Spagna (corruzione, infrastrutture, immigrazione).
    La cosa preoccupante e’: saremo constretti a mostrare un documento prima di accedere a internet?
    Siamo sicuro che e’ buona cosa rinunciare all’anonimato?

Lascia un commento