La notizia della comparsa del volto della Premier in una chiesa romana è straordinaria da molti punti di vista. Già la figura di sagrestano-restauratore attribuita dai media all’autore del “restauro” è commedia all’italiana in purezza. Così come le notizie annesse, che chissà poi se saranno vere, sulla biografia del sagrestano-restauratore che ha anche firmato l’opera perché non ci fossero dubbi sull’attribuzione: un signore di 83 anni tifoso della Roma che, a sentir lui, avrebbe lavorato anche nella villa di Berlusconi a Macherio e (cito Repubblica anche se fa ridere) nella Cappella Sistina.

Ora la parte meno divertente e giocosa (perfino Meloni si è concessa un tweet al riguardo con faccina divertita) riguarda l’agitazione dell’intera struttura burocratica dei Beni culturali, dal Ministro in persona (quello alto vestito strano) ai sovrintendenti delle belle arti, dai cardinali al M5S che ha chiesto chiarimenti, tutti alla ricerca di qualcuno sul quale scaricare la colpa di essere come siamo. Nel frattempo l’aspetto maggiormente rilevante del restauro passa inosservato. Perché il problema non è quello della santificazione di Giorgia Meloni o quello della licenza di pennello a un sagrestano pensionato che si paragona a Caravaggio dentro una delle più importanti chiese di Roma ma che l’opera in sé è talmente brutta che sembra dipinta da un bambino delle medie o da ChatGpt durante una delle sue allucinazioni.

Un commento a “La commedia dell’arte”

  1. Fabrizio dice:

    Però è bravo: l’ha disegnata emotivamente stitica come nella realtà.

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