I contenuti disponibili sulle reti TV sono sempre gli stessi. Ma l’offerta si sparge su piattaforme diverse e sempre più piccole. A gennaio partirà HBO Italia. Il risultato è che ognuno chiede soldi per il proprio piccolo pacchetto. Il risultato è anche che quello che prima costava complessivamente X ora costa Y. Dove Y è un multiplo di X. Chi vorrà pagare ancora X, molto semplicemente, sarà costretto a rinunciare a una parte dell’offerta.

I contenuti televisivi fanno da apripista ad uno schema economico che riguarda anche altri. In questi giorni ho guardato molto Substack che è un ambiente di scrittura molto ben fatto e curato, molto figlio di questa logica della necessaria retribuzione dei contenuti. Un’idea declinata – mi pare – in maniera un po’ ossessiva. La piattaforma ti spiega come far “performare” le cose che scrivi (scrivono letteralmente così), come chiedere soldi ai tuoi lettori, come farsi promettere soldi se domani tu dovessi domandarli.

Così da quelle parti è tutto un fiorire di progetti di gente che chiede denaro. Chi può contare su un’audience pregressa (in genere una notorietà che viene dalla TV) su Substack va a nozze e forse guadagna. Gli altri, la stragrande maggioranza, in genere guadagnano un sogno di gloria. Ho incrociato decine di newsletter e riviste che forse leggerei e che chiedono dai 50 agli 80 euro all’anno. Non è molto certo, il costo di un caffè come si diceva una volta, ma se io volessi sottoscrivere, per esempio, le dieci riviste letterarie più interessanti che trovo in rete quanto dovrei spendere? E se a quelle volessi affiancare i pensieri degli opinionisti che mi interessano? E i quotidiani online meno brutti fra i molti disponibili? E il medico che chiede 2 euro al mese per fare la stessa divulgazione scientifica che prima faceva su FB? O la soubrette che sforna scoop a pagamento sulle materie più varie? Essere curiosi diventa così un vizio molto costoso.

Dietro ad una richiesta legittima di retribuzione per il proprio lavoro che molta industria editoriale ha ripetuto con toni molto accesi nell’ultimo decennio, e che ora si estende un po’ a tutti, un mantra da contrapporre al biasimo per la precedente Internet gratuita (non lo era ma lasciamo perdere), come se fosse stato quello il problema originario, la disabitudine a pagare ciò che doveva essere pagato, forse qualcuno oggi immagina che un simile schema economico sia la soluzione per risollevare il depresso lavoro culturale.

Ho i miei dubbi.

Resto affezionato all’idea che molto di quello che scriviamo possa essere gratuito, non per contingenza o per vergogna ma per scelta di condivisione fra pari, così come penso che chiunque abbia diritto di immaginare una dimensione commerciale per le proprie parole.
Quello che però mi pare difficile è che si possa mettere in piedi un’economia di mille mattoncini da 8 euro al mese ciascuno senza modificare prima la quantità di denaro che siamo abituati a spendere per quello che un tempo erano libri e giornali e che oggi sono libri, giornali, canali TV, abbonamenti web, newsletter, podcast e sa dio cos’altro.

Dovremo essere molto più ricchi e molto più saggi di adesso per immaginare possibile un’economia del genere. Nel frattempo il prezzo che tutti assieme paghiamo ad un simile schema è tanto evidente quanto poco citato. Molte idee, molta bellezza, moltissima poesia celate dietro ad un cancello presidiato che nessuno vorrà attraversare.

3 commenti a “Al modico costo di un caffè”

  1. Antonio dice:

    molto saggio, grazie

  2. Andrea dice:

    Più ricchi, più saggi e con molto, molto, molto più tempo liberato, senza il quale le molte idee e bellezze e poesie resterebbero celate comunque.
    Faccio fatica a tenere dietro ai libri che si accumulano nel kindle. La vita media si è allungata, chissà se le AI riusciranno anche ad allargarla. Tempo. Ne resta così poco.

  3. .mau. dice:

    non sono del tutto d’accordo: https://xmau.com/wp/notiziole/2025/12/05/non-e-solo-un-problema-di-soldi/

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