“I social network sono un fenomeno positivo ma danno diritto di parola anche a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Ora questi imbecilli hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.


Sono passati dieci anni da quando Umberto Eco, pochi mesi prima di morire, pronunciò questa frase durante una conversazione in occasione del ricevimento di una laurea honoris causa a Torino.
Dieci anni sembrano sufficienti per commentare con il necessario distacco una frase che è diventata e continua ad essere molto famosa e molto citata. Così mi sono detto, beh dai provaci.

In dieci anni molte cose sono cambiate: i social network, che a quei tempi erano il centro assoluto della rete Internet e conseguentemente anche il centro della discussione sociologica sui cambiamenti della società, sono andati via via rimpicciolendosi, trasformandosi in ambiti dalle dinamiche del tutto differenti da quelle conosciute da Eco. Non più luogo di espressione e acceso confronto per chiunque, ignorantissime masse comprese, ma sempre di più media convenzionali nei quali pochi emettitori raggiungono ampie “legioni” di fruitori in genere silenziosi.

In ogni caso sono passati dieci anni da quella frase e penso si possa dire, oggi come allora, che Umberto Eco aveva torto. E aveva torto intanto per una ragione molto semplice che sembrerà indelicato citare ma che invece riguarda democraticamente tutti, ubriachi da bar, paracadutisti, ufologi e anche grandi intellettuali: perché era vecchio. Diventiamo vecchi, il mondo cambia sotto i nostri occhi e noi non lo capiamo più. Vale per tutti, fine della storia. Se poi siamo fra i pochi fortunati che per propri meriti spiegavano il mondo agli altri cavalcare il tempo che passa è un guaio anche peggiore. E finisce quasi sempre male. Servirebbe a un certo punto tirarsi in disparte ma è difficile.

Non so se vi è mai capitato di uscire di casa. Io cerco di farlo il meno possibile. Quando esco scopro però ogni volta una cosa che in fondo sapevo già. Le persone là fuori non sanno niente, hanno idee spesso orribili e fanno di tutto per esprimerle. Più le loro idee sono orribili e più fanno a gara per farcele sapere. Non sono tutte le persone ovviamente, ma sono maggioranza. L’immaginario di Eco, quello dell’ubriaco al bar, un immaginario maschile usuale e ben definito, rappresenta solo una parte del tutto: le legioni di imbecilli sono ovunque, sono uomini e donne, spesso astemi (quindi senza nemmeno la scusante dell’obnubilamento alcoolico) ad ogni livello della società, nei negozi di ferramenta, dietro il banco della pasticceria, dentro gli ospedali, nelle aule delle università.

Mi fermo un istante. Trovate che questo mio atteggiamento appena espresso sia elitario e fastidioso? Lo è, esattamente come quello di Eco in quella frase, ma con un’ulteriore vigorosa apertura del compasso. Vorreste subito dopo aggiungere che Eco era un vero intellettuale mentre io non lo sono nemmeno lontanamente? Ne avete facoltà, assento vigorosamente, avete ragione, è effettivamente così. Ma questo non cambia la sostanza delle cose.

Eco è stato probabilmente l’ultimo grande intellettuale italiano, uno degli ultimi ai quali era lecito perdonare l’atteggiamento elitario contenuto in quella frase (e in moltissime altre) perché sull’altro piatto della bilancia trovavano posto intuizioni e opinioni di valore, che attingevano alla sua erudizione e alla sua intelligenza. A Eco, a differenza di altri intellettuali, ci si affidava volentieri per il suo radicamento nella società civile a cavallo fra i due secoli, per il suo saper uscire fuori dall’accademia ad osservare il mondo: non solo docente universitario ma anche autore di un romanzo di successo planetario, editorialista molto letto con la sua Bustina di Minerva, ovunque presente con punti di vista su questioni politiche e sociali di ogni genere, Mike Buongiorno compreso. Quotidianamente interpellato su ogni questione di una qualche rilevanza difficilmente Eco negava un suo prezioso punto di vista. Migliaia di parole su qualsiasi argomento sono state così esattamente archiviate. Negli ultimi anni della sua vita quando l’argomento era del tutto inevitabile perché sulla bocca di tutti Eco cominciò a parlare molto anche di Internet.

Nel suo abbecedario Gillez Deleuze dice che “la parola è sporca” mentre la scrittura invece è pulita. Curiosamente in questa affermazione piuttosto lapidaria il filosofo francese cita come esempio Umberto Eco e la sua formidabile erudizione:


Perché non ammiro questa cultura spaventosa? Sono persone che parlano, sanno di sapere, possono parlarne, loro hanno innanzitutto viaggiato, hanno viaggiato attraverso la storia e la geografia, sanno di poter parlare di qualsiasi cosa. Persone come Eco, Umberto Eco è prodigioso, non importa quello che diciamo beh lui lo sa, è come premere un pulsante. Non posso dire di invidiarlo, mi fa paura ma non lo invidio affatto. In un certo modo la cultura consiste nel parlare. Mi dico sempre di più che parlare è un po’ sporco mentre la scrittura è pulita, scrivere è pulito ma parlare è sporco, è sporco perché è un modo di affascinare, è fascinazione.


Se vogliano tenere in una qualche considerazione il distinguo di Deleuze il punto di vista di Eco sulla legione di imbecilli al bar andrà preso con qualche ulteriore cautela. Le parole sono sporche perché sono strettamente connesse ai meccanismi della seduzione, lo scrivere è pulito perché è responsabile di sé e basta a sé stesso.

Torniamo a noi: la collettività – come afferma Eco – non era danneggiata dalle parole degli imbecilli al bar mentre lo diventa quando l’imbecille “esce dal bar” e inizia a scrivere le sue cose in rete?

Eco dice letteralmente che ogni imbecille ha lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel ma la parola è sporca e seducente per definizione e quindi noi eviteremo di prendere quella frase alla lettera, perché ovviamente, e per fortuna, il diritto di parola riguarda sempre tutti e da tutti viene usualmente esercitato. Il professore intendeva dire altro e cioè che le reti digitali offrono uguale visibilità alle parole di un ubriaco e a quelle di una persona molto autorevole. Questo ovviamente, anche volendola considerare un’iperbole seduttiva, non è vero. Non è vero oggi e non è mai stato vero, nemmeno nel momento in cui la tempesta dei social network interessava più direttamente la società italiana. Nelle reti digitali l’imbecille per la prima volta ha potuto costruirsi una sua piccola audience, numericamente superiore a quella degli avventori del bar ma – in genere – non tanto più ampia. Quella che a Eco sembrava una grande platea era semplicemente l’insieme di tante piccole platee di simili che si incontravano. Molti imbecilli in giro, certo, ma ognuno nel proprio bar: Internet aveva solo ridotto le distanze fra un bar e l’altro.

Ciò che Eco non poteva immaginare è un fenomeno che si è sviluppato compiutamente qualche anno dopo la sua morte e cioè che gli imbecilli nelle loro varie estensioni sono diventati un format comunicativo dei grandi media: il rischio paventato dal semiologo si è in parte concretizzato non per colpa di Internet ma per colpa dei media mainstream nel momento in cui ci si è resi conto che l’idiota faceva più ascolti dell’esperto.

I media hanno cannibalizzato l’imbecille di Eco mentre gli imbecilli del bar sono rimasti dentro le loro piccole nicchie digitali che nel frattempo andavano naturalmente estinguendosi per poi, alla fine, tornarsene al bar. Alla fine il danno alla società c’è stato ugualmente ma non è stata colpa dei social network il cui unico possibile ruolo è stato forse quello di piccolo diavoletto ispiratore.

Per un intervallo di tempo durato alcuni decenni nella seconda metà del secolo scorso in un Paese come il nostro, con le sue origini contadine e la sua ostinata bassa scolarità, la figura dell’intellettuale ha giocato un ruolo importante. A maggior ragione, come nel caso di Eco, quando ha saputo ricavarsi un ruolo di decodifica del mondo nei confronti della massa di imbecilli che noi eravamo. Ne abbiamo ricevuto gli influssi benefici in maniera molto estesa. Certo non eravamo tutti ma eravamo lo stesso molti e gli intellettuali, magari spesso senza saperlo, penso alle prime cose che mi vengono in mente, al testo di Franco Fortini di “Quella cosa in Lombardia”, penso ai film di Monicelli, penso al Nome della Rosa di Eco (anche se quando usci in libreria – avevo 19 anni a quei tempi – impiegai 5 minuti a capire dove la storia si interrompeva e iniziava il pippone di storia medievale per poi saltarlo agevolmente e proseguire col racconto).

Poi il ruolo degli intellettuali è andato estinguendosi e in questo credo da sempre che le reti digitali abbiano giocato un ruolo, ben prima degli strali di Eco il quale comunque credo abbia sempre intuito che tutto quel disordinato grattacielo digitale metteva in discussione il piedistallo sul quale stava da 30 anni. La democratizzazione dell’accesso a Internet ha ricalibrato con maggior precisione le priorità dell’industria informativa e dell’intrattenimento trasformando radicalmente l’essenza degli oggetti culturali: così ora le canzoni non le scrive più Franco Fortini ma il mago Otelma.

E poiché mi accorgo che anche questa sta rapidamente diventando una dissertazione da vecchio che abbaia alla luna la chiudo qui. Non prima di aver riaffermato un’ultima volta che in quell’occasione in una mattina del 2015 all’Università di Torino Umberto Eco aveva torto. Aveva torto, non ci fate una bella figura, smettete di citarlo a vanvera per sfogare i vostri istinti contro noi imbecilli.


6 commenti a “L’Eco degli imbecilli”

  1. Jannis dice:

    Ben fatta.
    Aggiungo due appunti:
    1. nella visione del mondo di Eco troviamo l’importanza dell’auctoritas della fonte (e il correlato timore per la sua perdita), tutto legittimo per chi maneggiava duemilacinquecento anni di storia delle idee sui polpastrelli delle dita, cresciuto imbibito di cultura classica, alfiere del pensiero avanguardista novecentesco
    2. pur nella comprensione del computer e dell’informatica (in quanto linguaggio, se ne occupava da primi Ottanta) il concetto di Rete non era la sua cup of tea: qui la sua visione era quella della biblioteca, dell’archivio, meno la dimensione sociale

  2. massimo mantellini dice:

    Grazie Giorgio ben detto

  3. Guido dice:

    In ogni caso sono passati dieci anni da quella frase e penso si possa dire, oggi più di allora, che Umberto Eco aveva ragione da vendere. E aveva ragione intanto per una ragione molto semplice che sembrerà indelicato citare ma che invece riguarda democraticamente tutti, ubriachi da bar, paracadutisti, ufologi e anche grandi intellettuali: perché anche lui, come me, lavorava in ambito universitario e valutava i danni di quello che i social facevano e fanno.

  4. Andrea dice:

    Si capisce in modo lampante che Mantellini conosce pochissimo di Eco, ovvero la Bustina e Mike Bongiorno, come gran parte di quelli che lo citano a sproposito, ai quali Mantellini si aggrega senza accorgersene. Trovare noioso il nome della rosa poi è quasi doloroso, anche perché non contiene pipponi medioevali.
    Eco usava internet prima di internet, ovvero ai tempi di gopher.
    Deleuze (non Delauze) era uno che lo conosceva meglio di Mantellini.
    Eco non era affatto uno snob, ma un aristocratico illuminato, e sapeva di esserlo.
    Eco nel 2015 aveva perfettamente ragione.

  5. Wile Coyote dice:

    Sono passati 10 anni, e quelle parole di Eco sono purtroppo rimaste oggi solo una lontana eco.
    Però io non credo che Eco abbia detto all’epoca quelle parole per “snobbismo”, anzi.
    Erano parole intelligenti e per niente snob.
    A giudicare, 10 anni dopo, da ciò si è generato nell’epoca dei “social”, tipo il misero 30% di affluenza ad un importante referendum italiano, oppure la presidenza degli USA ad un minorato mentale votato dal 55% dei votanti americani, è possibile che se Umberto Eco dovesse esprimersi di nuovo oggi sullo stesso argomento ci andrebbe ancora più pesante di prima.
    E forse avrebbe anche ragione.
    Cortesemente.
    Wile Coyote.

  6. Matteo dice:

    Dissento. Eco aveva ragione. Il fatto che io mi metta a scrivere lo conferma.