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La storia della politica italiana degli ultimi decenni è la storia di un graduale disvelamento. Ciò che prima il politico cercava di nascondere ora mostra in piena luce. Perché lo fa? Perché questo avviene, oltretutto senza grandissime distinzioni di schieramento politico? Perché il racconto dei propri limiti, la loro precisa caratterizzazione, insistita e sempre più accurata, si trasforma ogni volta in un vantaggio personale. Mentre la politica complessivamente si avviluppa in una traiettoria di perdita della propria reputazione, il singolo politico, ben piantato dentro questa commedia dell’arte, ottiene un vantaggio immediato e di facile riscontro. Uno dei tratti peculiari del populismo nostrano è quello di aggiungere ai temi usuali del proprio dichiararsi dalla parte del popolo anche questa dimostrazione di vicinanza fisica, raccontata ogni volta come un gesto di restituita autenticità; non quindi un limite ma il superamento di un diaframma formale, interrotto il quale il politico che votiamo sarà esattamente uguale a noi. Non solo nelle idee, e magari nell’utilizzo del congiuntivo, ma anche nei gesti, nelle movenze, nei tic. Ciò che un tempo era necessario nascondere oggi è necessario svelare.

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