A Eric Satie avevano detto che lui il pianoforte non lo sapeva suonare. Glielo avevano detto abbastanza forte: dopo averlo ammesso a stento al Conservatorio di Parigi dopo un paio d’anni era stato mandato via. Sei scarso, lascia perdere, vai a suonare in quei caffe concerto a Montmartre, gli avevano detto. Per la delusione Satie si era arruolato nell’esercito: ci aveva messo poco a capire di aver fatto una cazzata.

A quei tempi, non essendoci molte altre maniere, i musicisti dicevano cose attraverso le partiture dei loro lavori. Con la musica, certo, ma anche con le dediche che comparivano in alto nello spartito. Così quando Satie qualche anno dopo scrisse le tre Gymnopedie – se siamo qui a parlare di lui è soprattutto perché quei tre brevi lavori sono uno dei rari casi in cui si interrompe il diaframma che separa la musica classica dal grande pubblico – dedicò la seconda a suo fratello Conrad e la terza a Charles Levadé un compositore che ammirava. Ma la prima? La prima, la più famosa di tutte, quella che oggi tutti hanno orecchiato almeno una volta, è dedicata a una certa Mademoiselle Jeanne de Bret.

Ora a noi chi fosse nel 1888 la signorina Jeanne de Bret forse non ce ne sarebbe importato molto se quella musica non fosse diventata la colonna sonora di un centinaio di film nonché il sottofondo dello spot della Camomilla Bonomelli. Data l’enorme popolarità assunta da quelle note ora a noi della signorina Jeanne un po’ ci interessa. Almeno a me, che ho questa sorta di ossessione per le cose piccolissime.

Di Eric Satie, della sua vita, delle sue amicizie parigine che dalla tastiera di un pianoforte suonato male si estendono a Debussy, Picasso, Mallarmé e Cocteau, delle sue intuizioni sulla musica “da tappezzeria” che anticipano di una secolo Music for Airports di Brian Eno, forse anche della sua inquietante collezione di ombrelli, leggerete un po’ da tutte le parti in rete. Rimane – forse – una piccola curiosità su chi fosse la signorina De Bret il cui nome compare in alto in quel primo celebre spartito.

Quando avevo quattordici anni la prima ragazza di cui mi innamorai segretamente si chiamava Marina. Marina M. per la precisione. Non la conoscevo, non ci ho mai parlato, la vedevo da lontano la domenica mattina quando andavo a messa con mia madre. Sapevo che abitava non distante da casa mia, ma non frequentava la mia scuola e non sapevo altro di lei. Il nome e basta. Non so nemmeno perché io continui a ricordarmene dopo 50 anni, io che in genere dimentico tutto. Ricordo solo che la trovavo bellissima e irraggiungibile come poi nei fatti è stato. È evidentemente una storia del tutto trascurabile, trascurabile e personale come milioni di altre simili.

È molto probabile che Jeanne De Bret fosse semplicemente una giovane ragazza della quale Satie si era innamorato. Lo dice una compagna di classe di Jeanne in un libro di memorie scritto a 86 anni. Forse – anche se ci sono molto cose che non tornano nella faticosa ricostruzione di questa storia – quello in testa al primo spartito di Gymnopedia (la dedica compare solo nella versione che Satie convinse suo padre a stampargli) era un tributo ad un amore non corrisposto, la scritta sulla corteccia di un albero di fronte al quale poi siamo passati in molti.

Probabilmente Jeanne di quella dedica non ha mai saputo nulla, probabilmente le cose piccolissime della vita di noi tutti restano piccolissime fino al momento in cui – una volta su un milione – un evento inatteso le illumina. Ed è in quelle occasioni che anche le cose piccole descrivono il mondo con un’esattezza che mai ci saremmo aspettati.

2 commenti a “Piccolissimo Satie”

  1. Wilson dice:

    Rosebud….

  2. Corinna dice:

    Splendida piccola storia, grazie Mante

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