Il pezzo di Alain Elkann pubblicato da Repubblica è oggettivamente un articolo formidabile. Come ogni articolo di grande valore ha rapidamente travolto il paywall del giornale che lo ha pubblicato ed è ora leggibile ovunque.

Formidabile, eppure la vicinanza familiare dell’autore con la proprietà del giornale (il retropensiero: simili sciocchezze solo se sei il babbo dell’editore potrai pubblicarle impunemente) non ne è la causa principale: essa riguarda, semmai, l’ultravecchismo trionfale che trasuda da ogni riga.

C’è un dato grezzo che spesso i giornalisti per primi tendono a rimuovere: i quotidiani sono – almeno da un paio di decenni – prodotti per anziani, scritti da adulti e da anziani (spesso da anziani pensionati) per altri anziani. Non è strano quindi che un aristocratico anziano con il suo corredo estetico di penne stilografiche, cartelle di pelle e completi di lino stropicciato produca un articolo del genere. Nessuno dei commentatori che ho letto stamattina lo ha scritto, tuttavia sospetto che il lettore medio di Repubblica abbia trovato quel pezzo di costume molto buono.

Osservata da vicino tutta la produzione culturale dei quotidiani italiani è simile all’articolo di Elkann: leggiamo spesso racconti parziali, interessati (quando non smaccatamente propagandistici), soprattutto umorali nel senso peggiore del termine, vale a dire pagine di giornale utilizzate per sfogare insoddisfazioni ed istinti personali o di gruppo. Questo quando va bene.

Il pezzo di Elkann da questo punto di vista è una sintesi trionfale dell’usuale giornalismo di Repubblica (e degli altri) senza i veli e gli artifici estetici che il giornalismo costruisce per accreditarsi verso il lettore ogni giorno. E’ insomma l’essenza del giornalismo italiano liberato dai legacci della sua finzione. Parla degli affari propri, con la presunzione che siano fatti che interessano tutti, marca il territorio come può, con gli strumenti che si trova per le mani (anche Proust va bene anche se poi, purtroppo, Sodoma e Gomorra diventa “un capitolo” della Recherche). È inoltre un utile breviario di quello che potranno (e del molto che non potranno) gli ex grandi giornali italiani da qui alla loro mille volte annunciata scomparsa. Si trasformeranno in un presidio per anziani che per un po’ continuerà a funzionare: i vecchi del resto sono tanti, in ottima salute, sono gli unici con un po’ di soldi in tasca, disposti a spenderli più che volentieri per un loro coetaneo chic che descrive in un viaggio in treno un gruppo di terrificanti giovani d’oggi che snobbano Proust, dicono parolacce e progettano di andare “al night”.

Certo l’articolo è formidabile ma non perfetto. Si intravedono qua e là le ingenue adulterazioni dell’autore che ogni tanti perde un po’ il controllo della storia che sta imbastendo. Ma perfino queste ingenuità alla fine aiutano lo svolgimento degli eventi senza svelare il mistero che aleggia fin dalle prime righe e che resta alla fine irrisolto: cosa andava a fare Alain Elkann con il Financial Times, la stiolografica e la Recherche sotto il braccio a Foggia?

3 commenti a “L’ultravecchismo trionfale”

  1. Randolph Carter dice:

    Ora desidero ardentemente una serie di reportage di Alain Elkann, vi immaginate:
    – una sera alla sagra del castrato di Bagnara di Romagna;
    – un weekend in pensione a 3 tre stelle a Ostia Lido;
    – un pranzo in un all you can eat a 15 euro;
    – a spasso per La Notte della Taranta;
    – in volo con Ryanair per Barcellona in economy.

  2. Carmela Maria Palumbo dice:

    Lo stesso giorno ho viaggiato sul regionale Catanzaro Reggio Calabria.
    I miei compagni di viaggio erano persone che non dicevano parolacce,
    educati e rispettosi.

  3. domenico dice:

    Ho pensato alcuni giorni ,ma ho deciso di “inserirmi” in questo gioco estivo: ha sbagliato i toni e le sue personali descrizioni di cosa fa in un treno, ma io vivo a Firenze e di sicuro di “aspiranti lanzichenecchi ” ne incontro un po troppi ,specie quando cala il sole.

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