La discussione sui rapporti dei sistemi di Intelligenza Artificiale con il lavoro intellettuale rischia di diventare interessante.

Non per gli aspetti tecnologici in sé, che da tempo e con insistenza hanno iniziato ad annoiarmi, anche nei rari casi in cui, effettivamente, si intravede lo spiraglio di una possibile mutazione in corso.

Nemmeno mi appassiona un’altra parte consistente della discussione di questi giorni, quella sulla liceità di gestione dei database digitali, discussione che, com’era ampiamente prevedibile, si è trasformata nel tentativo degli aventi diritto di difendere i propri spazi economici dalle pretese dei nuovi barbari. Da tempo ormai il copyright è leva nelle mani dell’industria dei contenuti: la tutela della proprietà intellettuale degli autori e degli artisti ha parentele con le norme che la regolano ogni giorno più vaghe e da almeno un secolo la gestione dei diritti d’autore è a tutti gli effetti un presidio conservatore. Così, in situazioni di inatteso stress dettate dal sopraggiunto interesse verso interfacce come ChatGPT o Midjourney, la primo reazione sarà quella di dichiarare al mondo il proprio possesso della palla e l’impossibilità di utilizzo della stessa da parte di questi nuovi strani giocatori.

La parte interessante della discussione – almeno per me – è oggi quella che la sospinge verso temi fino a ieri innominabili, suggerendo alcune domande sulla qualità del lavoro intellettuale, più in generale sui rapporti fra talento e manovalanza, fra arte ed artigianato.

Una delle frasi che si sente ripetere in questi giorni riguarda allora una specie di apotropaica autorassicurazione che in moltissimi sui media esprimono con calore e partecipazione. Il grande giornalismo, la grande letteratura, la grande musica, la grande fotografia, la grande pittura non rischieranno alcun effetto di sostituzione da parte dei sistemi di IA. Tutto il resto – ripetono tutti più o meno sottovoce – forse sì.

Così la prima domanda che mi interessa è: a quanto ammonta “tutto il resto”? Quanto del giornalismo, della letteratura, della musica, della fotografia, della pittura di cui quotidianamente ci cibiamo non è grande e potrà tranquillamente essere replicata (con minori costi e probabilmente anche meglio) dalla macchina?

Provo a ipotizzare un numero a caso, un numero di grande cautela, con tutto il rispetto e la comprensione che ho per un lavoro complicato e pieno di insidie come quello intellettuale: facciamo l’80%? Facciamo che 8 prodotti intellettuali su dieci potrebbero essere sostituiti dal lavoro di ChatGPT e i suoi fratelli?

Troppo? Troppo poco?

La seconda domanda, che è perfino più importante, non ha nulla a che fare con l’IA ed è: ma perché?

Intendo: perché lo facciamo? Perché continuiamo a consumare una quantità tanto rilevante di arte, cultura, letteratura ed intrattenimento di una qualità abbastanza bassa da poter essere domani sostituita da un software? Perché – e qui approdiamo in territori perfino più scabrosi e improbabili del metaverso del povero Zuck – perché non solo ci accontentiamo di tutta questa mediocrità ma anzi spesso la preferiamo con grande chiarezza e convinzione? Perché il talento, la cura, la poesia, l’innovazione e la bellezza sono una nicchia mentre noi siamo circondati da tonnellate di roba tutta uguale, assemblata con lo stampino da abili alchimisti del prossimo hit e con le iniziali del proprietario bene in vista? Perché insomma il grande lavoro intellettuale è uno scantinato umido e buio mentre allo stadio canta Ligabue di fronte ad un enorme pubblico pagante? (chiedo scusa a Ligabue, non ho nulla contro Ligabue, è solo un esempio fra i mille possibili)

Quando anni fa scrissi Bassa risoluzione mi colpiva questa ipotetica traiettoria verso il basso che sembrava riguardasse un po’ tutto e tutti, dagli oggetti tecnologici alle aspettative culturali delle persone. Mi sembrava allora (ma ero più giovane e meno pessimista) che ci fosse una quota di “non detto”, una distanza ampia fra il sentire comune di milioni di persone, che preferivano con ostinazioni soluzioni di downsizing tecnologico, assomigliando così a certe balene che in branco scelgono una spiaggia nella quale andare a morire, e l’interpretazione di simili scelte da parte degli esperti che le commentavano. La più banale di queste interpretazioni – ma forse anche l’unica e di sicuro quella buona per tutte le stagioni compresa l’attuale – era che il digitale e Internet ci stavano rincoglionendo come mai era accaduto in passato. Il bignamino di Bassa risoluzione ve lo risparmio volentieri ma questa idea della società balena depressa, un’idea che riprende vigore oggi a margine della discussione in corso sui sistemi di IA, è vecchissima e continua a convincermi poco.

Prendiamo per buono che l’80% del lavoro intellettuale sia Ligabue (chiedo scusa di nuovo) e che buona parte della discussione attuale sia curiosamente concentrata invece sul restante 20% di grandi artisti e grandi uomini e donne di cultura che sono indifferenti a simili perturbazioni tecnologiche; come a dire: il colpevole certo esiste, il rischio è dietro l’angolo, l’assassino è di sicuro qui fra noi, ma certo non sono io e non siete nemmeno voi. Ecco, allora, forse sarebbe onesto dire che noi tutti, non intendo i fini intellettuali sulla tolda di comando ma noi, intendendo quegli otto su dieci a cui piace Ligabue, nei confronti dei sistemi di IA sembreremmo belli e che spacciati.

A osservare con qualche minore ansia dovremo dire che – se davvero è così – siamo relativamente spacciati, siamo anzi spacciati oggi esattamente come lo eravamo ieri. Domani, sotto il giogo di chatGPT, la qualità della nostra personale fruizione intellettuale non si modificherà troppo. L’unica non trascurabile differenza sarà che una quota rilevante di lavoratori, grafici, musicisti, giornalisti, scrittori patirà una simile situazione, e questo dentro un paradosso che vale la pena sottolineare e cioè che quel lavoro, il loro lavoro, ora sostituibile e diversamente replicabile, era quello più bistrattato e contemporaneamente più appetito dalle masse. Un’industria culturale livellata verso il basso dalle richieste dei propri committenti. Talmente in basso, in termini di creatività e innovazione, da poter essere agevolmente sostituita da una macchina. Un paradosso, anche in relazione alle misere retribuzioni che quei lavoratori ricevevano in cambio, per lo meno in Italia.

Al proposito ho incrociato su Il Foglio una frase che mi ha colpito in un pezzo breve intitolato furbescamente “Solo gli autori scarsi temono l’intelligenza artificiale”:


Si creeranno pertanto due classi di autori: quelli che sono bravi e quelli che cambieranno mestiere.


Ora nulla è più fuorviante del lavoro intellettuale che si occupa di sé stesso, un sé stesso che osserva guardingo il vicino di banco e non vede altro al di là del proprio naso: il lavoro intellettuale parla (dovrebbe parlare) invece al suo pubblico, dovrebbe interpretare la società, provare magari ingenuamente a cambiarla, per finire poi magari come un Bianciardi che arriva a Milano e poi alla fine si chiude nella sua stanza con la bottiglia e la pila delle traduzioni da fare.

Per i destinatari dell’80% del lavoro intellettuale – compreso per i lettori dell’elzeviro del Foglio appena citato – non cambierà granché, mentre la domanda più importante (perché ci piace questa roba?) rimarrà di nuovo inevasa.

L’idea sospesa dietro a Bassa Risoluzione era che spesso quel valore che ci sembrava perduto, quella riduzione delle nostre aspettative che così decisamente sceglievamo di adottare, nascondesse qualcosa. Che a un osservatore più attento il valore che immaginavamo perduto ricomparisse altrove. Oggi non sono più tanto sicuro che sia così, ma il lavoro culturale affidato alla macchina lascia il mondo esattamente com’è e questo è un primo palpabile fallimento di cui forse varrebbe la pena parlare. La spinta rivoluzionaria che diventa canone. Abbiamo davvero scritto milioni di righe di codice perché tutto resti come prima, chiamando, oltretutto, questa roba “intelligenza”?

Allo stesso tempo non esistono dubbi sul fatto che il lavoro intellettuale, l’unico possibile, l’unico che possa essere definito tale, sia quello di oliare i meccanismi dell’intelligenza collettiva più che di quella artificiale. Nulla di particolarmente inedito ma ugualmente un’impresa dai toni eroici e misteriosi.

Per quanto mi riguarda il mistero più rilevante continua a non riguardare le potenzialità di chatGPT ma le ragioni per cui la nostra vita possa identificarsi con tanto frequenza in una canzone di Ligabue. Restando sempre in attesa che il valore che ci era sembrato perduto in Ligabue ricompaia come una scintilla da un’altra parte, magari anche per un solo istante ma in ogni caso sempre dalle parti del rocker emiliano. Forse l’abbiamo intravista con la coda dell’occhio, quella scintilla. Poi, ora che ci siamo girati, ecco che tutto sembra tornato buio. Sarà stato un po’ come sputare via il veleno.

Un commento a “ChatGPT e Ligabue”

  1. Semper dice:

    conviene che tu ti rilegga Apocalittici e Integrati, non a spanne, ma riga per riga. Poi non scriveresti più le banalità che hai invece lungamente meditato. Sia io che te siamo dentro l’80%, sarebbe ora di capirlo