Questo tweet di Marco Rizzo è – a suo modo – un tweet esemplare.
Intanto conta chi lo ha scritto: Marco Rizzo non è il classico signor nessuno di Internet, ma una persona nota, un ex parlamentare, il segretario (così si definisce nella bio) del Partito Comunista italiano. In altre parole una persona con una presunta reputazione.

È un tweet esemplare perché non riguarda un’opinione: le opinioni si sa, viaggiano leggere come bolle di sapone, possono essere equivocate dal primo malintenzionato di passaggio, possono essere curiose o assurde e mantenere comunque una loro intrinseca – e faticosamente democratica – ragion d’essere. Anche se a noi quella ragione tante volte potrà sembrare assurda.

No, in questo caso Rizzo cita un fatto, vale a dire chi sia il proprietario di una società energetica algerina, e il fatto di Rizzo, proprio in quanto fatto, è una bugia. È una falsità, bella e buona, rapidamente controllabile da chiunque anche se non è un ex parlamentare e il segretario di un partito politico.

Ovviamente tutti noi possiamo scrivere falsità, certo involontariamente, o perché eravamo convinti che le cose fossero effettivamente così, o perché la fretta e Twitter in particolare sono adattissimi a farci scrivere la prima cosa che ci passa per la testa. E se anche Rizzo fosse la persona più svagata della terra e abitasse in una capanna in cima ad un monte nella quale si occupa di questioni di maggior importanza, è piuttosto improbabile che al momento in cui scrivo, vale a dire a una decina di ore dalla pubblicazione di quel tweet, qualcuno non lo abbia avvisato dell’errore. Forse Rizzo non avrà letto i 400 commenti di quel tweet (anche se nel frattempo alcune ore dopo ne ha pubblicato uno nuovo) in cui quell’errore viene fragorosamente segnalato ma insomma l’ex parlamentare e segretario del Partito Comunista italiano (qualsiasi cosa significhi) ha fatto (per ora) quello che molti politici fanno su Twitter. Ha gettato il sasso e nascosto la mano. Ha fatto finta di niente. Non si è vergognato. Non ha replicato. Non si è scusato. Non ha cancellato il tweet. Non ne ha pubblicato un altro di spiegazione.

Nel frattempo, nel momento in cui scrivo quel tweet falso ha circa 1500 Retweet e circa 3000 mi piace. Vale a dire ha raccolto molti più apprezzamenti e condivisioni che non rimbrotti e sarcasmi.

Ed è esattamente per questo che quel tweet è un tweet esemplare. Perché a differenza di quello che abbiamo pensato per un paio di decenni le potenzialità tossiche degli ambienti digitali, al di fuori dei filtri digitali che quasi nessuno utilizza, prevalgono comunque in mille differenti maniere. Non esiste un ecosistema digitale in grado di autoregolarsi e far emergere il valore.

I social network sono cosi funzionali non solo alla propagazioni delle opinioni più improbabili e ridicole, ma sono dirompenti anche negli aspetti disinformativi che attengono ai fatti. I fatti, quelli che noi, ingenuamente, immaginavamo dotati di una propria biologica attitudine ad autodisvelarsi e autoregolarsi. Non è così: sui social network non esistono i fatti. Basterà scrivere una bugia e poi non replicare. Ed ecco che quella bugia vivrà di vita propria. Pagheremo un piccolo prezzo reputazionale del quale però domani tutti si saranno dimenticati e il nostro scopo sarà forse raggiunto. Il mondo digitale, svaniti ormai certi nostri sogni infantili, è diventato ormai il paradiso dei peggiori.

4 commenti a “Un tweet esemplare”

  1. Roberto Marcuzzi dice:

    Ah, parlavi di Marco Rizzo, non del Corriere, Repubblica, Sole 24 ORE, Giornale, QN e chi più ne ha più ne metta? Vedi che faccio bene a rileggere quale fosse il soggetto? :-)

  2. MaX dice:

    Forse ci vuole un “TripAdvisor” per i politici e non solo. Però, poi, le recensioni chi le controlla?

  3. Giampaolo Armellin dice:

    Ho riletto recentemente “Fahrenheit 451”, in parallelo con “Il partito degli influencer”. C’è parecchio da riflettere. Stiamo realizzando le visioni distopiche di Bradbury?

  4. Guido Gonzato dice:

    A testa alta, posso rivendicare di avere previsto e avvisato, tanti anni fa, che dare diritto di parola a qualunque imbecille che passa avrebbe prodotto i risultati che vediamo oggi.