Non è una questione di questi giorni, magari legata alla imminente possibile crisi di governo. Il fatto è che da molto tempo il PD strizza insistentemente l’occhio al M5S, non per affinità di visione politica (del resto vaghissime e quasi inesistenti), ma esclusivamente per numeriche opportunità elettorali. Per carità, si tratta certamente di tecnicalità importanti e spesso fondamentali ma, nel caso in questione, davvero tirate per i capelli. Credo sia pacificamente accettato dai vertici del PD il fatto, del resto incontrovertibile, che il M5S sia una accozzaglia di gente senza né arte né parte, la quale accozzaglia è comunque al momento incidentalmente fornita di un bacino di voti intorno al 10%. Questo basta perché Letta e i suoi accoliti ipotizzino “un campo largo” dentro il quale stia il PD e chiunque altro, perfino il M5S, che sia in qualche maniera, dentro una ipotesi di alleanza elettorale in grado di opporsi alle destre.
Siete scemi ma avete i voti, accomodatevi pure qui al tavolo accanto a noi, dicono silenziosamente costoro.

È questo il campo largo. Non mi viene in mente nulla di più solido per non votare il PD nei secoli dei secoli.


4 commenti a “Il campo largo”

  1. Gianni dice:

    I partiti sono diventati come quei ristoranti nelle località turistiche, con l’imbonitore davanti che cerca di far entrare chiunque, senza rendersi conto che la vera maniera per attirare le persone, è fare la selezione all’ingresso.

  2. mario dice:

    Amen

  3. userunfriendly dice:

    Hai tremendamente ragione.
    Ma continuo a pensare che nella loro inettitudine, incompetenza e apatia siano preferibili all’alternativa.
    Un tempo avrei creduto che provare l’alternativa ci avrebbe resi migliori, più capaci di scegliere, e addirittura spinto ad avere proposte migliori.
    Ma dopo anni di Silvio, e poi dei grillini, non ci credo più.

    Voterò il meno peggio, anche se è sempre peggio.

  4. MB dice:

    Questo credo sia il campetto, più un diversivo, perché il campo ufficiale era storicamente un altro: la fondazione VeDrò fondata da Enrico Letta e Angelino Alfano, cioè il berlusconismo ‘pericolo per la democrazia’ era ormai l’alleato affidabile nei governi tecnici sopra la democrazia. Nel duopolio sarebbe stato un sicuro e agevole cartello commerciale e poi monopolio assoluto dei cosiddetti “moderati”, un surrogato di DC abbruttito. Prima però che si affermassero Salvini e poi Meloni, a rovinare la festa (anche a Berlusconi)
    E a proposito: Berlusconi ha minacciato di tornare al 20%, pensate, solo con l’uso del mezzo televisivo e della propaganda continua, da non credere (ironico) il fondamento della “democrazia”: la televisione.

    Se Grillo era quindi, a ragione o a torto, presentato costantemente nei media come peggio del Berlusconi ormai alleato nei governi tecnici, “responsabile”: il giochino non si poteva più fare con Salvini e poi Meloni. Il cambio di contesto ha fatto così saltare i progetti costringendo un’inversione rapida di un’auto già lanciata in corsa verso la governabilità assoluta, soprattutto con Renzi l’antigrillo, apprezzato anche da Berlusconi. Ma il treno in corsa è poi uscito dai binari.

    L’ultimo anno passato a rivalutare mediaticamente i 5 stelle non è stato sufficiente per frenare e cambiare direzione, e costruire altri binari. Lo stesso Grillo aveva già farfugliato in tempi non sospetti qualcosa di strano: “noi siamo l’argine alle destre”, tra i sorrisetti della “ditta” e poi gli sfottò dei renziani. Ma oggi di fatto si trovano tutti a dover giustificare questa concreta situazione e si prospetta un altro fallimento, dato fondamentalmente da grande incapacità, ignoranza, unita a prepotenza e ingordigia, un mix esplosivo.

    Se la democrazia ha bisogno di soldi, ma i soldi a loro volta definiscono la democrazia (dettaglio non trascurato nelle politiche anglosassoni con cultura antitrust non solo formale) a contare è quindi il soggetto, l’oligarca, che finanzia ad esempio in Italia la fondazione che per legge non ha obbligo di trasparenza (comunicare da dove provengono i soldi e i lobbisti) e men che meno obbligo di bilancio e ancor meno di democrazia interna, nonostante grossi flussi di denaro sconosciuti allo Stato, (in fondo una legalizzazione di vecchi schemi di corruzione). La fondazione a sua volta definisce e plasma il partito, sempre più una scatola vuota e svuotata, sempre più aleatoria e mediatica, controllabile non dagli elettori.

    In questo senso forse: il voto dell’oligarca non vale più uno, ma milioni di voti. Dalla padella alla brace, insomma peggio dell’uno vale uno. Ma ormai la frittata è fatta.

    MB