È stato chiaro fin da subito che Mario Draghi era per l’Italia un incidente di percorso. Benedetta da alcuni e sopportata a denti stretti da molti altri, la sua Presidenza del Consiglio non ha mai avuto troppo a che fare con l’Italia e la sua natura. Nemmeno con i metodi e le consuetudini attraverso le quali si esercita la politica da noi.

Come succede in questi casi, quando una causa esterna inattesa piomba fra gli attori in campo, essa genera un trauma psicologico le cui domande sono ogni volta le medesime: chi sono io, cosa ci faccio quì? Chi sono stato fino a ieri, cosa sarò domani?

Draghi, che è il non italiano per eccellenza, si è materializzato come un grave trauma per la politica professionale nostrana. Non si è trattato, come avvenuto in altre occasioni simili in passato, della figura del tecnico chiamato a rattoppare i conti nel momento di crisi. Il tecnico infatti non genera alcun trauma perché è da tutti considerato una figura politicamente neutra, un impiccio momentaneo e necessario del quale appena possibile ci si libererà con naturalezza. È in questi casi che i politici, per riaffermare fieramente la propria centralità, citano “il primato della politica”. Nel caso di Mario Draghi questo non poteva avvenire perché, fin da subito, “il primato della politica” è stato chiaramente trasferito nelle sue mani. Draghi quindi come il non italiano per eccellenza che sostituisce la politica italiana. Eccolo il trauma.

Chi sono io? Cosa ci faccio qui? Chi è quel signore a cui tutto è stato affidato al mio posto, quell’uomo così differente da me?

Dentro simili angoscianti domane nessuno si è potuto salvare. Draghi faceva cose di destra, sostituendo la destra, e faceva cose di sinistra, sostituendo la sinistra. Soprattutto rappresentava improvvisamente l’Italia (suprema finzione) come un Paese non solo normale ma perfino ascoltato e riverito nei consessi internazionali. Un Paese, a ben vedere, inesistente.
Abituati ai guitti nostrani, al Berlusconi di misterobamaaa o al Conte che si districava goffamente con la stecca da biliardo assai meglio che con la lingua inglese, nessuno si immaginava certamente l’Italia come immersa in un nuovo corso ma, al massimo, dentro una momentanea piacevole eccezione.

Dentro la vastità del trauma al quale è stata improvvisamente sottoposta la politica nazionale ha fatto quello che ha potuto. Nella grande maggioranza dei casi ha semplicemente atteso e rimosso. Quando è andata bene si è sottoposta a un bagno cosmetico di finta umiltà, quando è andata male ha sottolineato la propria mediocrità prima assentendo silenziosamente in Consiglio dei Ministri (narrano le cronache di palazzo che la piccineria dei politici di destra e sinistra di fronte a Draghi si esprimeva principalmente in un terrificante silenzio di assenso a capo chino a qualsiasi domanda) e poi, appena usciti dal palazzo, strillando la propria politica indignazione di fronte ai microfoni dei propri media amici. Un processo di liberazione dal trauma che piano piano ha assunto i tratti della rivolta, ha irrobustito le fila dei codardi parlanti, ha moltiplicato i dissensi e le eccezioni di cui la politica naturalmente è costituita, pur essendo tali dissensi nella grande maggioranza dei casi in questo caso dissensi non politici ma psicologici. I tentativi sempre più arditi di superare il trauma, chiudere la stagione delle proprie domande interiori e ristabilire il primato della propria politica.

Lasciando in pace Tomasi di Lampedusa abbiamo in fondo sempre saputo che, prima o dopo, sarebbe finita così. Troppo grande era il trauma, troppo piccoli e miseri gli uomini e le donne ai quali un simile evento andava a turbare i sonni e i pensieri.

7 commenti a “Mario Draghi come esperienza psicologica”

  1. Michele dice:

    Bho, sai che non ti capisco, sarà colpa mia, credo però che quelli che tu definisci troppo piccoli e miseri uomini e donne siano però stati chiamati a rappresentarli dai cittadini italiani, Draghi no.

    Draghi sarà pure quello che sostieni, quando però decidi di fare politica devi lavorare per il paese.
    Se tu sei convinto che questo paese stia bene, allora buon per te.

    Fatti però prima un giro in paese.

  2. Michele Bozzi dice:

    Magari prima di contestare Mantellini potresti imparare lo spelling di boh.

  3. Giuseppe Ravera dice:

    Applausi (tristi).

  4. Bragadin dice:

    Caro Massimo,

    posso anche essere d’accordo sul fatto che Mario Draghi possa essere il non italiano per eccellenza, ma il problema allora sta proprio qui: perché gli è stato dato il primato della politica se era chiaro fin da subito che sarebbe stato un incidente di percorso?

    Viene il sospetto che questo incidente di percorso sia stato voluto, anzi cercato, proprio per ribadire il concetto che noi italiani non siamo un paese normale e nemmeno ascoltato nei consessi internazionali.

    E qui si aprirebbe un altro dibattito (del quale posso intuire la conclusione): perché non saremmo un paese normale? Per le nostre peculiarità? E queste peculiarità sarebbero veramente così negative e sopratutto peggiori delle peculiarità di qualsiasi altro paese c.d. occidentale?
    Grazie

    Bragadin

  5. MB dice:

    Anche a me è piaciuto, com’è piaciuto a tutti all’inizio l’uomo forte e prestigioso nel ranking del capitale (quella di Meloni sarebbe opposizione? Mah). Credo comunque che abbia fatto politica dando ampio spazio ai ministri, i migliori: la pandemia ha trovato Speranza, e la guerra Di Maio.

    E Churchill aveva torto: in Italia con Draghi ci spiace dover tornare alla democrazia.

    Permettimi il commento ironico. Ciao

    MB

  6. mile dice:

    Altri applausi, inevitabilmente tristi anche questi.

  7. Annamaria dice:

    Draghi ha la fiducia assoluta in entrambe le Camere, l’ha sempre avuta.
    Ma non può bastare. Un Parlamento fatto di troppo piccoli e miseri uomini e donne non pensi di cavarsela così a buon mercato.
    Per questo restiamo in attesa di sapere se tra qualche ora Draghi toglierà la fiducia al Parlamento, obbligandolo a dimettersi.