Fino a qualche decennio fa la piattaforma era un oggetto piccolo. Poteva essere un giornale, al massimo un canale televisivo, magari un’intera casa editrice. Esistevano quindi molti giornali, molti canali TV e perfino un certo numero di editore tra i quali ipoteticamente scegliere. Non mi riferisco in questo caso ai lettori-ascoltatori ma a chi utilizzava quelle piattaforme per diffondere i contenuti che produceva.

I giornalisti per esempio potevano scegliere se scrivere o non scrivere su un certo giornale e, di tanto in tanto, si scatenavano piccolissime polemiche sull’autore tale che mai ci saremmo aspettati di trovare su quel giornale lì (in genere autori che ammiravamo su giornali di discutibile reputazione). L’autore spesso rispondeva alla critiche rivendicando la propria autonomia dalla piattaforma.

Oggi le piattaforme digitali, soprattutto in ambito musicale, sono diventate pochissime e planetarie. Due molto grandi (Spotify e Apple Music) e altre tre o o quattro più piccole. Le piattaforme digitali sono in ogni caso diventate, un po’ tutte, un oggetto grande, specie quelle sociali. Esserci o non essersi è diventato per gli autori una scelta strategica molto radicale.

Prima Neil Young e ora Joni Mitchell hanno deciso di rimuovere da Spotify i loro dischi. Si tratta di due autori importanti, specie per le vecchie generazioni. Lo hanno fatto perché non vogliono che la piattaforma che diffonde la loro musica sia la stessa che diffonde (e paga profumatamente) un autore di podcast che fa propaganda antivaccinista. O lui o noi, hanno detto i due autori.

Ma Spotify non è Libero e le ragioni per la piattaforma di comportarsi da piattaforma sono come sempre molto solide. Le ragioni di Young e Mitchell lo sono altrettanto e la questione sembra la tipica questione senza soluzione. E lo è. Perché se le piattaforme ritornassero ad essere piccole (Young e Mitchell da una parte i podcaster novax da un’altra) la clientela si lamenterebbe e le troverebbe meno interessanti. Il paradosso si risolverebbe se i clienti ignorassero le piattaforme e si concentrassero sui contenuti, che è un argomento sacrosanto di responsabilità personale che abbiamo agitato al vento per anni. Ma a transizione digitale ormai avviata occorrerà essere ciechi per immaginare un mondo nel quale la piattaforma in sé non abbia un ruolo nella creazione del consenso su grandi temi sociali. Vado a riascoltarmi Harvest e trovo lì accanto il podcast di Rogan. Sentiamo cosa dice questo tizio…


Un commento a “La dittatura della piattaforma”

  1. Carlo dice:

    E ora toccherà vedere come si trasformano le piattaforme con il cosiddetto metaverso, l’ultimo tecnodelirio alla moda

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