30
Nov




Sono reduce dalla visione del torrenziale documentario di Peter Jackson sugli ultimi giorni dei Beatles. Pur non essendo propriamente un fan del gruppo (i fan dei Beatles si caratterizzano per la loro vastissima competenza biografico-musicale sul gruppo e per la loro insofferenza nei confronti di quelli che non ne sanno quanto loro) devo dire di averlo apprezzato moltissimo e mi è venuta voglia di scrivere qualcosa al riguardo. Molte delle cose che ho pensato, ed altre alle quali non avevo pensato, le ha scritte Enrico qui.

. Fumavano tutti moltissimo. Compulsivamente: fumavano mentre parlavano, mentre mangiavano, mentre se ne stavano chiusi tutti pigiati in una stanza piccolissima. Di mattino presto fino a sera tardi. È impressionante rendersi conto – guardando oggi da qui è facilissimo – di come un’intera generazione, a partire dalle persone più in vista e alla moda, sia stata così leggiadramente intossicata dall’industria del tabacco. Le sigarette sono centrali nel racconto degli anni 60 della swinging London, perfino più di quanto non lo fossero state, qualche anno prima, ne Il partigiano Johnny di Fenoglio. George Harrison è morto di cancro ai polmoni a 58 anni. Beppe Fenoglio a 41.

. Nulla come una telecamera accesa che spia ogni scena, anche la più laterale, è in grado – se la si segue pazientemente – di raccontare i particolari del mondo. La prima impressione che abbiamo guardando Get Back è che si tratti di un film eccessivamente lungo, che di tutto quel girato si sarebbe potuto fare un’ulteriore sintesi di meno di otto ore. Poi dopo un po’ risulta chiaro che quell’eccesso è necessario, che spiega meglio il carattere dei personaggi, che permette a ogni spettatore di fissarsi sulle piccole cose che lo interessano. A me moltissime, per esempio i vestiti sgargianti di McCartney, i suoi calzettini corti (un retaggio terribile del modo di vestirsi degli inglesi che è giunto fino ai tempi nostri) e soprattuttto la precisione con cui la telecamera svela la bellezza di quei quattro giovani ragazzi di meno di trent’anni. Assieme a loro, che sono ciò che ci interessa, indaga con altrettanta precisione le figure di contorno le quali, piano piano, scena inutile dopo scena inutile, diventano familiari come John e Ringo come George e Paul. Fra queste spicca – credo non casualmente – la presenza centralissima asfissiante e del tutto fuori luogo di Yoko Ono.

. Get back svela uno dei segreti meglio custoditi della musica pop. Meglio custoditi perché in genere non interessa a nessuno: chi ascolta il disco è interessato ad immedesimarsi nell’insieme di musica e parole, ad attribuire al tutto un significato, e non a scomporle al microscopio. Questo segreto non segreto è che i testi delle canzoni sono molto spesso, nel caso dei Beatles sicuramente, funzione della musica e non viceversa. Per mescolare sacro e profano ricordo un’intervista a Sting moltissimi anni fa nella quale il giornalista del NME, andando a casa sua per intervistarlo, scopre sul tavolo un rimario. Sting con leggero imbarazzo ammette di utilizzarlo. Gli ascoltatori commossi si chiedono come sia stato possibile riunire parole tanto evocative, i critici ne sveleranno i significati profondi ai quali non avevamo pensato: la realtà sarà che molto spesso le parole di capolavori che diventano dei classici sono state aggiunte un po’ a caso perché “suonavano bene”.

. Le interviste in strada a Savile Row chiariscono che i Beatles nel 1969 piacevano a tutti: alle ragazze in minigonna e agli anziani con la pipa in bocca.

. Un’altra cosa che è cambiata pochissimo in questo mezzo secolo è il rapporto casuale degli inglesi con le scarpe.

. Chiunque sia appassionato di strumenti musicali troverà nel documentario ciò che lo interessa. Visto con gli occhi di oggi il primo registratore a 8 tracce di EMI assomiglia a un pezzo di tecnologia spaziale sovietica; la svagatezza con la quale le canzoni venivano registrate dal vivo in presa diretta e con bambini, fidanzate e Yoko Ono intorno è davvero commovente. Solo alcuni anni dopo diventò del tutto inconcepibile. E forse la musica un po’ ne soffrì.


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