Piero, il mio compagno di banco del liceo, fu beccato una notte di molti anni fa mentre incollava sui muri della città manifesti elettorali fuori dagli spazi regolamentari e denunciato per non so quale reato. Aveva diciottanni o anche meno, era un militante della FGCI e qualcuno, già molte decine di anni fa, lo aveva convinto a farlo, oppure lui stesso si era offerto, non so. Era un militante. Un ragazzo intelligente pieno di entusiasmo.

Non molto è cambiato da allora, i partiti continuano a cercare militanti che li aiutino a spargere il verbo: oggi come ieri ai molti ingenui Piero che autenticamente e con passione civile si prestano ad operazioni di propaganda del partito che sostengono, se ne aggiungono molti altri, spesso più nascosti e ambigui, proprio in relazione alla loro parziale invisibilità. Un sottobosco di consulenti, cerchi magici di esperti e soprattutto giornalisti e personaggi pubblici che, per una ragione o per l’altra, scendono in campo ad incollare il manifesto della attuale stella nascente della politica nazionale. A differenza del mio amico Piero le motivazioni che li spingono sono quasi sempre meno edificanti, tutti le conosciamo.

Il sottobosco dei sodali del nuovo prossimo leader è sempre esistito e in questa legione di arrampicatori, entusiasti, lobbisti e mezze figure da un po’ di anni a questa parte ha preso molto piede quello del consulente digital. Quello che prima ci capiva di computer e oggi ci capisce di social media. Poichè i cittadini si sono spostati in massa negli ambienti digitali le spese per i manifesti e la colla si sono spostate in parte da quelle parti. Il grosso dei soldi e delle attenzioni – poiché i politici non sono scemi e una idea vaga del mondo ce l’hanno – va tuttora ai grandi media ed ai loro uomini. Giornalisti e personaggi della TV sono oggi particolarmente vezzeggiati dalla politica: lei li utilizza e loro utilizzano lei, in un matrimonio win win tanto miserabile quanto efficace.

Negli ultimi mesi, per ragioni molto diverse, prima Salvini e ora Renzi sono stati al centro di simili discussioni perché nell’eterna guerra di disvelamento delle impurità altrui nessuno evidentemente potrà rimanerne intonso. Ma al di là dei singoli appunti e delle molte indiscrezioni, come sempre ampiamente ammaestrate, perché anche i giornali che le diffondono fanno parte del medesimo circo di amici e nemici del politico X o Y esattamente come i molti consulenti che li sostengono o affossano, l’unico dato certo che mi pare sia possibile estrarre è che la politica in Italia ha propri personali rapporti con l’etica sempre più lassi e vaghi: attorno ad essa la folla di saltimbanchi, nani e ballerine è andata aumentando in numero e potere.

Così quello che osserviamo sui social network non è altro che l’estensione al pulviscolo digitale di un simile cinismo. Il piazzista ha bussato alla porta del capo popolo e questi gli ha spalancato l’uscio ed affidato la sua sorte. Non poteva accadere diversamente: quando l’idea si affievolisce serve un mercante per raccontare il prodotto. E insomma, lì fuori c’era solo l’imbarazzo della scelta.

Da quando Casaleggio entrò nel camerino di Beppe Grillo per raccontargli il suo visionario progetto oggi il mercante politico è sempre più spesso un mercante digitale. Ma è lo stesso mercante di prima. Con prodotti ogni volta peggiori dei precedenti.


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