La vicenda occorsa in questi giorni al musicista-ristoratore Roberto Angelini è un esempio perfetto dei limiti e delle opportunità delle nostre attività sui social.

Riassumo velocemente i fatti:

Angelini pubblica un post emozionale con accluso selfie dagli occhi rossi nel quale accusa un’amica di averlo tradito (una pazza, dice). Lui ne pagherà il prezzo materiale, è appena stato sanzionato per lavoro nero, ma il tema centrale è un’altro e ben più pesante: l’amicizia tradita. Non se lo aspettava.

Angelini è un volto pubblico di una certa notorietà e quindi il suo sfogo suscita attenzione. Ma molto più di quello attirano l’interesse pubblico i commenti degli amici: la solidarietà rapidamente espressagli da grandi star della musica italiana, da Jovanotti a Max Gazzè, da Elodie a molti altri. Gente che conosce Angelini e che quindi – pensiamo noi – scende in campo dalla sua parte perché conosce l’uomo. Lavoro nero? Non è importante in fondo siamo in Italia, l’importante è la solidarietà all’amico in difficoltà.

Come era facilmente prevedibile i commenti del post di Angelini si riempiono di frasi offensive verso la traditrice che Angelini definiva del resto “pazza incattivita”, come sempre succede la virulenza dei commenti trascende ogni cosa.

Il giorno successivo resosi conto della piega presa dagli avvenimenti Angelini chiede ai suoi fans di moderare i toni.

Mentre lo fa, subito dopo o forse subito prima, ecco che compare su Instagram l’altra campana. Il punto di vista della pazza incattivita esposto e argomentato con dovizia di particolari. Forse che non era prevedibile? Come nelle migliori telenovele social non solo l’amica smentisce Angelini ma ne stigmatizza pochezze e bugie. La folla accorre.

Inseguito dai media Angelini ammette tutto, si dà del coglione, si scusa pubblicamente e promette di assumere nel suo ristorante la pazza incattivita con la quale – promette – appena possibile si metterà in contatto.

Perché questa piccola operetta morale è così interessante per le dinamiche digitali?

1) perché mette in campo l’usuale asimmetria comunicativa fra grandi e piccoli emettitori. Questa asimmetria resta quasi sempre dalla parte del più forte a meno che la forza degli eventi non sia in grado di ribaltarla. Non accade quasi mai: il grande emettitore vince quasi sempre, spesso a discapito della verità. Quando però gli eventi ribaltano il tavolo le parti si invertono improvvisamente e per il grande emettitore sono guai poiché la sua reputazione vale molto di più di quella di una rider sconosciuta. È una variante social del cosiddetto effetto Streisand.

2) L’ingenuità dei grandi emettitori varrà anche per piccoli gesti. Il like di Jovanotti ad un post infelice e stupido estende a Jovanotti quella stessa infelicità. La cautela che i social richiedono sarà quindi proporzionale alla propria visibilità: se hai due milioni di follower dovresti tenerne conto ma molte volte è complicato. L’alternativa è non dire mai niente.

3) I tuoi sentimenti non sono mai quelli delle persone che ti leggono. Se anche la storia di Angelini fosse stata meno implausibile di questo si dovrà tenere conto: l’autore si precipiterà a pubblicare d’impulso e in buona fede (come farei forse anch’io) perché è offeso dal tradimento subito. I like degli amici lo convinceranno della bontà di una simile scelta ma la maggioranza delle persone che ti leggeranno (che sono sempre quelle che non commenteranno e non metteranno like) riceverà il messaggio essenziale dinteressandosi alle tue emozioni: ecco la persona famosa che ha ricevuto una multa per lavoro nero.

4) I media resteranno dalla parte del grande emettitore. La eco sui giornali (che ormai pubblicano ogni diatriba social con la dignità di una disputa fra capi di stato) sarà messa in grande evidenza quando Angelini accuserà piangendo l’amica traditrice. Finirà a fondo pagina quando la verità – molto meno eccitante – verrà a galla.

5) Sui social l’impressione sarà quella opposta. Che nel momento in cui il tavolo si ribalta i commenti velenosi si orienteranno improvvisamente e tutti assieme verso l’accusatore mentre l’accusata sarò oggetto della solidarietà pubblica. In realtà l’importanza di simili interazioni è minima e svaporerà in un attimo. Perché nel frattempo busserà alla porta la prossima polemica social alla quale dedicarsi.

6) Se ci occupassimo meno di queste cazzate – io per primo – sono fermamente convinto che vivremmo tutti un po’ meglio.


9 commenti a “Sull’importanza delle operette morali digitali”

  1. Larry dice:

    Finché qualcuno non mi dimostra il contrario con abbondante bibliografia, io resto della mia idea: i social network non hanno portato a nessun beneficio, ma solo a un ulteriore abbrutimento della società (perlomeno nelle società democratiche post-industriali).
    Ciò che è spesso percepito/spacciato come un potente strumento per la democratizzazione delle idee (e che forse in teoria in un mondo perfetto potrebbe avere questo potenziale), nella realtà si è trasformato nella versione moderna della folla inferocita con torce e forconi.

  2. Pino Josi dice:

    Pazza, incattivita dalla vita, ma soprattutto AMICA DELLE GUARDIE

  3. Gilbi dice:

    È proprio ineluttabile che le cose debbano rimanere così (o peggiorare)? Quanti morti (es. I suicidi) o attacchi alla democrazia bisognerà aspettare? Non si può cominciare a promuovere seriamente un processo per la chiusura dei social o almeno un progressivo ridimensionamento? Per esempio cominciando ad abolire i like…

  4. marcell_o dice:

    Penso che è esattamente come al bar: alcune persone stanno sedute e discutono civilmente di qualcosa, nessuno se li fila. Due o tre cominciano a discutere come selvaggi, in pochi minuti coinvolgono nella rissa verbale mezzo bar e magari anche in una rissa vera.
    Perché essere ragionevole se, con meno sforzo e capacità intellettuale, puoi ottenere (visibilità, like, follower) di più?
    Abolire i social? Oh, certo, perché non abolire il caldo torrido in estate e il gelo in inverno?
    Avete presente la Meloni che “difende” i tizi indagati per le ingiurie a Mattarella? È la stessa che voleva la forca per il prof che l’aveva offesa?
    Siamo (più o meno) tutti così: c’è sempre qualcosa che ci “impone” di accantonare le regole per un motivo alto importante.
    Se chi commette reati sull’internet pagasse come nella vita fuori dall’internet…
    Pero internet consente anche, a chiunque, di scrivere semplici e pacate banalità, come queste.

  5. marcell_o dice:

    “Come queste” intendo le mie, non certo quel che scrive Mantellini

  6. insula dice:

    Ecoo, appunto. “Se ci occupassimo di meno di queste cazzate”….e poi ci dedichi 50 righe.

  7. domenico dice:

    Segnalo silenziosamente di cercare le parole scritte tempo fa da una persona credibile che ha tanto studiato e scritto circa l’uso odierno della rete in genere : UMBERTO ECO.
    Da aggiungere nulla alle sue parole.Tutto e’ vanita’(Ecclesiaste)

  8. andy61 dice:

    Aggiungerei la sostanziale mafiosità della nostra cultura ( mi ci metto anch’io) per cui noi difendiamo sempre ed acriticamente i parenti, gli amici, chiunque riteniamo faccia parte del nostro “inner circle”.

  9. Neurom dice:

    Il punto 6 attende un approfondimento.

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