Nelle ultime settimane ho partecipato ad una serie di eventi, festival, convegni, tutti rigorosamente online, ai quali sono stato invitato per parlare di Dieci Splendidi oggetti morti. Mi ha fatto piacere, ovviamente.

È accaduto per miserevole vanità personale e anche per altro: c’è la questione di far conoscere il libro, che è una faccenda alla quale tengo avendogli dedicato così tanto tempo, c’è l’editore, che ha piacere che io partecipi e si dà da fare per organizzarli, ci sono insomma molte differenti buone ragioni per partecipare. Poi ce ne sono un paio, del tutto personali, per non farlo.

La prima è che ormai detesto la mia immagine: vederla riprodotta in un quadratino sullo schermo della diretta (quella che Claudia Durastanti ha definito con grande bravura “il selfie che si rende permanente”:


«Delle presentazioni online mi inquieta il costante riflesso della nostra immagine, la pandemia ha assunto la forma del selfie e l’ha resa permanente».


Se poi questa condanna alla visibilità personale scivola dal tempo reale agli archivi e quindi viene registrata, resta nella sua inquietante permanenza su Youtube o su Instagram o su Facebook come avviene di solito in simili occasioni, il peso di mostrare se stesso e le proprie miserie al pubblico rischia (rischia solo perché poi nei fatti fortunatamente nessuno si cura di noi comunque) di diventare troppo faticoso.

Perché dobbiamo vederci? Perché non leggete il mio libro e basta? Leggetelo, santa la miseria, e finiamola lì. Le poche cose intelligenti che mi sembrava di avere da dire (nemmeno ne sono sicuro) sono lì dentro.

La seconda questione attinge anch’essa dalla mia esperienza personale e prova – come facciamo tutti e come facciamo sempre – a trarne un definizione generale. Perché mai le persone dovrebbero seguire un convegno e un festival in streaming? Io, per esempio, non lo faccio: non l’ho mai fatto, nemmeno quando gli incontri riguardavano scrittori o artisti che stimo moltissimo. Non l’ho fatto e penso – perché sono fatto così – che gli altri si comportino come me. E che se non si comportano come me forse dovrebbero farlo ;). Andrei volentieri ad ascoltare Martin Amis dal vivo, potendo. Ma non mi collegherei a un sito web per seguirlo in streaming.

Così sabato ho partecipato a un incontro a Cuneo (nel senso che ero collegato col festival dallo studio di casa mia); curiosando nel nutritissimo programma ho notato che alla stessa ora nel medesimo convegno, che si chiama Scrittori in Città e i cui organizzatori sono stati molto gentili, premurosi e efficienti, oltre a me che parlavo di Dieci Splendidi con Pier Franco Brandimarte (che è strato piacevolissimo, molto gentile con me e colto) c’era Orietta Berti che parlava (credo) di un suo libro e Andrea de Carlo che presentava il suo nuovo romanzo. Tutti e tre – io Orietta Berti e De Carlo – contemporaneamente a Cuneo alle 16.30.

Solo che a un certo punto è accaduta una cosa: quando la nostra ora di dialogo a due sugli oggetti morti, sulle mappe, sul telefono, sul silenzio e su un sacco di altre cose volgeva al termine, improvvisamente sullo schermo sono iniziate a comparire le domande di chi ci stava ascoltato. Possibile? ho pensato. Davvero qualcuno in un sabato pomeriggio di novembre si è collegato da casa sua per ascoltare un tizio che ha scritto un libro su dieci oggetti? Ed erano domande interessanti, e curiose e informate. È stato bello rispondere e immaginare l’impalpabile presenza di persone sconosciute che si riuniscono all’improvviso. Tutte assieme, poche o moltissime che siano, a fare cose che io non faccio e che loro invece, fortunatamente, fanno.


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