Oggi Google ha annunciato che eliminerà gli snippet (cioè le brevi anteprime ad articoli giornalistici) dalle sue ricerche in Francia. Lo ha fatto perché nelle prossime settimane entrerà in vigore da quelle parti una legge – basata sulle recenti disposizioni sul copyright decise dalla UE – che immaginava di far monetizzare agli editori le anteprime dei loro articoli (articoli liberamente disponibili sul web), tassando le piattaforme amerikane.

Non serviva un genio per capire che pretendere da Google o da Facebook soldi per linkare i propri contenuti fuori paywall era una strategia talmente stupida che solo certi lobbisti a Bruxelles avrebbero potuto cercare di venderla all’editoria come “possibile”. Non serviva un genio eppure gli editori ci hanno creduto con convinzione. Forse perché grandi alternative non ne esistevano.

In ogni caso la mossa di Google è un monito molto chiaro. Non pagheremo il pizzo – hanno detto ufficialmente oggi – in nome di una norma sul diritto d’autore che immagina di cavare denaro dai link come fossero rape. Il nostro lavoro è un altro.

Spero non sfugga ai geniali lobbisti che il passo successivo di una simile ridicola guerra sarebbe assai più dannoso per l’editoria: si chiama “deindicizzazione”. Un simpatico meccanismo lose-lose nel quale hanno tutti da perdere. Lettori, editori soprattutto e – molto meno – Google stessa.


7 commenti a “Gli asini non volano”

  1. andy61 dice:

    Secondo me la deindicizzazione era la scelta che gli editori avrebbero dovuto fare per mostrare buone fede. In realtà vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca, ovvero apparire ed essere pure pagati.

  2. massimo mantellini dice:

    @andy61 dovevano deindicizzare e furono deindicizzati ;)

  3. andy61 dice:

    Le capacità strategiche degli editori mi sembrano molto simili alla qualità media dei loro siti online. :-)

  4. Luigi dice:

    Personalmente non amo molto il tono di questo post che sembra volersi togliere un sassolino dalla scarpa “io lo avevo detto che non avrebbe funzionato”. Personalmente non vedo nulla di cui rallegrarsi (anche se si ha ragione). Il problema resta come una pietra sul tavolo e non si vedono facili soluzioni. Il fatto che solo chi “distribuisce” contenuti possa monetizzare mentre chi “produce” contenuti non riesca non può semplicemente essere liquidato come “editori vecchi/brutti e cattivi”.

  5. un altro Massimo dice:

    Pensa che addirittura il ministro della cultura ha sollecitato con “un messaggio molto forte” un accordo “gagnant-gagnant”. Accontentato, vedo…
    https://www.lemonde.fr/pixels/article/2019/09/25/droit-d-auteur-google-refuse-de-payer-les-medias-pour-l-affichage-de-leurs-articles-dans-son-moteur-de-recherche_6012995_4408996.html

  6. massimo mantellini dice:

    @luigi capisco, sul tono probabilmente hai ragione. Tuttavia mi pare ti sfugga il punto centrale che non è “io l’avevo detto”. E cioè che la normativa in questione per tutelare gli interessi di una categoria importante sceglie di mettere in pericolo le libertà di tutti.

  7. layos dice:

    I cambiamenti epocali sono spesso dolorosi e non imbelli.
    25 anni fa, quando ad usare Internet in Italia eravamo poche decine di migliaia di persone si ipotizzava fra di noi che la diffusione della Rete avrebbe disintegrato i servizi postali per colpa delle email.
    Mai previsione fu più sbagliata, i servizi postali, grazie all’ecommerce, prosperano, in compenso sono andati in rovina quelli che vendevano fax, stampanti, carta e toner alle aziende, visto che ormai nessuno stampa più nulla e meno che mai si manda dei fax.

    L’editoria è certo un settore che è stato molto colpito dall’avvento di Internet e dal fatto che praticamente chiunque era ed è in grado di aprire uno spazio informativo e mettersi in concorrenza con Repubblica e Corriere, se è abbastanza bravo per farlo, magari anche solo in una qualche nicchia informativa.

    I motori di ricerca (i.e. Google, visto che la concorrenza annaspa) oggettivamente sono un po’ “paraculi” perché le anteprime li fanno guadagnare, molti studi dimostrano che per la metà delle ricerche effettuate su google gli utenti non cliccano nemmeno sul link perché le spiegazioni fornite dai preview esauriscono la questione e rispondono ai dubbi (quanti anni ha Carla Bruni? quanto guadagna Ronaldo? quanto vale uno Yen?) .

    Il punto è che non c’è una soluzione ovvia. Google con le preview offre un servizio, usare qualche arzigogolo tecnico per bloccare i preview è difficile, fragile e aggirabile.

    In tutto questo, e il tuo post al solito becca in pieno il problema, il legislatore se ne occupa come il proverbiale elefante in cristalleria.