Una delle cose che mi ha maggiormente meravigliato della mia vita adulta, o meglio il segnale che qualcosa era accaduto da quelle parti, ha riguardato la musica e il mio rapporto con lei. Qualcosa che non comprendevo bene ma che comunque doveva essere importante, visto che la musica ha occupato — come capita a molti — buona parte della mia vita di adolescente e di giovane adulto.

A un certo punto, quasi improvvisamente, non saprei nemmeno dire bene quando — diciamo fra i trenta e quarant’anni, la musica ha smesso di interessarmi. In realtà detta così suona proprio sbagliata: ha continuato ad interessarmi, io ho continuato ad ascoltarla (anche se meno di un tempo) ma lei ha quasi del tutto smesso di emozionarmi.

L’emozione primordiale della musica riguarda la sua scoperta. La novità. Il mettere sul piatto (quando c’erano i piatti) un disco sconosciuto e trovarlo entusiasmante, o geniale, o travolgente o commovente. O tutte queste cose assieme. Ricordo uno per uno i dischi che ho amato e consumato. Non ve li elenco, ognuno di noi ha i propri.

Ecco, a un certo punto della mia vita, fra i trenta e i quarant’anni, questa scintilla di magica complicità si è rarefatta. Ogni nuovo disco che ascoltavo con la solita attenzione mi risultava nella migliore delle ipotesi bello, o interessante o piacevole. Ma nulla di più. La musica suonava e io rimanevo immobile. Come la pietra?

Poiché teniamo alla conservazione delle nostre posizioni anche nei contesti più improbabili, per molto tempo ho pensato — moltissimi continuano a pensarlo per tutta la vita — che la musica fosse cambiata, che fosse peggiorata improvvisamente, che fosse diventata brutta. A quel punto, se si avrà la fortuna di non essere troppo concentrati su se stessi, piano piano ci renderemo conto che i capolavori che saremo disposti ad elencare uno ad uno (non lo farò, non costringo i passanti alle mie diapositive delle vacanze), quelli che ascoltavamo decine di volte di seguito in cuffia nel nostro lettino singolo di adolescenti con gli occhi umidi di commozione per la grande arte che ci era toccata in sorte, non potevano davvero essere tutti concentrati dentro il breve intervallo temporale della nostra gioventù.

Più probabilmente stava accadendo che un medesimo processo di identificazione artistica stesse avvenendo anche ora, con le medesime modalità e la stessa intensità di un tempo, ma altrove, dentro altre teste, in luoghi diversi da me. E questa francamente non era una bella notizia. La sensazione, pulsante e per nulla rassicurante, di aver perso qualcosa di grande. E di averlo perso definitivamente.

Io la conosco a memoria la faccia che fa mia figlia quando entra nello studio mentre io sto ascoltando (o peggio sto suonando alla chitarra) “Canto del servo pastore”, una canzone che inizia con “Dove fiorisce il rosmarino…” Il rosmarino? sembra chiedersi Francesca con il più infastidito dei suoi sguardi interrogativi. Conosco quella faccia e benché la liquidi con un’alzata di spalle e qualche “signora mia” sui tempi che ci sono stati dati in sorte, quella distanza fra lei e me mi preoccupa. Come mi preoccupa l’elenco di brani imperdibili che Francesca mi propone in auto mentre siamo in viaggio per andare da qualche parte.

Dove sono io ora? Dove sono andato? Dove è finita la mia musica?

Ho scoperto musica che mi piaceva negli ultimi vent’anni. Ma le canzoni che mi hanno emozionato come mi capitava un tempo, in cuffia con il volume al massimo nella mia camera di studente, si contano sulle dita di una mano. Quattro o cinque in tutto, in un periodo molto lungo. Non ve le elencherò. Nei due decenni precedenti erano state invece centinaia, anche se molte di queste — ne sono convinto — rimangono solide certezze solo perché collegate ai meccanismi del ricordo e del rimpianto.

Pensavo questo oggi mentre scorrevo i 100 dischi più belli del ventunesimo secolo nella classifica pubblicata dal Guardian di cui molto si parla. Ci sono solo una manciata di dischi che conosco in quella lista. Di questi me ne piacciono di sicuro non più di tre o quattro. Tre o quattro (non ve li elencherò) su cento. È normale, ho pensato.

Dove è finita la mia musica? Dove è andata? Dove sono io ora?




originariamente pubblicato su Medium.

9 commenti a “Dove è andata la mia musica?”

  1. alesandro dice:

    semplicemente non e’ che sei invecchiato e allora non ti piace piu, o meglio e’ cosi perche’ hai fatto morire il “fanciullo” dentro di te, perche’ hai sovracostruito al tuo gusto una miriade di connessioni mentali che distaccano il tuo gusto dalla musica passando sempre piu dal cervello e sempre meno dalla pancia

    e la classifica del guardian e’ una cagata colossale di marketting spinto

  2. Signor Smith dice:

    Mi adeguo ed evito di far nomi… ci sono state musiche che mi hanno letteralmente posseduto, LP ri-comprati anche 3 volte per averli letteralmente consumati. Poi, dopo un bel po’ di anni… basta. Le cose che mi prendevano da dentro sono diminuite, rimane l’aspetto ludico… mi diverto ancora ad andare a fare il vecchietto a certi concerti, scopro nuovo hip hop con lo streaming… ma manca il sacro fuoco che mi brucia dentro.
    Eppure Ieri sera sono stato sino a mezzanotte ad assistere alle prove de Il Barbiere di Siviglia al Teatro Nuovo di Spoleto… e (per dire) la canzonetta del Conte d’Almaviva “Se il mio nome saper voi bramate” un certa “vibrazione” me l’ha data… è la vecchiaia, bellezza!

  3. Pino Josi dice:

    da adulti si viene travolti dalla vita, le incombenze ce la riempiono e ce la scandiscono, semplicemente la musica viene sposta in un angolino e quando riviene fuori è quella e solo quella dell’adolescenza… perciò ai più giovani insegniamo ad ascoltare quanta più musica possibile

  4. Antonio Zerinoli dice:

    Tu qui parli della musica, parli di te stesso. È un’esperienza, la tua, che mi pare comune e credo normale in tutti gli ascoltatori di musica leggera, la quale è in essenza un fenomeno generazionale; è un fatto che chi ascolta la musica classica o etnica oppure il jazz, così come chi la musica la pratica e la studia, non conosce mai questo tramonto d’interesse.

    La verità è che la musica per la maggior parte della gente non è un interesse «per se», ma è un arredo, anche importante, per certi momenti della vita, per l’adolescenza più che per altri.

    Quando non esiste una passione, un interesse autentico per la musica e non per i suoi vari connotati o per i suoi agganci alle nostre vicende personali, è normale che la musica passi in secondo piano o esca addirittura di scena.

  5. Antonio Zerinoli dice:

    Signor Smith:

    «Eppure Ieri sera sono stato sino a mezzanotte ad assistere alle prove de Il Barbiere di Siviglia al Teatro Nuovo di Spoleto… e (per dire) la canzonetta del Conte d’Almaviva “Se il mio nome saper voi bramate” un certa “vibrazione” me l’ha data… è la vecchiaia, bellezza!»

    No, è la musica di Rossini, che non è una canzone o canzonetta e che non tramonta con il tramontare dell’adolescenza…

  6. emilius dice:

    Si chiama invecchiare. :)

    Ma non penso che c’entrino ricordo e rimpianto, almeno per quanto mi riguarda.
    E’ solo che da giovani impariamo ad amare la musica di quel tempo. Capacita’ che probabilmente dopo perdiamo, oltre al fatto che spesso non abbiamo piu’ tempo ed energie per star dietro alle novita’.

    Comunque non mi lamento. Se c’e’ l’occasione, ascoltare i ‘nostri’ buoni vecchi dischi/CD/cassette e’ sempre un piacere.

    E mi sembra che il discorso sulla costruzione dei nostri gusti, per cosi’ dire, valga in generale, non solo per la musica.

  7. Roberto dice:

    Bah, ‘na lista ‘ndo manco Sinéad (O’Connor) compare…

  8. Pierluigi Rossi dice:

    Riformulo cose già dette. Due ragioni: la prima è l’invecchiamento, ovvero il calo della forza vitale (mi metto forse a fare balconig, a sessant’anni?); la seconda è l’arricchimento e l’articolazione dell’esperienza, che mi fa percepire sempre più ricorsi e sempre meno novità.

  9. Larry dice:

    Io invece sono del partito di quelli che la musica è peggiorata. Esistono addirittura studi scientifici al riguardo, ma lasciamoli perdere (dopotutto questo è un campo dove il “confirmation bias” è enorme). Il parametro di paragone oggettivo che adotto è la dimensione storica. Mentre gli amanti della buona musica di tutte le età non faticano a riconoscere come capolavori una miriade di album degli anni 60, 70, 80 e 90, mi sembra che questo consenso inizi a svanire man mano che si entra nel nuovo millennio. Non è una questione emozionale, negli anni 60 non ero nemmeno nato. Nello stesso modo conosco gente di vent’anni che ama molta musica del secolo scorso. Sinceramente credo che di due terzi degli album contenuti in questa lista risibile, fra dieci o vent’anni nessuno se ne ricorderà più.
    Il motivo non è mi è chiaro. Si potrebbe prendere il sentiero più facile incolpando la distribuzione elettronica e la conseguente modifica radicale del sistema con cui si fruisce la musica, ma non sono un sociologo nè uno storico e quindi di certo non sono in grado di difendere teorie del genere.