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Un errore che non vorrei fare è utilizzare le conversazioni in rete come termometro generazionale. Nel caso voi decideste di farlo – non fatelo! – dovreste poi prendere atto che questo Paese è ormai spaccato in due tronconi. Un tronconcino piccolo, di privilegi gradi o piccoli e di discrete tranquillità, ed uno gigantesco, un tronco enorme, una parte quasi intera dello stivale, di astio e disillusione. C’è di peggio (ci sarebbe di peggio se quello che leggiamo in rete fosse vero). E il peggio è che la parte scardinata di questo Paese è quella più giovane e creativa, quella digitale e colta, quella nata entro gli ultimi 30-40 anni.

Molte delle discussioni in corso negli ultimi mesi in rete, da quella sulla contrapposizione fra lauree scientifiche ed umanistiche, a quella degli incentivi (o oboli, fate voi) governativi (80 euro, soldi per insegnanti e 18enni), dal jobs act al regime fiscale delle Partite Iva, dal limite dei contanti innalzato a 3000 euro alle reazioni alle ultime uscite del Ministro Poletti su quando sia utile e giusto laurearsi e con che voti (curioso bordello retorico quello che il Ministro si è costruito da solo – come hanno sottolineato in tantissimi – le estermazioni di un non laureato che spiega ai laureandi quando laurearsi), molte di queste parole – dicevo – sono il racconto di una frattura che diventa sempre più profonda.

Ho letto con angoscia i numeri che il Censis ha messo assieme sui consumi degli anziani in Italia riassunti in questo articolo di Internazionale. E mi ha colpito che quasi nessuno se ne sia occupato. Sono i numeri che non ti aspetti (ma invece forse sì) di una piccola parte di italiani anziani che veleggia decentemente dentro l’ultima fase delle propria vita. Uomini e donne oltre i 65 anni che vivono tutto sommato bene, vanno al cinema e a teatro, viaggiano, comprano elettrodomestici. Nei cinque anni della recente crisi (2009-2014) questi soggetti hanno aumentato i propri consumi del 4%; nello stesso periodo i consumi dei giovani calavano del 12%. Il titolo della ricerca è “il buon valore della longevità” ma si tratta di una sintesi non corretta, almeno se si prova ad osservare l’insieme e non il particolare. E non basta dire che il benessere degli anziani sostenta almeno in parte la povertà estrema dei più giovani, certo è così, lo vediamo accadere ogni giorno, non è la solidarietà familiare ad essere in dubbio. Semmai una simile dipendenza aumenta – se possibile- il senso di frustrazione e di impotenza dei più giovani.

Io non so cosa possa e debba fare un governo per ridare dignità ed autonomia ai 20-30enni oggi, a quel gigantesco cumulo di speranze ed aspirazioni che sono oggi semplicemente impossibili da soddisfare. Non so come contenere la vergogna che mi assale quando vedo tanta senile mediocrità al potere (per quel poco di potere che di tanto in tanto mi capita di osservare da vicinissimo) ma so che questo è oggi il discrimine principale per ricostruire una coesione minima dentro questo Paese. Ridistribuire la ricchezza verso i giovani, in qualche maniera. Voi che ci capite con i numeri, che avete fatto le facoltà giuste nei tempi giusti provate a pensarci in fretta.

9 commenti a “Una volta viaggiava Chatwin ora gli anziani”

  1. Dario Casalini dice:

    Credo che sia un’analisi abbastanza facile. Nel senso che gli anziani (parola che racchiude milioni di individui) sono ormai tra i pochi privilegiati ad avere un reddito garantito. Che potrà pure essere basso, ma è comunque sempre certo.

  2. Dario Casalini dice:

    Dimenticavo… la parola “ridistribuire” farà inorridire la gran parte di quei milioni di invidui. Che saranno pure generosi con il nipotame, ma sanno essere estremamente egoisti quando si tocca qualcosa che ritengono loro di diritto. (sì anche quelli andati in pensione a 45 anni)

  3. ArgiaSbolenfi dice:

    Insomma questi anziani prima o poi moriranno no?

  4. Lorenzo Ferrari dice:

    Tagliare le tasse agli anziani proprietari di case non mi sembra un gran modo per cominciare a ridistribuire la ricchezza verso i giovani…

  5. Ant dice:

    Mi dispiace ma c’è un errore di fondo nella tua soluzione al problema ovvero una rappresentazione della società fissa ed immutabile che sinistra becera e sindacati sono riuscite a infilarci in testa (molto facilmente avendo di fronte una destra costituita da avanzi di galera, ignoranti e, al meglio, colbertisti tangentari).
    È una concezione ottocentesca che immagina ad esempio che i posti di lavoro siano sempre e solo 100 per cui se vuoi far lavorare i giovani devi mandare in pensione i vecchi e così via.
    In questa rappresentazione distopica della realtà non si vede altra alternativa ad una fantomatica redistribuzione della ricchezza. E come la realizziamo con i bonus?
    Oppure con soluzioni più naturali: stop alle cure gratuite e divieto di assicurazione, negli ospedali si paga tutto, ricovero, medicine, interventi; in un colpo solo in un paio d’anni avresti risolto i problemi di pensioni, sanità, povertà ed avresti aumentato il volume d’affari dei becchini!
    Ritornando seri, il problema è che anche adesso che il governo è in mano a 30/40enni non è cambiato niente rispetto a prima nel modo di amministrare.
    E permettimi non c’è solo la manifesta mediocrità di alcuni che in effetti contano nulla, servono con le loro riflessioni (lucide e riflettenti come come il buco nero che hanno in testa) solo a riempire i giornali e farci fare due risate, ma c’è anche le manifesta mala fede in difesa dei privilegi di classe. Viceversa non si spiega perché ad esempio la proposta di riforma Boeri sia stata semplicemente cestinata.
    Per cui dottore pensane un’altra per uscire da questo pantano (fermo restando che i pensionati retributivi da 5000 in su andrebbero mandati tutti a svernare definitivamente a Nisida a spese dello stato).
    Sempre che non sia tutto un artificio retorico per poter dare del senile mediocre al ministro.
    Ma così spari sulla croce rossa!

  6. Andrea61 dice:

    Gli enti intermedi si adeguano ai propri ‘azionisti’. I sindacati hanno la maggioranza degli iscritti tra pensionati e pensionandi e si comportano di conseguenza, la maggioranza dell’elettorato non si deve quotidianamente confrontare col mercato e la concorrenza e allora i partiti si sbracciano per proteggere la grande massa dei privilegiati… e i giovani che si attacchino.

  7. Andrea dice:

    Il problema non è Poletti, ma la CAMUSSO: come si può sostenere che il lavoro è composto soltanto da un monte ore?
    Ma nemmeno in fabbrica è più così!
    I corsi di aggiornamento non sono lavoro, quindi vanno fatti fuori orario e pagati dal lavoratore.
    La pausa caffé non è lavoro, e così via.
    Attenzione il discorso della Camusso è più reazionario di quelli di tanti “nemici dei lavoratori”

  8. malb dice:

    Attenzione perché l’unico modo per trasferire ricchezza dagli anziani ai giovani, senza ridiscutere le modalità generali della gestione del lavoro in funzione dell’interesse di chi lavora e di chi il lavoro non ce l’ha, è quello “ironicamente” indicato da Ant: abbattere le pensioni in corso e far pagare tutta la sanità a chi va in pensione. In poco tempo si risolverebbe il problema ovviamente dimenticando che chi è in pensione contributi e sanità se li è già pagati.
    In effetti quando si parla di lavoro e di pensioni come fa il ministro Poletti: Job Act con implicita diminuzione dei contributi versati o fine della retribuzione oraria, finché non si vogliono toccare le pensioni oltre i 5000 euro, finché il governo continua a ritoccare verso il basso i costi della sanità si persegue, in tempi più lunghi, esattamente questa soluzione e i giovani di oggi, una volta divenuti anziani, si troveranno più poveri di quanto non siano ora.
    La realtà è che nella testa del ministro del lavoro e in quella di tutto il governo non ci sono i lavoratori (e i disoccupati) e gli imprenditori, ma solo i consumatori e gli imprenditori. Il lavoro per il governo non è un problema e quindi non serve una politica del lavoro e nemmeno una politica industriale, ma solo una spinta al consumo e la libertà di imprenditoria. In questo modo non se ne va fuori.

  9. Ale dice:

    Mante:

    se la rete fosse rappresentativa della societa’ reale avremmo i 5S al 75% e F.N. al 25%.

    In realta’ c’e’ tantissima gente che su FB e Twitter non ci va proprio, e i giovanissimi invece usano istagram.

    Poi in genere quelli che urlano sono quelli che hanno qualcosa di cui lamentarsi e in genere sono troppo pigri per affrontare i problemi, gli altri si godono la loro esistenza oppure si rimboccano le maniche se non sono ancora in condizione di godersela, senza riempire le bacheche FB di link a sedicenti siti di denuncia. Il problema e’ che vivendo nelle reti sociali sentiamo solo questi ultimi, e non ci accorgiamo delle formichine.