05
Giu

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Come faccio sempre scrivo due impressioni al volo sulla messa laica di Apple di oggi a San Francisco.

1- Aggiornamenti sul fronte hardware sia iMac che Macbook pro, finalmente. La situazione, anche se oggi molti device sono stati rinnovati, resta difficile. Apple non aggiorna in maniera significativa l’aspetto di iMac da anni. La novità più grande è iMac pro (che arriverà più avanti) ma anche lì dal punto di vista del design tutto quasi fermo. Bello l’iPad Pro da 10 pollici anche se occupa uno spazio di prezzo simile a quello dei macbook economici e non so francamente chi voglia dotarsi di un iPad (+ tastiera) al posto del notebook. È una delle fissazioni di Apple e di MS ma francamente non mi pare ci sia gara, almeno fino a quando iOS e MacOS saranno così distanti.

2- Software. MacOS verrà aggiornato nella seconda metà dell’anno. Anche qui normale amministrazione. Cose più interessanti su iOS 11 (file system, multitasking, una app per non essere disturbati mentre si è alla guida). Piccole cose anche sul SO di Apple Watch (che sembra in una specie di vicolo cieco dal quale non sa come uscire). Vicolo cieco anche per Apple TV.

3- HomePod. L’altoparlante di Apple, esteticamente molto bello, arriverà da noi nel prossimo anno. Apple punta molto sulla qualità del suono (vedremo) meno sulle funzioni vocali mediate da Siri copiando Alexa di Amazon. Francamente anche qui in termini di innovazione nulla che faccia gridare al miracolo. Tutti un po’ al traino di tendenze già esistenti (e perfino dubbie).

Ultima cosa che pensavo oggi ascoltando Tim Cook. Apple non ha mai prodotto oggetti economici e non mi aspetto che accada. C’è stato tuttavia un periodo, un decennio fa, in cui complice anche l’euro forte, i notebook di Apple (e un po anche iMac) avevano un prezzo quasi abbordabile (attorno ai 1000 euro) e questo li rendeva fruibili ad una platea più vasta di persone. Oggi i medesimi computer costano mediamente il 30% in più e sono macchine precluse, per esempio, ad uno studente universitario che non sia ricco di famiglia. Secondo me – da piccolo fan – negli ultimi anni della sua vita Steva Jobs un po’ ai prezzi dei mac ci badava. Ora mi sembra di non vedere grandi volontà di espandere la propria clientela verso il basso (vedi anche l’Air). Ed è un vero peccato.

Ultimissima cosa: vedo che Apple non ha aggiornato il magic mouse 2 famoso per la sua orribile presa di ricarica in una posizione assurda. Una piccola scelta significativa?





Ieri sera durante il concertone a Manchester organizzato da Ariana Grande a un certo punto i Coldplay hanno cantato Fix you.




Per di più introdotta da una citazione di un vecchio brano dei James (band molto amata in UK ma poco conosciuta all’estero) tratta da un pezzo bellissimo del 1991 che si chiama Sit down. Questa è una versione live che spiega bene cosa siano i James dal vivo (io li ho visti vi assicuro).





Sempre più spesso durante emergenze come quella di ieri sera a Londra la Polizia diffonde indicazioni come questa. Non condividete immagini e video sui social media, mandate tutto a noi.
Vi sono molte solide ragioni a sostegno di una simile posizione ma ve ne sono alcune, altrettanto consistenti, che suggerirebbero il contrario.

Dentro la confusione informativa che segue un attentato succede di tutto. Testimoni portano in tempi brevissimi la propria voce a milioni di persone in ascolto, notizie di seconda o terza mano spesso false fanno il giro di Internet con grande velocità, imbecilli utilizzano la vasta attenzione che si riunisce attorno a un hashtag o a una parole chiave per attirare l’attenzione su di sé, sui propri prodotti o anche solo per produrre intenzionalmente notizie false tanto per il gusto di farlo. Districarsi in un simle casino è spesso difficilissimo ed i media in genere, in nome della velocità, diffondono informazioni spesso false e prive di fondamento. Anche loro come noi hanno ascoltato Internet ed hanno creduto un po’ a tutto.

Detto questo: perché un testimone che era su London Bridge ieri sera NON dovrebbe condividere su Twitter ciò che ha appena visto? L’unica ragione di una qualche solidità, data per scontata la buona fede del testimone, è che simili informazioni ostacolino le indagini in corso e creino in qualche modo un vantaggio ai cattivi. È successo, a volte, per esempio durante l’attacco al Pulse a Orlando o in alcuni frangenti degli attacchi di Parigi. Tuttavia nella maggioranza dei casi i testimoni semplicemente raccontano quello che sta accadendo senza influenzare gli eventi.

Se partiamo dal presupposto che i cittadini non siano degli stupidi, nella maggioranza dei casi chiedere loro di non condividere online ciò che hanno visto è un piccolo invito da stato di polizia.


La discussione in corso sulla NCR (Nuova Comunicazione Renziana) è proseguita, quasi sempre all’insegna di un modestissimo apprezzamento delle sue strategie e si è arricchita anche di qualche colpo di scena divertente (anche psicologicamente interessante visto che gli autori e gli ideatori di simili tecniche sembrano vergognarsene negandone la paternità in ogni maniera). Nel frattempo a me sono venute due domande elementari che aggiungo qui.

La prima è: perché noi tutti, così diffusamente, immaginiamo la propaganda politica differente rispetto al marketing di un qualsiasi prodotto? Molti degli spot che le TV passano all’ora di cena hanno un grado di stupidità e fastidio molto simile a quello prodotto dalla pagina FB Matteo Renzi News o da un qualsiasi aggregatore di scemenze grilline. In questo momento – purtroppo non sono un grande esperto, vedo solo alcuni canali TV e solo in alcune ore – ne ho in mente due: lo spot di Tania Cagnotto che arriva terza seconda e prima in non so quale gara per non so quale prodotto e quella, splendidamente demenziale, di un tizio che in un consesso di amici dice “asso di spade” e dalla boscaglia esce un altro tizio vestito da schermitore che dice: “Piacere, Caio Sempronio, olimpionico di fioretto”. Due spot che, tutte le volte che li incrocio, mi sollevano la domanda: ma questi sono completamente cretini o sanno qualcosa del mondo che io non so?”. Prendendo per buona l’ipotesi che il marketing sappia cose che io non so (e quindi non butti soldi a caso) esiste comunque la diffusa percezione che la comunicazione politica debba essere differente, che, proprio per i temi che tratta, debba essere migliore rispetto a quella che serve a vedere un prodotto. Del resto se la politica diventa un prodotto forse si vinceranno le elezioni ma poi tutti quanti intorno si sentiranno autorizzati domani a trattarti come una marca di pannolini.

La seconda domanda è: dove diavolo sono i numeri? Qualcuno li ha visti? Esistono? Io sono convinto che simili dati non esistano (a differenza dei numeri sui pannolini) e che molte delle scelte strategiche del marketing politico siano superficiali, romantiche o a volte casuali. Quando Renzi dice “abbiamo perso sul web” a quali evidenze si riferisce? Ai like di una pagina FB? Al numero di follower su Twitter? Alle pagine viste di un sito web? Ai ridicoli tool di analisi del “sentiment” (chiedo venia par la parolaccia) di rete che gli strateghi della comunicazione digitale consultano come i fondi della tazzina del caffè? Alla persistenza di un hashtag in rete? Siamo seri. La verità è che le relazioni fra strategie politiche e risultati elettoriali sono quasi sempre finemente valutati ex-post (anche da noi, fin dai tempi di #sucate e della vittoria di Pisapia a Milano) e creare relazioni plausibili quando i fatti sono già successi beh è uno sport davvero alla portata di chiunque. La verità è che l’impatto degli strumenti digitali (fin dai tempi di Beppe-Grillo-primo-blogger-al-mondo) sulle scelte politiche è condizionato moltissimo dal nostro pregiudizio sulla tecnologia e sulle sue capacità distruttive/salvifiche. A giorni alterni vinceremo o perderemo sul web in base a valutazioni del tutto casuali e momentanee.

E allora, se le cose stessero così Matteo, se davvero comunicare la politica è una forma alta di comunicazione e non una battaglia verso il basso e se i numeri che indicano la prevalenza del cretino sono tutto tranne che certi, per quale motivo non provare, per una volta, ad essere fieramente pascaliani e a fare di virtù necessità?

Per usare un ampio giro di parole: la comunicazione del PD è ormai su livelli di cialtroneria imbarazzanti. È evidente che una delle pochissime lezioni che Matteo Renzi sembra essersi portato a casa dopo la sconfitta referendaria è stata quella sulla necesssità di “comunicare meglio”. Che la sconfitta si spiegava – certamente – con un errore di comunicazione. Che nel momento in cui il partito avesse imparato a “comunicare meglio” tutto sarebbe magicamente andato a posto. Per usare un ampio giro di parole: cazzate.


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Questi due pregevoli manufatti che vedete qui sopra sono stati pubblicati su pagine ufficiali* del PD nelle ultime ore. Si tratta – probabilmente – di due tentativi di comunicare meglio la linea politica del PD ai suoi elettori. Il primo suggerisce un paragone a prova di scemo fra Renzi e Totti (due grandi capitani). Il secondo quota in maniera truffaldina un articolo del New York Times sintetizzandone alcune parti e dimenticandone altre (specie quella in cui NYT scrive che la situazione di Roma si trascina immutata da un decennio). Quali sono i punti di contatto fra questi due tentativi di miglior comunicazione? Il primo è ovviamente quello di accettare un sacrificio: si banalizza il contenuto politico per raggiungere potenziali nuovi elettori (in questo caso si tratta di usare Totti domani sarà qualsiasi altra quisquilia nazionalpopolare). Il secondo è quello di ridurre il tasso di verità del proprio messaggio (una tecnica mutuata pari pari da Beppe Grillo) per renderlo più sexy ed immediato.

Tutto questo processo di riduzione offende ovviamente una quota di elettori del PD (ieri fra i miei contatti i mal di pancia per simili scelte erano evidentissimi anche fra i renziani della prima ora) ma sembra essere stato cinicamente immaginato pensando ai due piatti della bilancia. Su un piatto l’elettorato colto ed acquisito, sull’altro lo sterminato potenziale bacino di nuovi elettori sensibili a simili temi che abitano il mondo là fuori.

Se volete si tratta un po’ della medesima strategia che Renzi ha spiegato in passato sulla necessità di andare a pescare elettori da altri ambiti, liberandosi da inutili imbarazzi ideologici. Una volta erano quelli di Berlusconi, oggi sono quelli di Grillo. Le tecniche per interessare questi nuovi elettori sono però ammuffite e deprimenti e rappresentano forse il proseguimento con altri mezzi di una vecchia idea di Renzi di comunicazione: quella che lo consigliava di spiegare i provvedimenti del proprio governo in anteprima nel salotto televisivo di Barbara D’Urso o fra i plastici di Bruno Vespa.

La sostituzione di Filippo Sensi (raffinato e colto spin doctor di Renzi prima del diluvio) con Michele Anzaldi (uno dei tanti cecchini renziani che ogni giorno riempiono le agenzia di ingiunzioni contro tutto e tutti) è la miglior controprova di questa nuova linea. Dopo la sconfitta Renzi diventa pop. Sceglie di imparare dai propri errori accentuandoli. Accetta di rendersi ridicolo per una piccola quota dei suoi in nome di una promessa di futuri fugidi successi affidati a quella vasta schiera di potenziali elettori che credono a qualsiasi cosa.




update*: mi fanno notare che Matteo Renzi News, da cui proviene una delle due immagini, è una pagina FB di sostenitori renziani non ufficiale.

Dopo un giorno in cui tutti i miei contatti di rete ne discutevano sono andato ad ascoltarmi il famoso fuori onda di Flavio Insinna, forte del fatto che si trattava di un personaggio noto al grande pubblico a me praticamente sconosciuto. Ero insomma il commentatore neutro ideale.

Più che la frase in sé mi aveva incuriosito la polarizzazione delle posizioni dei commentatori. Da una parte quelli scandalizzati dalle volgarità di Insinna, dall’altra quelli scandalizzati dall’invasione della privacy di chi lo ha registrato di nascosto.

In realtà ho scoperto che mi interessavano di più i commenti di chi era dalla parte di Insinna, specie quelli (moltissimi) nei quali si sottolineava la relativa usualità di un linguaggio volgare dentro gli ambiti lavorativi. O anche i moltissimi che sottolineavano che nella quotidianità ciascuno di noi prima o dopo usa parolacce. A quel punto ho scoperto che mi interessavano più i primi dei secondi, perché intanto mi scatenano la seguente curiosità:

ma voi, dove cazzo lavorate?

So benissimo che esiste una vasta letteratura, rinvigorita da alcune figure iconiche come quella di Steve Jobs o Jeff Bezos, capi azienda da tutti conosciuti come persone dai modi non esattamente urbani (volendo ci sarebbe anche il Bill Gates di Microservi ma non divaghiamo). E so – perché l’ho visto fare spesso – che simili esempi sono quasi sempre sottolineati con un certo compiacimento dai molti che pensano che

1) il talento ha sempre una seconda faccia della medaglia
2) solo con il terrore si timona a dovere una grande azienda complessa.

Mi vengono in mente al riguardo anche due esempi italiani (piccoli, come possono esserlo simili discussioni qua da noi), quello famosissimo di Napoletone e quello meno noto ma altrettanto imbarazzante della lectio magistralis dell’AD di Enel Starace. Ognuno di noi ne conoscerà altri, per avervi assistito o per sentito dire: dirigente che bestemmiano i santi, primari che lanciano i bisturi in sala operatoria, storie così.

Quindi il tizio che di nascosto ha registrato Insinna (da molti definito con un sintetico giro di parole “infame”) è un tipico esempio della cultura travagliesca sul “popolo che deve sapere” ed è anche, contemporaneamente, un biografo dell’ovvio che racconta un mondo che che tutti sembrano conoscere.

Quando l’ovvio invece dovrebbe essere ben differente, magari senza i grandi distinguo ascoltati in questi giorni.
E cioè che nessuno, da Steve Jobs all’ultimo degli sfigati che bullizza uno stagista appena arrivato, dovrebbe mai permettersi di essere arrogante e volgare sul suo posto di lavoro. Fosse anche dio in persona. Nemmeno scherzando. Nemmeno se quello è uno di quei giorni.

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Io penso che questa foto (e l’intero atteggiamento di Papa Francesco durante le parti del suo incontro col Presidente USA accessibili alla stampa) siano un segno dei tempi. Quelli dell’ipercomunicazione che ci riguarda tutti. Nemmeno il Pontefice riesce ad attenersi alla forma e carica la sua presenza di messaggi ulteriori (messaggi estremamente grossolani, come sono quelli di tutti noi quando commentiamo le uscite di Trump). Il Papa insomma è come noi. Non mi pare un bel segno.

23
Mag

Ieri ho messo questa foto su Instagram


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Poi nei commenti altri hanno aggiunto le loro:


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Sul NYT di ieri Evan Williams, a un certo punto, rispondendo all’intervistatore che dà conto di alcune supposizioni sul ruolo di Twitter nell’elezione di Trump dice di averne sentito parlare la prima volta recentemente


President Trump has said he believes Twitter put him in the White House. Recently, Mr. Williams heard the claim for the first time. He mulled it over for a bit, sitting in his Medium office, which is noteworthy only for not having a desk.



e poi risponde:

“It’s a very bad thing, Twitter’s role in that,” he said finally. “If it’s true that he wouldn’t be president if it weren’t for Twitter, then yeah, I’m sorry.”


la traduzione corretta potrebbe essere:

“Brutta cosa un ruolo di Twitter in tutto questo. Se è vero che [Trump] non sarebbe diventato presidente senza l’aiuto di Twitter, in quel caso, beh certo, mi dispiace”



Questa invece è la traduzione dell’Ansa sulla quale si basano molti lanci dei quotidiani online

“E’ stata un brutta cosa, perché senza Twitter molto probabilmente non sarebbe diventato presidente”, ha detto Williams: “Mi dispiace”.



Le variazioni sono apparentemente piccole ma il senso della frase è totalmente stravolto. E come sempre le virgolette sono messe a caso.

Dario Franceschini è Ministro dei Beni culturali dal febbraio 2014.

Nel giugno del 2014 Roberto Ciccarelli pubblica su Il Manifesto una lunga e approfondita inchiesta sulla Biblioteca Nazionale di Roma nella quale a un certo punto si può leggere:


Domani Franceschini potrà verificare se quello dei lavoratori è allarmismo o una fondata preoccupazione per il destino della biblioteca. Se accetterà l’invito avrà modo di notare un altro dei prodotti dell’austerità nei beni culturali. Anche la Nazionale riesce a svolgere le sue attività grazie ai volontari, l’ultima risorsa visto che non ci sono più soldi per pagare appalti o subappalti alle cooperative. Alla Nazionale i dipendenti sono 203, in maggioranza 50-60enni. Sono affiancati mediamente da 130 tra volontari e stagisti. Ventinove di loro lavorano per la «A.v.a.c.a – associazione volontari attività culturali ed ambientali». Dallo sportello telematico del volontariato della regione Lazio, risulta che il responsabile legale è il vice segretario nazionale della Filp-Cisl, Gaetano Rastelli.

Questa associazione impiega 72 volontari nelle biblioteche romane. Alla Nazionale lavorano ad esempio nelle reception, nel grande atrio oppure davanti alle sale di lettura, nei magazzini o in uno dei depositi dei libri. Queste persone non possono essere pagate direttamente, sono volontarie appunto, ma ottengono un rimborso spese «a scontrino». Per mettere da parte 400 euro al mese per 24 ore di lavoro settimanale, raccolgono tutti gli scontrini possibili, quelli del bar della biblioteca ad esempio. Li presentano a fine mese per ottenere in cambio il loro magro salario. È la nuova frontiera del precariato: il lavoro a scontrino senza contributi. Questo è un altro modo che lo Stato usa aggirare il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, e non solo nei beni cultura


Quindi almeno dal 3 giugno 2014 il Ministro dovrebbe sapere della vergogna degli scontrinisti, nonché della curiosa cooperativa che li fa lavorare gestita da un dirigente di un sindacato dei Beni culturali.

Forse a quei tempi il Ministro era occupato, forse nessuno gli disse nulla, in ogni caso sulle vergognosa vicenda non risultano sue prese di posizione.


Passa un anno e della questione si occupa anche L’Espresso in un articolo che riprende e approfondisce l’inchiesta deI Manifesto È l’11 maggio 2015.
Anche in quell’occasione non una parola rintracciabile in rete dalle parti del Ministero.
Forse il Ministro era occupato, forse non fu avvisato nemmeno quella volta.


Passano altri due anni e la situazione non cambia: i volontari della Biblioteca Nazionale di Roma continuano a raccattare gli scontrini in terra per ricevere 400 euro al mese per il loro (effettivo) lavoro truccato da impegno sociale. Qualche giorno fa esce l’ennesimo articolo che li riguarda su Repubblica dove ancora una volta si cita la loro condizione, la strana cooperativa del sindacalista dei Ministero e tutto il resto di questa vergognosa storia di sfruttamento dai troppi colpevoli. Tuttavia l’ultimo articolo contiene una novità rispetto ai precedenti. Gli scontrinisti saranno probabilmente licenziati, sostituiti da altri volontari veri provenienti dal Servizio civile.

Dal Ministro Franceschini ancora oggi nessuna notizia. Forse era occupato, forse nessuno gli ha detto nulla.