Ieri David Allen Green, avvocato e scrittore inglese, ha domandato puntigliosamente alla polizia i fondamenti della notizia pubblicata da moltissimi giornali non solo in UK secondo la quale la solo visione del video dell’uccisione di James Foley poteva portare all’arresto.





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La Vista ora ha un sitarello autocostruito, senza pretese e non promozionale e perfino un profiletto su Twitter per gli appassionati del genere. Se invece vi piace il profumo della carta il tomino lo trovate nelle migliori cartolibrerie dal 28 agosto.

Non guarderò il video in HD del boia che nel deserto taglia la testa al giornalista americano prigioniero. Però ci sono due differenti risultati che i macellai dell’ISIS hanno ottenuto ed è bene citarli entrambi. Il primo molto evidente a tutti, quello predeterminato di scatenare indignazione e orrore. Il secondo, molto meno evidente, quello di stimolare le paranoie e le debolezze occidentali verso l’indicibile. Così oggi è stata una gara fra Youtube e Twitter a cercare di rimuovere le orribili immagine dalla rete Internet, ad annunciare la chiusura dei profili Twitter di chi avesse osato linkare simili contenuti. Solo che Twitter non è mio padre ed i suoi giovani padroni non sono i miei tutori. E se Consolo e soci fossero onesti capirebbero che la vittoria sulle strategie mediatiche degli assassini non è quella di censurarne le gesta sulle proprie stupide piattaforme (nelle quali per inciso ci si comporta da sempre in maniera differente con gli orrori non americani raccontando tutta questa ostentazione di bimbi ed adulti morti sotto i bombardamenti come una forma di tutela del diritto di cronaca) ma di aiutare a circumnavigare l’orrore lasciandolo ad un click di distanza.

Non scriverò un post per argomentare il fatto che Alessandro Di Battista sia un fesso. Mi pare non ce ne sia alcun bisogno. Semmai nel caso del parlamentare grillino è interessante notare come la profondità dei ragionamenti esca amplificata da una specie di esibizionismo infantile. Questo è un portato interessante del nostro sistema mediatico. Come detto molte volte il buffone ed il ciarlatano nelle società occidentali godono di un loro preciso posizionamento. Vengono, per così dire, autoridotti dalle regole sociali, che si occupano di stabilire i limiti oltre i quali superficialità e cialtroneria non possono andare.

Anche altrove esistono parlamentari con la lucidità di Di Battista, critici d’arte della profondità di Vittorio Sgarbi, dirigenti dello Stato o di importanti apparati parastatali con la proprietà di linguaggio del Prefetto di Perugia Reppucci o dell’ormai mitico Tavecchio felicemente approdato alla presidenza della FIGC nonostante le banane. A differenza di quanto accade da noi simili figure incocciano prima o poi in un sistema di controllo reputazionale che ne limita il ruolo. Se proviamo a domandarci come mai da noi questo non accada ecco che cominciano i guai.

Le ragioni principali sono secondo me due. La prima è quella ovvia del feedback sociale. Come dicevo qualche giorno fa in Italia l’opinione pubblica non esiste, nemmeno i media digitali sono stati in grado di rinsaldarla. I cittadini non percepiscono, anzi rifiutano in toto la propria identificazione nel corpo sociale preferendogli strutture di protezione più piccole come il clan o la famiglia. Di conseguenza i sistemi di controllo sociale – strutture spesso brutali e manichee capaci di interrompere bruscamente la carriera di chiunque per una frase mal detta o un’azione riprovevole – non funzionano. La ggente si indigna inutilmente su Facebook ma Tavecchio o Reppucci con il loro eloquio da bifolchi escono alla fine indenni dal casino mediatico nel quale si erano infilati.

La seconda ragione è che il presupposto al ricambio delle figure intellettuali e manageriali di riferimento è l’elastacità dei ruoli di responsabilità. Vittorio Sgarbi, che da un ventennio è stato eletto a figura di riferimento della divulgazione artistica, deve la sua longeva posizione di esperto d’arte, in parte ad proprio talento polemista ed alle sue apparizioni in un vecchio talk show di Maurizio Costanzo ma soprattutto alla cronica allergia al cambiamento dei riferimenti culturali. Sgarbi, una specie di Di Battista della storia dell’arte, non ha incontrato nella sua carriera alcun contesto sociale nel quale persone preparate e talentuose (più preparate e talentuose di lui nella divulgazione della Storia dell’Arte davvero non ci voleva molto) gli fossero preferite in relazione alle loro competenze. La mancanza di qualsiasi elasticità rende ogni carriera – anche quella dell’ultimo dei mediocri – sostanzialmente ineluttabile.

Di Battista è solo all’inizio di questo cammino. Avremo modo e tempo, se lo vorremo, di limitare la sua naturale tendenza ad esprimere con leggerezza concetti complicati senza averne alcuna capacità. Qualsiasi società mediamente evoluta consiglierebbe del resto a Di Battista o ai molti come lui che oggi affollano il Parlamento, il percorso verso professioni socialmente utili ma con minori responsabilità e minore esposizione mediatica. I bar delle nostre città sono pieni di intellettuali che all’ora di colazione esprimono punti di vista interessanti sull’ISIS e sullo strapotere americano davanti ad un cappuccino. Tuttavia se le premesse sono quelle di cui dicevo poc’anzi è assai probabile che Di Battista sia solo all’inizio di una luminosa carriera politica. È belloccio, si piace molto, veste casual, spara cazzate con grande convinzione. Ce n’è a sufficienza per immaginarlo come uno statista del futuro adattissimo alle aspettative di questo Paese derelitto.



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Questo, fotografato da me qualche giorno fa è il Queen Elizabeth Olympic Stadium a Stratford nell’est di Londra. È lo stadio delle Olimpiadi 2012. Come si vede dalla foto in piena estate fervono i lavori per la sua trasformazione. I lavori saranno ultimati nel 2016.


From 2016, the Stadium becomes the new home of West Ham United FC and the National Competition Centre for athletics in the UK, as well as a major live music venue.
It will be open all year round for visitor tours, arts and cultural events, conferences and other sporting activities.
But you don’t have to wait until 2016 to experience the majesty of this iconic arena as it will host a number of high-profile events over the next two years. Having already hosted some of the most memorable nights in sporting history during the 2012 Games, the Stadium is set to provide the stage for a spectacular series of sports fixtures including the Rugby World Cup in 2015 and the IAAF World Athletics Championships in 2017.



Oggi il Post ha pubblicato le foto desolanti dei resti degli impianti olimpici di Atene 2004, ma situazioni analoghe riguardano per esempio gli impianti per i mondiali di nuoto a Roma nel 2009. Tutto questo per dire che, al netto delle mille corruttele (di cui in Italia come è noto siamo pienissimi) grandi eventi internazionali richiedono una gestione della complessità che ci è sconosciuta. Se avremo l’onesta di ammettere questo dovremo essere conseguenti e non partecipare a nessuna gara per organizzare alcunché di importante. Almeno fino a quando non ne saremo capaci.

Il Washington Post ha un punto di vista interessante sulla relazione fra Twitter e comunicazione politica:


The political world is a very small group of people composed, primarily, of politicians, the staff who work for them and the reporters who cover them. And, like any small and largely self-contained universe — most of these people live and work in and around DC — there is an echo-chamber effect in which small things (or even no-things) are made to seem like big things. Twitter didn’t create that reality but it has super-sized it.



Anche se – a dirla tutta – le le dinamiche della camera di eco ed i suoi partecipanti sono i medesimi della comunicazione politica precedente. Parte di quello che accadeva prima noiosamente sui giornali avviene oggi noiosamente su Twitter. Con qualche freschezza e soprattutto molta velocità in più. Poco tempo per pensare è una variabile importante della nuova comunicazione politica su Twitter. Bisogna essere rapidi ed intelligenti. Quasi nessuno ci riesce e Gasparri diventa finalmente Gasparri.

12
ago

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(via nonleggerlo)

La lettera che 900 scrittori hanno pubblicato a pagamento oggi sul NYT è molto semplice e ben fatta (qui una traduzione italiana su Minima&Moralia). Per chi non avesse seguito la vicenda stigmatizza alcuni comportamenti di Amazon nei confronti di Hachette, un grande editore con il quale da mesi ha in corso una disputa per complicate faccende che riguardano la distribuzione di ebook. Nella lettera si esplicitano accuse molto gravi rivolte alla piattaforma di Jeff Bezos; contestazioni che giravano da mesi e che non avevano però ancora raggiunto il grande pubblico. Sono fondamentalmente 4:


Negli ultimi mesi Amazon ha:

-Boicottato gli autori Hachette, rifiutando di accettare pre-ordini sui loro libri, sostenendo che sono “non disponibili”.

-Rifiutato di scontare i prezzi di molti libri di autori Hachette.

-Rallentato la consegna di migliaia di libri di autori Hachette, avvisando i propri clienti che la consegna di quei libri avrebbe richiesto diverse settimane.

- Suggerito, nelle pagine di alcuni autori Hachette, che i lettori potrebbero preferire un libro di un autore non Hachette.


Bello no?
Cosa dicono in pratica 900 scrittori americani nel NYT di oggi? Che Amazon, per ragioni sue, ostacola sulla piattaforma la vendita di alcuni prodotti rispetto ad altri. È vero? Non é vero? Amazon da mesi non risponde a queste accuse (che sono per la verità piuttosto circostanziate), non si giustifica, non le smentisce. Così oggi, nel giorno in cui la polemica si è fatta mainstream ed è giunta sulle bocche di tutti, il NYT pubblica anche la risposta dell’Amazon book Team (anche questa tradotta da Minima&Moralia) alle contestazioni dei 900 scrittori autofinanziati e sapete che c’è? C’è che Amazon parla d’altro. In una lettera molto sciatta e pretestuosa (e questo per una azienda del genere è molto strano) ammette di fatto le proprie pratiche anticompetitive verso Hachette e spiega che la sua battaglia è nell’interesse dei clienti, che il prezzo degli ebook è tenuto artificiosamente alto dai vecchi editori cattivi e giù di citazioni del passato (lo facciamo tutti ogni volta che ci interessa sostenere come quando il mondo cambia gli errori siano in fondo sempre egli stessi) e via di strizzate d’occhio ai lettori che non si faranno certo ingannare dal cartello malevolo dei giganti di carta .

Nel trionfo del ridicolo bipartisan i 900 scrittori chiedono ai lettori di scrivere una mail a Jeff Bezos, Amazon propone ai lettori di scrivere al CEO di Hachette: sembra di essere tornato a quanto Beppe Grillo proponeva mailbombing verso questo o quel politico italiano colpevole di non so quali nefandezze.

Personalmente in quanto lettore sono abbastanza sicuro di alcune cose:

Non ho mai chiesto a Amazon di combattere a mio nome il cartello dei vecchi editori cattivi.

Se Hachette pensa di poter vendere a peso d’oro i suoi libri elettronici faccia pure (mentre se come talvolta accade per farlo
cercherà di accordarsi con altri ci penserà un tribunale come è accaduto ad Apple recentemente).

Se un editore pensa che la percentuale che Amazon chiede sui suoi libri sia troppo alta non li venda lì.

Se Amazon pensa che le condizioni richieste da un editore siano irricevibili semplicemente smetta di vendere quei prodotti.

Se fosse possibile smettetela di chiedere a me di scrivere mail a illustri sconosciuti: telefonatevi fra voi, santodio.

C’è un aspetto interessante nell’ultima alzata di scudi della sinistra italiana (non solo lei ovviamente ma perdonate la semplificazione ogni iniziativa censoria nella mia mente provinciale dovrebbe essere incompatibile con i movimenti progressisti e di sinistra molto più che non con quelli di altri schieramenti) contro i siti web che inneggiano all’anoressia. E l’aspetto interessante è quello del ruolo degli intellettuali nell’elaborazione politica. Perché come è noto la rappresentanza politica in Italia ha subito negli ultimi anni una grande trasformazione. Gli schieramenti hanno iniziato ad avvicinarsi ai propri elettori, non solo nei proclami e nelle attenzioni ma anche nella stessa selezione dei candidati e degli eletti. Il risultato, descritto grossolanamente. è che oggi i parlamentari italiani assomigliano molto di più all’italiano medio di qualche lustro fa. Un mix opportuno fra il disprezzo della politica come professione e il gioco identitario di eleggere qualcuno finalmente come noi, cavalcato con sempre maggior convinzione da molti movimenti a partire dalla Lega che per prima ne ha intuito le potenzialità, ha prodotto fenomeni interessanti e spesso cabarettistici come quello di un Paese rappresentato a buon titolo da Scilipoti, Razzi, Salvini, Calderoli (ma anche Carfagna, Mussolini, Carlucci, Sgarbi, Barbareschi ecc). Una varia umanità non solo trascinata dalla notorietà televisiva ma spesso anche da nuovi segni di aderenza alle aspettative degli elettore di eleggere finalmente qualcuno simile a sé.

In questa livellamento verso il basso della classe politica (con tutte le conseguenze anche estetiche che porta) fanno eccezione da sempre gli intellettuali. Non che la logica della loro selezione sia oggi poi così diversa: come insegna il famoso Cencelli veltroniano dei candidati al Parlamento ai tempi della sua segreteria, mix perfettamente calibrato di belle facce, volti TV, esordienti, politici navigati, giovani imprenditori, vecchi imprenditori ecc ecc, la figura dell’intellettuale ha sempre mantenuto la sua centralità. Un intellettuale spaesato fra le proprie fila in Parlamento fa sempre la sua ottima figura, come una polo Fred Perry un po’ lisa e scolorita in mezzo ad un gruppo di usuali e noiose Lacoste inamidate.

Sto divagando, ora cerco di ritornare in tema. La proposta di legge bipartisan Marzano, Binetti, Carfagna ecc per mandare in carcere (oh yes) quanti in rete decidessero di sostenere le bellezze dell’anoressia, non è solo la usuale semplificazione censoria che cerca di bloccare ogni pensiero pericoloso avverso al nostro, un corto circuito logico al quale i nostri parlamentari sono da sempre molto sensibili, ma è anche una idea discutibile nelle sue finalità, indagata in molti Paesi europei ed infine abbandonata. C’è stata insomma a suo tempo una elaborazione intellettuale sul tema, esperti ne hanno discusso, pagine di appunti sono state scritte, proposte di legge sono state immaginate. Nulla che possa essere affrontato oggi da Razzi o Scilipoti: nessuno di noi ovviamente si aspetta finezze del genere, ma pane . questo sì – per gli intellettuali, invito a nozze per le rare e benedette persone di cultura che sono presenti come specie in via di estinzione nel nostro Parlamento.

E insomma arrivo al punto, sapete cosa dice Michela Marzano, parlamentare del PD e prima firmataria della proposta contro i siti ProANA, filosofa morale e politica che insegna a Parigi, scrittrice, saggista ecc (insomma un intellettuale a tutto tondo, non il prodotto usuale della Frattocchie dove grigi quadri a volte diventano famosi statisti con finale di carriera a produrre vino in una bella tenuta in Umbria)?

Marzano dice così:


Io, l’anoressia la ho attraversata. Lo ricordi anche tu, cara Angela, alla fine del tuo articolo. E ho raccontato in Volevo essere una farfalla come, dopo anni di segreti e di silenzio, avessi sentito la necessità e l’urgenza di parlarne. Perché l’anoressia non è una cosa di cui ci si deve vergognare. Non è né una scelta, né un’infamia. L’anoressia è un sintomo. Che porta allo scoperto quello che fa veramente male dentro. La paura, il vuoto, l’abbandono, la violenza, la collera. È un modo per proteggersi da tutto ciò che sfugge al controllo. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire. E per imparare a vivere si deve avere il coraggio di dare un senso a tutta questa sofferenza. Ecco allora che in Volevo essere una farfalla racconto tutti gli anni di psicanalisi che ho dovuto fare per trovare le parole per dire quello che c’era dietro questo sintomo. Tutto il coraggio che c’è voluto per ritrovare il bandolo della matassa. Quell’istante preciso in cui qualcosa si era interrotto. E che prima mi illudevo di poter dimenticare per fare “come se” nulla fosse mai accaduto. Barricandomi dietro ad un pensiero razionale capace, certo, di spiegare tutto, ma in realtà incapace di aprire la porta ai perché e al senso della vita. Se mi permetto di ricordare la mia storia, è perché c’è anche lei dietro questa proposta di legge.



Ora con tutto il rispetto per la malattia, qual è il ruolo degli intellettuali in Parlamento? Proporre leggi su questioni provate sulla propria pelle o provare a radunare – perché i propri colleghi non saprebbero farlo e perché in fondo è questo che noi cittadini ci aspettiamo da loro – tutte le esperienze, le ricerche e le decisioni in merito prese altrove? Farsi indirizzare dalla cultura altrui o accontentarsi dalla propria personale esperienza che diventa misura di tutte le cose? Con ogni stima per le intuizioni della Marzano che derivano da sue dolorose esperienze personali non è questo il ruolo che io mi aspetterei da lei. Anzi in generale penso sarebbe utile l’esatto contrario: che persone che hanno avuto rapporti di stretta vicinanza con temi tanto sensibili stiano il più lontano possibile dalla posizione di chi propone una legge dello Stato in merito.

Incarcerare le opinioni non è mai una buona idea. Anche se le opinioni altrui sono spregevoli ed imbarazzanti, anche se la nostra lettura di quelle opinioni ce le rende intollerabili. E chiunque conosca un po’ la rete e sia minimamente curioso saprà che di simili imbarazzi (per noi) su Internet sarà possibile trovarne parecchi. Io non so se in casi estremi sia utile tentare di allontanare simili pensieri dalle pagine web, come se questo fosse garanzia di salvezza per noi piccoli bambini che non sappiamo salvarci da soli. So però per certo che il ruolo (prezioso) degli intellettuali è quello di sintetizzare la luce del mondo, non di accendere la propria piccola lampadina personale. Per quello basta Scilipoti. O Razzi. O un altro di quegli altri strani personaggi tanto simili a noi che abbiamo mandato a Roma a rappresentarci.