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Quando decide di andarsene dal Michigan lei è una donna giovane: il figlio più piccolo, il minore di quattro avuti in rapida successione dal suo matrimonio con Rasjid, ha un anno. Metà degli anni 70, provincia americana. Uno di quei posti in cui se una donna giovane con seri problemi psichiatrici e di alcoolismo decide di mollare tutto e andarsene nessuno si meraviglia troppo. Il mito della frontiera applicato alle contingenze familiari.

Lei si chiama Carrie: il figlio più piccolo rivedrà la madre solo per qualche mese in estate, in Oregon, fra i 5 e gli 8 anni. Lei nel frattempo si è risposata, lavora in una libreria a Eugene. Il suo secondo marito si chiama Lowell. Buona parte dei ricordi di sua madre, per quel bambino che oggi è un uomo di 39 anni, risalgono a quel periodo. Negli anni successivi non la vedrà quasi più, lei sempre in fuga, dopo che è finito anche il secondo matrimonio, scappata non si sa bene dove, depressa, drogata e alcolizzata. Ogni tanto lei gli scriverà una lettera, qualche volta si presenterà per le feste a casa dei nonni. Il figlio piccolo la ricorda in quelle occasioni molto simpatica e premurosa. Quello stesso figlio venticinque anni dopo salirà su un aereo per rivedere la madre in ospedale, dove sta morendo per un tumore allo stomaco. A cose fatte il figlio tornerà al suo lavoro e poi comincerà a pensare di voler essere come lei, proverà ad essere come lei, in una forma di tardivo impossibile ricongiungimento.

Da questa storia americana di amore, dolore ed abbandono nasce Carrie & Lowell il nuovo disco di Sufjan Stevens, in buona parte composto nella casa di Brooklyn dall’autore con qualche chitarra un pianoforte e un banjo. Un disco difficile da descrivere, con il rumore del condizionatore sullo sfondo. Niente orchestre, niente batteria o percussioni, pochissimi musicisti, alcuni pezzi registrati con un iPhone in una stanza d’albergo: un lavoro che al primo ascolto sembra monocorde, e in seguito invece no, 11 pezzi che Thomas Bartlett ha estratto dal caos dei 30 brani che Stevens aveva scritto dopo la morte della madre.

Se vi capiterà di amare questo disco due cose vi consiglio di leggere: l’intervista di Stevens a Pitchfork del febbraio scorso e il pezzo che Dave Eggers ha scritto sul Guardian qualche giorno fa.

Come i lettori di questo vecchio blog sanno perfettamente io non ho mai sopportato Massimo D’Alema. Non lo sopportavano da prima, forse da quando ho iniziato ad appassionarmi alla discussione politica molti anni fa. Mi stava antipatico, in quell’unica maniera superficiale e istintiva con la quale può starti antipatico (o simpatico) qualcuno che non hai mai visto di persona e che segui in TV o nelle interviste sui giornali. Mi stava antipatico prima: prima della barca a vela di lusso cointestata agli amici (che lo statista comunista non stava bene che regatasse da solo su gozzi miliardari), prima dei piccoli vanti sulle scarpe fatte a mano o della definitiva messa in opera del suo eloquio tipico e autoriferito costellato di “diciamo” che lo trasforma ogni volta che apre bocca in un personaggio di un film di Nanni Moretti.
Mi stava antipatico prima che una sera, a Trieste durante le elezioni politiche mi capitasse incidentalmente di seguire i primi risultati elettorali dentro un istituto di sondaggi mentre lui chiamava febbrilmente Gianni Cuperlo (che era lì in SWG insieme a noi) ogni 5 minuti per sapere come andavano le cose, tranne poi dichiarare serafico in TV che a lui quei primi risultati parziali non interessavano per nulla. Prima del “vada a farsi fottere” urlato in faccia a Sallusti durante un salotto TV, prima della patetica intervista da proprietario terriero post caccia alla volpe rilasciata a Alan Friedman per non so quale programma televisivo. E prima delle ridicole dichiarazioni pubbliche di ieri su come domanda e offerta illustrino senza necessità di ulteriori spiegazioni il successo del vino della sua tenuta agricola umbra.

Eppure, nonostante tutto questo cumulo di cristallizzate antipatie, devo dire, pacatamente, che oggi Massimo D’Alema ha ragione: le intercettazioni pubblicate non possono e non devono riguardare cittadini non indagati ed i giornali non devono pubblicarle. Questo è vero in generale e per molti differenti motivi ma sfido chiunque, capovolgendo il punto di vista, a contestare l’idea che la notizia di una cooperativa emiliana che acquista migliaia di sue bottiglie di vino o centinaia di copie del suo libro, non sia qualcosa di politicamente e giornalisticamente rilevante. Comunque, indipendentemente dalle ragioni di simili scelte.

Esattamente come nel caso di Berlusconi alle prese con la prostituzione, minorile o non minorile che fosse, il mio interesse di cittadino è che possa emergere il maggior numero di informazioni utili a descrivere i nostri rappresentanti politici. E in questo certo la privacy di D’Alema e la mia non possono e non debbono essere uguali (e infatti per la legge non lo sono). Oggi in Italia questo disvelamento informativo avviene molto spesso attraverso l’atto pigro e un po’ codardo della diffusione di intercettazioni disposte da un magistrato. È sbagliato e non dovrebbe accadere ma è anche il portato di un giornalismo che ormai, per una ragione o per un’altra, ha abdicato al suo ruolo di indagatore autonomo (il cosiddetto e costoso giornalismo d’inchiesta) per concentrarsi in quello meno nobile di chi si accontenta di frugare nei resti del lavoro di un magistrato.

Esattamente come nel caso di Berlusconi l’atto giornalistico è esaudito da una violazione tecnica nei confronti dell’interessato. Per D’Alema è inaccettabile, per il lettore de Il Fatto Quotidiano o Repubblica è più che lecito: è una notizia. Se i giornalisti ricominciassero ad intestarsi le inchieste sui fatti politicamente rilevanti e lasciando stare gli atti delle inchieste scoprissero, autonomamente, che il vino di D’Alema piace un sacco alle coop emiliane, forse sarebbe un passo avanti.

Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di andare a Roma: quasi sempre arrivo in treno alla Stazione Termini. Oggi dopo aver letto un post di Vic su Friendfeed ho passato un po’ di ore in rete a fare ricerche sulla principale stazione ferroviaria della Capitale di cui non sapevo molto. Ho scoperto cose che probabilmente molti di voi sanno già, per esempio che la parte ondulata della stazione che si affaccia su Piazza dei Cinquecento è chiamata il dinosauro. Poi ho scoperto che l’ultima versione di Termini è stata completata nel secondo dopoguerra dopo una gara fra diversi progetti che creò molte polemiche

Il concorso rappresentava una delle prime grandi occasioni di confronto per la cultura architettonica italiana nel dopoguerra, eppure fu sostanzialmente disertato da molti architetti che invece avevano partecipato ai grandi concorsi del periodo precedente (3). Alla fine la Giuria si trovò a scegliere tra 40 progetti decidendo di premiarne tredici, tra cui molti ex-aequo, e tra questi due primi premi a due raggruppamenti cui fu affidato poi il compito di redigere il progetto definitivo. Il raggruppamento, con il progetto il cui motto era “Servio Tullio prende il treno”, era composto da Leo Calini e Eugenio Montuori, il raggruppamento con il motto “Y=0,005X2″ era composto da Massimo Castellazzi, Vasco Fadigati, Achille Pintonello, Annibale Vitellozzi.


Sia come sia vinse il gruppo di “Servio Tullio prende il treno” (motto che io trovo bellissimo) e l’arch Eugenio Montuori insieme ad altri produsse quello che i romani oggi chiamano il dinosauro che ospitava biglietteria e sala d’attesa.



Il progetto del dinosauro a me – da perfetto ignorante – pare bellissimo ed ha una caratteristica particolare e fondamentale:

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Dentro un ambiente amplissimo e vuoto le vetrate in fondo permettono di osservare i resti romani dell’Aggere Serviano.


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Questo è il dinosauro durante la costruzione:


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E questo è negli anni 50 (bellissime le palme in vaso)


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Quest’ultima immagine è tratta dal sito Grandi Stazioni delle Ferrovie dello Stato dove l’architettura di Termini (compresa quella recente) viene descritta in toni lievemente enfatici.


In ogni caso il legame fra nuova architettura ed esistente era ben chiaro nelle intenzioni dei progettisti, in particolare la relazione fra modernità e Roma antica.

Poi negli anni i bellissimi spazi vuoti dell’architettura sono andati riempiendosi: prima in maniera educata (questa foto è del 1962)


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E poi in modo sempre più caotico e volgare fino ad oggi (il sottotitolo emblematico di questa foto recente è “Termini guarda al futuro”):



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Soprattutto è andato completamente perduto il senso architettonico dell’opera: sono scomparsi i grandi spazi, è scomparsa la luce è scomparso il patto di sangue con la storia contenuto nel progetto originario. Ed è scomparso talmente tanto che il viaggiatore occasionale come me, quando passa da quelle parti oggi, non si accorge più di nulla e non è indotto in alcuna curiosità. Cosa saranno quelle mura antiche si chiedeva il pellegrino negli anni 50 di fronte all’enorme vetrata che puntava i resti serviani? Io le tante volte che sono passato da lì non ho avuto la possibilità di accorgermente e ho avuto bisogno di Internet per capirci qualcosa. Questo perché le decine di volte che sono passato da lì lo spettacolo che Roma mi ha presentato è stato questo:


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Un negozio Nike di due piani che cancella, con esattezza, la vista di Eugenio Montuori sull’Aggere Serviano, a me e a tutti i 500 mila passeggeri in transito. Un prezzo che qualcuno (che dio lo fulmini) ha ritenuto fosse ragionevole pagare. Una metafora perfetta dei nostri tempi.




A cosa serve Internet

A cosa serve Internet 2

A che cosa serve Internet 3

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Per molto tempo il problema di cui si è dibattuto di più in Italia è stato il digital divide, cioè la presenza marginale di internet nella “dieta mediatica” degli italiani. Ma oggi il gap appare in gran parte superato. Mentre quasi un quarto degli italiani resta ancorato a una dieta basata solo su mezzi audiovisivi (tv e radio), nel 2015 praticamente due italiani su tre usano il web abitualmente, quasi tutti i giorni, con un picco intorno all’85% tra gli under 30. Il problema che invece sta diventando sempre più grave è rappresentato da quanti hanno perso un contatto abituale con i mezzi a stampa, che sono diventati la maggioranza degli italiani, con punte più elevate tra i giovani: il press divide è in continuo aumento.



Sarà sufficiente questo paragrafetto, tratto dalla sintesi del 12° Rapporto sulla comunicazione, nel quale si spiega che il digital divide in Italia è superato e che invece esiste oggi un nuovo “press divide”, per capire come il lavoro del Censis sia totalmente inattendibile.

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Non mi sfugge il cinismo opportunista che Beppe Grillo ha sapientemente sfruttato oggi per attirare l’attenzione su di sé utilizzando la tragedia aerea di due giorni fa per fini propagandistici: fa parte del gioco e di certi meccanismi di farmacodipendenza che costringono nel tempo ad aumentare la dose per ottenere i medesimi effetti. Mi interessano però maggiormente le scelte social di un sito che attribuisce a sé stesso la doppia veste di vetrina di un Movimento e cartina di tornasole dei risultati della propria proposta politica. Così ho dato una occhiata al sito web Nocensura, segnalatomi oggi su Twitter da Davide Denti nel quale vengono catalogati in automatico i commenti rimossi dal blog di Grillo. In questo momento lo staff del blog ha rimosso circa un centinaio di commenti dal post in questione, molti dei quali sono semplicissimi commenti educati e non offensivi di militanti del M5S che manifestano a Grillo la loro contrarietà e delusione. Io questa roba qui so come si chiama.




Ieri sera, giusto per provare, ho trasmesso 30 secondi di Servizio Pubblico in streaming live dal mio computer verso Twitter utilizzando Periscope. Prevedo complicazioni.

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Gente che aspetta che gli aerei gli atterrino in testa.


Stefano Quintarelli lancia l’allarme sull’ennesimo disastro, non si sa bene quanto intenzionale, della nuove proposte di legge antiterrorismo. Poco da fare: il nostro Parlamento nella migliore delle ipotesi è digital diviso come e peggio del Paese che rappresenta. Nella peggiore qualcuno da quelle parti sfrutta l’ignoranza e il disinteresse dei più per accentuare il controllo sui cittadini.

Il provvedimento antiterrorismo modifica il codice di procedura penale così:

All’articolo 266-bis, comma 1, del codice di procedura penale, dopo le parole: «è consentita l’intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici ovvero intercorrente tra più sistemi», sono aggiunte le seguenti: anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico.

con questo emendamento l’Italia diventa, per quanto a me noto, il primo paese europeo che rende esplicitamente ed in via generalizzata legale e autorizzato la “remote computer searches“ e l’utilizzo di captatori occulti da parte dello Stato!

il fatto grave è che questo non lo fa in relazione a specifici reati di matrice terroristica (come fa pensare il provvedimento), ma per tutti i reati “commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche” (art.266 bis).


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Oggi mentre stavo tornando da un viaggio alcuni amici mi hanno segnalato che il mio ultimo articolo scritto per il Post era presente nell’edizione cartacea de Il Foglio. Ho chiesto spiegazioni e mi dicono che accade: pare che Il Foglio prenda in giro cose che gli paiono interessanti e le pubblichi semplicemente citando la fonte. È un metodo curioso: non solo io cittadino pago da anni – attraverso il finanziamento pubblico – il mantenimento in vita di un giornale nato da un trucco all’italiana (4 amici al bar ed un partito inesistente) ma finisce che ne produco anche i contenuti con uno strano gioco di sponda che prima di oggi non avrei saputo nemmeno immaginare. In pratica dopo avergli già pagato il giornale con le mie tasse gli scrivo anche i pezzi.


p.s. tra l’altro “L’internet” lo vai a dire a tua sorella.