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Ad alcuni giorni dalla lettura di questa Amaca di Michele Serra non riesco ancora a togliermi dalla mente la scena di Allen Ginsberg che recita in inglese William Blake agli operai di Sampierdarena.

Oggi gay.it ha pubblicato un elenco con i nomi della trentina di parlamentari del PD che, secondo indiscrezioni pubblicate da tutti i giornali da un paio di giorni a questa parte stanno cercando di ostacolare l’approvazione del DDL sulle Unioni Civili che il PD stesso ha presentato e faticosamente portato avanti. Questi alcuni commenti ed alcune rettifiche di parlamentari del PD minuziosamente raccolti da gay.it


“E’ il caso di Gay.it che arriva a proporre vere e proprie liste di proscrizione di quei senatori”

“Inqualificabile metodo squadrista quello di esporre liste di proscrizione con tanto di foto segnaletiche.”

“Iniziativa miserabile”

“Metodi squadristici della lista di proscrizione”



Il caso più divertente per conto mio è quello della lunga rettifica della senatrice Di Giorgi che vince il premio Tognazzi per oscurità del linguaggio e verbosa indignazione:


Caro direttore, sono sconcertata da cio’ che leggo su gay.it, dove mi si attribuisce in un articolo di apertura dell’home page la volontà di “votare contro il ddl sulle unioni civili qualora l’articolo 5 sulla stepchild adoption passasse”. E’ un’affermazione grave e non verificata, che mi attribuisce una decisione politica lontanissima da tutto ciò che faccio sulla questione delle Unioni Civili: ottenere finalmente una legge per la quale mi batto da anni, che riconosca diritti, civili e non solo, ai gay. Sul vostro portale devo invece leggere che l’impegno di una vita, che coincide con una profonda convinzione, verrebbe abiurato ora che la legge è in dirittura d’arrivo? Niente di più falso. Non voglio pensare ad una vostra malafede giornalistica, preferisco pensare ad una errata informazione che avete ricevuto, senza verificarla con la sottoscritta. Ciò che è vero, è che la legge divide profondamente le coscienze degli italiani, e di chi deve votarla, specialmente sul punto della stepchild adoption. Io mi sto battendo da mesi in Senato per una mediazione che considero vincente: quella dell’affido rafforzato, che riconosce funzioni genitoriali di fatto ma accompagnate da una tutela maggiore verso i bambini. E’ una posizione molto responsabile, che è fondamentale anche per convincere molti indecisi a votare il ddl. Infatti chi può affossare questa legge preziosa e necessaria sono proprio gli intransigenti che vogliono a tutti i costi, e subito, l’adozione. Intransigenza che ora rischia di allontanare anche i senatori che faticosamente si sono convinti a votare la legge. Altro che minacciare noi di non votarla. E’ invece chi fa muro contro muro sulla stepchild a far aumentare le schiere di chi ha paura di una legge che noi per primi vogliamo. Mi auguro che questa mia lettera faccia finalmente chiarezza, specialmente su un organo di informazione importante come gay.it, che ha sempre ricevuto la mia attenzione. Vorrei che la cosa fosse reciproca, una volta per tutte.


La risposta per quanto mi riguarda ovviamente è no, la lettera non fa chiarezza. Banalmente non si capisce. O almeno io non sono riuscito a districarmi nell’italiano borbonico della missiva.

In ogni caso: la lista di gay.it era ampiamente inaccurata ed il numero di onorevoli contenuti è rapidamente sceso dai 31 (o 33) a 26. Moltissimi in queste ore si scagliano contro questa inaccettabile superficilità ma il punto non mi pare essere questo. A me il punto sembra essere che i parlamentari del PD coinvolti (e anche alcuni che non c’entrano nulla) pensano sia lecito che la loro azione politica possa svolgersi silenziosamente in contrattazioni private e senza personale esposizione.

Tutti i giornali scrivono che una trentina di parlamentari del PD ha scelto i soliti metodi per contestare una legge o alcune sue parti. Finche questo avviene nel confortevole alveo dell’anonimato va benissimo (anzi il potere ricattatorio di simili vaghe prese di posizioni aumenta) ma quando qualcuno chiama costoro alla responsabilità politica personale e chiede agli elettori di contattare i propri eletti per manifestare loro il proprio dissenso, quelli diventano “metodi squadristici”

Ecco beh, al netto delle molte rettifiche, metodi squadristici un cazzo.

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I giornalisti del Daily Telegraph arrivando al lavoro stamattina si sono accorti di una strana scatoletta nera sotto le loro scrivanie. Hanno messo il nome del produttore (stampigliato sulla plastica dell’involucro) su Google e hanno scoperto che il loro datore di lavoro aveva messo dei sensori in grado di registrare i movimenti dei dipendenti e ottimizzare i costi di impresa. È successo un casino e dopo l’articolo uscito su Buzzfedd l’azienda si è ufficiosamente difesa inviando una mail ai dipendenti sostenendo che i sensori erano temporanei e servivano per rilevare la temperatura ambientale e ottimizzare il consumo energetico. Nessuna comunicazione ufficiale del Telegraph alle molte richieste di chiarimenti piovute dalla stampa.


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Questa sera il Telegraph ha mandato un secondo messaggio ai dipendenti dicendo che l’esperimento per salvare il pianeta dall’effetto serra è sospeso.

I social network sono moltiplicatori di sarcasmo. È uno dei loro limiti più evidenti. Moltiplicano il sarcasmo (uso questo termine al posto di “ironia” perché il sarcasmo ha capacità virali più spiccate, è più grezzo ed immediato) per proprie motivazioni costituzionali.
Fondamentalmente perché i social network sono troppo veloci: facilitano il riflesso e posticipano il ragionamento. E quando le nostre piccole teste realizzano l’eventuale errore ormai è troppo tardi. Quelle parole che adesso vorremmo far tornare indietro sono state ripetute cento volte da altri. Altri che hanno percorso il nostro medesimo rapidissimo arco riflesso. E che forse, come noi, in questo momento, si stanno pentendo di aver partecipato alla fiesta.

Credo che sia questa la ragione per cui molte persone intelligenti smettono di parlare sui social network. Continuano a leggere quello che trovano su Twitter o Facebook ma smettono di intervenire. Non è che con questo il loro sarcasmo (se ce l’hanno) improvvsamente scompaia ma intanto viene celato e soprattutto smette di fare danni.




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Io non sono così bravo. E per la verità non sono nemmeno convinto sia sempre una buona idea esserlo. Per esempio ho appena messo su Twitter questa immagine, una delle molte che girano in questi giorni a perturbare un ambiente sociale pieno di tutte le nostre debolezze. È una foto di Jim Morrison, a cui è stato aggiunto un commento inventato che fruga nelle nostre ansie e nella cronaca di questi giorni. Il sarcasmo di questa foto – la mia colpa odierna – deriva dal far notare che Maurizio Gasparri ha abboccato al tranello.

Sparare sulla presenza on line di Maurizio Gasparri è un sport molto praticato e Maurizio Gasparri non sembra preoccuparsene troppo. Insulta, blocca gente sconosciuta, minaccia e riceve querele, e tira dritto come se niente fosse. Da un lato la sua scapigliatura di cittadino agguerrito nella giungla dei social network mi colpisce positivamente, dall’altro la grossolanità dei suoi argomenti mi costringe a ricordare ogni volta il suo ruolo politico e l’imperfezione (diciamo così) del nostro metodo di selezione dei migliori.

Tuttavia foto sarcastiche come questa sollevano questioni ben più serie. Ne ha parlato Claudia Vago sul suo blog e gli effetti paradossi dell’utilizzo di simili messaggi sembrano sinceramente preoccupanti.


Per tornare a un discorso generale, perché non è di me che stiamo parlando, noto sempre più spesso la totale incapacità di leggere i sottotesti, di dare a un testo (qualsiasi, anche a un video o a una fotografia) un’interpretazione che scavi un poco sotto alla superficie e al testo stesso. Viviamo in un mondo al primo grado, come direbbero i francesi, perdendoci completamente il secondo, che è quello in cui, generalmente, succedono le cose più interessanti


Che senso ha produrre oggetti ironici come quelle foto (la mia preferita è questa) se poi la discussione che li circonda mostra invece la nostra povertà intellettuale? Decine di commenti e condivisioni di persone che non hanno capito, decine di commenti violenti del tipo “cosa sono queste cazzate, lo so che quello è un attore”, contenuti accessori che trasformano piccoli esperimenti di ironia politica in Caporetto comunicative.

Tendiamo a considerare l’ironia come un linguaggio da iniziati. Lo è. Ci consente di riconoscere i nostri simili. Chiunque può accedere a questa specie di circolo Pickwick digitale ma oggi simili contenuti raggiungono e raggruppano persone diversissime.

Il ritratto complessivo di un vasto analfabetismo culturale (un analfabetismo che riguarda i sistemi di decodifica ma anche spessissimo il linguaggio utilizzato dalle persone) è come sempre del tutto impreciso (quanti sono quelli che hanno osservato quell’immagine e si sono fatti una silenziosa risata senza lasciar segno?) ma comunque assai verosimile. Esistono milioni di statistiche che lo sottolineano da anni.

Chiedersi come valga la pena comportarsi in simili situazioni è una bella domanda. La mia risposta, per ora, continua ad essere che preferisco continuare a partecipare. Fare errori, rendermi ridicolo, manifestare in maniera goffa il mio punto di vista. Magari – se possibile – con maggior moderazione.

Preferisco essere Gasparri, possibilmente senza la testa di Gasparri, piuttosto che quelli che preso atto dell’imperfezione loro e soprattutto degli altri intorno – si ritirano in disparte a dire cose sempre meditate ed intelligenti. Ci sarà sempre tempo per migliorare così tanto da far finta di essere quello che non sono.

Year Nr. Post Avg post character Tot post character Avg Comments Tot Comments
2015 259 2,050 530,918 11 2,619
2014 307 1,820 558,656 14 4,136
2013 457 1,645 751,668 13 5,821
2012 618 1,314 812,013 12 7,110
2011 704 1,195 841,174 13 8,820
2010 874 1,132 988,514 15 12,345
2009 822 1,179 968,335 16 12,923
2008 884 892 788,067 12 9,754
2007 893 971 866,920 10 8,675
2006 869 943 819,363 9 7,267
2005 826 807 665,957 9 6,991
2004 699 813 567,893 8 4,996
2003 883 931 821,477 5 3,704
2002 508 898 455,997 2 539



Questi qui sopra sono un po’ di numeri di questi blog da quando è stato aperto raccolti grazie a un plugin WP scritto da Paolo Valenti.

1 Negli ultimi dieci anni il numero di post è calato progressivamente da oltre 892 nel 2008 a 259 nel 2015.

2 I commenti sono calati anch’essi progressivamente dal 13mila circa del 2008 ai 2600 circa dell’anno scorso.

3 La media dei commenti per post è rimasta più o meno costante.

4 I post sono diventati sempre più lunghi (l’età rende verbosi) raddoppiando il numero di caratteri dal 2008 al 2015.


Il Giornale e Libero sono da sempre spazzatura in forma di giornale. Oggetti democratici come altri, in un certo senso indispensabili in quanto prezzo da pagare alla democrazia. Negli ultimi giorni pensavo che tutto sommato Libero e Il Giornale sono oggi per l’informazione italiana il problema minore. Anche il giustizialismo un tanto al chilo de Il Fatto Quotidiano lo è, perfino l’inginocchiatoio renziano della nuova Unità non mi pare più questo gran problema.

Questi fulgidi esempi non preoccupano troppo perché il carico ideologico che sta dietro alle parole di un giornale è un fenomeno decodificabile. Certo non da tutti, non da quelle (poche) migliaia di italiani che ancora la mattina escono di casa per acquistare Libero o Il Giornale, non per quelli che leggono un fiero editoriale reazionario di Travaglio e fanno sì con la testa. Per tutti gli altri il senso complessivo del progetto è, almeno nei suoi tratti principali, ben evidente fin dalla prima riga.

Invece oggi esiste una questione molto seria con l’informazione italiana, che non risparmia quasi nessuno e che utilizza il web per sperimentare il peggio di sé (estendendo poi l’esperimento sempre più spesso alla nobile carta da edicola), della quale è più difficile accorgersi. La lunga lista di bugie che ha travolto la stampa in questi giorni a riguardo dei fatti di Colonia potrebbe esserne un esempio calzante.

I giornali italiani (tutti o quasi) hanno giocato col fuoco di temi fondamentali per le democrazione occidentali come quelli dell’immigrazione, della soldarietà, della religione, della dignità delle donne, esattamente come Il Giornale e Libero giocavano con l’appartamento di Fini a Montecarlo o con le veline del caso Boffo. Ma se la macchina del fango dei fogli di centro destra era in quei casi chiaramente identificabile sia nelle modalità sia negli scopi, la leggerezza con cui i maggiori giornali italiani hanno virgolettato notizie false e gravissime su quegli eventi non sono altrettanto trasparenti. Non alla grande massa dei cittadini i quali si aspetterebbero che i più importanti quotidiani italiani non solo sapessero tradurre correttamente la parola tedesca “fremden” ma comprendessero che in certi casi scrivere estraneo al posto di straniero rivoluziona completamente il senso del discorso nello spazio di una sola parola.

Esistono due opzioni possibili a giustificare una simile inadeguatezza. La prima è la superficialità solita che in Italia avvicina i grandi quotidiani a qualsiasi foglio di provincia. Si legge l’agenzia, si copia l’agenzia, si pubblica l’articolo. L’articolo è falso, domani tutti lo dimenticano e non succede nulla.

La seconda, e questa secondo me è la vera novità di questi tempi di grande crisi editoriale, riguarda le scelte utili al mercato. Il sindaco di Colonia ha detto estranei o stranieri? Non ha importanza. Quale delle due espressioni ci fa maggior gioco? Quale delle due solletica maggiormente il borbottio sordo dei nostri lettori? Quale delle due ci fa vendere una copia in più? Immigrati? Ok si pubblichi.

Alcune settimane fa a Londra mia moglie mi ha convinto ad acquistare la mia prima maglia a collo alto. È una maglia morbita, blu scuro, di cashmire, acquistata in sconto in un negozio giapponese. Il fatto è che da allora quasi non indosso altro. Mi piace moltissimo, tiene caldo ed è leggera. Sembro perfino più magro. Insomma volevo dirvelo. Buon anno.




Ho scritto che Ilaria Cucchi ha sbagliato a pubblicare le foto di uno degli indagati per la morte di suo fratello. Ho ricevuto molti commenti per quel tweet, in ogni caso la discussione in rete è vastissima ovunque.

Così questa mattina ho passato un po’ di tempo a leggere i commenti al post di Ilaria su FB trovandoci, com’era prevedibile, un po’ di tutto. Ma se solidarietà, disaccordo o consigli ad una maggior prudenza fanno parte della normale dialettica relazionale, le moltissime minacce di morte all’agente indagato contenute nei commenti sono ancora una volta la parte più rilevante e sensibile del tutto. Ogni vicinanza e solidarietà esce indebolità dalla possibilità che qualcuno minacci di morte qualcun altro in rete.

Ma lasciando perdere questa conseguenza comunicativa previdibilissima (che Ilaria Cucchi avrebbe certamente potuto immaginare) quel post è sbagliato secondo me per due ragioni. Per una ragione banalmente legale (talmente evidente che risulta chiara anche ai miei occhi di non addetto) e cioè l’affermazione che trasforma un indagato in un assassino. Ma anche, e questo lo trovo ugualmente rilevante, per la scelta di quella foto.

Le foto come sappiamo parlano. Ogni foto racconta a ciascuno di noi qualcosa. Le foto infine, mentono. Spessissimo. Mentono ma a noi non interessa. Preferiamo la decodifica immediata che ci viene offerta sul momento e che combacia con i nostri pregiudizi. E il messaggio contenuto in quella foto, il messaggio che Ilaria Cucchi condividendola ha inteso diffondere, è un messaggio chiaro. Riguarda il costume da bagno, i muscoli scolpiti, l’espressione beffarda. Nulla di tutto questo è necessariamente vero. Nulla di quella foto dimostra nulla del soggetto ritratto.

mm


Ho preso un paio di immagini dal mio profilo Instagram. Le ho scelte intenzionalmente immaginando di frugare fra le immagini di un presunto assassino. Provate a guardarle pensando di osservare il volto dell’assassino.

Dentro quelle due foto troverete certamente qualcosa, un piccolo segno o un indizio, che confermerà le vostre supposizioni.

04
Gen

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E se i caschi di VR che invaderanno il mercato nei prossimi mesi fossero una cagata pazzesca?

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Perché moltissimi quotidiani italiani hanno usato la foto di Giovanna Lazzari davanti all’albero di Natale con il pancione in bella vista per descriverne la morte? Quella foto è un’immagine intima e privata eppure da ieri è lì, nella nostra improvvisa disponibilità. Non ho idea se i familiari abbiano autorizzato la pubblicazione ma se anche fosse non è solo quello il punto.

Quella foto dice due altre cose.

Racconta intanto un vizio della nostra società: un atteggiamento che tutti in qualche maniera pratichiamo e che ha relazioni strette con l’enorme diffusione dei formati digitali. Abbiamo iniziato a mostrarci moltissimo, anche in contesti che un tempo avremmo giudicato inadatti ad una vasta diffusione. Ma più ancora abbiamo iniziato a guardare moltissimo. Il voyeurismo delle reti sociali non è un fenomeno simmetrico: alcuni mostrano, moltissimi osservano. Una percentuale modesta di persone produce contenuti, quasi tutti gli altri li consumano.
Una quota rilevante di simili contenuti è vita privata. Frugare in maniera compulsiva dentro le vite degli altri (meglio, dentro le parti di vita che gli altri hanno deciso di mostrarci) è diventata un forma di nuova normalità e, come accade a tutti i comportamenti diffusamenti accettati, si tratta di un fenomeno che gradualmente ha smesso di creare scandalo.

Ma se la disponibilità online della foto intima di Giovanna Lazzari che mostra il pancione di fronte all’albero di Natale a pochi giorni dalla sua morte è una conseguenza casuale e drammatica di un simile diffuso atteggiamento, la sua esposizione sui media è un fenomeno differente e supplementare. Spezzare l’intimità di quell’immagine per darla in pasto ai lettori è una forma di nuova volgarità. Il nostro voyeurismo digitale diventa una pratica professionale all’interno di un circuito nel quale la potenza del messaggio garantisce il conto economico. La foto di Giovanna col cappello di Babbo Natale sulla prima pagina dei quotidiani (la medaglia del peggiore va oggi al Secolo XIX) è un ennesimo segno della perdita di orientamento dei media professionali: aggiunge alla notizia quello che la notizia fino a ieri ci aveva garantito non avrebbe mostrato. Pagavamo per quello ma oggi evidentemente non basta più: ora paghiamo perché un corvo che non siamo noi faccia il lavoro del corvo per noi.