Il progetto politico di Beppe Grillo non potrà finire con il suo passo indietro di oggi, né affondare nelle esplusioni o nelle polemiche interne al Movimento Cinque Stelle. Questo non potrà accadere per la semplice ragione che il progetto politico del comico genovese, quella di una democrazia diretta mediata dalla Rete era una assurdità fin dall’inizio. Non ha funzionato, così come non funzionano mai, matematicamente, le cose che non esistono.

Lo scrivo da molti anni, fin dai tempi in cui Grillo era un semplice blogger apocalittico di successo, ai tempi in cui nessuno avrebbe potuto immaginare la nascita del M5S, il suo grande rapido successo elettorale e la sua graduale successiva parabola discendente. E non lo scrivevo allora e non lo scrivo oggi per convincimento politico personale ma per semplice, minima coscienza delle dinamiche di rete. Se ci pensate è curioso: chiunque avesse guardato un po’ a Internet con occhio curioso anche solo dieci anni fa, sapeva perfettamente che il castello ideologico di Casaleggio, basato su una sorta di misticismo digitale adattabile ad ogni contesto, era un sentiero impraticabile ovunque, anche in un Paese digiuno di esperienza di rete come l’Italia.

La banalizzazione delle dinamiche di rete che Casaleggio e Grillo hanno raccontato agli italiani come nuova frontiera della democrazia contemporanea, consente a chiunque di applicare loro il beneficio del dubbio. Erano (e sono) Casaleggio e Grillo due ingenui incolti digitali, innamorati di una idea romantica ed impossibile che ora gli sta franando addosso, o andavano considerati, fin dall’inizio, come due spregiudicati affaristi sentimentali capaci di intuire il codice di accesso alla credulità di molti utilizzando Internet come grimaldello?

Personalmente non ne ho idea, non conosco Grillo né Casaleggio al di fuori del filtro deformante delle loro apparizioni pubbliche (e ho abbastanza anni ed abbastanza esperienza di relazioni dentro e fuori la rete per sapere che non tutto può essere compreso osservando il mondo da dietro una schermo) quello che però so – da tempo – è che il grande successo che il M5S ha ottenuto in questi anni è stato alimentato da due differenti categorie di persone: gli insoddisfatti e gli entusiasti.

Mentre i primi sono una quota storica e molto volatile dell’elettorato (una quota che contro ogni apparente scapigliatura rappresenta il borbottante tratto conservatore delle “patate da divano”), i secondi sono stati la vera interessante eccezione italiana allo sviluppo digitale.

Gli entusiasti, conquistati dal racconto internettiano di Casaleggio (divulgato con grande efficacia e fantasia da Grillo), sono stati la miglior espressione della nostra arretratezza culturale di inizio secolo sui temi digitali. Dentro un Paese con un digital divide culturale fortissimo, Grillo, dall’apertura del suo blog in avanti, ha coagulato un’armata di nuovi navigatori dai grandi entusiasmi ma sovente dalle competenze digitali esilissime. Nuovi ingenui navigatori dalla maiuscola e dal punto esclamativo facile. Per tutti costoro il racconto superficiale e pressapochista su come Internet avrebbe cambiato la nostra società è stato più che sufficiente. Mentre ovunque nel mondo le società complesse indagavano con cautela e raziocinio pregi e (soprattutto) difetti di alcuni miti fondanti della rete Internet (tutte cose che verso la fine del secolo scorso si erano rapidamente mostrate nella loro grande ambivalenza) come l’impatto della rete nel rafforzamento del pluralismo, della trasparenza, le frontiere possibili della democrazia elettronica, ecc. in Italia la vulgata semplificatrice di Grillo e Casaleggio attecchiva fra gli entusiasti.

Questa è stata la traiettoria nostrana verso esperimenti di democrazia elettronica in questi primi anni del nostro essere digitali. Compresi gli ultimi, imbarazzanti, andati in onda sul blog di Grillo in questi giorni. Il castello che sorreggeva tutto quanto, un’idea che tutti gli altri nel mondo avevano già da tempo prima immaginato e poi rapidamente rifiutato, non poteva fare altra fine. Una fine che se non è ora sarà domani o dopodomani. Perché non c’è nulla di più inevitabile del nodo giunto al pettine di una mistica digitale alla quale in molti hanno creduto fino a sperimentarne direttamente l’assoluta impraticabilità. Fino alla constatazione finale che essere digitali, come forse si poteva capire già dieci anni fa, non è la soluzione ai problemi del mondo, ma è una nuova maniera di essere noi stessi. Uguali a prima, con i medesimi pregi e gli stessi difetti, con forse qualche arma in più, ma con nessun problema vecchio e nuovo che possa essere risolto con un colpo di bacchetta magica. Nemmeno se la bacchetta magica fosse anche lei digitale.



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Non è vero – ovviamente – che l’astensionismo alle elezioni regionali di ieri è un problema secondario come ha detto Matteo Renzi oggi.
È vero l’esatto contrario, l’astensionismo è stato il problema centrale ieri, specie in Emilia Romagna, e come sempre accade in questi casi le motivazioni saranno le più varie (oggi Elisabetta Gualmini ne ha messe assieme alcune molto ragionevoli ma anche molto burocratiche). Sulla loro rilevanza è perfino più difficile esprimersi, così io ora dico cosa ha significato l’astensione a casa mia ieri, visto che ieri qua abbiamo deciso di non andare a votare. Nel peggiore dei casi varrà per i tre voti nostri, questo è infatti il bello di avere un blog, ma se ne scrivo è perché sono convinto che molte altre persone da queste parti abbiano fatto il nostro stesso ragionamento.

In Emilia Romagna, parlo ovviamente solo del PD, ci sono state delle primarie deludentissime e poco frequentate. Il voto di ieri è – secondo me – anche l’estensione di quel disamore numericamente assai pesante. Prima una opacità confusionaria nella scelta dei candidati (con qualche ingombrante responsabilità romana), poi il tira molla di Richetti, poi la designazione (in pratica) di un unico nome, quello di Stefano Bonaccini, ex segretario regionale, ex bersaniano di ferro, ex tutto. Un tipico prodotto dell’apparato politicante regionale riverniciato da un renzismo con su il cartello vernice fresca. Dico unico candidato perché il suo competitor era un personaggio perfino meno attraente, Roberto Balzani ex sindaco della mia città che dopo un quinquennio di gestione forlivese disastrosa si è scoperto fustigatore dei costumi del vecchio apparato del vecchio PC poi DS poi PD poi sa il cavolo. Un apparato una volta potentissimo ed oggi sulla via della dissoluzione causa crisi e fine dei soldi. Nonostante tutto Balzani ha preso il 40% dei (pochi) voti alle Primarie, che è una maniera nemmeno tanto complicata per spiegare che Bonaccini non lo voleva proprio nessuno. Come in tutte le tenzoni politiche italiche ora Balzani, dopo aver sdegnosamente rifiutato di candidarsi, si appresta a diventare Assessore Regionale a qualcosa. O così almeno giurano i beni informati. Vedremo.

Dopo le primarie fantoccio eccoci al voto e al mistero di una regione in cui pochi mesi fa hanno votato PD 1 milione e 200 mila cittadini ed oggi solo 500 mila. Forse che questa è una regione illuminata che precorre i tempi e ha visto nella sfera la fine del renzismo? Secondo alcuni è così (molti commenti della sinistra del PD di oggi hanno un grado di comicità elevatissimo, poco fa anche Cacciari in TV ha detto che in Emilia Romagna hanno votato solo i renziani). A me sembra improbabile, mi pare anzi più facile l’esatto contrario. Questa è in fondo la ragione per i tre voti in meno di casa nostra nel pallottoliere delle elezioni di ieri. Saremo inguaribili romantici ma la nostra è stata una astensione da insufficiente renzismo (con un bel carico di delusione anche su Renzi stesso ovviamente) che riguarda la assoluta mancanza di cambiamento dell’organigramma politico regionale, la presenza di indagati (“solo” 4 ha detto Bonaccini qualche tempo fa) fra i candidati, l’inesistente autocritica (ed anzi una certa diffusa sfrontatezza da così fan tutti) nei confronti delle indagini in corso con il PD che ha oltre 40 indagati su 50 consiglieri regionali, ha speso centinaia di migliaia di euro pubblici in puttanate varie e non sembra vergognarsene troppo. La rimozione del fatto che Bonaccini durante tutto questo casino era in fondo “solo” il segretario regionale del PD ed ora è il candidato del rinnovamento.

Insufficiente renzismo insomma, nonostante Renzi e anzi anche per colpa di Renzi al quale aggiungere il collasso di un sistema di potere (fatto di cooperative, sindacati, appalti, ditte amiche ecc ecc) che con il finire dei denari è andato piano piano affievolendosi sempre più, distruggendo quella specie di rete di relazione che è stata per anni l’Emilia rossa.

“Finito champagne finito amore”, diceva un amico di una mia amica anni fa. Un po’ quello, un po’ – e secondo me soprattutto – il poco coraggio di incidere in un tessuto sociale che ormai è solo il fantasma di se stesso. Che ha bisogno di essere cambiato dalle fondamenta e non da ieri. In molti speravano in Renzi, una parte di nuovi disillusi secondo me ieri non è andato a votare perché nei candidati renziani (sono del resto tutti renziani oggi) il Renzi del poema epico proprio non l’hanno visto.


La faccenda del canone Rai è uno dei molti esempi possibili del fatto che questo Paese non solo non ce la fa (come credo sia evidente ai più) ma che, se escludiamo l’ipotesi di ripopolarlo con specie nordiche dopo l’esplosione di un ordigno al neutrino, non ce la potrà fare nemmeno in futuro. Ecco alcuni punti:

Il canone Rai è evaso da un numero ampio di cittadini. Stime del Sole24ore del 2013 dicono 44% della popolazione (in largo aumento rispetto agli anni precedenti).

Il canone Rai – come molti altri oneri a carico dei cittadini – spacca il Paese. Al sud ci sono tassi di evasione del 95%.

Il canone Rai, come è evidente da tentativi grossolani effettuati negli ultimi anni, non può più essere associato all’oggetto TV. Perchè come è nell’ordine delle cose moltissime persone oggi guardano la TV altrove (PC, tablet, smartphone, console). Trattare i terminali elettronici come fossero TV è una idiozia del secolo scorso che crea un doppio danno. Aumenta lo spettro di inapplicabilità, va a gravare su pezzi di tecnologia che dovrebbero garantire la nostra crescita culturale.

Il canone Rai è stato negli anni oggetto di contrapposizione politica con ripetuti inviti a non pagarlo da parte di partiti di governo. Il che ha due aspetti rivelatori sul populismo nostrano: il controllore non si cura di invitare alla diserzione di una norma dello Stato. Il controllore spara sui suoi stessi zebedei visto che la Rai è il suo più rilevante microfono politico.

La Rai è una azienda inefficiente, ipertrofica, con troppi dirigenti pagati troppo (leggetevi questo report di lavoce.info se volete farvi il sangue amaro). Che non esita a farsi oggetto autonomo (come quasi tutti, in un Paese perduto) e a far ricorso verso una scelta di economia aziendale decisa dall’editore. Commovente una intervista a Repubblica di qualche giorno fa di Benedetta Tobagi (membro del CDA) che avvisava la sua indisponibilità a piegarsi alle richieste del padrone. “Il padrun” diceva la povera Benedetta.

La Rai è una TV pubblica che dovrebbe funzionare con i soldi dei ciitadini e che invece scarica sui cittadini gli oneri della TV commerciale generalista. E nonostante questo offre un servizio di qualità modestissima. Continua poi ad essere dominata dalla politica. Che nomina il CDA, il Presidente, il Direttore Generale e soprattutto gli organi di controllo (Vigilanza, Agcom). Sarebbe normale per un soggetto pubblico, non lo è per un soggetto misto pubblico privato.

La Rai è una azienda che per i piccoli calcoli di bottega elimina i suoi archivi da Youtube per segnare la propria distanza ideologica da Google fregandosene degli interessi dei cittadini che la finanziano. In pratica diventa soggetto pubblico o privato a seconda delle convenienze del momento. Chissà se a Benedetta Tobagi questo piace.

Ora il governo ha intenzione di cambiare. Sono vent’anni che i governi dicono che cambieranno la Rai e faranno un passo indietro. Non è mai successo. Si inizierà dal canone, il rischio concreto è che si finisca lì. Trovare un’altra maniera per finanziare la TV di Stato è sacrosanto ed inevitabile per le ragioni di cui dicevo poco fa. I furbetti, anche in questo caso la maggioranza silenziosa di questo Paese che avvelena le falde da decenni, saranno contrari ed eccepiranno con convincenti argomentazioni. Ed il rischio che non se ne faccia nulla anche in questo caso è molto forte.

Solo che il canone Rai è già oggi fra i più bassi d’Europa e ora i rumors dicono che sarà dimezzato. E questo forse ridurrà l’iniquità ma difficilmente porterà soldi freschi.

Contemporaneamente la TV di Stato non può rimanere il giardinetto per pensionati che è ora. Cristallizzata come un eterno Festival di Sanremo che va in onda sempre uguale a tutte le ore. E questo è indipendente dal modello di business che la sostiene ma è in relazione a questioni di ben maggiore sostanza. Come ad esempio che il fatto di essere un Paese perduto. Già lo sappiamo è vero, ma non è bello che ci sia qualcuno che ogni volta che accendo la TV sia lì a ricordarmelo.



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Questa mattina dopo l’ennesima sparata pubblica di Maurizio Landini mi è uscito un tweet un po’ ruvido e (forse) discutibile sulla onnipresenza del sindacalista della FIOM nella discussione pubblica. Questo:




Non vorrei ora riprenderlo troppo, questo post vorrebbe parlare d’altro, ma sono costretto a spiegarne minimamente il senso, visto che è stato ampiamente equivocato ed ha scatenato per tutta la giornata centinaia di reazioni su Twitter. Il senso è presto detto: Landini, non diversamente da molti altri, è diventato un personaggio pubblico chiamato quotidianamente ad esprimersi su qualsiasi tema, da quelli sindacali di sua competenza a temi ben più ampi e complessi come la politica del lavoro, i modelli di welfare, le tendenze macroeconomiche mondiali e via dicendo. Le sue competenze in materie sono modeste oppure simili a quelle di chiunque altro se ne occupi superficialmente (il suo costante argomentare per slogan in ogni contesto TV mi pare stiano lì a testimoniarlo), eppure questo sembra non essere un problema per nessuno. La sua biografia e la sua storia professionale in tutto questo secondo me hanno un ruolo. La responsabilità di tutto questo è duplice: da un lato di un sistema di notorietà televisiva malato che produce campioni mediatici a getto continuo anche fuori dai meccanismi di rappresentanza (ectoplasmi materializzati improvvisamente come la Polverini, strani imprenditori, polemisti professionisti) dall’altro dalla incapacità dei prescelti a sottrarsi alla morsa della centralità acquisita. Una centralità quasi mai basata sulla qualità del contributo offerto ma su altre variabili meno nobili (Landini per esempio funziona molto in TV perché urla parecchio, lancia slogan apodittici e si esprime con ardore su qualsiasi cosa). Questo il senso del tweet. Poi, a margine, c’è il tema della rappresentanza. Nessuno si chiede chi rappresenti Landini (o Camusso o Angeletti) quando va tutte le sere in TV. In nome di chi parla? Dei metalmeccanici? Quasi mai, almeno fino a quando la Fiom non sarà un partito e li manderà in Parlamento. Dei lavoratori in genere? Nemmeno. I sindacalisti in TV sono una sorta di specie biologica strana che parla di tutto, dice la sua su tutto, ma lo fa per diritto divino in nome di nessuno. Sono la versione laica del Cardinal Bagnasco. In realtà il sindacato ha costruito negli anni (con la complicità della politica) un centro di potere a sé stante e come tale riceve una specie di diritto di presenza mediatica da tutti riconosciuto.

Ora a veniamo ai commenti.


Terza Media.




Moltissimi commenti hanno sottolineato l’inopportunità di usare il titolo di studio come bussola. Io ho la terza media, e allora? mi hanno scritto alcuni. Un tweet classista hanno scritto in molti. Cazzate. Io non ho mai pensato che il titolo di studio abbia un valore in sé, conosco fior di imbecilli (anche su Twitter) con lauree master e specializzazioni le più varie. Penso semplicemente che quando ci scegliamo qualcuno che ci rappresenti dovremmo scegliere qualcuno migliore di noi e non uguale a noi. Nel caso di Landini penso che il suo titolo di studio e la sua biografia abbiano un valore rilevante appena il suo argomentare esce fuori dagli ambiti di sua stretta competenza. Cioè quasi sempre. Vale solo per Landini? Ovviamente no. Vale anche per i politici che eleggiamo. In questo ultimo caso però è colpa nostra.



Gli altri invece




Moltissimi hooligans mi hanno apostrofato dicendo “Ah beh perché invece Monti/Fornero e la grande legione di laureati che ci hanno governato negli ultimi anni, quelli sono andati bene? Questo è un automatismo dei peggiori: quando si critica qualcuno la risposta è sempre e gli altri invece?. Banalmente, se Landini non sa di cosa parla il fatto che quelli prima di lui non lo sapessero allo stesso modo nonostante il prestigioso curriculum non è che incoroni Landini economista di turno. Né con Landini né con Fornero, insomma.


Renziano

Siccome il nemico va in qualche misura riconosciuto, se io critico Landini sono automaticamente renziano.


Stronzo




Mi sono beccato offese (tutto sommato modeste) a bizzeffe. Ci sta. Il tweet migliore è questo di un giornalista del quotidiano piemontese (o almeno così scrive nella sua bio) che aveva capito tutto fin dall’inizio. E per carità complimenti a lui.

Le dinamiche di branco che riguardano simili episodi su Twitter sono come dicevo interessanti, hanno qualcosa di biologico che andrebbe studiato meglio. Il signor Salvatico che mi comunica di aver capito quanto io sia stronzo fin da subito mi ha ricordato una cosa di qualche giorno fa scritta da una mia conoscente che si occupa di social media:


quelli che gli fa cagare il tuo prodotto e stanno tutto il giorno sulla tua pagina facebook a ricordartelo. Capisco fossimo un servizio pubblico fondamentale, ma sono cazzo di vestiti da donna, ma non hai niente niente di meglio da fare che venirmi a dire che non ti piacciono?



La risposta è che spesso forse avrebbero anche di meglio da fare. Ma per qualche ragione preferiscono così.

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Nella algida perfezione novecentesca dello studio di Silvio Berlusconi (giù visto altre volte ma mai così estesamente, in una foto messa su Twitter oggi) ci sono moltissime cose affascinanti. La scrivania, intanto, immensa, fuori misura, bianca come una balena, capace di creare un senso di distanza nei confronti di chiunque abbia la sventura di sedersi dall’altra parte. Poi la lunga lista di oggetti del secolo scorso, un’iconografia per me del tutto familiare ma respingente nei confronti di ogni giovane generazione. Oggetti ovunque, inevitabilmente ammuffiti. Segni di una ricchezza che nemmeno lei si è salvata dal tempo: il portapenne d’argento (un oggetto antitemporale condannato dall’ossidazione del metallo che presto o tardi arriverà), il telefono da commendatore col filo a spirale, il poggiacarte in pelle. Le lampade monumentali di Vico Magistretti, il capitello antico in travertino (o una copia di, visto che Berlusconi spesso ha affermato di tenere tele preziose in cassaforte sostituendole con copie). Ma anche la Coppa Intercontinentale, un vistoso pannello portafoto figlio di un senso estetico alla continua ricerca di rassicurazioni. Poi un tripudio di cornici d’argento (le cornici d’argento hanno un ruolo epocale nell’Italia del dopoguerra, erano merce di scambio fra cresime e matrimoni, le loro dimensioni ed il loro spessore erano il segno di agiatezza e complicità tribale). Infine i libri, che nel caso di Berlusconi non sono nemmeno libri. Ma più facilmente dispense, enciclopedie, da intonare al colore della libreria, in un total white al quale ci hanno abituato certe composizioni da mensile patinato. Non ci sono tracce di vita vissuta in questa foto gigantesca: se si eccettua una scatola di fazzolettini entrata per errore nell’inquadratura e forse il tablet dell’intervistatore. C’è invece rappresentato con grande potenza il mondo televisivo e finto che associamo da sempre a Silvio Berlusconi.


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La scenografia, se osservata attentamente, mostra i segni delle impalcature che la sorreggono: come le preziose vecchie edizioni bianche e rosse della Nuova Universale di Einaudi che qualcuno ha seminato per per la scrivania. Volumi casuali, incompatibili col proprietario ma messi lì come fossero ancora caldi di consultazione. Tutto è finto in questa foto e in questo risiede il suo fascino formidabile da gondola a Las Vegas. Eppure in milioni gli hanno creduto, si sono fidati del senso estetico di quest’uomo. Affascinati dal portacenere dorato, dal kitsch imperante scambiato per eleganza, dai piccoli bellissimi volumi rilegati distrattamente appoggiati qua e là. Una perturbazione intenzionale ed improbabile in un mondo di sola plastica che non era poi troppo difficile da riconoscere.

19
nov

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Visto che ci sono sbattuto addosso stamattina e che colpevolmente non me ne ricordavo, faccio una brevissima integrazione alla mia dotta recensione al film di Christopher Nolan. È tratta dall’ultima intervista a Roberto Bolano prima della sua morte nel 2003:


D: Cos’è per lei la patria?

R: Mi spiace dare una risposta molto pacchiana. La mia unica patria sono i miei due figli, Lautaro e Alexandra.