Contrappunti su Punto Informatico di lunedì.

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La norma europea è chiara e limpida. Nessun Paese può applicare una riduzione dell’IVA per servizi forniti per via elettronica. Difficile sostenere che un ebook non sia un servizio né che non sia fornito per via elettronica. Così, com’è nell’ordine delle cose, la Corte di Giustizia Europea nei giorni scorsi ha ribadito che Francia e Lussemburgo non possono applicare una tassazione ridotta sui libri elettronici, come hanno deciso di fare, unilateralmente, dal 2012.

È evidente che esiste una sola strada per opporsi ad un codice che prevede una tassazione differente per un libro in formato elettronico rispetto ad uno in formato cartaceo. E quella strada è cambiare la legge.

Fino ad oggi però quella direttiva l’Unione Europea non l’ha cambiata. Quanto alle ragioni di un simile strappo da parte dei due Paesi francofoni si possono fare solo ipotesi: il Lussemburgo è la sede fiscale di Amazon, il più grande distributore di libri elettronici mondiale, la Francia è la Francia, un Paese che storicamente ha sempre faticato a farsi imporre lezioni dagli altri.

E l’Italia? In tutto questo l’Italia cosa c’entra? Il nostro Paese alcuni mesi fa ha deciso di seguire il percorso scapigliato di Francia e Lussemburgo riducendo l’Iva sugli ebook a partire dal gennaio 2015 e aprendo il fianco a procedure di infrazione analoghe. (altro…)

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(su Eraclito)

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Oggi su Amazon superofferta de La Vista in formato ebook a 1,49 euro. La prossima settimana vi pago io per leggerlo.

A me Justin Peters sta simpatico. Abbiamo anche fatto un panel assieme qualche anno fa al Festival del Giornalismo di Perugia. E proprio perché mi sta simpatico dirò che questo articolo che ha scritto per Slate e che Il Post ha tradotto è pieno di considerazioni che non condivido.


Considerate questo: per decenni, quando i giornali di carta e le televisioni monopolizzavano l’informazione, la “rilevanza di una notizia” era decisa in un processo dall’alto verso il basso, da direttori e giornalisti che erano solo in minima parte tenuti a rispondere alle persone per le quali lavoravano. I lettori potevano scrivere lettere ai direttori, e potevano offrire spunti per delle storie, ma il loro coinvolgimento nel processo dell’informazione si fermava qui. I giornalisti scrivevano le notizie, i lettori le leggevano. E se al lettore non piaceva la notizia che gli era stata raccontata, beh, cavoli suoi, perché il lettore aveva bisogno del giornale più di quanto il giornale avesse bisogno del singolo lettore. La disaggregazione delle notizie al tempo di internet ha rovesciato questa relazione e ha reso i giornali ipersensibili agli interessi dei lettori. Questo è uno sviluppo positivo. È un bene che i media raccontino storie che interessano i lettori e che i lettori vogliano leggere. È un bene che i giornali siano connessi con la community dei lettori. Se sei il principale giornale di internet – una cosa a cui siti come BuzzFeed, Huffington Post e Slate puntano – allora faresti meglio a prendere nota degli interessi e delle priorità dei tuoi lettori. Se non lo fai, allora gli affari andranno male, perché – sorpresa! – in un mondo in cui la scelta delle news è illimitata, hai più bisogno tu del lettore che lui di te.


Il punto per me è molto semplice. I giornali – se vogliono sopravvivere – dovranno fare in modo che il lettore abbia bisogno di loro e per farlo dovranno scovare storie interessanti da raccontare. Ovviamente i lettori correranno a frotte su Buzzfeed a seguire le avvincenti vicende dei lama sull’autostrada o del vestito bicolore che tanto hanno appassionato Internet nei giorni scorsi ma se il ruolo dei siti informativi deve essere quello di seguire le priorità dei lettori allora è piuttosto evidente che i giornali stessi rinunceranno ad ogni aspirazione che non sia quella delle pagine viste.


Quando lavoravo alla Columbia Journalism Review, discussi a lungo della “ruota del criceto”: la paura che l’evoluzione digitale delle news avrebbe portato il giornalismo a passare le giornate a produrre contenuti rapidi e inutili, a discapito di materiale più ragionato. Di sicuro è una cosa brutta quando un sito di news si adegua alla viralità e sacrifica completamente la sostanza per le fesserie. Ma pochi giornali importanti lo fanno davvero. BuzzFeed, Slate, l’Atlantic, Huffington Post, Gawker, e altri siti importanti hanno tutti trovato il modo di bilanciare le cose sceme con la sostanza, parlando del vestito e dei lama mentre si occupano delle vere notizie. La presenza di una cosa non impedisce quella dell’altra. Al contrario, il traffico ottenuto dalle storie sceme aiuta a sostenere e rendere possibili le altre.


Sono convinto che anche nei contesti migliori come quelli citati, nel medio periodo non potrà esistere bilanciamento fra articoli attira-lettori ed altri contenuti “intelligenti” da offrire agli amanti dei lama occasionalmente finiti sul nostro sito. I primi contenuti – se il modello di business non cambierà – sono destinati a vincere a mani basse senza lasciare spazio ad altro. Una rapidissima analisi dei siti web informativi italiani (dove l’etica giornalistica è stata da subito rapidamente accantonata a colpi di tette e culi) è per una volta forse idonea a riconoscere alcune tendenze al ribasso. Le pagine web dei nostri grandi quotidiani hanno svenduto immediatamente – chi più chi meno – buona parte del loro decoro in nome della real politik dei click facili. Altri eroicamente resistono (NYT, Guardian, Le Monde…). Buzzfeed e soci lo stanno facendo con molta maggior inventiva e classe (riuscendo perfino a fare milioni di click con Obama che si presta a sciocchi siparietti) ma la tendenza mi pare la medesima. Fare un giornale inseguendo ciò che i lettori desiderano sarà un po’ come trasformare i quotidiani nella timeline di Facebook. Con una differenza rilevante: gli amici che ti suggeriranno le notizie saranno spesso i fessi che desideravi tanto tenere alla larga.


Gian Luigi Gigli (Per l’Italia-Cd),
Simonetta Rubinato (Pd),
Anna Ascani (Pd),
Gianluca Benamati (Pd),
Paola Binetti (Area Popolare),
Enrico Borghi (Pd),
Rocco Buttiglione (Area Popolare),
Raffaele Calabrò (Area Popolare),
Daniela Cardinale (Pd),
Ezio Casati (Pd),
Diego Crivellari (Pd),
Giuseppe De Mita (Area Popolare),
Vittoria D’Incecco (Pd),
Giovanni Falcone (Scelta Civica),
Federico Fauttilli (Per l’Italia-Cd),
Giuseppe Fioroni (Pd),
Daniela Gasparini (Pd),
Federico Ginato (Pd),
Tommaso Ginoble (Pd),
Gero Grassi (Pd),
Maria Tindara Gullo (Pd),
Vanna Iori (Pd),
Simona Malpezzi (Pd),
Mario Marazziti (Per l’Italia-Cd),
Rudi Marguerettaz (Val d’Aosta),
Flavia Piccoli Nardelli (Pd),
Michele Nicoletti (Pd),
Edoardo Patriarca (Pd),
Teresa Piccione (Pd),
Francesco Priona (Pd),
Ernesto Preziosi (Pd),
Matteo Richetti (Pd),
Paolo Rossi (Pd),
Alessia Rotta (Pd),
Giovanni Sanga (Pd),
Francesco Sanna (Pd),
Milena Santerini (Per l’Italia-Cd),
Mario Sberna (Per l’Italia-Cd),
Daniela Sbrollini (Pd),
Gian Piero Scanu (Pd),
Mino Taricco (Pd),
Guglielmo Vaccaro (Pd),
Simone Valiante (Pd),
Raffaello Vignali (Area Popolare).

(link)


update; l’on Anna Ascani giovane parlamentare del PD che compare in questo elenco, su Twitter mi ha fatto notare che 1) questa che ho pubblicato sarebbe una lista di proscrizione 2) il link alla lettera di Avvenire è “nascosto” 3) io non ho letto l’articolo. Più un altro paio di cose simpatiche in privato che qui non cito perché sono un gentiluomo.


Jamie Ottomanelli, è il personaggio del libro al quale ho pensato tutto quell’inverno. In realtà non ci ho pensato e basta, ci ho lavorato; il guaio è che non mi è rimasto niente. Oggi, che sempre più spesso scriviamo, e addirittura leggiamo, a video e sempre meno su carta, ho un’ottima ragione per preferire la seconda: uso il computer da più di vent’anni, e tutto quello che ho scritto a mano ce l’ho ancora – per esempio i quaderni da cui ricavo il contenuto di questo resoconto –, mentre tutto, ma proprio tutto quello che ho scritto direttamente a video è sparito. Ho fatto, come mi supplicavano, ogni sorta di backup, e di backup dei backup, ma è sopravvissuto soltanto quello che è stato stampato su carta. Il resto era su dischetti, chiavette, hard disk esterni, considerati molto più sicuri ma diventati obsoleti l’uno dopo l’altro, e ormai inutilizzabili come le audiocassette di quand’eravamo giovani. In poche parole: nelle viscere di un computer da molto tempo defunto, c’è l’abbozzo di un romanzo che potrebbe servire per integrare i miei quaderni, se lo ritrovassi.



Emmanuel Carrère, Il Regno.



Si è discusso un po’ in questi giorni della faccenda dei ragazzini dell’accademia di Santa Cecilia che suonano nella bolgia e nel disinteresse generale alla convention del PD sulla buona scuola e della lettera di proteste al Corriere del padre di uno di loro. È una questione interessante da molti punti di vista, oggi ne parla anche Christian Raimo (ciao Christian!) con la sua solita verve antirenziana.

Dico due cose perché mi va.

Prima cosa.

Si tratta di un episodio piccolo ma grave e soprattutto molto sintomatico. Senza grandi giri di parole il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto scusarsi personalmente. Bastavano tre righe, anche Twitter sarebbe andato bene.

Seconda cosa.

La gente che si occupa di scuola non sa scrivere. Simona Flavia Malpezzi, la parlamentare del PD che si è intestata la lettera di scuse ai giovani musicisti ha – se possibile – peggiorato tutto con un lungo post sul suo blog su Huffington Post. Quattro righe di scuse (non si sa bene a nome di chi visto che “noi della buona scuola” è un soggetto dai profili indefiniti, noi chi? Lei, il Ministro? Renzi?). Quel messaggio è stato postato in un luogo personale e abbastanza remoto, ed è stato seguito da altri 5000 caratteri di imbarazzante propaganda in un italiano deprecabile. Malpezzi è una parlamentare ed è – leggo – una insegnante di italiano, oltre che un essere umano compreso nel misterioso sottoinsieme “noi della buona scuola”: la sua lettera “ci” autorizza a pensare (“ci” nel senso di noi del #cattivoitaliano) che quel testo non sia tanto differente da certi editti ministeriali “disonesti” come quello descritto qualche tempo fa su Internazionale da Claudio Giunta. La lingua disonesta non è solo quella burocratica del Ministero ma anche quella della cattiva politica che incolla il proprio marketing ovunque.

E di nuovo il gesto linguistico di Malpezzi è piccolo solo apparentemente. Il post di scuse usato come scusa per la propaganda politica è simmetrico al disinteresse raccontato dal breve video in cui i giovani musicisti suonano mentre nessuno al PD li ascolta. Ne è il perfetto compimento.

Sei andato in un luogo dove avresti dovuto fare una cosa e ne hai fatta un’altra. Una volta può succedere, se riaccade io inizio a preoccuparmi

La domanda è semplice: perché i talk show italiani sono pieni di maleducati che si offendono? Una volta erano un’eccezione, l’eccentrico un po’ sboccato tollerato da tutti che ravvivava le parti noiose del dibattito. Oggi in ogni talk show televisivo su ogni rete i polemisti sono i veri protagonisti, spesso messi ad arte uno contro l’altro dagli autori del programma.

Fra costoro i maleducati intelligenti praticamente non esistono. Che siano giornalisti, critici d’arte, sindacalisti, parlamentari improbabili, starlet decadute, sono accomunati da due cose: una ampia notorietà popolare faticosamente guadagnata a colpi di invettive ed un’altrettanto ampia ed indiscutibile cialtroneria. Nessuno di costoro potrebbe sopravvivere dentro una discussione argomentata nella quale, civilmente, persone con idee differenti esprimano le proprie opinioni. Non avendo opinioni (o avendone di banalissime) l’unico territorio di confronto che possono esibire è l’urlo belluino o la battutina canzonatoria. Così i provocatori da prime time sono in genere giornalisti mediocri, esperti d’arte da settimanale femminile, politici pappagallo senza talento, star tv con la testa da sempre semivuota.

Ieri sera, mentre Vittorio Sgarbi annunciava a Le Invasioni, con molta calma e senza nemmeno bisogno di trovare una scusa, che a lui Alfano “gli fa schifo fisicamente“, ultimo esempio in ordine di tempo di una maleducazione diffusa che ormai ha travolto tutti (compreso Otto e Mezzo che fino ad un po’ di tempo fa era l’unico programma con minime aspirazioni ad un decoro minimo e che invece ora sfodera Scanzi ogni sera ad offendere chiuque gli passi sotto tiro mentre Gruber ridacchia soddisfatta), pensavo: ma come mai ci siamo ridotti così? Perché tutti ridono e nessuno si indigna sul serio?

Programmi che mediamente quasi nessuno segue (i numeri dei talk show italiani sono in costante peggioramento da tempo) aumentano scientificamente di mese in mese la dose di cialtronaggine proposta ai propri clienti: nella speranza di cosa? Di vendere più pubblicità aumentando il sangue versato nell’arena? Qualcuno di voi ha guardato la faccia di Tahar Ben Jelloun qualche sera fa invitato a discutere di ISIS insieme a Daniela Santanché (!) e Andrea Scanzi (!) che hanno passato la puntata ad insultarsi a vicenda? A quando le sediate in faccia fra esperti del nulla con il conduttore che minaccia flebilmente una censura che non arriva mai?

Il giorno successivo i siparietti deprimenti di Caio che sputa in faccia a Tizio riempiono gli streaming dei siti web editoriali (completezza dell’informazione) e già alle nove del mattino chiunque di noi può navigare velocemente attraverso le risse TV della sera prima (sempre uguali e sempre diverse, stessi protagonisti, medesime scenette fatte apposta per farci vergognare di loro). L’illusione è ovviamente che un simile voyeurismo da incidente in autostrada riempia le tasche di tutti con buona pace di qualsiasi aspirazione (il giornalismo! l’informazione! la democrazia!) che non sia quella di vincere a quasiasi costo la battaglia per l’attenzione degli spettatori.

Eppure basterebbe poco per avvicinarsi a quanto accade in paesi meno deprimenti del nostro: offendi qualcuno in TV? Sei fuori per sempre, non verrai invitato più in nessun programma da nessuna rete: questioni elementari di rispetto. La scelta italiana va in direzione opposta: ci serve un MALEDUCATO, non importa che non sappia niente di niente e che ripeta da anni la solita scenetta. Ci serve un lama che sputi forte e che sputi lontano. Se gli schizzi non arrivano minimo nel tinello di Voghera dovremo inventarci qualcosa d’altro.