Sommessamente – di giornalisti e intellettuali che avevano capito cosa stava succedendo ce ne sono eccome. Ci hanno provato, a spiegare la pancia bianca, delusa e spaventata degli stati operai, e perfino qualche sondaggista aveva avanzato l’idea che siamo entrati in un’era non misurabile perché persone di cultura dominante altrimenti assenti dalla politica sono inconoscibili al momento del voto. Sembra una vendetta nel segreto dell’urna, contro Obama, contro i diritti omosessuali, contro le donne e contro la nuova visibilità digitale delle lotte delle minoranze e dei più fragili (come gli immigrati). Ecco, a questo invece non avevo mai pensato prima, che mentre noi davamo il benvenuto a nuove dignità e libertà, qualcuno potesse sentirsi così minacciato nelle proprie (o forse anche terrorizzato dalla vastità delle proprie) da preferire le certezze medievali di un fascista.



Marina Petrillo su FB.

La frase di Oscar Farinetti pronunciata alla Leopolda sulla necessità (per i renziani) di “ritornare ad essere simpatici” è una frase per nulla banale. Inconsapevolmente autolesionista, forse, come buona parte delle frasi ad effetto che suonano bene di cui Farinetti è campione mondiale, ma non banale.

Ho pazientemente riascoltato per intero l’intervento del fondatore di Eataly e va detto che qualle frase è preceduta, alcuni minuti prima, da una premessa che in qualche modo la spiega. Quando Farinetti dice che da una parte ci sono i fatti (i fatti sono, secondo lui, inoppugnabili e a favore del Sì al Referendum costituzionale) e dall’altra il racconto dei fatti (quello che Farinetti chiama “lo storytelling”).

La necessità di “ritornare ad essere simpatici” fa insomma parte non dei fatti ma della maniera in cui li si racconta. E qui nascono i problemi.

Come è noto essere simpatici non è da tutti. È un po’ come essere alti -scherzavo oggi su Twitter. Simpatico o lo sei oppure no (con varie sfumature nel mezzo). Quindi, nella logica stringente di Farinetti, ritornare ad essere simpatici significa ritornare a raccontare di essere simpatici. Che evidentemente è molto diverso dall’esserlo.

Questa forma di adulterazione del messaggio ha ormai definitivamente superato ogni imbarazzo.

Raccontare la simpatia è una forma di packaging dei Ferrero Rocher. Un esercizio di abilità. Un elenco di trucchietti che rendono simpatici anche gli antipatici e che vengono affidati ad esperti che sanno come fare. Quella di Farinetti è insomma una delle molte varianti di uno dei messaggi politici più usuali degli ultimi anni: quando si racconta il proprio fallimento dichiarando “abbiamo fatto molto ma lo abbiamo comunicato male”. Dentro una bolla del genere i fatti, l’interno dei Ferrero Rocher – in questo caso la riforma costituzionale – sembrano avere un valore secondario.

La comunicazione politica si occupa dell’involucro. Ma se il racconto, abusata ogni altra iperbole, si allarga fino ai sentimenti, allora immaginare di tornare ad essere simpatici diventerà complicato. Ancora prima sarà un po’ patetico, perché servirà a sottolineare, per la milionesima volta, la distanza abissale fra occuparsi delle cose (che in genere si raccontano da sole) o del racconto delle cose. Che in genere diventa tanto più ampio, raffinato e fondamentale quanto più le cose non sono successe.

Il simbolo più lucido a nostra disposizione è una partecipazione TV di Giulio Andreotti ad un programma per famiglie della domenica pomeriggio nel 2008. Quella volta in cui Paola Perego chiese ad un Andreotti ottantanovenne qualcosa sui bambini e il navigato politico democristiano se ne rimase li immobile, incassato nella sua poltroncina, a osservare il soffito degli studi di Canale 5. Pochi secondi dopo qualcuno frettolosamente mandò la pubblicità.
Quella scena era la sintesi perfetta di molte cose assieme: del disperato desiderio di rimanere al centro della scena di chi è stato potente e riverito ma anche – ben più importante – della miseria intellettuale dei media che utilizzano punti di riferimento sempre uguali per decenni, fino al momento del loro inevitabile coccolone.

Qualcosa del genere è andato in onda ieri sera a OttoeMezzo dove uno spaesato Eugenio Scalfari ha mostrato in pochi minuti l’intero campionario neurologico dell’invecchiamento (dalla perdita dei freni inibitori, ai toni assertivi, alle divagazioni fuori dal contesto spazio temporale). Nulla di tutto questo è piacevole da vedere e nulla del genere dovrebbe accadere in una società evoluta che sappia tutelare la dignità di tutti. Mi domandavo ieri sera se non esista qualcuno vicino a Scalfari che possa consigliarlo per il meglio ed allontanarlo dolcemente dal tranello italiano per cui i talenti precedenti, da tutti riconosciuti (il fondatore di Repubblica, il grande oncologo, l’intellettuale raffinato), debbano essere considerati beni senza scadenza che solo la morte un giorno allontanerà.

Perfino Alessandro di Battista – di cui personalmente disistimo da sempre i modi arroganti e la pochezza del ragionamento – ha mostrato ieri sera il meglio di sé, rimanendosene in silenzio con lo sguardo contrito e le mani in grembo di fronte a Scalfari che gli proponeva domande assurde. Solo quando infine il fondatore di Repubblica gli ha chiesto perché non avesse votato per Berlinguer il grillino – devo dire opportunamente – ha replicato “perché è morto”.

Dell’ego strabordante dei nostri novantenni di talento dovrebbero occuparsi i loro cari: molto più importante sarebbe che la TV ed i giornali si occupassero di individuare e mostrarci nuove intelligenze. Questo avviene pochissimo: vanno molto di moda gli anziani prestigiosi intellettuali degli anni 60-70 del secolo scorso e i modesti urlatori contemporanei della TV, della politica e del giornalismo. il mix fra grandi cervelli di una volta e senza cervello di oggi rende la Tv interessante come quel puntino nel soffitto in alto che quella volta Andreotti osservava assorto. Giulio guardava il puntino: nel frattempo qualche milione di italiani osservava in diretta TV il racconto della sua avvenuta decadenza.

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Ieri ha avuto molta eco su Internet e fuori il post su Facebook di Enza Blundo, senatrice M5S che nel commentare a caldo l’ultima scossa di terremoto in Umbria ha riproposto una famosa bufala internettiana. Il post, come accade spesso in questi casi, è stato più volte modificato (cercando di salvare il salvabile una volta che Blundo si è resa conto delle reazioni scatenate) e poi seguito, dopo molte ore, quando la notizia era ormai arrivata anche sui TG, da un breve (apprezzabile) post di scuse.

Due secondo me gli aspetti interessanti della vicenda.

Il primo: l’indignazione online scatanata da quelle poche frasi non prevede retrofront, specie se l’autore ha una qualche posizione consolidata. Di qualsiasi comportamento si tratti il tribunale della rete (come lo definì tempo fa Andrea Marcolongo in un tweet che non ho dimenticato) prevede che tutti siano e restino colpevoli. Se si cancella il post si è doppiamente colpevoli, se lo si modifica attenuandone il senso si è doppiamente colpevoli, se infine ci si scusa si è doppiamente colpevoli (perché lo si è fatto troppo tardi, con le parole sbagliate, con supponenza, ecc).

Il secondo aspetto riguarda la contiguità fra i rappresentati del M5S e la riproposizione di bufale online. In questa relazione concorrono più fattori anche se uno vince su tutti.

Molti deputati e senatori del M5S sono spesso culturalmente non all’altezza della complessità del proprio compito. Ovviamente non si tratta di un’esclusiva del Movimento: accade sovente anche altrove in Parlamento ma mai mi pare con simile frequenza. Lo sono secondo i criteri che normalmente utilizziamo per definire la cultura (scolarità, esperienza professionale, capacità dialettiche ecc.) e lo sono anche, banalmente, per le modalità casuali ed ideologiche con le quali sono stati selezionati. Quell’idea di Casaleggio per cui nella genesi della rappresentanza digitale uno valesse uno, non solo fra gli elettori ma anche fra gli eletti, in un’intercambiabilità di ruoli che, per lo meno nelle posizioni di vertice, ha l’effetto non trascurabile di selezionare verso il basso i propri rappresentanti.

Ma a parte questo la vicinanza dei rappresentanti M5S con le bufale online ha una ragione ancora più solida di cui spesso tendiamo a dimenticarci: le bufale su Internet, la passione per la dietrologia, l’indifferenza ad ogni ragionevole rettifica, fanno parte del modello comunicativo del blog di Beppe Grillo fin dalla sua nascita e forse del format teatrale del comico anche da prima. È come se una simile tendenza a “spararle grosse” nata magari come modello di business legato alla scrittura di testi comici sia poi tracimata anche in rete nel modo tipico di affrontare i problemi di Grillo prima e dei suoi seguaci e rappresentanti poi.

I parlamentari grillini sparano stupidaggini in rete molto più dei loro corrispettivi degli altri partiti non solo per via delle modalità con cui sono stati selezionati ma anche perché quella forma di comunicazione ad effetto, dietrologica, parascientifica, antisistema, fa parte del DNA del Movimento e proviene direttamente dal suo fondatore. Resta da chiedersi se una simile caratteristica, applicata alla politica italiana, sia un bug evidenziato dal tempo o una feature a suo tempo pianificata a tavolino.

30
Ott

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Mi ha molto colpito il fallimento della manifestazione del PD a Piazza del Popolo ieri. Poche migliaia di persone faticosamente radunate da tutta Italia attraverso la vasta rete organizzativa per primo partito italiano (con voci di facilitazioni per i partecipanti tipo Freccia Rossa e pulmann gratis). E poi riprese televisive parziali o dal basso, con bandiere da sventolare (che riducono la profondità della scena) offerte gratuitamente ai partecipanti: il tentativo insomma di ricreare un palcoscenico televisivo che celi la piazza mezza vuota, con quella quota di adulterazione che la Tv solitamente offre.

Le ragioni per cui il primo partito italiano riesca a portare a Roma solo una manciata dei suoi militanti più attivi sono misteriose e interessanti. In parte dipendono certamente da una più generale disaffezione alle manifestazioni di piazza che riguarda tutti. Per esempio M5S aveva riempito quella medesima piazza di Roma nel 2013 e la aveva lasciata mezza vuota qualche mese fa.

Poi ci sono le motivazioni interne al partito. Vale il fatto che la base del PD sia diviso sul Referendum Costituzionale? E che forse lo sia alla periferia molto più di quanto non sembri in direzione? Non ne ho idea. La mia bolla Internet (fatta in gran parte di contatti vicini al centro sinistra) registra una supremazia netta del NO ma per esperienza so (fin dai tempi della celebre discesa in politica di Ivan Scalfarotto molti anni fa) che non esiste lente più distorta di quella dei propri contatti Internet per disegnare lo scenario generale.

Oppure conta il tema, quella riforma costituzionale che alla fine risulta per molti elettori assai meno interessante della contrapposizione Renzi sì Renzi no? Sarebbe cambiato qualcosa se i temi della manifestazione di piazza fossero stati differenti?

Molte domande, nessuna risposta.


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Il 4 agosto 2016 al largo delle Isole Eolie c’è stata una scossa di terremoto di magnitudo 3.6

Il 21 settembre 2016 nel mar Tirreno fra Calabria e Sicilia c’è stata una scossa di magnitudo 3.2

Il 28 ottobre 2016 in mare fra Napoli e Palermo c’è stata una scossa di magitudo 5.7.

Tutti questi recenti eventi sismici sono avvenuti nei pressi di Marsili, il più grande vulcano sottomarino attivo del Mediterraneo.


Scoperto negli anni venti del XX secolo e battezzato in onore dello scienziato italiano Luigi Ferdinando Marsili, questo vulcano sottomarino è stato studiato a partire dal 2005 nell’ambito di progetti strategici del CNR[3] per mezzo di un sistema multibeam[4] e di reti integrate di monitoraggio per osservazioni oceaniche[5]. Con i suoi 70 km di lunghezza e 30 km di larghezza (pari a 2100 chilometri quadrati di superficie) il Marsili rappresenta uno dei vulcani più estesi d’Europa[1]. Il monte si eleva per circa 3000 metri dal fondo marino, raggiungendo con la sommità la quota di circa 450 metri al di sotto della superficie del mar Tirreno[1].



Domanda: esiste un piano di evacuazione Tsunami per il basso tirreno? E se no, dovremmo averlo?


update: La Protezione Civile Calabria dice che il recente terremoto non c’entra con Marsili.

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L’Unità di oggi, con la leggerezza che la contraddistingue, titola che il referendum del M5S sul non statuto è stato un flop totale. Si tratta di una bugia, ovviamente, pura partigianeria politica in forma di giornale. Secondo i dati diffusi da Beppe Grillo oltre 87mila persone hanno votato via web. Tutto il resto è assai meno importante. Chi legge questo blog sa quale sia il mio giudizio sul Movimento Cinque Stelle e sui suoi leader. Non starò qui a ripeterlo per la milionesima volta. Il mio punto di vista nel frattempo non è cambiato. Detto questo quasi 90mila persone che si esprimono via web sono comunque

1 il più vasto esperimento di democrazia (fra virgolette) elettronica di questo Paese

2 una bella notizia per la politica partecipata dai cittadini.


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Apple stasera ha presentato solo i Macbook pro.

La touch bar è carina, ok.

I nuovi pro per il resto sono normali.

Il Macbook non pro è rimasto al suo prezzo folle.

L’unico portatile Apple sotto i 1000 euro è uscito di produzione.

Conclusioni: pessimismo e delusione (pessimismo per la scarsa attenzione agli iMac. Delusione per una politica dei prezzi sconsiderata).


Nella foto post terremoto un solo palazzo è rimasto in piedi. Di quel centro storico medioevale è avanzato solo un parallelepipedo moderno. Un palazzo forse brutto, rosso, uno dei mille esempi del gusto architettonico italiano dell’ultimo mezzo secolo. Quella casa rossa diventa comunque un simbolo: ci dice del vecchio e del nuovo, indica il faticoso passaggio verso una modernità che sappia osare. Racconta – volendo – anche l’inutile fierezza dell’eroe in battaglia se tutti quanti attorno nel frattempo sono morti.

Il tragitto metaforico però non è concluso. Passano alcuni mesi, la casa rossa nel frattempo è ancora lì, transennata nella sua altera solitudine. Una sera di pioggia e grandine ecco un’altra terribile scossa: a quel punto anche lei cade. Torna alla casa del padre. A noi resta nulla da dire oppure moltissimo.