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È piuttosto istruttivo l’articolo che Gianni Barbacetto ha dedicato a Giacomo Biraghi sul Fatto Quotidiano.

Biraghi, per chi non lo conoscesse (io per esempio non lo conosco ma è impossibile non inciampare in un suo tweet o post su FB quando si legge di Expo) è la persona che cura le PR digitali dell’evento milanese.

Intanto l’articolo illustra un metodo che al Fatto va per la maggiore da sempre: le cose che Barbacetto non sa, che non è riuscito a sapere, quelle che sospetta senza prove o che non ha avuto voglia di cercare, lui le scrive lo stesso ma col punto interrogativo. Che, se ci pensate, è una maniera rapida per risolvere buona parte della complessità giornalistica. “Massimo Mantellini, con quella faccia lì, è un coglione?” Non si sa, però intanto il dubbio è instillato e l’inchiesta è praticamente fatta.


Poi, per finire in bellezza e mostrare che si è meritata la paga, a inizio giugno ha fatto una festa dentro il sito, nello spazio di Slow Food. Ottocento invitati e tanti sorrisi. Paga sempre Expo. A proposito: quanto? Fatta una gara per scegliere l’expottimista?Raffaele Cantone è stato avvisato?


Poi l’articolo è istruttivo perché senza grandi patemi ci fa sospettare che le pubbliche relazioni sui social media siano, secondo l’autore, una cazzata inutile: tutti quei soldi – 250 mila euro – a Giacomo Biraghi per twittare come un forsennato e per scrivere un inutile libricino celebrativo? E su questo, per carità, io potrei anche essere d’accordo: come spesso accade nei confronti delle dinamiche di rete (fin dai tempi in cui il cugino del tuo amico ti faceva il sito web aziendale) l’approccio dei non addetti è in genere molto radicale e del tipo:

-assumiamo a caro prezzo un influencer che ci risolverà tutti i problemi

-diamo 5 euro al cugino del tuo amico che tanto tutta quella roba social non vale un accidente.

Che twittare di Expo sia tempo perso (per Expo) sarebbe insomma anche un punto di vista rispettabile a patto che poi Barbacetto non utilizzasse il medesimo soldo per convincerti dell’inutilità del progetto citando il “web sentiment” a riguardo della manifestazione milanese. Perché insomma, non facciamo prigionieri, se i social media sono una cazzata, mi spiace ma anche il web sentiment lo è.

Il pezzo di Barbacetto è importante anche per due altre ragioni. La prima è che si intravede sullo sfondo una minima rotta di collisione che riguarda la reputazione e i lettori. Inutile dire che le PR sono sempre esistite e che Internet ha solo mutato i confini del campo di gioco creando invasioni spesso fastidiose per i creatori di senso comune, categoria nella quale i giornalisti eccellono da sempre.

La seconda è che Barbacetto, nell’ossessiva messa nel mirino di Giacomo Biraghi manca completamente l’argomento davvero interessante che domina lo scenario (e che ad un giornale di opposizione tout court come il Fatto dovrebbe interessare assai) vale a dire i condizionamenti occulti molto vasti ed organizzati dell’opinione pubblica che i social media oggi consentono e praticano. Le nostre timeline quotidiane sono letteralmente zeppe di messaggi interessati, postati da nostri falsi amici che con maggiore o minor talento ci spacciano qualcosa. Mentre il giornalista spiana il fucile moralista verso il comunicatore palese (Biraghi ha nella bio di Twitter tutte le info esplicite sul suo ruolo da expottimista) ed i suoi compensi, la qualità delle informazioni che lui stesso, come tutti noi, riceve è intossicata da decine di twittatori interessati che fingono di parlare per loro ma sono a stipendio di qualcun altro. Loro sì meriterebbe un’inchiesta, ma questa volta, se fosse possibile, senza punti interrogativi.

Sulle annose questioni forlivesi dell’inceneritore e dello Sblocca Italia vedo segnalato oggi questo testo della sezione locale del Partito Democratico:

“Premesso che le politiche ambientali per gli aspetti legati alla sostenibilità, allo sviluppo economico, alla tutela del territorio e delle risorse naturali sono una priorità, il Pd forlivese si impegna con i propri eletti ed amministratori ad azionare ogni strumento efficace per accelerare il percorso verso una società post-incenerimento, al fine di migliorare la qualità dell’aria e promuovere una economia sostenibile attraverso politiche di gestione razionale delle risorse e di riciclo, riduzione e riuso dei rifiuti“



Ora a parte le solite questioni legate ad un utilizzo bizzarro della lingua italiana mi stavo chiedendo: ma cosa ce ne potrà mai fregare della qualità dell’aria dopo che la nostra società sarà stata incenerita?

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I danni della sciagurata attuazione della Cookie Law all’italiana sono molti e variegati. C’è il danno che genera ai gestori di siti web, uno dei soliti danni burocratici all’italiana fatta di gabelle (150 euro di notifica se usi Analytics così com’è) e di minacce (multe per migliaia di euro per chi non si adegua, e stiamo parlando di gente che non ha fatto niente, che non ha profilato nessuno ma ha al massimo messo un bottone like sul suo blog). Collegato a questo c’è il danno innegabile e sciagurato, alla libera espressione dei cittadini, ingarbugliata ed incasinata da una normativa che si occupa di piccole questioni mettendone a rischio di grandi. Poi esiste il danno di scenario (spiegato molto bene da Carlo Blengino qui): da un lato il Garante della Privacy si occupa di normare inflessibilmente i cookies fin dentro le pagine dei cittadini ignari, dall’altro non mostra altrettante preoccupazioni per i giganteschi danni alla nostra riservatezza made in NSA e compagnia: faccende di pagliuzze e travi. Esiste poi un danno di interfaccia: costringere i cittadini a navigare dentro ridicoli frame che chiedono in continuazione liberatorie rende la navigazione web (che è oggi, ci piaccia o no, uno dei nostri attuali presidi democratici) una esperienza fastidiosa e scomoda dentro la quale il grado delle priorità è delineato molto chiaramente: prima occupiamoci delle cazzate poi, se vi resta tempo, dedicatevi a tutto il resto. Ma soprattutto esiste un danno molto chiaro di prospettiva generale, il trionfo (da noi l’ennesimo) della stupida burocrazia sopra la gestione delle nostre vite e la contemporanea assenza di un organo superiore che protegga i cittadini da simili incursioni.

Molti anni fa, quando iniziarono le prime rotte aeree commerciali sul cielo degli Stati Uniti un gruppo di proprietari terrieri decise di presentare un ricorso di fronte alla Corte Suprema. Poichè la legge americana recitava che la proprietà privata era “from ground to heaven” chiesero che le compagnie aeree i cui voli transitavano sopra le loro teste pagassero a ciascuno di loro un fee per ogni passaggio “dentro” le loro proprietà (che estendendosi fino al paradiso probabilmente comprendevano anche le rotte aeree e tutto il cielo stellato sopra di me). Il giudice della Corte Suprema (ora non ricordo il nome ma era un sant’uomo) negò questa possibilità motivando il diniego – lo racconta Lawrence Lessig in un suo vecchio libro – con grande semplicità: Il buonsenso non lo consentirebbe. Se il Garante della Privacy (quello italiano ma anche il consesso di suoi colleghi europei) avesse una vaga idea di cosa sia e come funzioni Internet, una volta vista all’opera la spremitura dei cervelli dei suoi consulenti, avrebbe semplicemente detto la medesima cosa. Una applicazione del genere della normativa sui cookies il buonsenso non la consentirebbe. Ma il buonsenso ed i burocrati dello Stato abitano parti dell’universo piuttosto diverse: il primo ormai è in paradiso, i secondi invece sono ben piantati qui in terra ad imporci le loro gabelle.




Ieri sera per la prima volta da molti anni il keynote di Apple mi è sembrato piuttosto imbarazzante. Per la prima volta ho avuto la sensazione che Apple assomigli ormai ad una azienda fatta da anziani che producono prodotti – belli, per carità – per altri anziani. E francamente mi spiace. Non si tratta di un giudizio di merito sul iOS9, El Capitan (El Capitan, sul serio?) o sull’accrocchio attraverso il quale Cupertino venderà musica in streaming prossimamente. È più una sensazione generale sublimata da Eddie Cue con una delle solite improbabili camicie fuori dai pantaloni che balla sul palco. Scene da pranzo di matrimonio dove lo zio scapolo si agita nell’ilarità generale. Un keynote inutilmente lungo dove il prodotto principale della serata è stato qualcosa di molti simile a Ping, improbabile social network della Mela rapidamente dimenticato. Nessuna innovazione, un pacchetto di streaming, stazioni radio e altre robette che magari useremo ma che seguono un percorso già tracciato da altri invece che immaginarne uno nuovo. Esiste una grande tradizione industriale nella quale il gigante ricco e stanco scimmiotta i prodotti degli altri senza aggiungere molto, in Italia poi è una specie di sport nazionale: c’è un rischio che Apple veleggi verso quelle latitudini? Magari Apple Music funzionerà, nel frattempo Tim Cook fa un sacco di cose molto bene (per esempio traccia una linea di demarcazione molto netta che separa Apple dai cannibali dei dati, Facebook o NSA che siano) ma non dice una parola su come vanno le vendite di Apple Watch e fa chiudere il lungo show a Weeknd, un musicista che canta con Ariana Grande e che sembra Janet Jackson con gli attributi. Musica da matrimoni, bella per carità, con lo zio leggermente brillo che si agita nel dopo pranzo pensando: ma che diavolo di robaccia è mai questa?

La fenomenale policy del Partito Comunista Italiano sull’utilizzo dei social netwok.

Partito Comunista. Regole per uso facebook ed ogni altro social-network.
La natura dei social-network spinge oggettivamente all’indivividualismo e alle peggiori performance di protagonismo. Serve quindi regolamentare il loro uso, seguendo le ispirazioni della dottrina leninista dell’organizzazione. Le discussioni politiche vanno fatte dentro le strutture del Partito. I pareri e le elaborazioni dei singoli compagni andranno ad arricchire la linea elaborata collettivamente. Queste le regole votate all’unanimità al CC del 6 maggio 2015.
*E’ fatto assoluto divieto a ogni iscritto al Partito (tanto più se dirigente) a fare considerazioni e analisi politiche generali autonome.
*Queste spettano solo all’account nazionale, a quello del segretario generale, a quello del Ful e del Fronte della Gioventu’ Comunista.
*E’ inoltre vietato ‘taggare’ altri membri del Partito sempre su questioni politiche, storiche, filosofiche e culturali.
*E’ invece auspicabile che i membri del Partito e del CC promuovano, condividano e tagghino i post degli organi nazionali.
*E’ fatto assoluto divieto ad usare bandiere o simboli del Partito nell’immagine del proprio account personale. Le bandiere ed i simboli del Partito sono esclusivamente rappresentate negli account di Partito ad ogni livello (da quello centrale sino a quello di cellula).
*Le stesse modalità di comportamento spettano, a cascata, per i militanti e dirigenti a livello regionale e di federazione.
*Tutti gli account di Partito (da quelli regionali a quelli della singola cellula) devono comunicare riservatamente alla Direzione Centrale (nella persona del Coordinatore) la password.
*La pubblicazione di fotografie e filmati di manifestazioni del Partito devono esser improntate alla massima efficacia propagandistica e consapevolezza politica dell’evento.
*Qualunque violazione verra’ da ora in poi deferita alla CCCG.





L’idea del Ministro Franceschini di creare una Biblioteca dell’Inedito dove “raccogliere e conservare per sempre romanzi e racconti italiani mai pubblicati” non è una completa stupidaggine come sembrerebbe di primo acchito. Resta un’uscita inopportuna, certo, complicata dal ruolo pubblico del politico che la pronuncia, dalla situazione disastrosa della conservazione della cultura in Italia, dal fatto che l’autore sia incidentalmente anche uno scrittore, dalla constatazione che l’abbia annunciata, in maniera molto chiara e senza sbavature, senza che nessuno ne sapesse nulla.

Insomma la frase racconta prima di tutto Franceschini e certi sui limiti ben noti, ma se per un attimo isoliamo il concetto, dimentichiamo l’autore del tweet e cerchiamo di analizzarla con calma l’idea non è totalmente assurda.

-È una idea digitale. Le biblioteche immateriali consentono lussi che un tempo non erano nemmeno immaginabili. La biblioteca del Congresso in USA ha iniziato qualche anno fa ad archiviare tutti i messaggi di Twitter, Internet Archive tiene traccia di milioni di pagine web scomparse, iniziative amatoriali come il progetto Gutenberg digitalizzano libri di pubblico dominio mettendorli a disposizione di tutti su Internet.

-È un’idea ragionevole. Nell’epoca dell’abbondanza i meccanismi di emersione del valore sono mutati profondamente. L’editoria ha sempre funzionato come inevitabile doppio filtro preventivo (culturale e economico, ultimamente quasi solo il secondo): l’archivio a nostra disposizione (fra testi sotto licenza e pubblico dominio) è poi da sempre una frazione dei contenuti precedentemente autorizzati e messi in circolazione. Oggi un ipotetico archivio che coincida con l’esistente diventa invece possibile ma richiederà meccanismi di emersione del valore del tutto nuovi ed applicati ex post. Ovviamente in tutto questo romanzi e racconti saranno solo una minima parte del tutto.

-È una idea non nuova. Molti in questi giorni hanno citato l’Archivio dei Diari (che però è un’altra cosa) o un vecchio post di Andrew Sullivan, quasi fossimo alla ricerca di una progenitura; tuttavia il punto fondamentale resta quello dell’allargamento fisico che l’ambiente digitale consente all’archiviazione dei nostri documenti. Vale per gli spazi digitali personali (quante foto nostre abbiamo oggi rispetto ai nostri genitori?) così come quelli pubblici.

Il tweet di Franceschini ha scatenato reazioni molto forti perché nel Ministro moltissimi di noi riconoscono una certa scapigliatura, la tendenza ad un eloquio continuo e casuale, l’amore per un protagonismo romantico che non tiene conto delle contingenze e che ignora le cautele del ruolo istituzionale. Uscite estemporanee e superficiali che in un periodo di crisi sono piuttosto difficili da sopportare.

Ma la netto di tutto questo sempre di più la memoria del nostro tempo sarà direttamente digitale e sempre meno sarà ancorata al filtro della mediazione editoriale. Prima registreremo le parole di tutti e poi sceglieremo quali valorizzare. Dubito però che il Ministro si riferisse a questo.

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Andrea Beggi ha scritto con molta semplicità ed efficacia quello che ogni persona normale che ha un sito web amatoriale (come questo) pensa della assurda burocratizzazione che il garante impone da oggi ad ogni pagina web.