L’esternazione odierna di Beppe Grillo sull’utilità della mammografia nella prevenzione del tumore al seno ha una sola vera variabile che ovviamente non riguarda solo Grillo ma tutti quelli che, da posizioni di privilegio mediatico, decidano di toccare argomenti simili senza averne competenza diretta. E la variabile è l’eventualità che una sola donna nei prossimi dieci o vent’anni ascolti o legga il tuo punta di vista e fidandosi di quello non si sottoponga allo screening e poi si ammali e muoia di tumore al seno. La distanza fra te e un coglione senza cervello è esattamente quella. La valutazione della probabilità per quanto modesta che un evento del genere possa accadere.

Vedo che le registrazioni audio di Beppe Grillo pubblicate in rete oggi sono state chiamate, da chi li ha diffuse e dai giornali, “Grillo-leaks”. Desideravo solo, per un istante e a reti unificate, sottolineare che tutti quelli che hanno paragonato nei titoli e negli articoli simile spazzatura ai leaks di Snowden o Assange o ai whistleblower in genere, dai Pentagon Papers in qua, sono una massa di sconsiderati che non conoscono il valore delle parole.

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La lettera con cui Rolex Italia chiede a Renzi ed Alfano di “rettificare” le dichiarazioni sui teppisti col Rolex al polso.


p.s. siamo al ridicolo


Se qualcuno di noi, ingenuamente, provasse ad ignorare le polemiche quotidiane, le contrapposizioni forti dentro e fuori il PD, se tentasse di farsi un’idea onesta e umile, a partire esclusivamente dai temi in discussione, con l’inesperienza e la scarsa competenza che ci riguarda quasi tutti quando si discute di Italicum o di BuonaScuola (due temi di questi giorni ma vale sempre, per il Jobs Act o per gli 80 euro, per la responsabilità dei giudici o per la banda ultralarga), dopo averci provato per un po’ si accorgerebbe che si tratta di una aspirazione complicata.

Tutti i temi politici in discussione oggi in Italia hanno una quota demagogica o anche solo comunicativa soverchiante. Sui giornali ed in TV nessuno gratta la superficie degli slogan vuoti: non lo fanno i retori della politica e non lo fanno i giornalisti, che ormai sono diventate figure simmetriche ed ugualmente schierate. Capire la riforma della scuola ascoltando favorevoli o contrari in TV o sui giornali è nei fatti inutile: chi decidesse di farlo si troverà di fronte due facce opposte del medesimo progetto di accreditamento/delegittimazione.

Per provare a farsi una idea personale della riforma della scuola oggi (per citare un tema nel quale mi sono vagamente cimentato), ciascuno di noi non ha alternative a prendere un PDF di 150 pagine, inutilmente istoriato da un grafico molto moderno, e provare a leggerlo. E a quel punto nemmeno quello basterà perché in un tema tanto vasto e professionale mancheremo di molti dei filtri culturali necessari a capire davvero i temi in discussione (che non basta avere un figlio a scuola, e non basta essere insegnanti, e non basta tante volte nemmeno essere entrambe le cose). Così l’idea che io mi sono fatto della “Buona scuola” (un nome del cavolo, ok) è superficiale e vaga tanto che se dovessi andare in piazza a manifestare pro o contro la riforma Giannini io davvero non saprei sbilanciarmi. Invece vedo che di gente che si sbilancia ce n’è moltissima.

Nelle 150 pagine della Buona Scuola ci sono molte cose che così istintivamente mi piacciono (e che non ho mai sentito nominare in passato nei progetti politici sulla scuola) ma ci sono anche idee che non mi piacciono (una su tutte i finanziamenti alle paritarie) ma soprattutto ci sono molte cose tecniche, la grande maggioranza, che sfuggono alla mia comprensione.

L’unica cosa che è possibile osservare in giornate come oggi sono le varie declinazioni del renzismo: il percorso, che da noi sembra sempre l’unico possibile, dell’identificazione del nemico. Un processo che non si ferma mai, che Renzi stesso ha cavalcato con il racconto erotico della “rottamazione” e che cavalca anche ora con un atteggiamento spesso mediaticamente prepotente e infastidito. Una traiettoria che oggi è in ogni caso massimamente espressa dall’antirenzismo a priori di moltissimi. Dal caudillo di De Bortoli, alle offese automatiche e per nulla metaforiche di mezzo Parlamento, dall’assalto insistito di comici, conduttori TV e sindacalisti, ogni tema politico si trasforma in una discesa in campo, molto spesso furibonda, sempre più spesso contro Renzi. L’esempio illuminante di questa battaglia di schieramento a priori (una maniera di far politica per nulla inedita da noi, quella secondo la quale l’avversario ha sempre torto anche quando dice cose che sotto sotto ci piacciono) è l’allegra brigata della minoranza del PD, un gruppo di politici variegati e più o meno frullati, uniti nello sforzo intellettuale di giustificare ogni volta con parole nuove (ma sempre molto meditate e pompose) la loro opposizione al nuovo capo. Che gli stessi cinque minuti prima sostenessero l’esatto contrario non sembra essere così interessante. C’è una vena fantozziana in tutto questo, la vedono tutti, mi sembra: la minoranza del PD rappresenta sé stessa e il proprio desiderio di sopravvivenza politica (oggi per esempio Fassina è andato a sfilare con gli insegnanti arrabbiati e quasi lo prendevano a schiaffoni). Qualsiasi idea differente dentro il PD in alternativa a Renzi dovrà per forza di cose passare altrove, altre idee altre facce.

Cosa penso dello sciopero di oggi degli insegnati? Cosa penso della Buona scuola e delle sue mille propaggini? Non ne ho idea (o meglio ho un’idea ma la mia idea è tanto esile quanto inutile da essere espressa perfino qui) ma vedo bene, con chiarezza, la malafede dilagante. Vedo, forse per la prima volta come il racconto del renzismo non sia oggi dentro un sistema dialettico in equilibrio nel quale a buone scelte se ne sommano di cattive (inevitabilmente) ma dentro una attualità nella quale la rabbia travolge ogni contenuto, la comunicazione cancella ogni approfondimento e ogni intelligenza, cosi come ogni cialtroneria: tutto viene trasformato in una poltiglia informe.

Ora sarò prevedibile e pateticamente ovvio ma pur non sfuggendomi i grandi limiti di Renzi, le tante cattive scelte (specie quelle paracule di cui Renzi è maestro) e l’arroganza sottintesa sparsa un po’ ovunque a colpi di hashtag dopo il maledetto 41%, riassumo in due semplici punti a prova di scemo il mio renzismo-istruzioni per l’uso:

1) aspettiamo un attimo, leggiamo i PDF, vediamo che succede.

2) gli altri (compresi molti dei suoi tanti attuali detrattori) mi paiono francamente peggio.

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Io la ditta me la immagino così: bassa emiliana, tavoli in formica gialla, uno spiazzo assolato in cui arrivano camioncini che caricano e scaricano la merce. Vicino all’ingresso l’amministrazione: un paio di impiegate con gli occhiali, schedari in metallo grigio e macchine da scrivere. Un ragioniere in maniche di camicia. Un luogo amichevole la ditta, con i ventilatori accesi d’estate e le zanzariere alle finestre, i campi di granturco intorno. Il commendatore con le bretelle e la pancia, il postino del paese che lascia all’ingresso il pacco della corrispondenza. La metafora della “ditta” tanto cara a Pierluigi Bersani nella mia testa è irrimediabilmente questa cosa qui: un posto confortevole e accogliente, idealizzato come accade ai nostri ricordi del passato.

Una idea della politica che ritenga adeguata e si riconosca in una simile metafora provinciale segna una distanza: accetta come possibile un luogo segnato dal tempo. Io dubito che Bersani si sia mai reso conto degli echi possibili della ditta: se ne avesse avuto il sospetto forse non l’avrebbe ripetuta tanto spesso. Più probabile che l’ex leader del PD continui ad immaginarla come una metafora perfetta. Il telex e la posta elettronica, il ventilatore e l’aria condizionata. I segni indiretti, dentro una sola innocua parola, di un tramonto inevitabile.

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Questa faccenda che tutti schifano e urlano e sputano tutti, anche il 25 aprile (soprattutto il 25 aprile), è un problema italiano irrisolvibile. Sarebbe un problema serio, di civiltà, rispetto ed educazione, se qualcosa ci unisse, se fossimo una nazione. Ma non essendolo (noi, una nazione) è un problema irrisolvibile. L’unico cosa che ci riesce, di tanto in tanto, nemmeno troppo spesso, è fare finta di esserlo.