(fonte: Nasa via luca vanz su FB)

I nomi. Vogliamo i nomi. Una frase che sentiamo ripetere spesso. Una richiesta pressante, quasi un’ingiunzione. Se non ci darete i nomi, voi che li conoscete, sarete anche voi collusi, sapremo da che parte state.

Gli articoli sulla stampa che ogni giorno indicano i nomi degli indagati o quelli degli arrestati, i pettegolezzi nei corridoi dei palazzi di giustizia, le soffiate della parte avversa sulle malefatte di questo o di quello, tutti questi nomi fanno parte di una recente ingiunzione mediatica. Fate i nomi, dunque! Un’esigenza a volte indiscutibile (pensate a Cucchi o a Regeni), altre volte intenzionale (affossare l’avversario), altre volte ancora, forse la maggioranza dei casi, riconducibile a quella bassa portineria che secondo alcuni consente di vendere ancora per un po’ le parole inchiostrate dei giornali.

I nomi sono importanti perché sono l’ingrediente principale di qualsiasi gogna mediatica, nessuna notizia senza il nome (e la foto e il profilo Facebook ecc) di Barabba è interessante. Perché la ricerca del colpevole è un hobby che non può essere declinato contro ignoti. dateci un nome, magari anche uno sbagliato, dateci una foto nella quale scovare gli abissi dell’assassino.

In certi casi i nomi sono importanti anche in senso opposto. Quando serve un eroe da incensare per 5 minuti, quando la storia personale, l’iperbiografismo di chiunque che è già ora disponibile in rete a dispoisizone della bulimia dei media, costruisce la storia, la arricchisce e la rende interessante.

Non potrei essere meno d’accordo con quanto Michele Serra scrive oggi a proposito della pubblicazione dei nomi dei poliziotti che hanno ucciso il terrorista di Berlino durante un controllo di routine a Sesto San Giovanni. Serra parla di nuova normalità:


“Più banalmente: il nemico mortale del terrorismo è la normalità. L’assoluta normalità (anche di mansioni) di quei poliziotti è esemplare. La scelta di avere volto e nome ne fa parte.”


L’ostensione dei loro nomi e delle loro foto è il riflesso contrario dell’usuale richiesta: vogliamo i nomi. Non è stata scelta dai due poliziotti quell’improvvisa notorietà: è stata spinta da dietro, dalla propaganda provinciale dello Stato che ha visto nell’episodio di Sesto San Giovanni un’ottima possibilità per fare il marketing di sé stesso, a partire dai soliti tweet esaltanti del Ministro Alfano. È una gogna al contrario che sfugge, come negli altri casi, al controllo degli interessati. E che appena vengono scoperte piccole (o grandi) crepe nella costruzione del racconto (le simpatie fasciste dei due eroi ostentate sulle loro pagine social), fa chiedere a gran voce al questore di “oscurare” le loro pagine in rete a tutela della loro sicurezza.

Nulla di tutto questo è normale.




Alessandro mi segnala via mail che ieri, dopo quasi 4 anni, Juliette è tornata.

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Nel caso dell’improvvisa notorietà del Ministro Poletti ci sono due mucche nella stanza. Una piccola e una gigantesca. La mucca piccolina, quasi un modello in scala 1:16 è la mucca che riguarda la decisione di nominare Poletti Ministro. L’ultimo pezzo della storia. Una responsabilità politica evidente e difficile da scusare che possiamo per comodità assegnare a Matteo Renzi. Perché si tratta di una mucca piccola? La nomina di Poletti resta una mucca piccola per la diluizione delle responsabilità che caratterizza (e un po’ manda in malora) questo Paese. Renzi, in fondo, ha solo nominato Ministro il presidente della LegaCoop. Qualcun altro ha solo nominato Poletti a quella presidenza, qualcun altro ancora solo alla sua carica precedente e via di questo passo. A nessuno spetta l’onere di ricostruire il filo del merito (o del demerito). Spesso anche solo riconoscere come mai quel filo sia giunto fino a noi non è semplicissimo. Renzi ha fatto ministro il capo della LegaCoop: questo non lo scusa ma forse a lui tanto bastava.

La mucca grossissima che riguarda Poletti è invece proprio quella della strada fatta dal Ministro per arrivare lì e, più in generale, quella dei meccanismi di cooptazione locale e nazionale dei partiti politici: la loro capacità di essere contemporaneamente linfa e veleno del territorio. A un certo punto dell’occupazione politica della amministrazioni l’equilibrio fra linfa e veleno si interrompe e il ruolo tossico della politica, sottratta al salutare meccanismo dell’alternanza, prevale.

Poletti viene dalla Romagna, la terra nella quale sono nato e che credo di conoscere un po’. Un pezzo d’Italia in cui la gestione amministrativa del PCI e poi dei DS e ora del PD (o di quello che ne resta) dura ininterrottamente da mezzo secolo. La storia di Poletti e quella di suo figlio Manuel, salito in queste ore ai disonori delle cronache, è quella di un “sistema” che qua conoscono tutti. Un network che prescinde dalle capacità dei Poletti, che io immagino presenti ma delle quali non so nulla, ma che racconta egregiamente la rete di protezione che i partiti nel tempo costruiscono attorno a sé. Non si tratta di una prerogativa della destra della sinistra o del centro ma semplicemente di chi guida l’autobus per abbastanza tempo da imparare a memoria il percorso. Il PCI/DS/PD il percorso in Romagna lo sa a memoria da qualche decennio.

La storia del settimanale Setteserequi diretto dal figlio del Ministro ne è un riassunto esemplare e rapidissimo. Uno dei migliaia che si potrebbe fare in una zona che va da Bologna al Mar Adriatico e anche oltre. Un giornale che nessuno legge, che pochissimi conoscono, scritto da una cooperativa di “amici”, che vende le sue (5000) copie ad altri amici, amici che spesso sono gli stessi che comprano la pubblicità su quelle pagine. Un giornale che incidentalmente riceve dallo Stato, per anni, centinaia di migliaia di euro di finanziamenti. Non sarà impossibile sostenere che un giornale del genere, a quelle condizioni, lo potrebbe fare chiunque, a patto di avere accesso alle relazioni che il PD, la COOP e tutti gli altri hanno offerto al figlio del Ministro. Non è nemmeno interessante domandarsi se tutto questo sia legale, è invece più utile occuparsi di quanto tutto questo sia giusto, soprattutto di quanto veleno una simile rete possa produrre fra gli esclusi. In tempi di crisi (facciamo l’ultimo decennio) moltiplicate questo disagio per la maggioranza delle imprese commerciali, di servizi, ecc. e provate a immaginare quante volte i romagnoli abbiano tollerato gli appalti agli architetti amici del partito (Forlì è piena di costruzioni orrende costruite da loro), alle società di servizi amiche del partito o del sindacato, ai costruttori, ai decespugliatori, ai fornai, agli avvocati, ai commercialisti, ai consulenti vicini alla grande rete dell’ex PCI.

Dentro una simile distorsione accade di tutto: ci sono professionisti raccomandati e bravissimi ma più frequentemente abiilissimi surfisti delle relazioni, idioti di talento, cinici da guinness. Per la rete l’unico distinguo davvero rilevante sarà se Caio è con NOI, se è dei nostri o se è con gli ALTRI. Gli altri – ovviamente – è tutto il mondo fuori.

Quando stavo finendo il liceo, moltissimi anni fa, conoscevo un cretino. Non un cretino standard, uno davvero cretino. Uno di quelli che chiunque lo ascolti dopo cinque minuti penserà “accidenti che cretino che è questo”. Non era nemmeno un ragazzo cattivo, era semplicemente uno che non ci arrivava. Qualche mese dopo il suo diploma di scuola superiore quel giovane fu nominato improvvisamente presidente di una grossa municipalizzata cittadina. Era un giovane normale, senza competenze, di bell’aspetto. Certo era un cretino ma magari qualcuno poteva anche non saperlo. L’unica ragione della sua nomina fu che era il solo candidato possibile di un piccolo partito che ora non esiste più al quale per motivi di rotazione spettava quella poltrona. Io, sono passati trentanni, di questa cosa mi ricordo ancora.

Erano altri tempi e magari oggi i meccanismo della cooptazione si sono un po’ affinati e quelli palesemente inadatti forse non vengono più presi in considerazione, non so. Ma quei meccanismi sono tuttora in funzione e il Ministro Poletti e suo figlio e una vasta rete di romagnoli che conosco, spesso brave persone, qualche volta perfino di grande talento, ne sono il prodotto. E non possiamo vantarcene. Tutto questo genera non solo un malcontento che si esprime durante le elezioni con sempre maggiore chiarezza, crea non solo continue e piccole ingiustizie sociali che negli anni tutti hanno in qualche modo sofferto, osservato e magari considerato come normali, ma ha letteralmente spezzato le gambe alle aspirazioni dei più giovani e dei più indifesi. Di quelli che semplicemente non accettano l’idea di appaltare ad un NOI le prospettive del proprio futuro ma vorrebbero essere considerati per quello che valgono singolarmente, senza dover ogni volta passare ad essere GLI ALTRI. Molti di queste persone, ricche di amor proprio, hanno bevuto il calice amaro della rassegnazione, altre se ne sono andate all’estero. Per questo il tempismo al contrario del Ministro ha generato così tanto malumore.

Dietro la scelta di un giovane italiano che lascia il suo Paese per trasferirsi altrove ci possono essere motivazioni differenti. Sono però quasi sempre motivazioni positive. Magari a volte ingenue o implausibili ma lo stesso positive. Si tratta inoltre di scelte spesso, almeno in parte, dolorose. Dolorose e anche – aggiungerei – inconsuete, nel Paese delle famiglie iperavvolgenti e dei bamboccioni accuditi fin oltre i trentanni da madri e padri premurosi.

Per questo sarebbe necessario andarci cauti quando si parla pubblicamente di un simile argomento, specie quando si è nelle proprie funzioni di Ministro del Lavoro. Che è, allo stato, il Ministro che tecnicamente rappresenta il fallimento verso questi giovani, in partenza o già lontani.

Certo – è vero – non c’è bisogno di un ragionamento di Poletti, è la statistica che ci dice che una quota di giovani italiani che vanno all’estero sarà composta da “pistola” e che sarà buona cosa non “averceli tra i piedi”. Anche se, per ordini di grandezza differenti lo stesso si potrebbe dire di quelli che sono restati e perfino, sia mai, di chi per curiose casualità diventa Ministro della Repubblica. A me – per dire – di Ministri pistola in questi anni mi è parso di averne visti sfrecciare parecchi.

Non voglio esercitarmi in spiacevoli giri di parole, non ho alcun elemento per pensare che Poletti sia un “pistola”, non lo conosco: anche se devo ammettere che qualche sospetto qua e là il Ministro me lo ha fatto venire. Ma non è questo il punto, chisseneimporta di Poletti: il punto è che uno Stato che nei confronti dei giovani è da anni largamente insolvente non ha alcun diritto di esprimere reprimende sulla fuga dei cervelli, non ha ragioni per esibirsi in tautologie da 4 soldi (fra chi resta ci sono giovani bravissimi) ma ha una sola cosa da fare: provare a metterci una pezza.

Molti ragazzi lasciano l’Italia perché non hanno prospettive di lavoro e questo è un problema di politica economica generale. Vanno a fare i commessi o i camerieri nelle grandi città d’europa e nel mondo, non c’è da vantarsi né da vergognarsene.

Molti ragazzi vanno all’estero ad affinare e a mettere a frutto il proprio talento: non sono necessariamente i migliori ma sono certamente i più coraggiosi e molto spesso (non sempre) i meno protetti. Non i figli di papà che il genitore parcheggia ad Oxford ma quelli che a un certo punto comprendono di non avere alternative, che per loro non ci sarà spazio dentro le maglie strettissime di una università con pochi soldi, con pochissime energie e dentro la quale ancora oggi, come altrove, relazioni e nepotismi valgono infinitamente più del talento e della voglia di fare.

Negare o ignorare tutto questo è possibile solo dentro un ciclopico provincialismo o – ma questo non lo voglio credere – dentro una sostanziale malafede.

Ma al di là dell’uscita sfortunata del Ministro Poletti della quale si è rapidamente scusato, forse proprio Poletti, con la sua storia e la sua biografia potrebbe essere un esempio utile a comprendere le ragioni della fuga di alcune delle nostre migliori menti verso luoghi nei quali qualcuno sappia riconoscere il talento e le capacità acquisite. Sono quelle cose curiose che talvolta accadono: guardi la biografia di un Ministro su Wikipedia e tutto improvvisamente si incastra alla perfezione.

Centinaia di pagine web riportano questa frase attribuita a Pier Paolo Pasolini:


Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.
Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…

Pier Paolo Pasolini



Oltre a soffrire del solito vecchio problema che hanno tutte le false citazioni su Internet, quello di non indicare mai quale sia la fonte del testo, dove l’autore lo abbia scritto o dichiarato, questa frase ha un’altra caratteristica strana: è comparsa in rete nel 2014. Prima non se ne trova traccia. Strano per una citazione di uno scrittore morto nel 1975.

Come capita sempre è una frase potente, che si presta ad essere utilizzata come citazione colta. Infatti la possiamo trovare, da un anno a questa parte, un po’ ovunque, sui giornali di carta, nei discorsi degli esperti, in centinaia di siti web di citazioni e aforismi.

Io ne ho avuto conoscenza oggi perché quella frase è stata pronunciata da Graziano del Rio nel proprio intervento all’Assemblea Nazionale del PD come citazione pasoliniana e come tale riportata pedissequamente da Repubblica.

Pier Paolo Pasolini non ha mai scritto o pronunciato quella frase. L’autrice di quello scritto è una maestra elementare, Rosaria Gasparro, che l’ha pubblicata nel gennaio del 2014 cercando poi di opporsi alla marea di false citazioni che la riguardavano seppur indirettamente:


Come maestra conosco il potere dell’errore, la sua carica creativa e il ridimensionamento di ogni delirio d’onnipotenza. Lavorare sulla dimensione della fallibilità, in un mondo assillato dalla perfezione e dalla vittoria, ci permette d’imparare l’umanissima arte del perdere e paradossalmente ci rende meno vulnerabili nella nostra ricerca di vita. Perché ogni giorno perdiamo qualcosa, ma sarebbe terribile perdere se stessi, perdere la relazione con la vita, degradarla nel considerarla una partita dove si vince o si perde.
Per chiudere la mia riflessione citavo un pensiero di Pasolini. Ed è stato subito un copia e incolla compulsivo. Un rubi e fuggi in cui sono sparite le virgolette e le persone “nessune”. Sono scomparsa io e il tutto è stato attribuito a Pasolini. Divertente. In genere il plagio è al contrario. È così che è nato un apocrifo che è diventato virale. Ho provato a contattare i siti, le pagine facebook, i blogger (qualcuno ne ha fatto il suo articolo), i giornalisti e gli studiosi di Pasolini (sic!) per segnalare il falso. Senza successo.



Non c’è stato nulla da fare: il flusso di false citazioni è proseguito incurante e così continuerà probabilmente in futuro. Quando anche noi ci saremo scordati di quanti intellettuali, giornalisti e politici citino frasi di Pier Paolo Pasolini, pescandole su Internet.

A cosa serve Internet

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18
Dic


Ad un giornalista che gli domandava informazioni sul suo stato di salute il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha risposto:


“How is your wife’s vagina? Is it smelly? Or not smelly? Give me a report”


(via the newyorker)


Il populismo dei soldi, una delle fondamenta del racconto di Beppe Grillo che da anni scava nelle teste degli italiani immaginando delitti terribili ovunque, è uno dei danni permanenti di questo Paese. Qualcosa che – semplicemente – è GIA’ successo anche se magari non ce ne siamo accorti. Dalle filippiche urlate del comico è tracimato ovunque, nel pensiero silenzioso di ogni partito, PD compreso, nelle scelte economiche di amministrazioni centrali e periferiche, nelle parole scritte dei governi e delle amministrazioni.

Agli sprechi macroscopici e sottaciuti del passato ha sostituito un pauperismo d’accatto, fatto di parole e imposizioni retoriche, sotterfugi e vergogne preventive che fiaccano qualsiasi aspirazione di rivalsa di questo Paese. Nulla è possibile immaginare per il bene della nazione che non sia gratis, volontaristico, al massimo ribasso, pro bono: in alternativa qualsiasi spesa o iniziativa sarà sottoposta all’altoparlante rumorosissimo della politica degli onesti, dei titoli a 9 colonne del Fatto Quotidiano, delle denunce alla Magistratura o al Tar del Lazio, delle ridicole interrogazioni parlamentari.

Prima eravamo un Paese con le pezze al culo (forse) per il ladrocinio di pochi, ora siamo un Paese con le pezze al culo per il ricatto moralistico di alcuni che hanno convinto gli elettori del proprio ruolo di controllori H24 e dettato la linea.

Un’inefficienza di sistema ne ha sostituita un’altra: il denaro, secondo la logica paranoide che migliaia di post di Beppe Grillo hanno inculcato al Paese e alla politica in questi anni, è l’unica lente attraverso la quale sarà possibile giudicare la politica. Se spenderà poco (o meglio niente) sarà buona, se spenderà di più sarà casta, privilegio, furto, macchinazione ecc ecc.

In Emilia Romagna si discute da giorni del caso di una consigliera regionale di Rimini che ha “rubato” 6 euro chiedendo di dividere le spese in un viaggio in auto con blabla car da Rimini fino a Bologna. Un viaggio che le è stato poi rimborsato dalla Regione. Nulla importa che la malcapitata sia un’eletta 5S contro la quale in questo caso si è rivoltata la mannaia moralista del fondatore del suo Movimento. Conta che un Paese di gente sempre più povera e miserabile osservi quanto gli accade attorno con l’occhio sospettoso di chi pensa che il medico ubriaco gli stia ingessando il braccio sbagliato.

Fossi cinico direi che ce lo siamo meritato. Non lo sono e mi dichiaro solo molto preoccupato.

Fare il Ministro è una forma estrema di gestione della complessità. Vi sono molte maniere per educarsi ad un simile compito. Gli studi avanzati (laurea e oltre) sono la maniera usuale per iniziare a farlo. Ma ve ne sono altre. La politica attiva lo è. L’attività sindacale lo è. L’abitudine a professioni problematiche spesso lo è. L’esperienza, soprattutto e in generale lo è. Poi conta il talento. Poi conta l’umanità. Poi conta l’umiltà. Poi conta la diplomazia.

I poeti laureati oggi spiegano che il Ministro dell’istruzione deve essere laureato. È una scemenza, in generale. Altri sottolineano che Fedeli ha mentito, anche se vista da qui sembra solo una modesta millanteria, non urlata ai quattro venti come altre millanterie recenti. E per carità comunque sì, ha mentito, in una riga microscopica di un curriculum vitae, nei luoghi della politica di formidabili bugiardi. È successo, dentro una smargiassata infinitesamale che respira più senso di inferiorità che altro.

Vogliamo usare una simile vicenda come il simbolo di una nuova era? Siamo certi di esserne capaci? Meglio un cretino immacolato (decine di esempi recenti) al posto di un bugiardo marginale? Accomodiamoci pure. Il bugiardo marginale potrà forse essere un buon Ministro, magari con qualche possibilità in meno rispetto a più titolati candidati. Il cretino immacolato certamente no.