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Firenze, Costa San Giorgio, molti anni fa. Ad un affollato e patetico Corso Ufficiali dell’Esercito, in una grande aula ricavata dentro un convento medievale in semirovina, il professore sta pronunciando una frase che ricordo ancora oggi: sta dicendo che “la forma è sostanza”. Come tutti, senza scomodare Aristotele o Leibniz, il nostro insegnante tira acqua al suo mulino: quello che ci sta dicendo è semplicemente che il perfetto ufficiale dovrà apparire impeccabile. Se la tua divisa sarà perfetta – insomma – tu stesso lo sarai con lei.

Mi è rimasta in mente quella frase per una semplice ragione: perché ricordo ancora oggi cosa ne pensai allora. E quello che ne pensai allora fu: “dio mio, che enorme cazzata”.

Poi gli anni passano e tu, tutto sommato, continui a pensarlo: sperimenti la fibra pulsante del mondo dove piano piano impari a tue spese che le cose che sembrano non sempre mantengono le promesse. Vedi la concretezza delle scelte e quanto esse siano spesso distanti dal loro aspetto esteriore.

Poi gli anni passano ancora e arriva una giornata come quella di ieri nella quale, per puro caso, nel giro di pochi minuti, mi è capitato prima di ascoltare una sequenza di deputati del M5S intervenire alla Camera dei Deputati e poi di vedere il video del Papa che a ruota libera chiacchiera con i giornalisti durante un volo che lo sta portando da qualche parte nel mondo.

La lunga teoria di interventi grillini, arrabbiati per non so quale spreco di denaro pubblico da parte del Governo, andata in onda dentro il luogo più alto della democrazia italiana, andrebbe trasmessa nelle scuole. Racconta la raggiunta simmetria fra eletti ed elettori, indiscutibile, senza preavviso e senza ulteriori spiegazioni. Quasi tutti urlano come forsennati, un parlamentare si rivolge all’emiciclo dicendo che quell’aula è piena di “salme”, un’altra sbatte teatralmente il microfono (pagato da me cittadino, per altro) sul tavolo per dire che si è scocciata, la deputata Ruocco chiede la parola per dire che è uno schifo, un altro bellimbusto la segue esordendo con la frase canzonatoria “Calma e ritmo”. L’impressione è quella di essere seduti in uno strano bar frequentato solo da persone sull’orlo di una crisi di nervi. Abbandonata ogni questione formale (ed anzi mostrando tutti con orgoglio una certa allergia per le convenzioni) i cittadini pentastellati eletti in Parlamento decidono di spiattellare tutti assieme sui banchi di Montecitorio la loro sostanza.

Nel frattempo sul volo intercontinentale il Papa (nel senso del Pontefice, vicario di Cristo, successore di Pietro) sta dicendo ai giornalisti sorridenti che se il suo amico Gasbarri (per un attimo io che sono fatalista ho temuto si riferisse al Gasparri che imperversa su Twitter) offende la sua mamma lui, come è normale, gli tira un pugno. Lo sentite? Sentite anche voi il rumore di tradizioni secolari che precipitano fragorose nelle acque del Perito Moreno?

La forma non è sostanza, l’Esercito italiano continua ancora oggi ad avere torto: non giudicheremo una persona dalla maestria con cui sparge il lucido sugli anfibi. Tuttavia spesso la forma, la patetica e vituperata forma, è una specie di anestetico necessario. Aiuta a celare le vergogne del mondo, protegge le nostre miserie, offre un pretesto di continuità alle nostre vite. In molti casi quel velo di ipocrisia sancisce semplicemente distanze necessarie. In altre parole serve. Serve come serve un parlamentare avvolto nel suo verboso e inconcludente politichese; serve come serve un Papa che in quanto Papa si concede a noi solo attraverso omelie, piazze san pietro ed encicliche in latinorum. Tutt’al più qualche benevolo segno della croce al rallentatore disegnato nell’aria tersa di un paesaggio montano.

Serve perché, nel momento in cui la sostanza di noi si mostra nuda ed impudente, molto spesso quello che prende forma di fronte agli occhi degli altri non è un bello spettacolo. Nulla di cui andare orgogliosi. Meglio Pirandello. A volte meglio la maschera di Pirandello della certezza senza ritorno della nostra carta d’identità.

La faccenda del Corriere della Sera che pubblica un libro benefico prendendo vignette su Internet senza chiedere l’autorizzazione agli autori è davvero imbarazzante. Non ho idea di chi abbia preso simili decisioni autolesioniste, di sicuro persone con una cultura digitale modesta (oppure con una cultura digitale robustissima ma mandata in cavalleria per ragioni loro).

Chiunque del resto osservi, anche solo superficialmente, il sito web del principale quotidiano italiano, si accorge immediatamete delle molte stranezze che lo abitano, a partire magari da piccole ma rivelatici scelte di design (una su tutte quella odiosissima di mandare lo streaming audio video di default, ma anche il sistema di rating chiamato Passaparola, una cosa che forse andava bene su Virgilio negli anni 90, oppure il restyling recente del sito poi velocemente cancellato dopo le tonnellate di critiche ricevute). Tipici passi strategici dentro l’universo digitale decisi da qualcuno che con Internet ed i suoi linguaggi non sembra avere troppa dimestichezza.

Le peggiori pratiche del Corriere se ne fregano dei rapporti fra pari (che non a caso sono il cardine delle relazioni digitali), ignorano le consuetudini di rete (perché nelle teste di costoro Internet è una cosa differente da quella che è nelle nostre), sfidano la contrapposizione netta perché pensano non solo di essere nel giusto ma anche che il proprio bacino di riferimento sia più ampio e meno problematico di quello dei molti che oggi li attaccano.

Dispiace per i molti bravi giornalisti digitali del Corriere che incrociamo ogni giorno e che stimiamo ma errori come quello commesso oggi (ignorare la proprietà intellettuale dei contenuti in rete, un errore da matita blu) sembrano prima di tutto figli di un management (chiedo scusa per la brutta parola) che ha seri problemi col materiale che maneggia. È come se il messaggio implicito fosse che le sorti di un grande giornale come il Corriere vadano immaginate dentro i vecchi fasti della carta, mentre la versione digitale del prodotto possa essere lasciata ad una gestione poco meno che casuale. Che tanto, in fondo, ma chissenefrega di quelli là di Internet.



update: leggo ora che in un’intervista a Wired Ferruccio de Bortoli si è scusato ed ha detto che è colpa sua.

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Io penso che in politica ruoli di vertice impongano maggiori responsabilità. Così penso che la condanna di Fabio Rainieri, vicepresidente leghista della Regione Emilia Romagna per aver postato su Facebook un fotomotaggio imbecille del Ministro Kyenge sia in qualche maniera meritata. Perché una cosa sono le manifestazioni da bar di una certa politica locale (in questo i leghisti eccellono da sempre ma si tratta di un fenomeno di cialtronaggine diffusa che riguarda un po’ tutti) un’altra è la comunicazione politica dei leader. Nel contempo credo che la Kyenge abbia tutti i diritti di sentirsi diffamata e di investire del caso la magistratura. Tuttavia, una volta esaurite queste premesse mi pare che un paio di altre cose andrebbero dette. La prima è che quella di Rainieri è una condanna molto dura (1 anno e 3 mesi di reclusione e 150mila euro di risarcimento) che rischia di essere la classica pena esemplare del tipo colpirne uno per educarne cento. La seconda è che la politica dovrebbe comunque mettere in conto certe spiacevolezze e non precipitarsi dal giudice ogni volta che l’egosearch di Google conduce a pagine piene di offese e cattiverie (non parlo di questo caso ma di un atteggiamento generico che molti hanno), la terza che la diffamazione su Internet che è e sarà con ogni probabilità un reato in grande aumento (data anche l’ignoranza somma del mezzo in cui questo Paese affonda) andrebbe forse affrontata con strumenti inediti ed adatti al contesto (io che non sono per niente un tecnico e magari dico cose insensate penso da tempo ad una sorta di arbitrato dentro il quale simili questioni si risolvano con un risarcimento). In ogni caso, proprio perché a ruoli di vertice corrispondono grandi responsabilità, andrà considerata anche la necessità da parte di politici molto esposti di essere molto ampiamente sbeffeggiati.


p.s. il cortocircuito per cui a condanna emessa i media per parlarne ripropongano la medesima foto prolungando l’offesa ha qualcosa di psichiatrico.

Qualche giorno fa ho chiesto a Giuseppe Smorto, responsabile di Repubblica.it di partecipare al piccolo spigoloso dialogo sul giornalismo online (qui il mio post orginale qui il contributo di Mario Tedeschini Lalli) nato a margine dei fatti di Parigi. Ecco il suo contributo per il quale lo ringrazio di cuore:


Rispondo volentieri a Massimo Mantellini e Mario Tedeschini Lalli. Con una premessa, non ho un mondo da difendere o celebrare. Lavoro a Repubblica.it da 11 anni, dopo 20 anni alla carta: sono abituato a ricevere critiche dal mondo all digital (slogan: i giornali non esistono più, e se esistono fanno schifo) e dal mondo carta (slogan purtroppo mai pronunciato: il web è di serie B).
Quindi al massimo, posso difendere – quando è possibile – il mio modo di lavorare e quello dei miei colleghi. M. e T. condividono una valutazione negativa sui giornali e i siti italiani. Non solo sui modi, ma perfino sul piano economico.
I modi

a) Rivendico l’incoerenza del prodotto giornalistico. E cioè: ai tempi della sola carta, la stessa notizia poteva valere una breve e il giorno dopo nove colonne. Allo stesso modo oggi, ai tempi del web, il lavoro di un caporedattore è anche quello di cogliere una tendenza, un sentimento, tre cinguettii, l’evoluzione di un fenomeno (uso solo termini italiani, lo faccio apposta). Perfino lo stesso video può essere impubblicabile il giorno prima e in testa alla homepage il giorno dopo. Ci governa l’istinto (mediato da esperienza, professionalità, capacità di ascolto, sensibilità, tutte cose non insegnabili alla scuola di giornalismo), ci controllano i lettori.

b) Io sono molto sensibile al parere dei nostri lettori, dei blogger, dei critici. Molto spesso ci chiedono cose che non possiamo dare: per esempio, la precisione assoluta: un giornale in real time non può darla. Credo che però i lettori riconoscano a Repubblica.it un ruolo: quello di essere un sito completo di news, aggiornato h24.

c) La stessa professione giornalistica sta cambiando sotto i nostri occhi. Pensate solo all’importanza e all’uso che stiamo facendo dei video. Stiamo costruendo nuove professionalità, stiamo maneggiando nuovi materiali, e capita anche di sbagliare. Venti errori in un giorno sono un buon risultato, un prodotto in evoluzione è un prodotto imperfetto.

d) Anche i social stanno cambiando il nostro lavoro. E rischiano di far saltare tutte le gerarchie. Una riga su twitter “Strage al giornale Charlie Hebdo” equivale alla riga “Totti si fa un selfie dopo il gol” oppure “Il gran giorno della giraffa e dell’ippopotamo”. Dobbiamo trovare il modo di sottolineare la differenza fra i tre fatti, non è facile.

e) Serve anche uno stile. Per la Norman Atlantic, abbiamo chiesto testimonianze in tempo reale, quando la situazione non era ancora chiara. Ma quella riga era formulata forse in modo troppo secco, abbiamo ricevuto delle critiche. Ci ha criticati perfino il presidente dell’Ordine dei Giornalisti. E dire che io faccio un’ora di internet a Fiuggi (un’ora su una settimana) ai corsi per i praticanti gestiti dall’Ordine, per amicizia. E in quell’ora non manco mai di ricordare quella volta, ai tempi dello tsunami, in cui mettemmo un avviso: “Se siete nell’area colpita, scriveteci e raccontateci la vostra esperienza”. Arrivarono centinaia di testimonianze.

f) Lo so benissimo, abbiamo molto da imparare dai giornali stranieri. Siamo cialtroni, qualche volta. Ma per esempio capita di vedere prima su Repubblica o Corriere che sul Nyt una notizia americana di rilievo. Mi piace più lo stile di scrittura dei giornali italiani: mi piace Valli, mi piace Emanuela Audisio, mi piace Gianni Mura.

g) Naturalmente non è vero –e mi meraviglio che lo abbia scritto Mario – che puntiamo sempre a mettere il bilancio più alto (stragi, sciagure naturali etc.). E non è vero che andiamo a caccia di clic. Con una certa presunzione: se vogliamo andare a caccia di clic, sappiamo come farlo. Io personalmente guardo solo il numero complessivo dell’audience, e lo faccio solo il giorno dopo. Non mi riconosco nella espressione “molti clic, poco decoro”, anzi la ritengo offensiva. Non mi riconosco nel giudizio di M. sui tre maggiori siti (quella roba su meno o molto meno) ma fa niente. Sicuramente nella miscela delle news-entertainment abbiamo fatto degli errori, la nostra parola d’ordine resta sempre quella: mai pubblicare una cosa di cui potremo vergognarci.

M. dice: i grandi siti italiani hanno pubblicato il video dell’uccisione del poliziotto, questo è il segno della loro carenza di prospettive e strategia. Non lo so: il dibattito è infinito. Ci sono decine di video (per esempio dell’Is) che noi scartiamo. E’ diventato forse il nostro lavoro principale. Quel video lo abbiamo tagliato subito proprio nella parte più cruda (è la nostra policy), ma abbiamo ritenuto che fosse un documento giornalistico storico. Non una sola lettera di protesta è arrivata, non una. E comunque in giro per il mondo quel filmato l’ho visto. Su cosa sia pubblicabile o no (vedi il caso vignette) non esistono verità assolute.

Non siamo aggregatori dei deliri del mondo. Usiamo una gerarchia giornalistica per i fatti, siamo un po’ ludici per il resto (puo’ piacere o no: alla Rai lavorano i colleghi del Tg1 e quelli della Vita in Diretta. Probabilmente con l’audience della Vita in Diretta si paga anche qualche inviato in più, almeno spero). Magari una certa leggerezza ci aiuta a mantenere sezioni come Mondo Solidale, a fare campagne sociali, raccolte di firme, piccole grandi battaglie. In testa alla home non troverete mai una notizia che vi farà sorgere domande del tipo: ma perché quelli di Repubblica mettono in apertura questa storia? Non è troppo?

Detto questo, so bene che una frase in 140 battute può incenerire il lavoro di dieci persone. Sappiamo stare al gioco, ci piace quello che facciamo, ed è una gran fortuna.
In quanto alla crisi d’identità, io non ne ho. Repubblica.it ha una leadership assoluta, un piano economico sano e chiaro, buoni progetti. Un ottimo rapporto con chi lavora all’edizione cartacea: non è scontato per niente, non è sempre andata così. Dei progetti, qualcuno andrà bene, qualcuno male.
Ma sono orgoglioso di poter dire che tanti giovani bravi – alcuni ora all’Huffington – stanno crescendo e sono pronti a prendere il nostro posto. Faranno il sito meglio di noi.

Se ho fatto poca teoria, me ne scuso. E tante scuse anche per le ovvietà.

Cordiali saluti
Giuseppe Smorto
Responsabile Repubblica.it
@giusmo1


Io penso da sempre che con le bugie si vada poco lontano. E fin qui. Penso inoltre che le bugie a fin di bene siano spesso bugie come le altre che cioè, in fin dei conti, portino poco lontano pure loro.

Così nei mesi scorsi, in mezzo alle tonnellate di cose che mi capita di leggere sulla lotta al digital divide in Italia e sui piani più o meno strategici per avvicinare alla rete la quantità enorme di gente che in questo benedetto Paese continua ad occuparsi d’altro, c’era una idea abbastanza ripetuta in molti documenti che mi lasciava perplesso. Quella di utilizzare la TV pubblica per diffondere le buone pratiche dell’italiano moderno, figo e connesso a Internet. In pratica una sorta di product placement benefico infilato a forza dentro sit com e programmi Rai che suggerisca un’idea di normalità legata alla Rete ed ai suoi utilizzi.

Una TV nella quale, insomma, vada in onda non il mondo com’è ma una sua proiezione positiva e didattica.

Lo stesso meccanismo logico viene ipotizzato oggi dal Ministro della Salute Lorenzin che spiega come fra i vari passi da compiere per ridurre i rischi legati al fumo di sigarette sia buono e giusto orientare ancora una volta la TV e la fiction:


E faranno discutere i nuovi aspri divieti anti fumo. Sarà vietato fumare in auto alla presenza di minori, essendo ormai dimostrati i danni da fumo passivo soprattutto tra i giovanissimi, così come sarà bandita la sigaretta nei luoghi pubblici frequentati dai minori, come i parchi, gli stadi e le spiagge attrezzate. In discussione anche i divieti nei film e nelle serie televisive nazionali.



Avremmo bisogno di una Italia con più persone connesse a Internet ed anche con meno persone dipendenti dal fumo di sigaretta, ma l’utilizzo della TV come strumento per raccontare il mondo perfetto che non c’è (o per scongiurare presunti fenomeni imitativi), specie mediante pressanti inviti o peggio imposizioni agli autori, continua a non sembrarmi una grande idea. Non lo è se si tiene presente l’età media dell’audience TV italiana ma non lo sarebbe comunque. Per quel rispetto minimo che dobbiamo al racconto del mondo ed alla sua verosimiglianza ma soprattutto per smettere di considerare gli italiani figli un po’ scemi di una mamma chioccia illuminata.

Questa sera a Che Tempo che fa Umberto Eco presentando il suo nuovo romanzo ne ha recitato una pagina sui luoghi comuni utilizzati dai giornalisti. L’ho ricopiato:

Muro contro muro, il governo annuncia lacrime e sangue, la strada è tutta in salita, Il Quirinale è pronto alla guerra. Craxi spara ad alzo zero, il tempo stringe, non va demonizzato, non c’è spazio per i mal di pancia, siamo con l’acqua alla gola, siamo nell’occhio del ciclone, il politico non dice o afferma con energia ma tuona,e le forze dell’ordine hanno agito con professionalità, occorre salvare capra e cavoli, la stanza dei bottoni, qualcuno scende in campo, nel mirino degli inquirenti, i peggiori giri di valzer, fuori dal tunnel, la frittata è fatta, non ci son santi che tengano, non abbassiamo la guardia, una gramigna difficile da estirpare, il vento gira, la televisione fa la parte del leone e lascia solo le briciole, rimettiamoci in carreggiata, l’indice d’ascolto è stato un tonfo, una dolorosa spina nel fianco, è iniziato il controesodo, chiedere scusa.


Questo invece è un estratto del meraviglioso pezzo che Guido Ceronetti ha pubblicato su Repubblica nel giugno del 2014 intitolato “La lingua è stanca” che la lettura di Eco mi ha fatto venire in mente:


Il contesto globale. In quest’ottica. Si assumano le loro responsabilità. A trecentosessanta gradi. Va focalizzato. La piccola e media impresa. È nel nostro Dna. È calato nei sondaggi. Al minimo storico. Su base annua. Fuori dal tunnel. La locomotiva tira. Giovani e meno giovani. Lo Stato è presente. Si sono chiamati fuori. Un vera chicca. Si sta ancora scavando in cerca di altre vittime. Le sinergie presenti sul territorio. Nel mirino degli inquirenti. La fuga dei cervelli. Vai su WU-WU-WU. Siamo un polo di eccellenza. Subito le riforme. Le soglie di povertà. Spalmati sul territorio. Una gigantesca caccia all’uomo. Le fasce a rischio. La dieta mediterranea. Di tutto e di più. Tutto e il contrario di tutto. Le criticità. Gli uomini-radar. L’emergenza rifiuti. Ci vuole un nuovo soggetto politico. Non abbassare la guardia. La microcriminalità. Non va demonizzato. La stragrande maggioranza. Il colosso mediatico. Il Made in Italy. Pitti Uomo. Poi l’affondo. L’impatto ambientale. Sette chilometri di coda. Incasso record. Pesanti apprezzamenti. Un’Europa che guarda al futuro. Più fondi per la ricerca. È iniziato il controesodo. Stuprata dal branco. Dare un segnale forte. Le sostanze dopanti. Liberalizzare le droghe leggere. Varato il piano. La strada è tutta in salita. Si commenta da sé. Non ho la palla di cristallo. Ci sono luci e ombre. Approcciarsi alle problematiche. Le quote rosa. Bere molta acqua. Gli intrecci mafia-politica. Il presunto assassino. La malasanità. Errore umano. Molta frutta e verdura. A tasso zero. Accetto per il bene del Paese. È un Far West. È un film dell’orrore. L’ospizio-lager. Da lasciare ai giovani. Non arrivano alla fine del mese. Più tecnologia. La stanza dei bottoni. La costituzione più bella del mondo. Sull’orlo dell’abisso. È stato segretato. È stato desegretato. È stato risegretato. Assolutamente sì.



I grassetti sono miei e indicano le frasi uguali nei due elenchi. La lista di Ceronetti è meravigliosa e poetica, specie per “Vai su WU-WU-WU”


Questa è invece la lista della redazione de Il Post.

Di tutto il cumulo di emozioni timori e tristezze scatenate dagli eventi tragici di Parigi di questi giorni due cose vorrei appuntare qui. Riguardano la varia umanità che simili eventi scoperchiano.

Perché da noi in Occidente, ma specialmente qui in Italia, e poi su Twitter, e anche su certi giornali diretti da emeriti imbecilli, oppure al bancone del bar, e nelle fabbriche (se esistessero ancora), di eventi del genere, quando accadono, è impossibile non parlare.

E infatti se ne parla. E mentre se ne parla i più onesti fra noi si renderanno conto che stanno fischiettando cose complicate di cui in fondo non sanno granché (e quindi magari qualche cautela, insomma, finiranno per usarla) mentre molti altri, quelli che le sparano sempre grosse, quelli che vanno in TV o compongono i titoli dei giornali o scrivono i pensosi editoriali, approfitteranno della vasta ignoranza generale (anche fra le poche persone variamente appassionate di informazione) per parlarci di loro stessi o per piegare i complicati fatti del mondo ai loro semplici piccoli interessi. Bianco, nero. Alto, basso.

Possiamo scherzare con la politica e il calcio, con Renzi o Grillo, perfino sul Papa telefonista o sul Presidente novantenne, ma per sparare cazzate a caso sull’Islam o su Maometto, sull’ebraismo e le Crociate, sui rapporti fra ideologie e religioni o sulle derive dei totalitarismi, di faccia tosta ce ne vuole parecchia in più. Anzi, mi correggo; serve una faccia come il culo per andare in giro a raccontare quattro banalità disinformate a margine di eventi drammatici e violenti giusto nel momento in cui la libertà di tutti noi è in pericolo.

Bene. Queste facce da culo noi in Italia le abbiamo. Servono eventi drammatici per ricordarci che l’automatismo narcisista del cretino resta sempre uguale sia che si stia parlando del gol annullato dall’arbitro venduto o della fine dell’umanità.

I poeti laureati dell’esagerazione mediatica sottolineano poi – con un po’ di fatalistico fastidio – come ormai troppa gente abbia su Internet un misero palchetto dal quale applicarsi nella loro medesima arte. Siamo sensibil alle cazzate altrui ma anestetizzati alle nostre e questo forse complica le cose. Ma non le complica a sufficienza per impedirci di capire che la TV, le radio e i media italiani in genere, sono pericolosamente invasi da una marea di chiassosi incompetenti. Lo sono sempre, anche quando dissertano del gol fantasma del Sassuolo ma si mostrano in tutta la loro straripante pericolosità in giornate come queste. E nemmeno si accorgono – i maledetti idioti – che stanno giocando col fuoco.


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Doc Searls e David Weinberger nel frattempo sono diventati vecchietti. Così il loro nuovo bellissimo Cluetrain Manifesto è diventato poetico.

Ricopio qui, ringraziandolo molto per il contributo, il commento che Mario Tedeschini Lalli ha lasciato al mio post precedente.

Massimo,

giusto e sbagliato insieme (e mi riferisco alla chiave interpretativa generale, non alla questione specifica del video più o meno tagliato).

Mi sembra che tu ed altri attribuiate una certa leggerezza dei siti web delle testate storiche a una omologazione verso lo “anything goes” della rete — e qualcuno (non te in questo caso) attribuisce questo atteggiamento a una ricerca spaspodica e poco onorevole di traffico.

Io temo che queste analisi diano troppo peso a ciò che accade in rete da dieci anni a questa parte e sottovalutino radicalmente alcune caratteristiche del giornalismo italiano che predatano il digitale e che lo facevano – sin da allora – molto, ma molto diverso dal giornalismo c.d. “responsabile” o “di qualità” degli altri Paesi.

Il giornalismo italiano – sin almeno dagli inizi degli anni Ottanta – è stato radicalmente diverso dalle analoghe pratiche di altri Paesi occidentali per la minore attenzione ai dettagli, alla verifica, diciamo ai fatti. E’ stato un giornalismo che ha, per esempio, rivendicato con orgoglio una prevalenza della interpretazione sulla cronaca, sia pur nella forma che “far cronaca è sempre far interpretazione”. E’ stato un giornalismo che – da quando lo frequento – nel dubbio ha sempre scelto il registro comunicativo più enfatico e clamoroso, con la conseguenza per esempio di usare la cifra più alta in un bilancio delle vittime di un incidente o di un attentato in caso di dubbio (esattamente il contrario di quello che fanno gli altri).

E’ stato un giornalismo che del “prima non prenderle” ha fatto un dogma, quindi ossessionato dall’avere comunque tutto quello che hanno gli altri – più che di avere cose che gli altri non hanno – e che quindi si preoccupa qualcun altro possa pubblicare una fotografia che noi magari giudichiamo inopportuna.

Il tutto bagnato in una cultura politico-sociale nella quale qualunque scelta editoriale, pur discutibile, diventa “censura”.

Il ciclo 24/7 e la “concorrenza” con altre fonti di informazionii che non siano le testate tradizionali ha probabilmente accentuato il problema ma non lo ha creato.

Dico tutto questo perché uno sguardo temporalmente un po’ più distaccato può aiutare a capire non solo il giornalismo italiano (che peraltro nella sua forma storica ha ovviamente i suoi ben noti pregi), ma tutta la società italiana. Tutti noi come cittadini, lettori, giornalisti, informatori, ecc.

Buon anno a tutti


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Forse qualcuno avrà notato che nelle ore successive all’attentato a Parigi i tre principali siti informativi italiani (Repubblica, Corriere e La Stampa) avevano in homepage ben in vista un link al video terribile dell’esecuzione a sangue freddo di un poliziotto ferito da parte dei terroristi. Nelle stesse ore nessuno dei principali siti informativi francesi (né Le Monde né Le Figaro né Liberation) proponeva le medesime immagini che pure erano facilmente rintracciabili in rete. Quel video, ripreso di nascosto da dietro una finestra dal cellulare di un testimone, non è stato trasmesso da BBC né da molti altri siti web informativi internazionali mentre il NYT e altri hanno scelto di trasmetterne alcuni spezzoni tagliando la scena del colpo di grazia al poliziotto ferito.

È possibile che in Italia il giornalismo professionale abbia la schiena più dritta che altrove e consideri il proprio pubblico in maniera differente e più matura rispetto a quello che accade altrove nel mondo; oppure è possibile che le cose stiano diversamente, che ci sia meno da vantare e da stigmatizzare dalle nostre parti rispetto alle scelte fatte altrove.

Oltre una decina di anni fa, quando iniziarono a diffondersi i blog Jay Rosen scriveva una cosa sui rapporti fra stampa e rete che mi pare continui ad essere valida anche oggi. Detta in poche parole suonava così: per molti decenni l’ambiente informativo è stato uno spazio fisico di diffusione delle notizie che si identificava quasi completamente con la stampa. Dopo Internet l’ambiente informativo è diventato enorme e variamente popolato mentre la stampa, quella quota di notizie scambiate in cambio di denaro dentro strutture organizzative complesse, rimaneva più o meno dentro la propria usuale dimensione. Gradualmente i soggetti emettitori di informazioni si sono andati moltiplicando: alle agenzie di stampa ed ai media si sono aggiunte le aziende, i gruppi di potere, le associazioni, i sindacati, gli esperti, i semplici cittadini, i nuovi giornali online.
Le tecnologie abilitanti, e quindi i blog, le fotocamere degli smartphone e i social network, per lo meno nelle emergenze informative, hanno fatto il resto.

Tutto questo non ha cambiato nella sostanza la missione informativa dei vecchi media, li ha solo resi soggetti non più esclusivi ma con immutate grandi responsabilità dentro un panorama più complesso.
In eventi drammatici come quello odierno ambiente informativo e stampa non possono e non dovrebbero coincidere: sono contesti differenti per un pubblico differente. Un numero limitato di soggetti cercherà le informazioni alla fonte, mentre la maggioranza dei cittadini continuerà a preferire l’intermediazione professionale dei grandi siti editoriali.

Così io, che sono un cittadino appassionato di notizie, abituato alle molte opzioni dell’ambiente informativo digitale, ho twittato l’orrore di quel filmato appena visto su Facebook ma mai avrei voluto vedere pubblicato quel video dentro il filtro professionale di un grande giornale. E invece questo è avvenuto e questa scelta spiega bene l’anomalia italiana.

Perché curiosamente in Italia molto più che altrove l’informazione editoriale di maggior prestigio naviga dentro una sostanziale ambiguità: impagina un prodotto di carta piuttosto simile a quello della concorrenza negli altri paesi, contemporaneamente strizza l’occhio sulla propria versione web alle scelte più discutibili tipiche dell’ambiente informativo digitale (sesso, notizie urlate, tragedie orribili riccamente descritte per immagini, bufale, pettegolezzi ecc). I siti web di corriere.it (molto), di Repubblica (un po’ meno) e de La Stampa (molto meno) per limitarmi ai tre principali giornali italiani, scimmiottano nella propria offerta di notizie web il mix che garantisce molti click e poco decoro, un prezzo che si sceglie di pagare in nome della sostenibilità del proprio modello economico.

Potremo sempre argomentare (come ha fatto Monica Maggioni di Rai News e come ha titolato Huffington Post) che i lettori, cittadini adulti e senzienti, debbano misurarsi con l’orrore di simili immagini per farsi una idea in perfetta autonomia, ma andrà in ogni caso anche notato che molti altri giornali in tutto il mondo fra quelli che consideriamo altrettanto autorevoli ed altrettanto attenti nei confronti dei propri lettori, trattano il filtro informativo con sensibilità del tutto differente.

E pensare che l’autolesionismo nel medio periodo di simili scelte editoriali dovrebbe risultare chiaro a tutti. Nel momento in cui la stampa diventa uguale all’ambiente informativo che la circonda, nell’istante in cui le informazioni che possiamo raggiungere sui social network su Twitter e sui media sono le medesime, in quel momento la stampa perde il proprio ruolo di bussola informativa e si trasforma in semplice aggregatore dei deliri del mondo.

Quando questo avviene, ed oggi è avvenuto, abbiamo perso tutti: hanno perso i lettori, specialmente quelli che si affidano con fiducia alla mediazione giornalistica in rete, ed hanno perso soprattutto i giornali la cui offerta commerciale si avvolge in una crisi di identità senza apparente soluzione.


update: Giuseppe Smorto direttore di repubblica.it mi fa notare su Twitter che il video in questione da loro è stato tagliato nei (pochi) frame del colpo di grazia. Mi scuso per l’imprecisione.


update2: nelle versioni attualmente online su tutti e tre i siti web citati l’attimo del colpo di grazia è stato tagliato.