Le discussioni sul futuro del giornalismo, anche quelle più interessanti, hanno spesso un aspetto curioso: non prevedono l’esistenza del lettore. Il lettore, in quanto ricevitore del contenuto informativo è spesso trattato come un soggetto immobile ed immutabile.

Se proviamo ad osservare la faccenda aggiungendo questa variabile ci accorgeremo che alcuni punti vanno necessariamente aggiunti. Voglio dire: nessuno scrive per non essere letto. O meglio, succede anche questo – e nemmeno troppo di rado – ma è una perversione che ora non ci interessa. Chi scrive, in genere lo fa per essere letto e l’informazione non dovrebbe sfuggire a questa regola. Prima di essere servizio, prima di essere pilastro democratico, prima di qualsiasi altra cosa, l’informazione si sostanzia nel suo essere cibo per i lettori. Quindi se discutiamo di giornalismo e rete, se vogliamo ragionare di modelli economici o prospettive future, se ci appassiona l’idea di incolpare qualcuno della fine che i giornali stanno facendo da un po’ di anni a questa parte, allora sarà il caso di mettersi anche un po’ nei panni del benedetto lettore.

Perché insomma, è semplice. Da quando esiste Internet, da un paio di decenni a questa parte, qualsiasi lettore sano di mente e minimamente curioso se interrogato (ma nessuno lo interroga) vi risponderà alla stessa maniera: vale a dire che mai, MAI in passato lui ha avuto tante cose interessanti, varie, concise o lunghissime da leggere. Dai tweet alla long form siano tutti travolti da una grande qualità, a patto di aver voglia di cercarla in mezzo a tutto il resto (che è molto, assai grande e puzzolentissimo).

Così il primo punto fermo è quasi banale. È morta la qualità? Si sono imbastardite le fonti? I grandi testimoni si sono estinti? No, no e no. È vero il contrario. Quelli che prendono Buzzfeed come paradigma di un giornalismo futuro a misura di scemo e potentemente orientato a modernità tecnologiche mediate dalla rete (SEO, mobilità, prevalenza dei video, liste, ecc). sta facendo il classico errore del mercante. Tutela il bene che vende, cercando di immaginare come infiocchettarlo meglio, disinteressandosi di tutto il resto. Tutti a immaginare cloni di una stronzata come Buzzfeed in quanto prodotto vendibile? Secondo me siete matti.

Seconda possibilità. Quello che il lettore vive oggi è il colpo di coda di un mondo che continuerà ancora per un po’ a produrre contenuti ma è destinato comunque ad estinguersi nel collasso del suo stesso sistema economico. È insomma un lettore che vive dei frutti di un apparato in dismissione (per una ragione o per un’altra) e che una volta spento trascinerò a fondo con sé talento qualità, pluralismo e tutto il resto. Secondo me è improbabile, quello che sta succedendo – mi pare – è che cambino le forme ed i soggetti interessati. Per esempio Francesco Piccinini, nel suo articolo che ha scatenato la discussione, dice che dopo la carta morirà anche il giornale on line in un processo di rivoluzione inevitabile. Io non dico di no, non lo so. So però che, dal punto di vista del lettore, tutto ciò è discretamente irrilevante; da quello del produttore di notizie si tratta invece di una questione centrale. In ogni caso dubito che i lettori resteranno in futuro senza notizie nei formati e nelle modalità che preferiranno.

Ho anche altre perplessità sullo scenario disegnato da Francesco ma accenno solo ad una. Non credo che il contenuto sia, per ragioni di architettura di rete più importante del contenitore. Un’occhiata rapida al newsfeed di Facebook dovrebbe ridurre chiunque a più miti consigli al riguardo. L’aggregazione casuale dei contenuti di rete aumenta l’entropia, la possibilità di essere raggiunti da ciclopiche vaccate, la cui diffusione virale ha, come è noto, grande dominanza su tutto il resto. In altre parole cercheremo sempre un contenitore che sia in qualche misura garanzia (o filtro) di un contenuto. Il che ovviamente non significa per nulla che domani continueremo a chiamarlo giornale. Insomma secondo me il contesto resterà importante, per un numero molto rilevante di soggetti lo rimarrà molto di più dei contenuti al suo interno.

Ultima questione, osservata ancora una volta dal punto di vista del lettore. Dice Zambardino che il giornalismo obiettivo in Italia non è mai esistito, ed io sono d’accordo con lui. Di più, la grande maggioranza dei contenuti giornalistici sono scritti oggi per conto di qualcuno (che non è il lettore), sono dei pubbliredazionali, però nascosti meglio. Un numero rilevante dei quotidiani che stanno morendo, al di là della formidabile retorica che li avvolge, sono serbatoi di pubblicità più o meno indiretta per i propri proprietari padrini e finanziatori. Ci sono i giornali di Berlusconi, quello di Confindustria, quelli dei palazzinari, quelli della Fiat, quelli delle banche, quelli dei partiti, quelli dei poteri forti, quelli dei poteri occulti. Il giornalismo in Italia è da decenni prima di tutto una scusa, l’ufficio stampa di qualcuno che preferisce non comparire e i lettori in tutto questo sono l’aceto balsamico di Modena su foglie di lattuga dall’aspetto dubbio. Così oggi il rischio è che l’algoritmo dell’informazione prona al potere sia sostituito da quella della scrittura ottimizzata per i motori o per gli interessi bassi di una generazione di nuovi imprenditori dai modelli di business altrettanto misteriosi. Tutto questo per i lettori, specie per i più deboli, è una discussione abbastanza irrilevante di padelle e braci. Per il resto chi scriverà per farsi leggere davvero è molto probabile che il proprio modello economico, forse non gigantesco, continuerà a trovarlo. Ne moriranno un po’, forse i peggiori, ma non possono morire tutti.

Bella discussione sul futuro dell’informazione:

Francesco Piccinini su Fanpage e Vittorio Zambardino su Wired. Magari ci torno, intanto dico che sull’informazione che diventa mobile non potrei essere meno d’accordo.

Il contenuto diventa sempre meno scritto e sempre più video – La produzione di contenuti non è solo produzione di news. O meglio è “anche” produzione di news, ma queste non bastano più. Un giornale del XXI secolo vive anche di produzione di contenuti di entertainment e infotainment (termine visto in un’accezione negativa ma che, in realtà, può racchiudere arti “nobili” come il teatro di narrazione). Contenuti che vanno pensati e prodotti per essere fruiti sempre più in mobilità e sempre meno da desktop: insomma, non siamo più nell’era del mobile first, ma del mobile only.





Nella prima repubblica digitale i quotidiani italiani pescavano ampiamente nella rassegna stampa mondiale, traducevano abusivamente gli articoli migliori e li pubblicavano il giorno successivo all’uscita sul New York Times come se fossero loro senza che nessuno o quasi se ne accorgesse.

Nella seconda repubblica digitale i quotidiani italiani pescavano un po’ meno ampiamente nella rassegna stampa mondiale gli articoli migliori e li pubblicavano il giorno successivo come se fossero loro esponendosi alle critiche e agli sberleffi di un minuscolo gruppo di blogger e appassionati su Internet che erano gli unici che se ne accorgevano.

Nella terza repubblica digitale i quotidiani italiani pescano ancora meno ampiamente nella rassegna stampa mondiale gli articoli migliori e li pubblicano il giorno successivo esponendosi alle critiche di un numero sempre maggiore di persone alcune delle quali contatterano su Twitter l’autore dell’articolo copiato che sputtanerà l’autore della traduzione semiabusiva in twittervisione.

Tutti i giornali del mondo hanno pubblicato in queste ore questa foto:


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L’immagine rappresenterebbe la frattura che Neymar si è procurato ieri sera duranti Brasile Colombia in uno scontro di gioco.


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Secondo quasi tutti i media la frattura di Neymar sarebbe quella dell’apofisi trasversa di L3. Una frattura minore che non coinvolge la stabilità della colonna e tanto meno il midollo spinale e che ci si procura in genere con eventi distorsivi (sull’apofisi si inserisce il muscolo psoas che con lo stiramento legato al trauma crea il distacco osseo). Fa molto male ma guarisce da sola nel giro di qualche settimana.

Quella della scansione pubblicata dai giornali non è in ogni caso l’immagine di una frattura di una apofisi trasversa. Per dirla tutta non sembrerebbe essere nemmeno una frattura (coi limiti dell’unica ricostruzione sagittale della TC), sembrerebbe, più probabilmente, una spondilolisi, vale a dire una mancata saldatura dell’arco posteriore di una vertebra su base costituzionale.




Oggi Gianfranco Giardina su Dday.it ha pubblicato i numeri del decreto sull’equo compenso firmato dal Ministro Franceschini e non ancora comparso in Gazzetta Ufficiale. Sono numeri semplicemente ingiusti, indegni di un governo che abbia minimamente a cuore l’innovazione tecnologica.

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Il grafico degli accessi a Youporn prima durante e dopo la partita Italia-Inghilterra contiene una quantità di informazioni molto rilevante. Anche se non so esattamente quali.

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(link)

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(fonte)

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Dopo lunga attesa iniziano ad uscire i primi numeri di Audiweb sull’accesso a Internet in mobilità in Italia. In particolare colpisce il fatto che, nel giorno medio (marzo 2014), 7,4 milioni di persone si collegano solo da dispositivi mobili contro i 5,4 da computer fissi (e 7,2 da mobile + fisso). Ora, siccome il mondo è schifosamente prevedibile, sono pronto a scommettere che nei prossimi giorni questo dato di prevalenza delle connessioni mobili sarà salutato da molti come una sorta di buona notizia sulla vitalità dell’accesso alla rete in Italia. È invece vero l’esatto contrario. La marcata prevalenza delle connessioni mobili su quella da rete fissa è una specie di campana a morto sulle possibilità di questo Paese di assomigliare nel prossimo futuro ad un Paese normale.

Esiste una specie di agiografia minima che collega la rete italiana alla Sardegna. A partire dai tempi del CSR4 e poi di Nicki Grauso e della sua Video On Line (uno dei primi tentativi commerciali di accesso a Internet in Italia a metà degli anni 90) fino alle megalomanie ed ai tracolli borsistici della Tiscali di Renato Soru. Hanno qualche attinenza con la Sardegna anche due progetti più recenti di cui si è parlato molto da noi: il motore semantico Volunia (anch’esso presentato alcuni anni fa con grandi squilli di trombe alla presenza del rettore e del sindaco di Padova dall’informatico Massimo Marchiori) che nell’analisi postuma dell’ideatore è naufragato per colpa dell’Amministratore delegato di Volunia (Marchiori non lo nomina mai ma l’AD supposto artefice del disastro è Mariano Pireddu, sardo, ex CEO negli anni novanta di Czech online, ISP di proprietà di Tiscali). Ora il dominio volunia.com rimanda ad una pagina del dipartimento di matematica dell’Università di Padova nella quale Marchiori, dopo essersi levato altri sasssolini, dichiara che renderà pubblico il codice del progetto. C’è poi iStella, altro progetto di ricerca web di Renato Soru dalle molte aspettative e dalle strategie lievemente demenziali (i navigatori nelle intenzioni del progetto avrebbero dovuto popolare il sito dei propri contenuti caricandoli fisicamente) anch’esso nato nella usuale modalità italiana delle prestigiose collaborazioni (se per Volunia erano il Sindaco ed il Rettore per iStella era la Treccani di Massimo Bray) e della grande pochezza intorno.