27
Feb

Io da quando utilizzo e amo internet, e sono ormai più di vent’anni, penso più o meno sempre la stessa cosa. Che sia meglio avere più opzioni piuttosto che averne meno. Che se qualcosa è storto o sbagliato vorrei potere essere io a deciderlo, da solo o con l’aiuto di qualcuno che ho scelto e di cui mi fido. Vorrei scegliere io ed eventualmente se qualcosa non funziona rimediare io.

Se tutto è a un link di distanza saranno affari miei imparare ad evitare gli ostacoli (e gli orrori e le cose inutili e quelle che non mi piacciono) e a districarmi fra il più per raggiungere il meglio. Quel meglio, a quel punto, sarà cosa mia, decisa da me e differente da quella di chiunque altro.

Quando – come oggi – ritornano in discussione sui media italiani i temi etici, quelli alti e pesantissimi, quelli che riguardano l’interruzione di gravidanza o il fine vita, io penso che sia lo stesso. Che sia meglio avere più opzioni piuttosto che meno, che se qualcosa è storto o sbagliato dipenderà da ciascuno di noi valutarlo ed eventualmente rimediare. Se riguarderà me, avendo più opzioni invece che meno, sarò io a quel punto (o qualcuno di cui mi fido) a decidere il da farsi.

Avere una società con più opzioni invece che meno è una pura faccenda di maturità e cultura. La società matura e colta non demanda allo Stato o alla Chiesa, all’ideologia o alla tecnologia. Decide per sé singolarmente, individuo per individuo.

E questa una delle ragioni per cui in Italia Internet ha numeri tanto terribili.
E’ questa una delle ragioni per cui in questo Paese si trova sempre qualcuno la cui missione è spiegarci quali cose siano giuste e quali no. Ma non per loro, per noi.






Le relazioni con il cliente degli operatori telefonici sono una faccenda delicata. Lo sono diventate di più da quando attraverso quel contratto commerciale, oltre alle solite comunicazioni in voce e messaggi, è iniziato a passare tutto il resto. Tutta la nostra vita oggi passa da lì: un tempo essere connessi ci sembrava un bene trascurabile, ora non lo è più.

Qualche giorno fa il mio operatore di telefonia mobile mi ha mandato un messaggio per annunciarmi una variazione contrattuale. Mentre fino ad oggi il mio contratto prevedeva un bundle settimanale di dati, consumati i quali il mio cellulare continuava lo stesso a navigare ma molto più lentamente, a soli 32 kbps fino al successivo rinnovo, da domani quando finirò il traffico previsto dal mio contratto verrò disconnesso fino al nuovo rinnovo.

È anche colpa mia. Il mio iPhone naviga da anni (tutto il resto non mi interessa non telefono praticamente mai e non mando quasi più SMS) con una ricaricabile supereconomica. Tengo il 4G disattivato, perché francamente non capisco a cosa mi serva scaricare un sito web pieno di banner pubblicitari più velocemente (e comunque CERTO uso adblock sul mobile, per ovvie ragioni).
Fino ad ora, ad un certo punto della settimana, inevitabilmente finivo i dati, in genere verso giovedì (il mio rinnovo avviene di domenica mattina). Da quel momento in poi navigavo alla magica velocità di crociera di 32kbps. Per molto tempo ho vissuto tutto questo rallentamento come un discreto fastidio, poi, misteriosamente, ha iniziato a piacermi.

Ho scoperto che mi piaceva essere connesso a Internet in mobilità ad una velocità superlenta. Mi piaceva dover aspettare 5 minuti per scaricare 4 mail o per aggiornare Twitter (senza immagini). Era diventata una sorta di terapia detossificante impostami da qualcun altro: avevo finito i dati, toccava aspettare.

Guardo il cellulare centinaia di volte al giorno, mi piacerebbe farlo meno. Avere una connessione mobile lumaca per metà settimana era una forma di terapia: contemporaneamente era un gesto di estrema cavalleria del mio operatore telefonico, lo apprezzavo molto per questo. Era come se lui mi dicesse: so che queste cose sono molto importanti per te, non voglio isolarti dal mondo. Eravamo amici, ci capivamo.

Gli operatori delle comunicazioni non sono scemi: sono loro i primi a non volere il cosiddetto bill shock. E ci sono solo due maniere per evitarlo nelle usuali tipologie di contratti di fascia economica. La prima è appunto ridurre drasticamente le prestazioni senza interromperle fino a nuovo rinnovo, la seconda è bloccare il traffico fino alla scadenza. In passato la regola (un suicidio commerciale ben remunerato) era che terminata l’offerta che si era sottoscritta il traffico proseguiva a costi proibitivi, spesso senza avvisare il cliente, facendo lievitare la bolletta. Li ho odiati per questo.

Io, contro ogni statistica, continuo a pensare che la connessione mobile sia una forma accessoria di collegamento a Internet. Serve a gestire l’always on, tranquillizza le nostre ansie di cittadini eternamente connessi ma per il resto per me è un servizio ancillare all’accesso a Internet da rete fissa. Spendo molto più volentieri i miei soldi per un accesso casalingo in fibra piuttosto che per navigare velocissimo mentre sono in auto dal benzinaio (oltretutto a condizioni contrattuali molto più sfavorevoli).

L’SMS della mia compagnia telefonica mi sta dicendo che io prossimamente terminerò la mia connessione mobile verso metà settimana. Che se vorrò continuare ad essere online dovrò versare altri soldi oppure aspettare qualche giorno. Oppure che dovrò navigare meno per farmi bastare il bundle dati fino a venerdì o se va bene fino a sabato. È una sfida: vedremo domani se la vivrò come un fastidio o come un inatteso regalo. Mi piace pensare l’impensabile: che il mio provider sia un gentiluomo che vede lontano, che stia pensando a me. E che mentre mi invita a navigare meno in mobilità (navigherò meno, non pagherò di più) mi sta preparando un accesso da 1 Giga simmetrico da utilizzare a casa. La vita della mia famiglia passa anche di lì. Sono disposto a pagare bene: sulle reti mobili invece fate un po’ come vi pare.

Con la vicenda spiacevolissima delle proteste dei tassisti, a Roma e altrove, si ripropone un problema che abbiamo già visto molte volte nell’ultimo decennio. E’ un argomento che riguarda l’innovazione ed il contesto digitale e pur essendo politicamente semplicissimo, sembra essere costantemente dimenticato dalla politica.

Il punto è che – al di là del singolo caso – l’ecosistema digitale spezza le rendite di posizione. Lo ha fatto con l’industria discografica, con la grande distribuzione, con il comparto editoriale e quello cinematografico. Lo fa con i tassisti o gli albergatori, con i ristoratori e con i trasportatori. Lo fa. Senza appello. La rendita di posizione è messa in pericolo e quasi sempre, almeno in parte, ridimensionata.

La discussione sulla sharing economy ha due facce altrettanto importanti. Una è ovviamente questa, il suo spezzare oligopoli, la seconda è quella del tipo di lavoro che simili nuove opzioni impongono, quando e dove riescono a farlo.

Non è che questa seconda parte del problema non sia rilevante, lo è anzi moltissimo, è un tema politico molto rilevante, ma quando i tassisti vanno in piazza, quando i sindacati si oppongono ai magazzini di Amazon, quando il sistema cerca comprensibilmente di mantenere l’esistente (un tentativo che da noi riesce molto meglio che altrove) la prima risposta della politica ai campioni del mondo precedente dovrebbe essere chiara: il mondo cambia le vostre aspettative dovranno essere ridotte.

La politica dell’innovazione parte da qui, il suo passo successivo è quello di garantire condizioni di equilibrio fra vecchie e nuove forme di lavoro, protezioni per i cittadini ed i lavoratori. Insomma un maledetto casino. Ma nel frattempo la prima cosa che il Ministro Delrio dovrebbe avere l’onestà di dire ai tassisti che fanno il saluto romano contro Uber spalleggiati da Virginia Raggi è che il mondo è cambiato, che non si può far finta che non lo sia e che le loro aspettative dovranno essere ridotte.

Se non si parte da lì, se non si trova l’onestà per dirlo e si cerca di aggiungere opzioni senza disturbare nessuno (sarebbe bellissimo ma è impossibile), non si va da nessuna parte.

Non andare da nessuna parte del resto, non scegliere mai, dare ragione a tutti, è una grande specialità della politica di questo Paese.




(grazie a bets)

Di tutta la vastissima discussione di questi giorni sulla scissione del PD non è stato abbastanza sottolineato un dato di realtà che a me pare evidentissimo da tempo. Per oltre due anni, un numero minimo di dirigenti del PD (la cosidetta “minoranza”) si è fatta gioco di ogni decisione presa dagli organi del partito, giusta o sbagliata che fosse, schierandosi ogni volta, intenzionalmente, in aperta opposizione. Lo ha fatto in ogni luogo possibile e immaginabile, spesso al di fuori delle sedi della politica, sfruttando una rete di relazioni costruita in vent’anni di attività e sfruttando, nel tempo, anche l’odio diffuso che Renzi ha saputo attrarre su di sé specie dentro i media.

Ogni volta che il PD cercava e raggiungeva una composizione con le istanze urlate a gran voce dagli scapigliati (in genere istanze eteree e molto filosofiche, basate sui superiori interessi dei cittadini o su principi etici altrettanto assoluti) la minoranza sposava, senza imbarazzi, una posizione nuova ed opposta, raggiungendo livelli di ridicolo che in politica si vedono raramente.

Non sono in discussione le scelte politiche di Renzi e nemmeno i suoi metodi: entrambi potranno essere variamente criticati, spesso con argomenti anche per me più che convincenti. Il punto è la cattiva fede, cristallina e ripetuta di questi signori. Il loro usare le parole della politica per i propri fini personali dentro un partito solo teoricamente di tutti ma nei fatti manovrato da correnti e correntine di cinici affaristi del consenso.

Il PD, in questi giorni di tecnicalità precongressuali, ha raccontato il peggio di sé da entrambe le parti (tanto da far sospettare che tutto sommato grandi differenze fra le manovre dell’uno e dell’altro schieramento non ce ne siano) ma a me sembra evidente che il disegno della minoranza che è arrivato oggi al capolinea è stato unico e trasparente da quando Renzi ha vinto le primarie: riprendersi il partito con ogni mezzo.

Semplicemente in questi due anni e passa, i mezzi leciti della rappresentanza politica, per la sfortuna di Bersani o D’Alema, di Speranza o altri pesci perfino più piccoli, non si sono mai presentati. E alla fine, banalmente, quando il gioco si è fatto duro (cfr. quando si trattava di decidere le candidature per le prossime elezioni) se ne sono dovuti andare. Vista da qui molto meglio così. Ora Renzi potrà sbagliare da professionista e senza più alibi.

Torno da Trieste (che meraviglia Trieste!) dove per due giorni si è svolto “Parole o_Stili“, una conferenza inedita sui temi del linguaggio sul web nata – come si diceva una volta – dal basso e poi rapidamente trasformatasi in un grande evento con esperti del digitale accanto a grandi nomi dello star system e della politica come Laura Boldrini, Enrico Mentana, Gianni Morandi.

Dovessi riassumere in due parole la piccola parte dell’evento che ho seguito direi “Gianni Morandi” che ha portato a Trieste il suo messaggio semplice e positivo di un utilizzo della rete educato e senza patemi. Come sostengo da tempo (sbeffeggiato dai più) Morandi è il perfetto testimonial di Intenet per i moltissimi italiani che guardano la connessione con disinteresse e sospetto.


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L’altra sera a cena Rosy Russo, l’ideatrice del progetto, mi chiedeva cosa pensassi dell’iniziativa: le ho risposto che mi sembrava un’iniziativa bellissima. Un manifesto per una rete che non odia è una bella idea. Le ho anche detto che mi sembrava di vedere un rischio: quello che alle buone intenzioni seguissero i peggiori comportamenti, come avviene regolarmente da noi quando si parla di digitale.

Di Laura Boldrini e delle sue battaglie personali per educare Internet (ripetute con convinzione anche a Trieste) ho già scritto a sufficienza. Del rischio che una battaglia che nasce culturale si trasformi rapidamente in un regolamento di conti mi pare ci siano altri robusti segnali, un po’ ovunque in giro, alcuni dei quali ho visto anche a Trieste.


La rete strumento di interazione, emancipazione, lavoro e arricchimento culturale non può diventare un mezzo per diffondere stereotipi, meccanismi discriminatori e intolleranza. Compito del Parlamento è l’approvazione al più presto di norme rigide contro ogni forma di violenza diffusa sull’autostrada dell’informazione, con pene severe e certe per gli aguzzini e gli sciacalli del web.


Che in occasione di ParoleOstili anche giovani giornaliste del Corriere della Sera trovino normale invocare a gran voce nuovo “rigide norme” per il web (dentro il solito cortocircuito di cartapesta del genere “Internet è bellissima ma…”) io la trovo una reazione non solo prevedibile ma anche in grado di sollevare ampi consensi.

Che durante il panel su “Giovani e digitale” la responsabile della Polizia Postale per il Friuli Venezia Giulia Alessandra Belardini racconti senza imbarazzi l’approccio terrorizzante dello Stato nei confronti della rete (l’intervento di Belardini meriterebbe una attenta analisi perché è un compendio essenziale di luoghi comuni e punti di vista conservatori sui principali temi dei diritti-doveri online) io lo trovo non solo prevedibile ma anche pericolossimo, visto che queste persone vanno nelle scuole a parlare di Internet ai ragazzi molto di più di chiunque altro.

È come se fosse in atto una competizione impossibile da vincere. Per quanto ci si sforzi, per quanto si dedichi tempo a capire ed approfondire, per quanto ogni volta uno spiraglio di comprensione ed intelligenza sembri sul punto di dischiudersi, ecco che da noi, ogni volta, tocca assistere al trionfo del vecchio buon senso comune. L’agitarsi multiforme di un paese reazionario che è orgoglioso di esserlo e che non vuole cambiare.

Ripeto da tempo che il Parlamento italiano dovrebbe astenersi dal produrre norme sul digitale. Non si tratta di un provocazione ma di una preghiera concreta, basata sui fatti. Chiunque segua da anni l’iter delle leggi prodotte in Italia sul digitale sa benissimo che, anche quando sono animati dalle migliori intenzioni, tali processi creano ogni volta e invariabilmente danni più o meno grandi al Paese.

Allo stesso modo: sarà utile un manifesto contro l’odio sul web? Ovviamente lo sarà e il Manifesto di Trieste per esempio è pieno di punti condivisibili. Ma noi dovremo sapere che accanto a quella narrazione immediatamente ne nascerà una differente e contrapposta, e che quel racconto avrà voce più forte della nostra e raggiungerà maggiori consensi. Noi abbiamo Gianni Morandi, loro hanno un Paese spaventato e anziano da solleticare a colpi di luoghi comuni e allarmi sulla fine orribile che faranno i nostri figli.

Nell’economia complessiva della trasformazione digitale forse in Italia la cosa migliore sarebbe davvero starsene immobili. Non agitare la acque. Non provare a fare qualcosa. Sperare in una situazione di prolungato standby nella quale le cose cambino (perché tanto l’orologio va avanti e le cose cambiano comunque nonostante tutti noi) per sfinimento e non perché sospinte dalla nostra buona volontà.

La nostra buona volontà digitale è bellissima. Ma lasciarla sotto traccia ancora per un paio di decenni forse è la strategia.

Oggi lamentavo su Twitter quanto sia difficile farsi un’idea personale sui fatti di cronaca di via Zamboni degli ultimi giorni. Le decine di articoli al riguardo traboccano di opinioni e moralismi da una parte e dall’altra ma i fatti, quelli spiccioli e incontestabili, quelli non li spiega nessuno. Il narcisismo delle opinioni travolge (da tempo) il ruolo ben più importante del cronista: ormai è talmente normale che quasi nessuno se ne accorge.

Mi hanno segnalato questo intervento di Emilia Garuti su FB che dice molte più cose al riguardo di quante non ne abbia lette fino ad oggi.

Sulla questione tornelli non voglio arrivare e fare l’esperto a della situa ma avendo lavorato tutti i giorni per 4 mesi al 36, qualcosa posso dire.
Chi mi conosce potrà confermare che potete trovare poche persone più di sinistra di me, ma voi lì non c’eravate.
Quando abbiamo visto arrivare al front desk una ragazza in lacrime coi pantaloni pieni di sperma, voi non c’eravate. Tutte le volte che abbiamo dovuto chiudere i bagni per giorni per disinfettarli completamente perché ci abbiamo trovato delle siringhe, voi non c’eravate. Quando per una rossa hanno spaccato la vetrina dell’area ristoro e abbiamo dovuto convivere per settimane con una ronda di guardie giurate armate e con pastori tedeschi, voi non c’eravate. Quando, solo perché volevo avvertire la malcapitata di uno scippo, sono stata inseguita fin dentro la biblioteca è minacciata di botte, voi non c’eravate. E nonostante queste siano le cose che succedono quando la biblioteca è aperta la sera, quest’anno si è deciso di prolungare l’orario di apertura fino a mezzanotte proprio per garantire più tempo allo studio. Queste aperture sono basate sulla fiducia, fiducia che in questo modo viene tradita. Il comunismo e la libertà totale degli spazi sono concetti sacri, ma presuppongono l’utopia che tutti siano brave persone e che rispettino il concetto che la mia libertà termina dove inizia la tua. Non è stato così è la situazione è grave, così bisogna intervenire con misure drastiche di modo da poter garantire la libertà che si meritano le persone che davvero vogliono studiare, che hanno rispetto per gli altri e per gli spazi che hanno contribuito a pagare e che non si meritano che gli venga eiaculato addosso. A coloro che protestano al grido “noi siamo studenti che vogliamo studiare”, a parte la grammatica che forse è quella che devono studiare e non riescono per colpa della polizia, dico solo che se siete veramente studenti allora avrete il badge e non avrete problemi a passare i tornelli e avrete anche il rispetto di non rompere i tavoli e le sedie dove tutti studiamo gettandoli in aria e di non strappare i libri di studio che sono di tutti e che poveri stronzi come ero io poi dovranno riaggiustare e mettere a posto. A quelli dico: non è voi studenti che i tornelli vogliono lasciare fuori, ma tutti quelli che usano la biblioteca come porcile per drogarsi e fare i proprio comodi.
Quelli che sono favorevoli alla protesta e che vivono ogni giorno la realtà del 36 probabilmente avranno motivazioni migliori delle mie per pensarla così.
Ma a quelli che condividono su fb la notizia inneggiando alla libertà (pur criticando ovviamente i modi violenti) che non vivono più o meno quotidianamente il 36 (e badate che dico proprio il 36 perché se da facoltà a facoltà le biblioteche cambiano, in via zamboni cambiano da edificio a edificio) ecco a quelli proibisco di parlare della faccenda (anche se poi fanno come vogliono) perché davvero ragazzi, non ne sapete un bel niente. È un pessimo modo di fare politica quello di sparare grandi massime senza calarsi nella realtà dove c’è il problema. Se volete protestare, fatelo per la situazione di degrado insostenibile che ha costretto a usare questi metodi che certo non risolvono il problema tenendolo fuori, ma magari garantiscono una piccola dose di pace per studiare. L’ho tenuto lungo.


07
Feb

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Vittorio Sgarbi, evidentemente in astinenza di attenzione mediatica, ha detto “testualmente” in un paio di interviste radiofoniche che in una telefonata della quale lui avrebbe una registrazione (che eleganza!) Beppe Grillo avrebbe espresso pensanti apprezzamenti sulla sindaca di Roma Virgina Raggi e che in particolare gli avrebbe detto che la Raggi è una depensante.

Ora c’è una cosa strana che mi pare sia sfuggita. Quando ho letto i titoli ho pensato che quella parola io non l’avevo mai sentita prima e siccome riguardo alle molte parole che non conosco sono curioso ho fatto una veloce ricerca su Google. La ricerca mi ha confermato che la parola – o così dice la Treccani – è un neologismo pochissimo utilizzato e che questo neologismo sarebbe stato coniato in una vecchia amichevole discussione fra Vittorio Sgarbi e Carmelo Bene evidentemente prima della morte dell’attore nel 2002.


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Ora io trovo curiose due cose in questa vicenduola da bassissimo impero.

La prima è che la Treccani curi la messa online di neologismi del genere, citando come fonte sciocchi pettegolezzi fra polemisti televisivi e politici.

La seconda, ben più curiosa, che Beppe Grillo per descrivere la sindaca Raggi con un interlocutore che sta registrando di nascosto la telefonata usi una parola stranissima e quasi mai sentita che quello stesso interlocutore aveva orgogliosamente coniato 15 anni prima chiacchierando amabilmente (come si fa fra pari) con un grande teatrante morto e defunto.


update: nel frattempo per aggiungere ridicolo al ridicolo Sgarbi ha pubblicato una sedicente telefonata di Grillo che gli chiede di rettificare. Un Grillo con una voce molto strana.

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Nel febbraio 2006 il senatore della Lega Calderoli mostra in TV una maglietta anti-islam che indossa sotto la camicia. Un po’ come certi calciatori che dedicano il gol al figlio appena nato. La simpatica bravata TV costò 11 morti e 50 feriti di fronte al consolato italiano a Tripoli. Il personale del consolato fu in quell’occasione in grave pericolo. Calderoli è ancora in circolazione.

L’azione politica ha delle conseguenze. Solo gli stupidi non se ne accorgono. Simili conseguenze, che sono spesso sotterranee e difficili da identificare, spesso cambiano la vita di milioni di persone in maniera complessa. Altre volte unire i puntini fra azione e reazione non sarebbe stato troppo difficile nemmeno per uno come Calderoli. Per questo la politica -per ridurre il peso della propria responsabilità – dovrebbe tenere distante sé stessa dal primo che passa.

La bravata di Calderoli, nei miei ricordi, è stata la prima stupidaggine con delle conseguenze molto evidenti e dirette. È possibile che ve ne siano state altre in passato ma quell’episodio, un mix di ignoranza, smargiassate ad effetto ed esposizione mediatica, in questi dieci anni si è trasformata da singolo episodio a vera e propria tecnica di confronto politico. I dentisti si sono moltiplicati, sono arrivati nuovi inediti animali da consenso che imperversano in TV e sui social e che vivono eternamente sul filo del rasoio. Dalla loro abilità di restare in equilibrio fra demagogia ed indignazione dipende pressoché esclusivamente il loro riscontro politico.

Le cronache dei giorni scorsi hanno raccontato un terribile omicidio a sangue freddo accaduto a Vasto. Il marito di una giovane donna morta in un incidente stradale si è fatto “giustizia” da solo uccidendo l’investitore ventenne. Se Calderoli o Salvini o Grillo fossero chiamati a giudicare un simile fatto di cronaca probabilmente non ci troverebbero nulla di inconsueto se non il finale tragico di una vicenda dolorosa. Purtroppo non è così: la politica ha delle conseguenze e quelle conseguenze molto spesso sono fuori dal controllo perfino di coloro che le hanno architettate.

Se leggeremo meglio le cronache, se osserveremo le manifestazioni su Facebook o in strada contro l’investitore organizzate nei mesi precedenti alla sua esecuzione, se presteremo attenzione gli accenni alla giustizia che non funziona o ai commenti sui social, all’apologia di quel reato di omicidio stradale che è esso stesso un esempio tipico delle concessioni politiche, anche del PD, al populismo dilagante, allora forse potremo renderci conto di come esista una traiettoria molto netta che va dalla maglietta di Calderoli alle sparate di Salvini contro gli immigrati, al cinismo di Grillo contro lo Stato ladro e bugiardo, giù fino all’omicidio di Vasto.

Perché la politica e la sua rappresentazione hanno delle conseguenze, prima di tutto fra i cittadini. E se politica viene lasciata in mano agli sconsiderati le conseguenze potranno essere terribili. E infatti lo sono.