La vista da qui, su Pagina 99 in edicola:


Cosa pensereste della sicurezza dei trasporti aerei se ogni ora, per 365 giorni l’anno, un aereo passeggeri precipitasse al suolo con il suo carico umano? 24 aerei ogni giorno, 8760 tragedie di volo all’anno. Forse finireste per farci l’abitudine.

Dentro questi numeri, che sembrano incredibili ma che invece sono reali, anche se non riferiti agli aerei, è nascosto il motivo per cui la tecnologia sta preparando uno dei suoi prossimi fuochi d’artificio: l’avvento delle auto a guida autonoma. Non è materia per futurologi ma qualcosa che sta per accadere. 1,2 milioni di persone muoiono ogni anno per un incidente stradale: in oltre nove casi su dieci a causa di errori umani.

Toglierci il volante di mano ed affidarlo a un computer forse non sarà questo gran disastro. Noi, nel frattempo, continuiamo ad occuparci d’altro.


(continua sul sito di Pagina 99)

«Durante la crisi dell’euro i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi più colpiti. Come socialdemocratico do molta importanza alla solidarietà, ma hai anche degli obblighi, non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto»


La frase di Jeroen Dijsselbloem sui paesi del sud europa che si giocano tutti in alcool e donne mi ha ricordato un episodio accadutomi un paio di anni fa.

Sono in centro a Londra, ho appena fatto compere non ricordo dove, ma certamente in un posto in cui ti forniscono di fragili ma molto ecologiche buste di carta riciclata, forse era Whole Foods, forse era Primark. In ogni caso me ne sto tornando verso la metropolitana. A un certo punto la grossa busta di carta si rompe e io mi ritrovo con tutta la spesa in grembo. Proseguo un po’ goffamente, indeciso sul da farsi (chiamo un taxi? abbandono le cose più ingombranti?) quando ad un certo punto l’illuminazione. Di fronte a me si para un provvidenziale netturbino dalla carnagione olivastra che con il suo armamentario sta meticolosamente sostituendo i cestini dei rifiuti. Siccome sono stato educato in un Paese del sud (anche se, devo dire, alcool e donne non moltissime) nemmeno mi pongo il problema e lo avvicino con la mia migliore faccia da gatto di Shrek ed il mio bagaglio di masserizie stretto al petto chiedendoli se per cortesia può darmi uno dei suoi enormi e meravigliosi sacchetti dei rifiuti grigi per riporci le mie cose e tornare a casa felice. Il tizio mi guarda come se invece del gatto di Shrek avesse visto avvicinarsi Nosferatu e mi fa:

“Scusami amico, ma mi controllano, e se ora io ti do uno di questi sacchetti poi perdo il lavoro”.

Gli rispondo che certo lo capisco, chiedo scusa vergognandomi per la domanda e mi avvio verso la metropolitana chiedendomi come diavolo farò durante la peak hour ad estrarre la Oyster dalla tasca.

Quello scambio di battute, esattamente come la frase di Dijsselbloem, contrappone due idee del mondo. Una molto rigida, talvolta culturalmente un po’ gretta, che basa la società su un set di regole ferree e un po’ stupide (talvolte molto stupide). Un’altra fieramente egalitaria, dove la sottolineatura dei diritti supera quella dei doveri e dove le eccezioni sono ampie, tollerate e sempre comprese, se non nelle leggi nei comportamenti.

È banale dire che ci servirebbe costruire una comunità che si incontri a metà fra questi due modi di considerare il mondo ma, nel frattempo, mentre discutiamo su come farsi, sul merito, sul controllo, sulle libertà, occorrerà dire al gatto di Shrek che siamo noi, anche con un po’ di orrore nei confronti di Dijsselbloem che francamente io considererei un cretino, occorrerà dire – dicevo – che la stupida rigidità delle regole è una delle ragioni per cui le società complesse molto spesso funzionano. E quelle come le nostre altrettante volte no.

“Parlare di donne”, anzi, parlare del corpo delle donne è un classico tema maschile. Anche se, da non frequentatore, so che ne esiste una versione più numericamente trascurabile e recente anche al femminile (se dio vuole).
Quello maschile, che conosco meglio, viene utilizzato normalmente in due contesti principali: nelle discussioni fra amici intimi o nelle schermaglie di ingaggio fra maschi che si conoscono poco e cercano punti di contatto. Gli amici intimi sono gli amici intimi; nell’altro caso, di solito, quando qualche maschio cerca di entrare in sintonia con me maschio parlando di figa io penso istantaneamente che sia un cretino. Gli altri non so.

Replicare questa roba in TV mi pare che non rispetti nessuna di queste due condizioni. Un programma pomeridiano su Rai 1 non è una riunione fra amici; se lo scopo invece era quello di strizzare l’occhio ad una quota del pubblico (inevitabilmente maschile e non troppo furbo) beh allora era semplicemente un’idea molto stupida, di chi nemmeno riesce a immaginare le conseguenze a breve termine delle proprie scelte.

Poi occorrerebbe forse un accenno al contesto. I contenitori TV sono per la maggior parte una fila ininterrotta di cose casuali messe lì a far numero: contestare il deficit autoriale (o peggio i sistemi di controllo del lavoro degli autori) del programma di Paola Perego è un po’ come lamentarsi della qualità della carne in scatola. Detto da uno che da piccolo adorava – non per colpa sua – la Simmenthal.

Paola Perego a questo punto potrebbe forse alzarsi in piedi e rispettosamente domandare: “Ok per la discussione sulle fidanzate dell’est, ma su tutto il resto non avete niente da dire?” Perché se davvero ci interessa entrare nel merito dell’offerta culturale Rai allora forse qualcosa andrebbe detto. Temi come quello odierno sono capaci di creare flussi di indignazione velocissimi (la Rete! la Rete!) ma solo oltre una certa soglia dell’attenzione pubblica. Anche una valletta giovane e muta in minigonna e tacco 12 fa parte del discorso generale sul corpo delle donne e i programmi Rai – per quel poco che mi sembra di vedere – ne sono pieni. E tutti lo considerano normale.

La morale a giorni alterni è meglio o peggio di nessuna morale? Le punizioni esemplari sono meglio o peggio del lasciar correre le altre 99 volte? E l’autore Rai che copia su Internet la prima scemenza che trova e che invita “gli esperti” in trasmissione per discuterne, è meglio o peggio del dirigente che lo ha assunto? O dei direttori di rete e poi su fino al megadirettore galattico ed ai suoi padrini politici che addolorati di fronte ai microfoni dicono che no, loro non lo sapevano mica che quella distribuita nell’etere era mediamente carne in scatola con la sua bella gelatina intorno.

Non mi piace l’ironia sugli italiani che hanno un romanzo nel cassetto. Trovo che avere un romanzo nel cassetto non sia male. Non mi pare ci siano molte ragione di essere presi in giro per questo. E invece quando leggo simili accenni a questa nostra caratteristica nazionale ne sento parlare sempre con i toni dello scherno.

Ho una lista lunghissima di cose orribili che possiamo fare per ammazzare il tempo e in questa lista lo scrivere un romanzo non è compreso. Se poi il romanzo nel cassetto sarà uno dei più brutti del mondo, il che è piuttosto probabile, non avrà molta importanza; non sarà la morte di nessuno. Si tratterà invece di tempo speso bene.

Essere creativi, anche solo provare ad esserlo, è una delle migliori forme di vitalità. Sono stato, molti anni fa un mediocre musicista, oggi sono un mediocre scribacchino, ma alcune delle ore più intense e belle della mia vita le ho passate molti anni fa scrivendo brutta musica, altre più recentemente mettendo in fila parole. Scrivere brutta musica o brutti testi è un consiglio che mi sentirei di dare a chiunque. Avere un brutto romanzo in un cassetto è molto meglio che non averne nessuno.

Scrivere un brutto romanzo esplora i nostri limiti. Se escludiamo alcuni che di fronte al proprio lavoro appena terminato penseranno ogni volta di aver prodotto un capolavoro, scrivere qualcosa di nostro è un’ottima maniera per confrontarci col resto. E dentro il resto c’è un po’ di tutto ma ci sono – soprattutto – i romanzi belli e imperdibili, il talento inarrivabile di qualche grande scrittore che si spalanca di fronte ai nostri occhi. Ricordo un aneddoto di uno scrittore italiano decentemente pubblicato che dopo aver letto 2666 mandò un sms lapidario ad un collega: “Letto Bolaño, cambiato mestiere”. Non so se la storia sia vera e non ne ricordo i particolari esatti ma, nel caso, fate come se lo fosse. Scrivere ci avvicina agli altri, crea legami e segnala salubri distanze.

Scrivere brutti romanzi o comporre mediocri canzoni porta noi stessi al cospetto del dio del talento. Ci ricorda la rarità della scintilla, l’attesa di quel pescatore che siamo noi di fronte a uno stagno senza pesci. Non si tratta di tempo sprecato, è vero il contrario. È un percorso di crescita, a patto di riuscire a viverlo col necessario distacco. A patto – soprattutto – di non averlo per davvero quel talento. Quando Guido Morselli si suicida, sparandosi un colpo di pistola il 31 luglio 1973, nel suo studio viene ritrovata una cartella dal titolo “Rapporti con gli editori”. È la minuziosa contabilità dei rifiuti ricevuti dalle principali case editrici italiane e degli scambi epistolari con alcuni dei più noti intellettuali del tempo (Calvino, Pannunzio, Fruttero, Foà, Pampaloni). Dopo la sua morte i suoi romanzi vedono la luce e Giulio Nascimbeni scriverà sul Corriere della Sera:


« La prima tentazione è di dire che c’è stato anche un Gattopardo del Nord. Viveva in luoghi profondamente lombardi, tra Gavirate e Varese. Scrisse migliaia di pagine. Sperò a lungo che gli editori si accorgessero di lui. È morto il 31 luglio dell’anno scorso. Adesso esce un suo romanzo, Roma senza papa, pubblicato dalla Adelphi, e se ne resta attoniti, come davanti a un frutto raro e inimmaginabile. »


Un frutto raro e inimmaginabile, succede, ma non è di questo che stavo parlando. Non è il talento misconosciuto che mi interessa: mi attirano di più le creazioni fallimentari, gli esercizi di stile che con il talento e l’arte hanno legami molto più vaghi e distanti. Conta il vederlo in lontananza quel talento, sperare che un giorno si occuperà di noi mentre lo stiamo pedinando facendo finta di niente. Quell’inseguimento senza sparatorie è un’ottima maniera, una delle tante, per essere umani.

Scrivere un brutto romanzo è come vedere un bellissimo film dentro la propria testa, goderselo fino in fondo, gioire dei colpi di scena e degli sviluppi inattesi della storia. Come ogni esperienza intellettuale ha i limiti della solitudine, vive dentro di noi, ci costringe ad una continua analisi che non sapremo mai quanto sia corretta. Scrivere un brutto romanzo lascia uno spiraglio all’imperscrutabile, che è poi la ragione per cui lo scriviamo.

Ho scritto l’inizio di un romanzo. L’ho riletto stasera. È brutto. L’ho chiuso nel cassetto.



18
Mar

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Da questa settimana Pagina 99 ospita una mia rubrichetta che in un impeto di originalità abbiamo chiamato “La vista da qui”. Ne sono felice, qui il primo numero.

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Evidentemente non è abbastanza chiaro, di sicuro non lo è per Michele Serra che oggi ha dedicato all’argomento la sua rubrica quotidiana, che la scelta di Beppe Grillo di difendersi da accuse di diffamazione negando le proprie responsabilità su post pubblicati dal suo blog è una scelta – una delle moltissime – del mondo precedente. Non è, come ci suggerisce Serra, una prerogativa della “rete senza editori” – che scemenza – ma una maniera distorta, furbetta e molto vecchio stile di intendere “oneri e onori” dell’essere online. Al di là delle molte adulterazioni l’essenza stessa della comunicazione digitale, il tratto distintivo delle forme di espressione del pensiero che hanno preso vita negli ultimi anni sul web è invece quella della vasta (pure troppo) rappresentazione di sè, dell’intestarsi quotidianamente posizioni e punti di vista con la carta d’identità in mano.

È accaduto sempre più spesso, dove è stato possibile. Prima sui blog, ora sui social network, milioni di persone ci mettono la faccia, tanto che la nuova forma di lamentazione alla “signora mia” che sentiamo ripetere spesso non è più, ormai da tempo, quella di chi si domanda chi si nasconda dietro misteriori nickname (i rischi dell’anonimato un luogo comune durissimo a morire) ma come facciano persone in carne e ossa digitali (con nome cognome, stato civile, foto dei figli e numero di celluare nelle info) a spararle tanto grosse senza pensarci due volte, a minacciare di morte uomini politici o star della TV senza che una scintilla improvvisa suggerisca loro qualche piccolo ripensamento.

Grillo, da sempre, tira il sasso e nasconde la mano, pubblica bufale sul suo blog e mai una volta che chieda scusa o si degni di smentirle. Come abbiamo scritto mille volte utilizza lo strumento digitale esattamente come fosse un quotidiano di quart’ordine. Con la medesima assoluta prepotenza. Si comporta come se Internet ed i suoi fili non esistessero. E infatti una delle cose più rilevanti che Grillo ci ha insegnato in questi anni è stata dover constatare come il giocattolo della propaganda politica giocata con simili regole non gli sia esploso in faccia come in molti ingenuamente ci saremmo aspettati.

Abbiamo imparato molto da come Beppe Grillo ha comunicato on line in questi anni. Siamo stati costretti a rivedere punti di visti e piccoli sogni egalitari che ci erano sembrati plausibili: per lo meno ci siamo dovuto adattare all’idea di considerare Grillo un’eccezione. Questo non toglie che Internet resti il luogo della responsabilità personale. Chi non lo ha capito o chi, nelle molte maniere possibili, trova la maniera di aggirarle (sì può, esattamente come si può farlo sui giornali), ha ottime possibilità di essere qualcuno che proviene dal mondo precedente.

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Francesco Bonifazi ha pubblicato sulla sua pagina facebook un estratto della memoria difensiva che il legale di Beppe Grillo ha preparato per contestare una denuncia per diffamazione intentata dal PD al comico genovese. Sebbene Bonifazi abbia reso disponibile solo un piccolo frammento del documento, una cose importante si potrà dire ugualmente

Beppe Grillo allontana da sé la responsabilità giuridica delle parole che vengono pubblicate quotidianamente a suo nome sul suo blog e sui profili social a lui intestati. E questo mi pare dica qualcosa sull’onestà e sul cinismo del personaggio.





(via Michele Boroni su FB)

05
Mar

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Guardavo Matteo Renzi in TV ieri sera e pensavo che, a questo punto, non c’è poi molto da fare. Non per lui, si intende, per me.

Le sue parole e le sue intenzioni a me – come credo a molti altri – negli ultimi tre anni sono in qualche modo bastate. Era un credito di reputazione che ho considerato doveroso. Non sono così ingenuo da immaginare che tutto sia semplice e immediatamente fattibile. Poi è pieno di gente terribile là fuori, persone che remano contro perfino alla propria intelligenza, conviverci, fare politica con loro può essere molto complicato.

Mi piace, in ogni caso, dare credito a chi interpreta il mio pensiero (o una parte di, che è già qualcosa) anche solo in una prospettiva futura. Mi piace perché non mi capita quasi mai: già la sole parole della politica, ben prima delle sue azioni, sono quasi sempre state sufficienti per marcare una distanza fra me e lei. Nessuna promessa di D’Alema o Berlusconi avrebbe potuto smuovermi in passato (anche prima di osservare i loro disastri messi in pratica), nessun birignao di tessitori di tele democristiane o di partitini della galassia a sinistra del PD è mai stato vicino alle mie idee. In molti casi troppo pesante era il carico della cattive cose fatte e rivendicate. In altri la pochezza della proposta politica sembrava così lampante da non richiedere ulteriori approfondimenti. Bastava poco: un vaporoso volo pindarico di Vendola davanti ad una telecamera e tutto era più che chiaro.

Ma oggi, mi spiace Matteo, ma non sembra esserci più molto da fare. Non perché quelle idee e quelle parole non continuino a sembrarmi attraenti e nemmeno perché la mia pazienza di elettore sia stata abbattuta dall’inazione o dagli errori di questi due anni di governo. Non è così: vedo bene, anche osservandola da fuori, la complessità della politica. Anzi ho un discreto elenco di cose fatte negli ultimi due anni e mezzo che non mi dispiacciono per nulla e di cui devo dare merito. Poi c’è la necessità di stringere in certi casi alleanze deplorevoli, di accettare compromessi con statisti dello spessore di Angelino Alfano o di tenersi, almeno fino al prossimo giro, amministratori sgradevoli e novecenteschi come Vincenzo de Luca. Capisco molto e accetto quasi tutto (Verdini per esempio no, Verdini è da sempre oltre l’immaginabile in termini di turarsi il naso e tenersi accanto chiunque) ma una sola cosa dopo 3 anni non credo di poter più accettare. Ed è la prosecuzione del racconto come se niente fosse. Che è un po’ quello che hai fatto dopo il 4 dicembre.

È come se partisse la nostra canzone da un jukebox di tanti anni fa, solo che non c’è rimasto più nessuno lì intorno che sia in grado di commuoversi.

Qualche tempo fa, dopo la débâcle referendaria, sono stato una sera a Roma ad un incontro dell’inner circle renziano. Un evento privato, per poche persone, discretamente chic: uno di quegli incontri che solo a Roma la politica può costruire. Mi sono messo in un angolo ad ascoltare, grato di essere stato incluso, ed è stato – devo dire – molto interessante. Era tutto un “matteo-deve-fare-questo” o “matteo-deve-fare-quello”: a destra si udiva uno squillo a sinistra rispondeva uno squillo. Ma quelle parole avevano un suono strano: non erano dette da un poveretto come me che pigia i tasti di un vecchio blog o da mio zio che discute delle medesime cose davanti ad una grappa al bar, ma da gente che con l’ex premier aveva lavorato duramente per mesi. E mentre li ascoltavo mi usciva dalla testa un pensiero tutto sommato misero: l’idea che quelle persone stessero parlando di sé e del proprio futuro. E non del mio e di quello del Paese. Forse la politica è fatta così.

Ecco, quella spiacevole sensazione mi è tornata ieri sera mentre Matteo Renzi in TV spiegava i prossimi passi della sua riscossa. Il Lingotto a Torino, la campagna elettorale per le Primarie ecc ecc. La prosecuzione del racconto come se niente fosse. Certo, grandi alternative come al solito non ce ne sono: anzi lo scenario intorno è più deprimente che mai e il renzismo di ritorno di quelli che hanno dato un’occhiata in giro ed hanno visto le facce di Grillo, Salvini, Brunetta e soci è una scelta pratica più che stimabile. E non è detto che domani non sia anche la mia. In ogni caso nulla è più comico dei detrattori di Renzi della prima e della seconda ora che adesso ripetono ad una folla che si infoltisce: “Ve lo avevo detto io!”. Gente che ha tenuto per così tanto tempo l’occhio fisso sui difetti di Renzi da non riconoscere più nemmeno la mediocrità e il populismo e le spinte reazionarie che loro stessi contribuivano a far crescere tutto attorno. E delle quali ora cercano in giro qualcun altro a cui dare la colpa.

Ma a parte questo, che è una delle tante miserie di questo Paese, c’è comunque un pezzo che manca. Non fra i renziani, che sono ormai una sorta di categoria professionale leggermente decaduta, ma in Renzi stesso. Ed è una discontinuità che, dopo così tante parole, era normale aspettarsi e che invece non si vede. Una scelta laterale qualsiasi, fra le molte possibili, che privilegiasse la visione rispetto al calcolo, il principio etico al posto della convenienza del momento. Se tutto questo non accade, se la pesca a strascico identitaria del nuovo PD renziano sarà basata sulle medesime idee di prima, dentro le medesime declinazioni di prima, vorrà dire che, a quel punto e con dispiacere, il credito ideale che avevamo affidato all’unica cosa nuova interessante accaduta nella politica italiana negli ultimi vent’anni dovrà essere considerato esaurito. Che peccato.