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La nota fashion blogger Chiara Ferragni è stata invitata a Harvard. Per l’occasione la giovane rappresentate del genio italico si è fatta fotografare presso la biblioteca della prestigiosa università con un enorme cappello da cowboy in testa e un grosso volume in mano. Il libro, tenuto al contrario, dona all’immagine postata su Instagram una perfezione impareggiabile.


update: Mi segnala Francesca nei commenti su FB (e anche Fabs nei commenti, vedo ora) che il libro sarebbe dritto, pare che ad Harvard abbiano strane abitudini su dove mettere i barcode. A questo punto la foto perde tutta la sua perferzione. Per quanto mi riguarda mi scuso con Chiara Ferragni (a parte per il cappello ovviamente).

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La bellissima intervista a Samantha Cristoforetti andata in onda durante il Festival di Sanremo poco fa era una finta diretta.


(via @francescocosta)

12
feb

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(via buzzfeed)



Chi ha pensato questo tweet crede probabilmente che Twitter sia come la TV, luogo dentro il quale bugie e mediocrità, così come grandezza e splendore, passano velocemente quasi senza lasciar segno e con buona pace dei telespettatori distratti. A differenza della TV Internet è traccia, strumento del ricordo e del richiamo. Se in molti si sono fatti l’idea che tu sia un cretino Internet si incaricherà di ricordarlo ai posteri, in un numero di volte proporzionale alla tua cretineria presunta. Se sei un eroe accadrà lo stesso, dentro una script di 3 righe incollato ovunque.

Se pensi di aver detto una cazzata e vuoi usare i codici finti ed usuali della TV porta il giovane virgulto sovrappeso sul palco e abbraccialo i 10 secondi necessari. Se pensi di aver detto una cazzata e vuoi usare i codici di Internet scrivi un tweet di una riga del tipo “Scusate, ho detto una cazzata”. Il massimo che ti potrà capitare è che qualcuno ti faccia notare che le cazzate erano molte più di una. Tutte politicamente più corrette ma non per questo meno fastidiose.


Molti di voi sanno che Stefano è un mio caro amico. Ieri alla Camera in una giornata concitata è intervenuto con queste parole:


Signor Presidente, membri del Governo, colleghi, per la prima volta prendo la parola in quest’Aula per fare un gesto che dimostra concretamente il mio sostegno al Governo ritirando il mio emendamento. Purtroppo, non sono stato capace, nelle ultime settimane, di spiegarne l’utilità e di convincere dell’importanza, sia di questo, tanto della sua riformulazione semplificata, ovvero l’emendamento 31.708, già ritirato dal collega Coppola. La lettera r) del secondo comma dell’articolo 117 della Costituzione, che prevede una competenza centrale dello Stato nel coordinamento informatico solamente dei dati, nasce in un’epoca di fatto pre-Internet, quando ci si scambiava i dati con stampe, nastri e dischi. Oggi, nel secolo della rete, limitare il coordinamento informatico ai soli dati è come accordarsi su dimensione del pallone e del campo, ma non su come funzionano rimessa laterale e fuorigioco.
Sono convinto che, in un’epoca in cui Internet rende il mondo un punto, rinunciare al coordinamento informatico equivalga a rinunciare a una leva importante per l’efficacia della macchina amministrativa, anche in termini di riduzione di duplicazioni, sprechi e inefficienze, a beneficio di cittadini e imprese. Non sono riuscito a convincere il Governo di questo indirizzo, dell’opportunità di entrare nel merito dell’articolo 117, almeno in questo comma, ma sono fiducioso che vi possano essere nel prossimo futuro altre occasioni per provvedimenti che vadano nella stessa direzione. Con questo spirito di sostegno concreto all’azione del Governo, ritiro il mio emendamento 31.26 (Applausi dei deputati del gruppo Scelta Civica per l’Italia).



Quello che è successo dopo, una sequenza di prese di posizione che hanno infine portato all’approvazione all’unanimità dell’emendamento Quintarelli, va letto nei resoconti stenografici della Camera ed è emozionante come un romanzo breve. Oggi è un giorno lieto e le polemiche che forse l’intera vicenda meriterebbe (specie su certe scelte del PD) le lasciamo indietro.


p.s. qui il punto di vista al riguardo di Luca De Biase.




(via alfonso fuggetta)


(qui in concerto a Londra qualche giorno fa con una ripresa di fortuna ma bellissima uguale)


Matteo Bordone su Wired sulla solita campagna di retroguardia italiana sui videogames cattivi:


Un articolo francamente discutibile uscito il 6 febbraio su Repubblica racconta della lettera e del problema GTA, portando come esempio una «scena» del gioco tra le più «popolari», che consisterebbe nel trovare una prostituta, avere dei rapporti con lei di varia natura, goderseli «con calma» e poi, siccome «in GTA non può finire così», investirla con l’auto uccidendola, scendere dall’auto, darle fuoco «come un terrorista dell’IS con un ostaggio», per poi chiudere il tutto scaricandole addosso una sventagliata di mitra. In GTA è l’utente a decidere cosa fare, quindi certo che puoi fare tutto questo e condividerlo con gli amici su YouTube, soprattutto se sei un ragazzino in fase di demenza adolescenziale; questa però non è una scena “del gioco” più di quanto una bestemmia scritta su un muro sia una scritta “della bomboletta”. Se io non conoscessi i videogiochi e me li raccontassero così, mi sentirei come uno che non conosce le serie tv cui raccontano quanto sia terribilmente diseducativo Il trono di spade. Per fortuna li conosco. L’informazione dovrebbe cercare di raccontare fenomeni complessi e controversi rendendoli più chiari, dipanandoli. Se li semplifica per stimolare paura o indignazione, finisce per costruire un gigantesco gomitolo di clic, paura e indignazione, e niente di più.

Il punto della questione in fondo è più semplice di quello che pensiamo. Non è vero che «la violenza non è mai un gioco», come ripete l’On. Capua: uno dei giochi preferiti dei bambini è la lotta, la battaglia, la guerra, noi contro di voi, spade fatte coi rami, pistole giocattolo eccetera. Mettere in scena la violenza è un modo per viverla, controllarla, esorcizzarla, e senza bisogno di conoscere approfonditamente la psicologia intuiamo tutti il meccanismo. Detto questo, i videogiochi, pur avendo nel loro nome la parola “gioco”, non sono dei giocattoli per bimbi: l’età media dei videogiocatori in Italia nel 2013 era di 31 anni.


La mia generazione, quella che chiede a gran voce di ereditare il mondo e per carità, giustamente, di fronte alle banali difficoltà di una bufera di neve, reagisce come se fosse di nuovo l’Ottantasei: andiamo a giocare e a farci le foto. Io a dire il vero l’Ottantasei me lo ricordo proprio perché per la prima volta i miei mi diedero una pala in mano: niente di speciale, forse una mezz’ora, e poi facemmo anche noi il pupazzo di neve: però ricordo meglio la pala, era il segno tangibile (e pesante) che stavo crescendo, e che ci si aspettava che facessi anch’io qualcosa.



(leonardo)