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Questo, fotografato da me qualche giorno fa è il Queen Elizabeth Olympic Stadium a Stratford nell’est di Londra. È lo stadio delle Olimpiadi 2012. Come si vede dalla foto in piena estate fervono i lavori per la sua trasformazione. I lavori saranno ultimati nel 2016.


From 2016, the Stadium becomes the new home of West Ham United FC and the National Competition Centre for athletics in the UK, as well as a major live music venue.
It will be open all year round for visitor tours, arts and cultural events, conferences and other sporting activities.
But you don’t have to wait until 2016 to experience the majesty of this iconic arena as it will host a number of high-profile events over the next two years. Having already hosted some of the most memorable nights in sporting history during the 2012 Games, the Stadium is set to provide the stage for a spectacular series of sports fixtures including the Rugby World Cup in 2015 and the IAAF World Athletics Championships in 2017.



Oggi il Post ha pubblicato le foto desolanti dei resti degli impianti olimpici di Atene 2004, ma situazioni analoghe riguardano per esempio gli impianti per i mondiali di nuoto a Roma nel 2009. Tutto questo per dire che, al netto delle mille corruttele (di cui in Italia come è noto siamo pienissimi) grandi eventi internazionali richiedono una gestione della complessità che ci è sconosciuta. Se avremo l’onesta di ammettere questo dovremo essere conseguenti e non partecipare a nessuna gara per organizzare alcunché di importante. Almeno fino a quando non ne saremo capaci.

Il Washington Post ha un punto di vista interessante sulla relazione fra Twitter e comunicazione politica:


The political world is a very small group of people composed, primarily, of politicians, the staff who work for them and the reporters who cover them. And, like any small and largely self-contained universe — most of these people live and work in and around DC — there is an echo-chamber effect in which small things (or even no-things) are made to seem like big things. Twitter didn’t create that reality but it has super-sized it.



Anche se – a dirla tutta – le le dinamiche della camera di eco ed i suoi partecipanti sono i medesimi della comunicazione politica precedente. Parte di quello che accadeva prima noiosamente sui giornali avviene oggi noiosamente su Twitter. Con qualche freschezza e soprattutto molta velocità in più. Poco tempo per pensare è una variabile importante della nuova comunicazione politica su Twitter. Bisogna essere rapidi ed intelligenti. Quasi nessuno ci riesce e Gasparri diventa finalmente Gasparri.

12
ago

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(via nonleggerlo)

La lettera che 900 scrittori hanno pubblicato a pagamento oggi sul NYT è molto semplice e ben fatta (qui una traduzione italiana su Minima&Moralia). Per chi non avesse seguito la vicenda stigmatizza alcuni comportamenti di Amazon nei confronti di Hachette, un grande editore con il quale da mesi ha in corso una disputa per complicate faccende che riguardano la distribuzione di ebook. Nella lettera si esplicitano accuse molto gravi rivolte alla piattaforma di Jeff Bezos; contestazioni che giravano da mesi e che non avevano però ancora raggiunto il grande pubblico. Sono fondamentalmente 4:


Negli ultimi mesi Amazon ha:

-Boicottato gli autori Hachette, rifiutando di accettare pre-ordini sui loro libri, sostenendo che sono “non disponibili”.

-Rifiutato di scontare i prezzi di molti libri di autori Hachette.

-Rallentato la consegna di migliaia di libri di autori Hachette, avvisando i propri clienti che la consegna di quei libri avrebbe richiesto diverse settimane.

- Suggerito, nelle pagine di alcuni autori Hachette, che i lettori potrebbero preferire un libro di un autore non Hachette.


Bello no?
Cosa dicono in pratica 900 scrittori americani nel NYT di oggi? Che Amazon, per ragioni sue, ostacola sulla piattaforma la vendita di alcuni prodotti rispetto ad altri. È vero? Non é vero? Amazon da mesi non risponde a queste accuse (che sono per la verità piuttosto circostanziate), non si giustifica, non le smentisce. Così oggi, nel giorno in cui la polemica si è fatta mainstream ed è giunta sulle bocche di tutti, il NYT pubblica anche la risposta dell’Amazon book Team (anche questa tradotta da Minima&Moralia) alle contestazioni dei 900 scrittori autofinanziati e sapete che c’è? C’è che Amazon parla d’altro. In una lettera molto sciatta e pretestuosa (e questo per una azienda del genere è molto strano) ammette di fatto le proprie pratiche anticompetitive verso Hachette e spiega che la sua battaglia è nell’interesse dei clienti, che il prezzo degli ebook è tenuto artificiosamente alto dai vecchi editori cattivi e giù di citazioni del passato (lo facciamo tutti ogni volta che ci interessa sostenere come quando il mondo cambia gli errori siano in fondo sempre egli stessi) e via di strizzate d’occhio ai lettori che non si faranno certo ingannare dal cartello malevolo dei giganti di carta .

Nel trionfo del ridicolo bipartisan i 900 scrittori chiedono ai lettori di scrivere una mail a Jeff Bezos, Amazon propone ai lettori di scrivere al CEO di Hachette: sembra di essere tornato a quanto Beppe Grillo proponeva mailbombing verso questo o quel politico italiano colpevole di non so quali nefandezze.

Personalmente in quanto lettore sono abbastanza sicuro di alcune cose:

Non ho mai chiesto a Amazon di combattere a mio nome il cartello dei vecchi editori cattivi.

Se Hachette pensa di poter vendere a peso d’oro i suoi libri elettronici faccia pure (mentre se come talvolta accade per farlo
cercherà di accordarsi con altri ci penserà un tribunale come è accaduto ad Apple recentemente).

Se un editore pensa che la percentuale che Amazon chiede sui suoi libri sia troppo alta non li venda lì.

Se Amazon pensa che le condizioni richieste da un editore siano irricevibili semplicemente smetta di vendere quei prodotti.

Se fosse possibile smettetela di chiedere a me di scrivere mail a illustri sconosciuti: telefonatevi fra voi, santodio.

C’è un aspetto interessante nell’ultima alzata di scudi della sinistra italiana (non solo lei ovviamente ma perdonate la semplificazione ogni iniziativa censoria nella mia mente provinciale dovrebbe essere incompatibile con i movimenti progressisti e di sinistra molto più che non con quelli di altri schieramenti) contro i siti web che inneggiano all’anoressia. E l’aspetto interessante è quello del ruolo degli intellettuali nell’elaborazione politica. Perché come è noto la rappresentanza politica in Italia ha subito negli ultimi anni una grande trasformazione. Gli schieramenti hanno iniziato ad avvicinarsi ai propri elettori, non solo nei proclami e nelle attenzioni ma anche nella stessa selezione dei candidati e degli eletti. Il risultato, descritto grossolanamente. è che oggi i parlamentari italiani assomigliano molto di più all’italiano medio di qualche lustro fa. Un mix opportuno fra il disprezzo della politica come professione e il gioco identitario di eleggere qualcuno finalmente come noi, cavalcato con sempre maggior convinzione da molti movimenti a partire dalla Lega che per prima ne ha intuito le potenzialità, ha prodotto fenomeni interessanti e spesso cabarettistici come quello di un Paese rappresentato a buon titolo da Scilipoti, Razzi, Salvini, Calderoli (ma anche Carfagna, Mussolini, Carlucci, Sgarbi, Barbareschi ecc). Una varia umanità non solo trascinata dalla notorietà televisiva ma spesso anche da nuovi segni di aderenza alle aspettative degli elettore di eleggere finalmente qualcuno simile a sé.

In questa livellamento verso il basso della classe politica (con tutte le conseguenze anche estetiche che porta) fanno eccezione da sempre gli intellettuali. Non che la logica della loro selezione sia oggi poi così diversa: come insegna il famoso Cencelli veltroniano dei candidati al Parlamento ai tempi della sua segreteria, mix perfettamente calibrato di belle facce, volti TV, esordienti, politici navigati, giovani imprenditori, vecchi imprenditori ecc ecc, la figura dell’intellettuale ha sempre mantenuto la sua centralità. Un intellettuale spaesato fra le proprie fila in Parlamento fa sempre la sua ottima figura, come una polo Fred Perry un po’ lisa e scolorita in mezzo ad un gruppo di usuali e noiose Lacoste inamidate.

Sto divagando, ora cerco di ritornare in tema. La proposta di legge bipartisan Marzano, Binetti, Carfagna ecc per mandare in carcere (oh yes) quanti in rete decidessero di sostenere le bellezze dell’anoressia, non è solo la usuale semplificazione censoria che cerca di bloccare ogni pensiero pericoloso avverso al nostro, un corto circuito logico al quale i nostri parlamentari sono da sempre molto sensibili, ma è anche una idea discutibile nelle sue finalità, indagata in molti Paesi europei ed infine abbandonata. C’è stata insomma a suo tempo una elaborazione intellettuale sul tema, esperti ne hanno discusso, pagine di appunti sono state scritte, proposte di legge sono state immaginate. Nulla che possa essere affrontato oggi da Razzi o Scilipoti: nessuno di noi ovviamente si aspetta finezze del genere, ma pane . questo sì – per gli intellettuali, invito a nozze per le rare e benedette persone di cultura che sono presenti come specie in via di estinzione nel nostro Parlamento.

E insomma arrivo al punto, sapete cosa dice Michela Marzano, parlamentare del PD e prima firmataria della proposta contro i siti ProANA, filosofa morale e politica che insegna a Parigi, scrittrice, saggista ecc (insomma un intellettuale a tutto tondo, non il prodotto usuale della Frattocchie dove grigi quadri a volte diventano famosi statisti con finale di carriera a produrre vino in una bella tenuta in Umbria)?

Marzano dice così:


Io, l’anoressia la ho attraversata. Lo ricordi anche tu, cara Angela, alla fine del tuo articolo. E ho raccontato in Volevo essere una farfalla come, dopo anni di segreti e di silenzio, avessi sentito la necessità e l’urgenza di parlarne. Perché l’anoressia non è una cosa di cui ci si deve vergognare. Non è né una scelta, né un’infamia. L’anoressia è un sintomo. Che porta allo scoperto quello che fa veramente male dentro. La paura, il vuoto, l’abbandono, la violenza, la collera. È un modo per proteggersi da tutto ciò che sfugge al controllo. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire. E per imparare a vivere si deve avere il coraggio di dare un senso a tutta questa sofferenza. Ecco allora che in Volevo essere una farfalla racconto tutti gli anni di psicanalisi che ho dovuto fare per trovare le parole per dire quello che c’era dietro questo sintomo. Tutto il coraggio che c’è voluto per ritrovare il bandolo della matassa. Quell’istante preciso in cui qualcosa si era interrotto. E che prima mi illudevo di poter dimenticare per fare “come se” nulla fosse mai accaduto. Barricandomi dietro ad un pensiero razionale capace, certo, di spiegare tutto, ma in realtà incapace di aprire la porta ai perché e al senso della vita. Se mi permetto di ricordare la mia storia, è perché c’è anche lei dietro questa proposta di legge.



Ora con tutto il rispetto per la malattia, qual è il ruolo degli intellettuali in Parlamento? Proporre leggi su questioni provate sulla propria pelle o provare a radunare – perché i propri colleghi non saprebbero farlo e perché in fondo è questo che noi cittadini ci aspettiamo da loro – tutte le esperienze, le ricerche e le decisioni in merito prese altrove? Farsi indirizzare dalla cultura altrui o accontentarsi dalla propria personale esperienza che diventa misura di tutte le cose? Con ogni stima per le intuizioni della Marzano che derivano da sue dolorose esperienze personali non è questo il ruolo che io mi aspetterei da lei. Anzi in generale penso sarebbe utile l’esatto contrario: che persone che hanno avuto rapporti di stretta vicinanza con temi tanto sensibili stiano il più lontano possibile dalla posizione di chi propone una legge dello Stato in merito.

Incarcerare le opinioni non è mai una buona idea. Anche se le opinioni altrui sono spregevoli ed imbarazzanti, anche se la nostra lettura di quelle opinioni ce le rende intollerabili. E chiunque conosca un po’ la rete e sia minimamente curioso saprà che di simili imbarazzi (per noi) su Internet sarà possibile trovarne parecchi. Io non so se in casi estremi sia utile tentare di allontanare simili pensieri dalle pagine web, come se questo fosse garanzia di salvezza per noi piccoli bambini che non sappiamo salvarci da soli. So però per certo che il ruolo (prezioso) degli intellettuali è quello di sintetizzare la luce del mondo, non di accendere la propria piccola lampadina personale. Per quello basta Scilipoti. O Razzi. O un altro di quegli altri strani personaggi tanto simili a noi che abbiamo mandato a Roma a rappresentarci.

Qualcuno si è accorto che Google ha aggiunto recentemente nei TOS dei propri servizi il seguente paragrafo:


Google ha una politica di tolleranza zero contro le immagini pedopornografiche. Se veniamo a conoscenza di tali contenuti, li segnaliamo alle autorità competenti e potremmo prendere provvedimenti disciplinari (inclusa la cessazione) in merito agli account Google delle persone coinvolte.



Tu leggi e dici: OK, anch’io sono per una politica di tolleranza zero nei confronti della pedopornografia, quindi non trovo niente di strano se Google segnala immagini pedopornografiche alle autorità. La pedopornografia del resto è un reato spregevole, alzi la mano chi di voi è disposto ad essere tollerante nei confronti della pedopornografia. Nessuno? Nessuno. Neanche io lo sono ovviamente, tuttavia so, per aver osservato un po’ il mondo digitale negli ultimi 20 anni che la lotta al pedoporno è stata spesso, anche nella povera Italia, il pretesto per nuove e più vaste operazioni di controllo e di censura. Uno dice “pedoporno” il popolo fa si con la testa e la mannaia del censore finisce sulle loro povere testoline. In alternativa serve qualcosa di veramente grosso, per esempio l’11 settembre perché popoli di nazioni democratiche accettino come male minore limitazioni della propria libertà individuale (vedi Patriot Act).

In ogni caso andiamo avanti. Google dice, sottilmente, “se veniamo a conoscenza di simili contenuti“. La frase ipotetica andrebbe meglio precisata: Google controlla, mediante sistemi automatici (se vi interessa ne parla estesamente Matteo Flora qui), tutte, dicasi TUTTE le caselle email dei suoi clienti. Ogni allegato, ogni immagine, ogni pezzo di codice attaccato. Perché lo fa? Perché come il sottoscritto odia i pedofili? No di certo. Lo fa perché questa attività di analisi dei contenuti che circolano sulla sua piattaforma serve al suo business. Sono messaggi privati, comunicazioni private? A Google non interesse, li controlla lo stesso, lo scrive nei Termini di Servizio, tu sei a posto, loro sono a posto. Per un po’ di anni, quando avevano una reputazione da mantenere, hanno fatto gli gnorri, ora lo scrivono esplicitamente (anche questa è una modifica recente dei TOS):


I nostri sistemi automatizzati analizzano i contenuti dell’utente (incluse le email) al fine di offrire funzionalità dei prodotti rilevanti a livello personale, come risultati di ricerca personalizzati, pubblicità su misura e rilevamento di spam e malware. Questa analisi si verifica nel momento in cui i contenuti vengono trasmessi, ricevuti e memorizzati



A questo punto una persona intelligente potrebbe osservare: ma Google è a favore dei terroristi assassini? Perché OK, tolleranza zero col pedoporno ma i terroristi che preparano un attentato scambiandosi messaggi su Gmail non li vogliamo segnalare? È forse un reato meno spregevole? E di questo passo, di estensione in estensione, si arriva a tutto il resto. E a quel punto i contenuti sotto copyright, i libri, gli mp3, i video che gli utenti di Google si scambiano nei messaggi di posta elettronica, quelli invece vanno bene? Insomma, avete capito, non si finisce più. Non si può dire tolleranza zero per i pedopornografi, tolleranza 1 per i bombaroli, tolleranza 5 per gli scambisti abusivi di mp3 di Amedeo Minghi. Perché il punto è che la tecnologia oggi consente facilmente simili controlli su vasta scala (vedi NSA), consente l’accumulo di vaste quantità di dati che domani potranno essere inviati alle Autorità o alla Finanza, all’Antiterrosimo, alla DEA, alla Buoncostume o agli amici di Amedeo Minghi.

E se la tecnologia esiste non utilizzarla per scoprire simili crimini diventa una forma di collusione coi cattivi? La si potrà usare solo in certi casi e in altri no? E chi lo stabilirà? E come farà Google a difendersi nelle mille occasioni in cui sarà in futuro accusata (a questo punto giustamente) di mancato controllo?

È impossibile che Google non capisca che un simile passo è una scelta senza ritorno. Lo sanno perfettamente, non sono scemi. Il problema è che si tratta di una scelta ponderata nella quale Mountain View ha valutato i pro e i contro, l’ammirazione sciocca degli ingenui che dicono bravi state combattendo la pedofilia e i rimbrotti dei difensori dei diritti, una piccola pattuglia di filosofi senza patria che non sposteranno di certo le sorti del mondo. Ma soprattutto, come sempre accade alle aziende con milioni di utenti, la vasta, vastissima folla dei tanto-io-non-ho-nulla-da-nascondere e quella anche più vasta degli insensibili al tema, che sono poi il modello di business di ogni azienda matura.

Con questa scelta di campo Google semplicemente decide definitivamente di diventare sistema, di avvinghiare se stessa alle maglie del potere dalle quali è stata per molti anni il più possibile distante. È una scelta come un’altra, probabilmente la migliore nell’ottica di una definitiva aderenza del gigante californiano al racconto del mondo dei potenti ai quali ormai del resto appartiene. Si dice sempre che si nasce incendiari e si muore pompieri. Google ha fatto di più. Dopo soli 15 anni di onorata attività dentro una sempre più esile scapigliatura (dal don’t be evil alle concessioni a NSA) sceglie di mettere i propri idranti al servizio dei più forti abbandonando la retorica ormai traballante del matrimonio di intenti con i propri clienti. E la prossima volta che da dietro gli occhialetti tondi Eric Schmidt fingerà di scandalizzarsi con Obama o verrà in Italia a spiegarci come funziona il mondo, beh in quell’occasione sorridere indicandogli la porta sarà assai più semplice.

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Ho incrociato Stefano Bonilli in questi anni. Un po’ perché Stefano è stato per anni uno dei commentatori più appassionati del mio blog (ho una sua mail di qualche giorno fa in cui mi segnalava un suo commento rimasto impigliato nel solito antispam), un po’ perché ci siamo visti e sentiti saltuariamente in altri contesti e per altre ragioni (per esempio quando fu improvvisamente licenziato ed allontanato dal Gambero Rosso che aveva creato). Stefano, che era un giornalista semplicemente perfetto per le nuove tecnologie, è morto improvvisamente ieri e io ne sono molto dispiaciuto. Per capire chi fosse e cosa abbia costruito nella sua vita professionale suggerisco questo ricordo di Guido Moltedo su Europa. Io per onorarlo prometto che andrò a mangiare finalmente in quel banchetto a Madrid che mi consigliò una volta.

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Quest’anno per la prima volta da molti anni (forse dall’inizio non ricordo) non riuscirò ad essere a Rimini alla Blogfest. Blogfest che nel frattempo ha cambiato nome ed ora si chiama “La Festa della Rete“. Voi però andateci. E in bocca al lupo a Gianluca e a tutta l’organizzazione.

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(link)

02
ago

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