C’è un aspetto sottinteso nel racconto dello sbarco di Ebola in Occidente. Ed è quello del contagio invisibile.

Dice l’infermiera di Madrid contagiata dal virus: “Non so, non ricordo, forse mi sono toccata il viso col guanto”. È una frase potentissima, capace di creare panico anche più dell’incertezza sospesa su altre possibili cause dell’avvenuta infezione. Per esempio immaginare che il virus abbia poteri sconosciuti contro i quali le nostre conoscenze mediche nulla possano, un’ipotesi che moltissimi hanno considerato quando si è sparsa la notizia che le precauzioni ciclopiche disegnate in questa foto non erano bastate.


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Il racconto del contagio è in ogni caso da sempre rifornito dalle nostre paure più sotterranee. Chi ricorda i primi tempi della diffusione del virus HIV, ricorderà che l’iniziale incertezza sulle cause e le modalità di trasmissione dell’AIDS fu rapidamente calmierata dalla frettolosa definizione di malattia della comunità omosessuale, prima ancora che di quella dei tossicodipendenti. Non lo era, altre categorie ne furono falcidiate, per esempio gli emofilici, ma nel frattempo la definizione di malattia dei vizi (nell’accezione cattolica e settaria molto in voga da noi) servì a delimitare il territorio delle nostre paure.

Quando gli eterosessuali scoprirono che potevano ammalarsi come gli altri fu come sperimentare un tradimento, lo stesso che subiamo nel vedere l’infermiera spagnola contagiata nonostante le grandi precauzioni. Perfino l’uccisione del cane Excalibur rientra in questo racconto incerto, quello secondo il quale “non si può mai sapere”, “non siamo certi che”, “non dovrebbe accadere ma non è detto”. Niente tranquillizza quanto il principio di precauzione.

Dentro questa debolezza della scienza (che è formidabile ma non è magica, che fa meraviglie ma non ci protegge come vorremmo da qualsiasi sciagura) della cui grandezza ci ricordiamo nei momenti di grande paura, c’è il rischio dell’imponderabile. Quello della previsione sbagliata, dell’esperto che tranquillizza e sopisce ma non viene creduto fino in fondo. Certo, serve, consola, merita la nostra attenzione ma resta ogni volta aperta la fessura insidiosa del dubbio.

E se provate ad utilizzare Google come termometro delle nostre incertezze la prima pagina dei risultati sarà molto esplicativa:


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Le foto terribili che The Atlantic ha pubblicato ieri, benché giungano dall’Africa equatoriale, sono il racconto occidentale delle nostre paure e benché le nostre cronache siano piene di dichiarazioni tranquillizzanti, dell’OMS, degli infettivologi, dei grandi luminari, nessuno di noi, in questo momento di grande incertezza, tende a crederci fino in fondo.

Fidarsi è in ogni caso la nostra unica opzione: allo stesso tempo non sarebbe male ricordare che nessuno meglio del medico custodisce l’inesattezza della scienza che pratica. Nessuno meglio del medico sa come questa inesattezza sia un piccolo segreto da spendere nella maniera meno evidente fra quelle possibili. Per la propria reputazione, certo, ma anche per il bene dei pazienti, da noi (in Occidente) ormai incapaci di concepire una malattia magica ed invisibile che ci uccida per esserci toccati il viso con un guanto.

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Nelle ultime settimane sono andato in giro con i nuovi iPhone. Sul Post.

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Su Minima&Moralia, il blog di Minimum Fax, il mio editore ha pubblicato il capitolo de La Vista da Qui che riguarda il divario digitale e la scuola. Che è forse il capitolo al quale sono maggiormente affezionato. Dateci una occhiata e fatemi sapere cosa ne pensate:

Scendo dal treno e vado a trovare Cristoforo.[1] Cristoforo è il mago dei numeri, forse la persona che in Italia negli ultimi dieci anni ha guardato più spesso dentro la sfera di cristallo dell’accesso a internet, ne ha osservato i diagrammi e le curve, ha provato a immaginarne le tendenze. A mezzogiorno in punto suono il campanello e lui al citofono mi risponde: «Sei puntuale come la morte». Cristoforo sa cose che né io e né voi sappiamo sui motivi per cui il nostro paese è stabilmente in fondo alle classifiche europee dello sviluppo tecnologico, della banda larga, dell’utilizzo di internet nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, ovunque.



(continua su Minima&Moralia)

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Ho utilizzato per anni una poltrona da ufficio dell’Ikea che andava benissimo (anche se d’estate era caldissima). Quando è morta di vecchiaia qualche giorno fa ne ho comprata un’altra (questa) con la quale mi trovo malissimo e sto per rottamare (se venite a prenderla la regalo). Mia moglie, nella scrivania qui accanto, usa da anni questa Varier di cui è soddisfattissima ma che per me è un po’ troppo francescana (va benissimo se devi scrivere ma a me serve qualcosa che possa utilizzare per leggere o guardare un film comodamente). Insomma consigliatemi qualcosa di decente visto che qui davanti passo un discreto numero di ore ogni giorno.

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Il Post ha annunciato oggi un esperimento molto interessante riguardo ai commenti del sito. Evitando le ben note derive bolsceviche del suo direttore (non solo sue per la verità) Il Post ha scelto di premoderare tutti i commenti pubblicando – ad alcune ore di distanza – solo quelli che meritano di comparire in pagina (quindi quelli che aggiungono valore ai contenuti del pezzo cui si riferiscono). È una scelta coraggiosa che ha dei pro e dei contro.

Intanto si tratta di una scelta che è resa tecnicamente possibile dal numero tutto sommato gestibile dei commenti e dal fatto che, molto probabilmente, la moderazione allontanerà un numero rilevante di commentatori più o meno occasionali. Questa -tra l’altro – non è una buona cosa, perché capita spesso che i commenti occasionali siano quelli maggiormente interessanti. In ogni caso l’idea stessa di dedicare risorse giornalistiche per scegliere i commenti di valore io la trovo estremamente rilevante. È probabile che quando il giornale crescerà le cose si complicheranno.

Altra questione: una scelta di moderazione del genere, molto rigida e “in topic” esclude dallo spazio dei commenti ogni aggregazione sociale fra i commentatori. Io non so bene quanto sia rilevante il senso di fastidio che le discussioni/bisticci/alleanze fra commentatori generano nel lettore medio dei commenti (esiste una retorica molto seguita e alcuni studi discretamente farlocchi secondo i quali il rumore nei commenti allontana i lettori dal sito, una teoria alla quale io francamente non ho mai creduto troppo). Sospetto che al Post questo fastidio sia fortemente sopravvalutato ma credo che in ogni caso sia difficile da valutare per chiunque. Di sicuro allontanare dai commenti ogni accenno sociale aggiunge valore in un senso e ne toglie in un altro. E secondo me toglie più di quanto aggiunge. Potrei rintracciare diversi articoli del Post dove la qualità e la grande leggibilità dei commenti erano legati, oltre che all’acume dei commentatori, all’immediatezza della pubblicazione ed ad una evidente vena social. Tutta roba che premoderando i commenti si perderà del tutto. Sospetto che al Post social e giornalismo occupino due caselle che si vorrebbe tenere separate. Sospetto anche che oggi separarle sia impossibile.

Ultima faccenda: a qualcuno non piace ma il giornalismo digitale è oggi, per forza di cose, un giornalismo di relazione. E dentro le relazioni si nascondono trappole considerevoli. Faccio un esempio che mi riguarda: qualche giorno fa decine di commentatori, uniti come un sol uomo, hanno segnalato inesattezze in un articolo che ho scritto sul famoso disco degli U2 regalato da Apple. Non capita spesso ma in quel caso specifico i commentatori avevano sostanzialmente torto ed io, per una volta, ragione. Qualcuno che non sappia nulla al riguardo, leggendo quel pezzo ed i suoi commenti avrebbe potuto dedurre che l’articolista si era sbagliato e magari era troppo tronfio per correggersi. Ma in quel caso anche premoderare i commenti sarebbe stato complicato perché in un numero rilevante di casi il moderatore userà l’accetta al posto del bisturi, generando ulteriori confusioni e rimbrotti. Capiterà spesso e la reputazione del giornale fra i suoi lettori più partecipi potrà solo subirne un danno.

Dentro il cattivo giornalismo italiano c’è questa continua e insinuante dietrologia che riguarda il presunto patto segreto fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, vergato con l’inchiostro simpatico e da qualcuno perfino visto con i propri occhi nel famoso incontro nella sede del PD alcuni mesi fa.

Dico subito al volo quello che penso sulla faccenda dei contatti Renzi-Berlusconi, anche se non ha molto a che fare col post. A me Berlusconi non piace, penso sia stato una sciagura per il Paese e la sua condanna definitiva mi parrebbe ragione più che sufficiente per escluderlo definitivamente da qualsiasi concertazione politica. Per quanto mi riguarda i milioni di italiani che meritavano ascolto in quanto elettori del PDL andavano compresi nelle consultazioni di Renzi per la nuova legge elettorale ma dovevano essere da qualcun altro rappresentati nel momento in cui Berlusconi è diventato un pregiudicato.

Premesso questo sul fantomatico patto del Nazareno si sta da mesi esercitando il peggior giornalismo del Paese: perché o le cose esistono, e allora dopo essersene accertati se ne scrive con chiarezza e dovizia di particolari, oppure se si pensa che possano esistere ma non se ne ha alcuna certezza, deontologia richiederebbe un composto silenzio. Del resto i corridoi dei giornali e del Parlamento sono pieni di pettegolezzi su eventi utilissimi a decodificare gli equilibri del Paese che tutti dicono di sapere ma di cui nessuno scrive. Invece in Italia sul Patto del Nazareno il Fatto Quotidiano ha inventato questa curiosa tecnica paragiornalistica del sillogismo retroattivo. Se accade una cosa che a Travaglio sembra strana, un inciucio sotterraneo o un accordo dai tratti lievemente indecenti fra destra e sinistra di cui nella redazione del Fatto qualcuno si accorge, ecco che Travaglio o Padellaro o chi per loro si precipitano a darne conto in TV e sul giornale: questa cosa che è appena accaduta – ci spiegano assertivi – era certamente contenuta nel Patto del Nazareno.

In questa maniera il Patto del Nazareno in questi mesi è diventato più spesso dei Fratelli Karamazov e ogni indecenza che riguarda le sorti della Nazione era stata pianificata in quel documento, ne abbiamo le prove, i fatti parlano chiaro.

Questa forma di deduzione giornalistica oggi ha riguardato anche il direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli e questo francamente è un po’ deprimente. Scrive il direttore:


Le controfigure renziane abbondano anche nella nuova segreteria del Pd, quasi un partito personale, simile a quello del suo antico rivale, l’ex Cavaliere. E qui sorge l’interrogativo più spinoso. Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria.



C’è un giornalismo dei punti interrogativi che ha un doppio effetto: insinua il dubbio nei lettori (la massoneria? Berlusconi controlla la Rai? Decide il prossimo presidente della Repubblica?) e allontana il fastidioso onere di scrivere di cose che si conoscono e che si sono accertate. Coi punti interrogativi si fa bella figura con i lettori, ci si racconta come uomini di mondo ai quali non la si fa tanto facilmente. E mentre tutto questo accade, fra un punto interrogativo e una boiata sparata in TV, anche Ferruccio De Bortoli si trasforma in un Travaglio qualsiasi.

23
set

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In un’epoca in cui partecipare ai convegni è tutto io la prossima settimana vado qui. Faccio l’autista di mia moglie. Spero valga lo stesso.