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Magari potrà sembrare un mio accanimento nei confronti di Corriere.it (non lo è). Nel caso speriamo sia accanimento terapeutico. In ogni caso la foto che Corriere.it usa in homepage per descrivere il grave fatto di cronaca seguito agli scontri fra centri sociali e Casapound a Cremona (con credits riferiti ad un altro sito web) non ha nulla a che fare con gli eventi in questioni ma si riferisce ad una manifestazione neofascista a Casal Bertone a Roma qualche mese fa.

Grazie a @PolGalbusetti che mi ha messo la pulce nell’orecchio su Twitter

Ieri il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri ha scritto questo tweet




Come segnala Luca Alagna la notizia cui si riferisce il Senatore è una classica bufala di rete da quattro soldi la cui genesi è comunque interessante. Un sito neofascista che già in passato ha diffuso falsità in rete prende una notizia da Il Giornale questa:


Siamo state sempre insieme”. E sulle persone che le hanno tenute prigioniere: “Avevano sempre il volto coperto”

Cinque mesi difficili, ma senza subire abusi e violenze. È quanto avrebbero dichiarato Greta Ramelli e Vanessa Marzullo ai pm romani, dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dai sostituti Sergio Colaiocco e Francesco Scavo, che le hanno sentite per oltre quattro ore nella caserma del Ros in via di Ponte Salario.



E la copia-incolla aggiungendoci del proprio:


“Siamo state sempre insieme”. E sulle persone che le hanno tenute prigioniere: “Avevano sempre il volto coperto”

Cinque mesi difficili, ma senza subire violenze alcune, non nascondo, dice Greta, che con alcuni guerriglieri ci sono stati rapporti sessuali, ma assolutamente consenzienti, con noi erano gentili. È quanto avrebbero dichiarato Greta Ramelli e Vanessa Marzullo ai pm romani, dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dai sostituti Sergio Colaiocco e Francesco Scavo, che le hanno sentite per oltre quattro ore nella caserma del Ros in via di Ponte Salario.



La parte falsa aggiunta non è nemmeno il risultato di una raffinata strategia. Semplicemente i confezionatori della bufala aggiungono il contenuto di alcuni commenti che è possibile leggere sul sito de Il Giornale. Le solite cose squallide e maschiliste che si possono leggere ovunque in rete ogni volta che una notizia qualsiasi riguarda due ragazze.

A questo punto che succede? In genere non succede molto. La balla maschilista e misera continua a circolare su Internet alla stregua di mille altre, esposta alla credulità dei meni svegli di noi i quali la diffonderanno a loro volta nei modi e nei luoghi di rete che frequentano. Esiste un vasto uniforme sottofondo di puttanate (Gramellini e Serra ce lo ricordano ormai un paio di volte alla settimane nelle loro rubriche sui giornali) che ricopre le conversazioni sui social network, i siti web e le nostre caselle di posta: imparare a districarsi lì dentro – come dico sempre – è la nostra nuova sapienza.

Oppure succede, come in questo caso, un evento imprevisto. Succede in casi politicamente interessanti, utili ad una causa piuttosto che ad un’altra: piccole notizie false confezionate su Internet vengono utilizzate cinicamente per tentare di orientare l’opinione pubblica. È una prassi molto comune anche su molti quotidiani italiani: si va dalla citazione interessata di questo o quel commento del blog di Grillo (a dimostrare l’ormai irrefrenabile decandenza del comico o la straordinaria povertà intellettuale dei suoi adepti) fino a vere e proprie strategie mediatiche di pesante delegittimazione basate su deboli segni rintracciabili in rete.

Nel caso di Greta e Vanessa il caso è forse perfino più complesso. Il tweet di Maurizio Gasparri, nel suo squallore misogino, da un lato consente alla bufala di fare una specie di salto di qualità e raggiungere un numero rilevante di persone, dall’altro scatena reazioni contrarie molto forti nei confronti del Senatore. La difesa di Gasparri agli attacchi è qualcosa del tipo: non lo dico io, lo dicono loro, l’ho letto su Internet, io chiedo soltanto. Per Gasparri quindi qualsiasi sciocchezza anonima letta su Internet avrebbe la liceità di essere ricopiata con l’aggiunta di un pensoso punto interrogativo. Quel punto interrogativo agirebbe secondo il Senatore come indispensabile salvacondotto.

Eggià. Solo che noi non siamo così stupidi. Quel punto interrogativo non salva nulla. Racconta solo molte cose, piccole ed imbarazzanti, sul suo estensore.


update: al riguardo anche un fulminante post di Gilioli.

17
gen

Scrive Repubblica che la moglie dell’ambasciatore russo in Italia in una clinica romana (per una casualità la medesima in cui girarono il film di Sordi sul dott. Tersilli) nello scorso mese di ottobre nel giro di 24 ore per un mal di pancia è stata sottoposta a:

una gastroscopia
una colonscopia con biopsia
una RMN della colonna
una TC con mdc encefalo
una TC con mdc addome
una cardio TC
una mineralometria ossea
una visita specialistica angiologica
una visita specialistica ortopedica
una visita specialistica dermatologica
una visita specialistica gastroenterologica
una visita specialistica anestesiologica
una visita specialistica cardiologica
una visita specialistica oculistica
una visita specialistica oncologica

Il punto non è tanto il conto finale da 18 mila euro quanto che la paziente ne sia alla fine uscita viva.

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Firenze, Costa San Giorgio, molti anni fa. Ad un affollato e patetico Corso Ufficiali dell’Esercito, in una grande aula ricavata dentro un convento medievale in semirovina, il professore sta pronunciando una frase che ricordo ancora oggi: sta dicendo che “la forma è sostanza”. Come tutti, senza scomodare Aristotele o Leibniz, il nostro insegnante tira acqua al suo mulino: quello che ci sta dicendo è semplicemente che il perfetto ufficiale dovrà apparire impeccabile. Se la tua divisa sarà perfetta – insomma – tu stesso lo sarai con lei.

Mi è rimasta in mente quella frase per una semplice ragione: perché ricordo ancora oggi cosa ne pensai allora. E quello che ne pensai allora fu: “dio mio, che enorme cazzata”.

Poi gli anni passano e tu, tutto sommato, continui a pensarlo: sperimenti la fibra pulsante del mondo dove piano piano impari a tue spese che le cose che sembrano non sempre mantengono le promesse. Vedi la concretezza delle scelte e quanto esse siano spesso distanti dal loro aspetto esteriore.

Poi gli anni passano ancora e arriva una giornata come quella di ieri nella quale, per puro caso, nel giro di pochi minuti, mi è capitato prima di ascoltare una sequenza di deputati del M5S intervenire alla Camera dei Deputati e poi di vedere il video del Papa che a ruota libera chiacchiera con i giornalisti durante un volo che lo sta portando da qualche parte nel mondo.

La lunga teoria di interventi grillini, arrabbiati per non so quale spreco di denaro pubblico da parte del Governo, andata in onda dentro il luogo più alto della democrazia italiana, andrebbe trasmessa nelle scuole. Racconta la raggiunta simmetria fra eletti ed elettori, indiscutibile, senza preavviso e senza ulteriori spiegazioni. Quasi tutti urlano come forsennati, un parlamentare si rivolge all’emiciclo dicendo che quell’aula è piena di “salme”, un’altra sbatte teatralmente il microfono (pagato da me cittadino, per altro) sul tavolo per dire che si è scocciata, la deputata Ruocco chiede la parola per dire che è uno schifo, un altro bellimbusto la segue esordendo con la frase canzonatoria “Calma e ritmo”. L’impressione è quella di essere seduti in uno strano bar frequentato solo da persone sull’orlo di una crisi di nervi. Abbandonata ogni questione formale (ed anzi mostrando tutti con orgoglio una certa allergia per le convenzioni) i cittadini pentastellati eletti in Parlamento decidono di spiattellare tutti assieme sui banchi di Montecitorio la loro sostanza.

Nel frattempo sul volo intercontinentale il Papa (nel senso del Pontefice, vicario di Cristo, successore di Pietro) sta dicendo ai giornalisti sorridenti che se il suo amico Gasbarri (per un attimo io che sono fatalista ho temuto si riferisse al Gasparri che imperversa su Twitter) offende la sua mamma lui, come è normale, gli tira un pugno. Lo sentite? Sentite anche voi il rumore di tradizioni secolari che precipitano fragorose nelle acque del Perito Moreno?

La forma non è sostanza, l’Esercito italiano continua ancora oggi ad avere torto: non giudicheremo una persona dalla maestria con cui sparge il lucido sugli anfibi. Tuttavia spesso la forma, la patetica e vituperata forma, è una specie di anestetico necessario. Aiuta a celare le vergogne del mondo, protegge le nostre miserie, offre un pretesto di continuità alle nostre vite. In molti casi quel velo di ipocrisia sancisce semplicemente distanze necessarie. In altre parole serve. Serve come serve un parlamentare avvolto nel suo verboso e inconcludente politichese; serve come serve un Papa che in quanto Papa si concede a noi solo attraverso omelie, piazze san pietro ed encicliche in latinorum. Tutt’al più qualche benevolo segno della croce al rallentatore disegnato nell’aria tersa di un paesaggio montano.

Serve perché, nel momento in cui la sostanza di noi si mostra nuda ed impudente, molto spesso quello che prende forma di fronte agli occhi degli altri non è un bello spettacolo. Nulla di cui andare orgogliosi. Meglio Pirandello. A volte meglio la maschera di Pirandello della certezza senza ritorno della nostra carta d’identità.

La faccenda del Corriere della Sera che pubblica un libro benefico prendendo vignette su Internet senza chiedere l’autorizzazione agli autori è davvero imbarazzante. Non ho idea di chi abbia preso simili decisioni autolesioniste, di sicuro persone con una cultura digitale modesta (oppure con una cultura digitale robustissima ma mandata in cavalleria per ragioni loro).

Chiunque del resto osservi, anche solo superficialmente, il sito web del principale quotidiano italiano, si accorge immediatamete delle molte stranezze che lo abitano, a partire magari da piccole ma rivelatici scelte di design (una su tutte quella odiosissima di mandare lo streaming audio video di default, ma anche il sistema di rating chiamato Passaparola, una cosa che forse andava bene su Virgilio negli anni 90, oppure il restyling recente del sito poi velocemente cancellato dopo le tonnellate di critiche ricevute). Tipici passi strategici dentro l’universo digitale decisi da qualcuno che con Internet ed i suoi linguaggi non sembra avere troppa dimestichezza.

Le peggiori pratiche del Corriere se ne fregano dei rapporti fra pari (che non a caso sono il cardine delle relazioni digitali), ignorano le consuetudini di rete (perché nelle teste di costoro Internet è una cosa differente da quella che è nelle nostre), sfidano la contrapposizione netta perché pensano non solo di essere nel giusto ma anche che il proprio bacino di riferimento sia più ampio e meno problematico di quello dei molti che oggi li attaccano.

Dispiace per i molti bravi giornalisti digitali del Corriere che incrociamo ogni giorno e che stimiamo ma errori come quello commesso oggi (ignorare la proprietà intellettuale dei contenuti in rete, un errore da matita blu) sembrano prima di tutto figli di un management (chiedo scusa per la brutta parola) che ha seri problemi col materiale che maneggia. È come se il messaggio implicito fosse che le sorti di un grande giornale come il Corriere vadano immaginate dentro i vecchi fasti della carta, mentre la versione digitale del prodotto possa essere lasciata ad una gestione poco meno che casuale. Che tanto, in fondo, ma chissenefrega di quelli là di Internet.



update: leggo ora che in un’intervista a Wired Ferruccio de Bortoli si è scusato ed ha detto che è colpa sua.

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Io penso che in politica ruoli di vertice impongano maggiori responsabilità. Così penso che la condanna di Fabio Rainieri, vicepresidente leghista della Regione Emilia Romagna per aver postato su Facebook un fotomotaggio imbecille del Ministro Kyenge sia in qualche maniera meritata. Perché una cosa sono le manifestazioni da bar di una certa politica locale (in questo i leghisti eccellono da sempre ma si tratta di un fenomeno di cialtronaggine diffusa che riguarda un po’ tutti) un’altra è la comunicazione politica dei leader. Nel contempo credo che la Kyenge abbia tutti i diritti di sentirsi diffamata e di investire del caso la magistratura. Tuttavia, una volta esaurite queste premesse mi pare che un paio di altre cose andrebbero dette. La prima è che quella di Rainieri è una condanna molto dura (1 anno e 3 mesi di reclusione e 150mila euro di risarcimento) che rischia di essere la classica pena esemplare del tipo colpirne uno per educarne cento. La seconda è che la politica dovrebbe comunque mettere in conto certe spiacevolezze e non precipitarsi dal giudice ogni volta che l’egosearch di Google conduce a pagine piene di offese e cattiverie (non parlo di questo caso ma di un atteggiamento generico che molti hanno), la terza che la diffamazione su Internet che è e sarà con ogni probabilità un reato in grande aumento (data anche l’ignoranza somma del mezzo in cui questo Paese affonda) andrebbe forse affrontata con strumenti inediti ed adatti al contesto (io che non sono per niente un tecnico e magari dico cose insensate penso da tempo ad una sorta di arbitrato dentro il quale simili questioni si risolvano con un risarcimento). In ogni caso, proprio perché a ruoli di vertice corrispondono grandi responsabilità, andrà considerata anche la necessità da parte di politici molto esposti di essere molto ampiamente sbeffeggiati.


p.s. il cortocircuito per cui a condanna emessa i media per parlarne ripropongano la medesima foto prolungando l’offesa ha qualcosa di psichiatrico.

Qualche giorno fa ho chiesto a Giuseppe Smorto, responsabile di Repubblica.it di partecipare al piccolo spigoloso dialogo sul giornalismo online (qui il mio post orginale qui il contributo di Mario Tedeschini Lalli) nato a margine dei fatti di Parigi. Ecco il suo contributo per il quale lo ringrazio di cuore:


Rispondo volentieri a Massimo Mantellini e Mario Tedeschini Lalli. Con una premessa, non ho un mondo da difendere o celebrare. Lavoro a Repubblica.it da 11 anni, dopo 20 anni alla carta: sono abituato a ricevere critiche dal mondo all digital (slogan: i giornali non esistono più, e se esistono fanno schifo) e dal mondo carta (slogan purtroppo mai pronunciato: il web è di serie B).
Quindi al massimo, posso difendere – quando è possibile – il mio modo di lavorare e quello dei miei colleghi. M. e T. condividono una valutazione negativa sui giornali e i siti italiani. Non solo sui modi, ma perfino sul piano economico.
I modi

a) Rivendico l’incoerenza del prodotto giornalistico. E cioè: ai tempi della sola carta, la stessa notizia poteva valere una breve e il giorno dopo nove colonne. Allo stesso modo oggi, ai tempi del web, il lavoro di un caporedattore è anche quello di cogliere una tendenza, un sentimento, tre cinguettii, l’evoluzione di un fenomeno (uso solo termini italiani, lo faccio apposta). Perfino lo stesso video può essere impubblicabile il giorno prima e in testa alla homepage il giorno dopo. Ci governa l’istinto (mediato da esperienza, professionalità, capacità di ascolto, sensibilità, tutte cose non insegnabili alla scuola di giornalismo), ci controllano i lettori.

b) Io sono molto sensibile al parere dei nostri lettori, dei blogger, dei critici. Molto spesso ci chiedono cose che non possiamo dare: per esempio, la precisione assoluta: un giornale in real time non può darla. Credo che però i lettori riconoscano a Repubblica.it un ruolo: quello di essere un sito completo di news, aggiornato h24.

c) La stessa professione giornalistica sta cambiando sotto i nostri occhi. Pensate solo all’importanza e all’uso che stiamo facendo dei video. Stiamo costruendo nuove professionalità, stiamo maneggiando nuovi materiali, e capita anche di sbagliare. Venti errori in un giorno sono un buon risultato, un prodotto in evoluzione è un prodotto imperfetto.

d) Anche i social stanno cambiando il nostro lavoro. E rischiano di far saltare tutte le gerarchie. Una riga su twitter “Strage al giornale Charlie Hebdo” equivale alla riga “Totti si fa un selfie dopo il gol” oppure “Il gran giorno della giraffa e dell’ippopotamo”. Dobbiamo trovare il modo di sottolineare la differenza fra i tre fatti, non è facile.

e) Serve anche uno stile. Per la Norman Atlantic, abbiamo chiesto testimonianze in tempo reale, quando la situazione non era ancora chiara. Ma quella riga era formulata forse in modo troppo secco, abbiamo ricevuto delle critiche. Ci ha criticati perfino il presidente dell’Ordine dei Giornalisti. E dire che io faccio un’ora di internet a Fiuggi (un’ora su una settimana) ai corsi per i praticanti gestiti dall’Ordine, per amicizia. E in quell’ora non manco mai di ricordare quella volta, ai tempi dello tsunami, in cui mettemmo un avviso: “Se siete nell’area colpita, scriveteci e raccontateci la vostra esperienza”. Arrivarono centinaia di testimonianze.

f) Lo so benissimo, abbiamo molto da imparare dai giornali stranieri. Siamo cialtroni, qualche volta. Ma per esempio capita di vedere prima su Repubblica o Corriere che sul Nyt una notizia americana di rilievo. Mi piace più lo stile di scrittura dei giornali italiani: mi piace Valli, mi piace Emanuela Audisio, mi piace Gianni Mura.

g) Naturalmente non è vero –e mi meraviglio che lo abbia scritto Mario – che puntiamo sempre a mettere il bilancio più alto (stragi, sciagure naturali etc.). E non è vero che andiamo a caccia di clic. Con una certa presunzione: se vogliamo andare a caccia di clic, sappiamo come farlo. Io personalmente guardo solo il numero complessivo dell’audience, e lo faccio solo il giorno dopo. Non mi riconosco nella espressione “molti clic, poco decoro”, anzi la ritengo offensiva. Non mi riconosco nel giudizio di M. sui tre maggiori siti (quella roba su meno o molto meno) ma fa niente. Sicuramente nella miscela delle news-entertainment abbiamo fatto degli errori, la nostra parola d’ordine resta sempre quella: mai pubblicare una cosa di cui potremo vergognarci.

M. dice: i grandi siti italiani hanno pubblicato il video dell’uccisione del poliziotto, questo è il segno della loro carenza di prospettive e strategia. Non lo so: il dibattito è infinito. Ci sono decine di video (per esempio dell’Is) che noi scartiamo. E’ diventato forse il nostro lavoro principale. Quel video lo abbiamo tagliato subito proprio nella parte più cruda (è la nostra policy), ma abbiamo ritenuto che fosse un documento giornalistico storico. Non una sola lettera di protesta è arrivata, non una. E comunque in giro per il mondo quel filmato l’ho visto. Su cosa sia pubblicabile o no (vedi il caso vignette) non esistono verità assolute.

Non siamo aggregatori dei deliri del mondo. Usiamo una gerarchia giornalistica per i fatti, siamo un po’ ludici per il resto (puo’ piacere o no: alla Rai lavorano i colleghi del Tg1 e quelli della Vita in Diretta. Probabilmente con l’audience della Vita in Diretta si paga anche qualche inviato in più, almeno spero). Magari una certa leggerezza ci aiuta a mantenere sezioni come Mondo Solidale, a fare campagne sociali, raccolte di firme, piccole grandi battaglie. In testa alla home non troverete mai una notizia che vi farà sorgere domande del tipo: ma perché quelli di Repubblica mettono in apertura questa storia? Non è troppo?

Detto questo, so bene che una frase in 140 battute può incenerire il lavoro di dieci persone. Sappiamo stare al gioco, ci piace quello che facciamo, ed è una gran fortuna.
In quanto alla crisi d’identità, io non ne ho. Repubblica.it ha una leadership assoluta, un piano economico sano e chiaro, buoni progetti. Un ottimo rapporto con chi lavora all’edizione cartacea: non è scontato per niente, non è sempre andata così. Dei progetti, qualcuno andrà bene, qualcuno male.
Ma sono orgoglioso di poter dire che tanti giovani bravi – alcuni ora all’Huffington – stanno crescendo e sono pronti a prendere il nostro posto. Faranno il sito meglio di noi.

Se ho fatto poca teoria, me ne scuso. E tante scuse anche per le ovvietà.

Cordiali saluti
Giuseppe Smorto
Responsabile Repubblica.it
@giusmo1


Io penso da sempre che con le bugie si vada poco lontano. E fin qui. Penso inoltre che le bugie a fin di bene siano spesso bugie come le altre che cioè, in fin dei conti, portino poco lontano pure loro.

Così nei mesi scorsi, in mezzo alle tonnellate di cose che mi capita di leggere sulla lotta al digital divide in Italia e sui piani più o meno strategici per avvicinare alla rete la quantità enorme di gente che in questo benedetto Paese continua ad occuparsi d’altro, c’era una idea abbastanza ripetuta in molti documenti che mi lasciava perplesso. Quella di utilizzare la TV pubblica per diffondere le buone pratiche dell’italiano moderno, figo e connesso a Internet. In pratica una sorta di product placement benefico infilato a forza dentro sit com e programmi Rai che suggerisca un’idea di normalità legata alla Rete ed ai suoi utilizzi.

Una TV nella quale, insomma, vada in onda non il mondo com’è ma una sua proiezione positiva e didattica.

Lo stesso meccanismo logico viene ipotizzato oggi dal Ministro della Salute Lorenzin che spiega come fra i vari passi da compiere per ridurre i rischi legati al fumo di sigarette sia buono e giusto orientare ancora una volta la TV e la fiction:


E faranno discutere i nuovi aspri divieti anti fumo. Sarà vietato fumare in auto alla presenza di minori, essendo ormai dimostrati i danni da fumo passivo soprattutto tra i giovanissimi, così come sarà bandita la sigaretta nei luoghi pubblici frequentati dai minori, come i parchi, gli stadi e le spiagge attrezzate. In discussione anche i divieti nei film e nelle serie televisive nazionali.



Avremmo bisogno di una Italia con più persone connesse a Internet ed anche con meno persone dipendenti dal fumo di sigaretta, ma l’utilizzo della TV come strumento per raccontare il mondo perfetto che non c’è (o per scongiurare presunti fenomeni imitativi), specie mediante pressanti inviti o peggio imposizioni agli autori, continua a non sembrarmi una grande idea. Non lo è se si tiene presente l’età media dell’audience TV italiana ma non lo sarebbe comunque. Per quel rispetto minimo che dobbiamo al racconto del mondo ed alla sua verosimiglianza ma soprattutto per smettere di considerare gli italiani figli un po’ scemi di una mamma chioccia illuminata.

Questa sera a Che Tempo che fa Umberto Eco presentando il suo nuovo romanzo ne ha recitato una pagina sui luoghi comuni utilizzati dai giornalisti. L’ho ricopiato:

Muro contro muro, il governo annuncia lacrime e sangue, la strada è tutta in salita, Il Quirinale è pronto alla guerra. Craxi spara ad alzo zero, il tempo stringe, non va demonizzato, non c’è spazio per i mal di pancia, siamo con l’acqua alla gola, siamo nell’occhio del ciclone, il politico non dice o afferma con energia ma tuona,e le forze dell’ordine hanno agito con professionalità, occorre salvare capra e cavoli, la stanza dei bottoni, qualcuno scende in campo, nel mirino degli inquirenti, i peggiori giri di valzer, fuori dal tunnel, la frittata è fatta, non ci son santi che tengano, non abbassiamo la guardia, una gramigna difficile da estirpare, il vento gira, la televisione fa la parte del leone e lascia solo le briciole, rimettiamoci in carreggiata, l’indice d’ascolto è stato un tonfo, una dolorosa spina nel fianco, è iniziato il controesodo, chiedere scusa.


Questo invece è un estratto del meraviglioso pezzo che Guido Ceronetti ha pubblicato su Repubblica nel giugno del 2014 intitolato “La lingua è stanca” che la lettura di Eco mi ha fatto venire in mente:


Il contesto globale. In quest’ottica. Si assumano le loro responsabilità. A trecentosessanta gradi. Va focalizzato. La piccola e media impresa. È nel nostro Dna. È calato nei sondaggi. Al minimo storico. Su base annua. Fuori dal tunnel. La locomotiva tira. Giovani e meno giovani. Lo Stato è presente. Si sono chiamati fuori. Un vera chicca. Si sta ancora scavando in cerca di altre vittime. Le sinergie presenti sul territorio. Nel mirino degli inquirenti. La fuga dei cervelli. Vai su WU-WU-WU. Siamo un polo di eccellenza. Subito le riforme. Le soglie di povertà. Spalmati sul territorio. Una gigantesca caccia all’uomo. Le fasce a rischio. La dieta mediterranea. Di tutto e di più. Tutto e il contrario di tutto. Le criticità. Gli uomini-radar. L’emergenza rifiuti. Ci vuole un nuovo soggetto politico. Non abbassare la guardia. La microcriminalità. Non va demonizzato. La stragrande maggioranza. Il colosso mediatico. Il Made in Italy. Pitti Uomo. Poi l’affondo. L’impatto ambientale. Sette chilometri di coda. Incasso record. Pesanti apprezzamenti. Un’Europa che guarda al futuro. Più fondi per la ricerca. È iniziato il controesodo. Stuprata dal branco. Dare un segnale forte. Le sostanze dopanti. Liberalizzare le droghe leggere. Varato il piano. La strada è tutta in salita. Si commenta da sé. Non ho la palla di cristallo. Ci sono luci e ombre. Approcciarsi alle problematiche. Le quote rosa. Bere molta acqua. Gli intrecci mafia-politica. Il presunto assassino. La malasanità. Errore umano. Molta frutta e verdura. A tasso zero. Accetto per il bene del Paese. È un Far West. È un film dell’orrore. L’ospizio-lager. Da lasciare ai giovani. Non arrivano alla fine del mese. Più tecnologia. La stanza dei bottoni. La costituzione più bella del mondo. Sull’orlo dell’abisso. È stato segretato. È stato desegretato. È stato risegretato. Assolutamente sì.



I grassetti sono miei e indicano le frasi uguali nei due elenchi. La lista di Ceronetti è meravigliosa e poetica, specie per “Vai su WU-WU-WU”


Questa è invece la lista della redazione de Il Post.

Di tutto il cumulo di emozioni timori e tristezze scatenate dagli eventi tragici di Parigi di questi giorni due cose vorrei appuntare qui. Riguardano la varia umanità che simili eventi scoperchiano.

Perché da noi in Occidente, ma specialmente qui in Italia, e poi su Twitter, e anche su certi giornali diretti da emeriti imbecilli, oppure al bancone del bar, e nelle fabbriche (se esistessero ancora), di eventi del genere, quando accadono, è impossibile non parlare.

E infatti se ne parla. E mentre se ne parla i più onesti fra noi si renderanno conto che stanno fischiettando cose complicate di cui in fondo non sanno granché (e quindi magari qualche cautela, insomma, finiranno per usarla) mentre molti altri, quelli che le sparano sempre grosse, quelli che vanno in TV o compongono i titoli dei giornali o scrivono i pensosi editoriali, approfitteranno della vasta ignoranza generale (anche fra le poche persone variamente appassionate di informazione) per parlarci di loro stessi o per piegare i complicati fatti del mondo ai loro semplici piccoli interessi. Bianco, nero. Alto, basso.

Possiamo scherzare con la politica e il calcio, con Renzi o Grillo, perfino sul Papa telefonista o sul Presidente novantenne, ma per sparare cazzate a caso sull’Islam o su Maometto, sull’ebraismo e le Crociate, sui rapporti fra ideologie e religioni o sulle derive dei totalitarismi, di faccia tosta ce ne vuole parecchia in più. Anzi, mi correggo; serve una faccia come il culo per andare in giro a raccontare quattro banalità disinformate a margine di eventi drammatici e violenti giusto nel momento in cui la libertà di tutti noi è in pericolo.

Bene. Queste facce da culo noi in Italia le abbiamo. Servono eventi drammatici per ricordarci che l’automatismo narcisista del cretino resta sempre uguale sia che si stia parlando del gol annullato dall’arbitro venduto o della fine dell’umanità.

I poeti laureati dell’esagerazione mediatica sottolineano poi – con un po’ di fatalistico fastidio – come ormai troppa gente abbia su Internet un misero palchetto dal quale applicarsi nella loro medesima arte. Siamo sensibil alle cazzate altrui ma anestetizzati alle nostre e questo forse complica le cose. Ma non le complica a sufficienza per impedirci di capire che la TV, le radio e i media italiani in genere, sono pericolosamente invasi da una marea di chiassosi incompetenti. Lo sono sempre, anche quando dissertano del gol fantasma del Sassuolo ma si mostrano in tutta la loro straripante pericolosità in giornate come queste. E nemmeno si accorgono – i maledetti idioti – che stanno giocando col fuoco.