Il noto esperto di cose digitali Giorgio Airaudo, parlamentare di SEL, è il primo firmatario di un emendamento alla legge di stabilità che ricopia pari pari il testo della web tax di Francesco Boccia già opportunamente cassata a suo tempo. La morale potrebbe essere che le cose senza senso collegano mondi lontanissimi.


(via public policy)

Luca Castelli – commentando un articolo dello scrittore Paolo Giordano uscito su La lettura domenica scorsa – ha scritto un post molto interessante sulla nuova fruizione musicale ai tempi dei social network:


Io credo che l’abbondanza da sola non ci abbia fatto male. Di certo ha deprezzato il valore della musica registrata, portando nuove dinamiche ed enormi problemi sul fronte economico/industriale. Ma in fondo sono convinto che noi ascoltatori stessimo sviluppando in modo abbastanza naturale gli anticorpi per gestire quella massa di contenuti. La nausea – almeno nel mio caso – è arrivata dopo. È arrivata con i social network. Con il modo in cui la musica ha subito una mutazione non tanto di valore commerciale o numerica, bensì esperienziale: non più solo qualcosa da ascoltare, ma qualcosa da raccontare. Da commentare, fotografare, twittare, linkare, condividere, stroncare, bestemmiare. Subito dopo il primo ascolto, a volte addirittura durante il primo ascolto. Sempre: in ogni minuto del giorno. Tutta: la musica bella, la musica media, la musica brutta, la musica necessaria, la musica inutile. Tutti: centinaia, migliaia, decine di migliaia di persone. Prendendo posizione, senza se e senza ma. Non so se Paolo Giordano abbia fatto uso dei social network, può darsi che stiamo parlando di due nausee diverse, nelle cause e negli effetti. Però credo che Facebook e più in generale il social web – oltre a rubarci molto prezioso tempo di lettura/ascolto/visione/riflessione – abbiano stravolto il nostro modo di percepire/vivere la musica (e il nostro piacere nell’ascoltarla) molto più di quanto abbiano fatto Napster, Soulseek, eMule e gli altri moltiplicatori MP3.


Rita Moriconi, consigliere regionale del PD, è arrabbiata. I giornali hanno scritto che lei avrebbe chiesto il rimborso per un acquisto (non meglio precisato) avvenuto in un sexy shop per un importo di 80 euro. La diffusione della notizia, comprensibilmente, non le è piaciuta.

Dopo una prima verace e leggermente autolesionista dichiarazione sul suo essere una persona per bene (e come tale impossibilitata ad entrare in un sexy shop) l’esponente del PD corregge il tiro dicendo che lei (da vera progressista, aggiungo io), non ha nulla contro chi va nei sexy shop. E questo politicamente parlando, è già un punto.

Una volta chiarito questo, Moriconi nega l’acquisto, nega di averlo mai fatto, nega che qualcuno fra i suoi collaboratori lo abbia fatto (intervista video al Resto del Carlino qui). Potrebbe averlo acquistato “Pinco Pallino a Canicattì” – dice Moriconi – e questo certamente è possibile, anche se non è chiaro come il signor Pallino abbia poi avuto accesso ai rimborsi chiesti dalla consigliera a Bologna, così come non si capisce come mai Pallino acquisti un bene per sé e il rimborso (80 euro rimborsati due volte, per lo scontrino e per la ricevuta della carta) lo riceva invece la politica in questione. Minuzie. In ogni caso da Canicattì a Bologna fanno 1280 km.




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Dopo un paio di giorni il caso si chiarisce: esce allo scoperto un collaboratore della Moriconi ansioso di incolparsi del misfatto (il pover’uomo si è precipitato dai magistrati per dare piena confessione, ma quelli, insensibili, avevano da lavorare e non l’hanno ricevuto) . È colpa mia dice Rosario Malaussène Genovese in una accorata intervista che vale la pena leggere. In perfetta affinità politica con il consigliere Moriconi Genovese dice che ha acquistato il fantomatico sex toy ma per scherzo. Mai stato in un sexy shop in vita sua – dice – l’unica volta quella, per comprare un regalo per fare uno scherzo ad un amico. Sono stato sfigato, dice poi all’intervistatore a guadagnare la nostra umana comprensione. A riguardo dello “scherzo” valga il tweet di Paolo Ferrandi di ieri sera:




Come mai lo scontrino sia finito (due volte) nelle spese della Moriconi è un mistero, ma a leggere le cronache sembra uno di quei misteri piccoli e trascurabili, l’importante è che l’onore di tutti sia stato restaurato in fretta, mentre il signor Pallino scompare nella nebbia delle frasi dette a caso.

Secondo Il Fatto Quotidiano, così per chiudere il cerchio della cronaca, Genovese sarebbe stato in passato “destinatario tra l’altro di un gran numero delle consulenze affidate dal Partito democratico “. Minuzie.


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L’arroganza del potere è ben raccontata da questa vicenda. È una arroganza da un certo punto di vista fragilissima, dall’altra incardinata a radici profonde ed inscalfibili. Da un lato c’è una narrazione anticasta che in questo paese ha ormai preso il sopravvento su ogni razionalità. Tutto sembra facilmente sondabile con il conteggio dei soldi spesi, di quelli rubati, di quelli nascosti. In questo le genovesità di Grillo e della sua retorica ha certamente avuto un peso (per lo meno quanto i libri di Stella e Rizzo). Parlano sempre di soldi i grillini in Parlamento, come se la conta dei denari da sola potesse spiegare tutto. È una delle molte feconde semplificazioni del M5S. È tutto più complicato di così ma alla gente non interessa e loro lo hanno compreso perfettamente.

Dall’altro lato c’è un senso di impunità della classe politica che fa impressione. Stefano Bonaccini, il prossimo presidente della Regione Emilia Romagna ha detto qualche giorno fa che di tutti i candidati del PD al prossimo Consiglio Regionale solo 5 sono indagati. Solo 5, cosa volete che sia. Minuzie.

Il consigliere regionale PD Casadei, mio concittadino, qualche mese fa è stato (giustamente) sputtanato in tutti i laghi per aver messo a rimborso due scontrini da 50 centesimi dei bagni pubblici della stazione. Piscia a spese nostre, ha scritto qualcuno. Un errore, anche questa volta, ma Casadei almeno ha avuto il buon gusto di non agitare la scimitarra della sua indignazione come Moriconi sta facendo in queste ore. Di fronte a consiglieri regionali che in tutta Italia hanno messo a rimborso qualsiasi cosa non ci sono scimitarre da agitare o querele da minacciare (come ha fatto Moriconi in questi giorni) ma solo lunghi silenzi da mantenere.

Questo almeno in teoria. Questo, almeno, politicamente parlando. Perché dentro una idea minimamente sana di responsabilità politica non esiste proporzione diretta fra dimensioni del gesto e suo significato. Farsi pagare dai cittadini lo scontrino del cesso o il vibratore (per uno scherzo, ovvio) non è politicamente diverso dal lucrare sui rimborsi chilometrici o sui convegni a Lampedusa mai fatti. Lasciare che un proprio collaboratore abbia accesso alle proprie spese, non controllarle (per rispetto ai cittadini, non per semplice barbosa contabilità) è un onere che nessuno di questi politici intervistati in questi giorni sembra volersi assumere. Un onere (politico) che nessun magistrato potrà mai sanzionare perché le leggerezze della politica, la cialtroneria e la cattiva fede non sono quasi mai comprese nel codice penale.

Così la lezione fondamentale che ricaviamo dai dialoghi del vibratore è che la vasta impunità e la enorme mancanza di responsabilità politica era di tutti e ovunque. E che una volta scoperchiata interessa i poveri cittadini cornuti e mazziati (giustamente cornuti e mazziati visto i tizi che hanno mediamente eletto) nei suoi tratti fockloristici (perizoni, champagne millesimato, cozze pelose, sextoys) e scatena nelle persone coinvolte reazioni difensive rivelatrici.

C’è in atto un attacco frontale ai soldi della politica, come se solo quello fosse il centro del problema. Ma a margine di questo assalto scomposto e superficiale c’è il ritratto di una inadeguatezza della politica che non solo è reale e indifendibile ma che ha cancellato negli anni ogni connotazione etica. Il così fan tutti è ormai un fardello impossibile da scaricare ma la notizia non è solo questa: è anche e soprattutto che a questi signori non sembra importare troppo.

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(via fascetta nera)

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Contrappunti su Punto Informatico di lunedì.

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Una delle discussioni più animate degli ultimi giorni in Italia riguarda Whatsapp, in particolare la novità dell’ultima versione del software di messaggeria che segnala quando il nostro interlocutore ha effettivamente letto il messaggio che gli abbiamo appena inviato. Si è trattato di una discussione molto accesa e vasta che non va banalizzata per almeno due ragioni: perché tocca direttamente milioni di persone andando a frugare nell’intimo delle loro relazioni sociali e perché, più silenziosamente, accenna a un problema che non è inedito ma è comunque centrale nella gestione delle nostre interfacce digitali.

La questione sociologica si presta a mille differenti considerazioni, la più immediata e ovvia riguarda la nostra attitudine a utilizzare la tecnologia come paravento relazionale. Fino a quando Whatsapp non ha deciso di colorare di blu la spunta del messaggio che abbiamo inviato, segnalandoci il fatto che dall’altra parte del filo qualcuno lo aveva letto, i software di messaggistica, come altri strumenti di comunicazione digitale, erano considerati sistemi molto duttili di interdizione della comunicazione. “Non ti ho risposto perché la mail era finita nello spam”, “il cellulare non era spento ma aveva la batteria scarica”, “la connessione Internet come al solito non funzionava”, “avevo ricevuto il tuo messaggio ma avevo dimenticato il cellulare a casa”. Tutti noi abbiamo utilizzato simili scuse almeno una volta per giustificare una mancata risposta: a tutti noi è accaduto, almeno una volta, di trovarci effettivamente in situazioni del genere e magari di aver imprecato contro la tecnologia che non funziona e che ostacola le nostre relazioni. (altro…)

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Giulio Mozzi (che al riguardo si è un po’ risentito) mi chiede un parere su questo post che ha scritto su Vibrisse riguardo alla campagna #unlibroeunlibro abbastanza in onda sul social network in questi giorni.

Scrive Giulio:


In questa pagina del sito ufficiale della campagna leggo:

Cos’è un ebook? È un libro elettronico, ovvero un contenuto fruibile in formato digitale (Pdf, ePub, mobi) attraverso ereader, tablet o smartphone.

E questo non è vero, o almeno è illusorio: chi compera un ebook compera una licenza d’uso di un contenuto, non un contenuto. Tant’è che se cerca di far usare quel contenuto a qualcun altro, son dolori.

Nella stessa pagina leggo:

Un libro è un libro, indipendente dal supporto.

E anche questo è falso, per la medesima ragione: un libro (di carta) è un oggetto, che io posso possedere e regalare e prestare e rivendere eccetera; un ebook è una licenza d’uso a me destinata (e solo a me: me lo scrivono anche sul colophon, che quella licenza è per Giulio Mozzi e non per altri).


Io credo che nella sostanza – come recita lo slogan della campagna – un libro sia un libro. Più in generale, indipendentemente dal fatto che un libro elettronico sia un libro o non lo sia, se l’IVA sui libri elettronici (o quei pezzi di software che alcuni chiamano libri ma libri non sono) fosse al 4% questo sarebbe una buona cosa.

Detto questo sulle perplessità di Giulio riguardo all’immaterialità dell’acquisto digitale, sul fatto che oggi all’oggetto libro si sia sostituito da una licenza d’uso, tenderei a dire due cose. La prima è che le prerogative di utilizzo (legale o illegale) nel passaggio dalla carta ai bit non sono mutate troppo, anzi se questo è accaduto si sono sbilanciate verso gli utenti. Perché è vero che il libro di carta è mio e ci faccio ciò che voglio fra le varie opzioni a mia disposizione:

posso regalarlo
posso fotocopiarlo (illegale, sopra il 15%)
posso rivenderlo
posso prestarlo

Alcune di queste opzioni legali non sono oggi comprese nelle licenze d’uso dei libri elettronici ma lo dovranno/potranno essere in futuro, se lo vorremo (sul prestito ci sono già alcuni progetti in atto). Ma oltre a questo, passando al lato oscuro del business librario già oggi i formati digitali sono facilmente aggirabili e come tali sostanzialmente “liberabili” o in certi casi interpretabili dentro una idea contemporanea di licenza d’uso (per esempio i social DRM).

Insomma le licenze d’uso degli ebook cancellano il concetto di proprietà legata al supporto dei libri cartacei ma al di là della questione psicologica e di una serie di sempre possibili invasioni di campo (per esempio la possibilità che il detentore dei diritti revochi per qualche ragione la transazione cancellando il file dai nostri lettori) il tema mi sembrerebbe essere quello solito del cambio di contesto ed abitudini. Lo stesso è accaduto con la musica (più volte nell’ultimo decennio) e con la fruizione video.

Che poi, come sostiene Giulio, la campagna che Hagakure ha ideato per l’Associazione Italiana Editori parli ai lettori per sostenere gli interessi degli editori, questo non è né nuovo né strano. Il marketing è paraculo per definizione. In questo caso mi pare possibile che gli interessi di editori e lettori sulla riduzione dell’IVA sui libri possano per una volta viaggiare assieme. Nonostante questo scatenare gli istinti social di molte persone attorno ad un tema condivisibile sorvolando sul nome dei finanziatori (nel sito non ne ho trovato traccia) forse era meglio evitarlo.

03
nov

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(via Washington Post)