16
mag

Rilassiamoci. il merito in Italia non si può fare. È perfino inutile provarci. Non si può fare nella scuola e non si può fare nelle aziende o nella pubblica amministrazione. Non si può fare per una sola semplice ragione. Perché tutta la nostra struttura sociale è basata su altro. In Italia, da decenni, se osserviamo la griglia di priorità che ha formato il corpo sociale, nessuno è innocente. Sembra una lagna (lo è in effetti) ma è (anche) un semplice bilancio di realtà: nella maggioranza dei casi noi siamo dove siamo, se appena abbiamo avuto la fortuna di elevarci di un millimetro dentro la struttura gerarchica del mondo del lavoro, per ragioni parentali o politiche, per cinismo, perché siamo stati gli amanti di qualcuno, perché desideravamo fortissimamente il potere, per un caso, perché quel giorno da quelle parti non c’era nessuno.

Quegli stessi noi, cresciuti dentro la pianta avvelenata di questo Paese, domani dovranno improvvisamente cambiare pelle e diventare gli inflessibili guardiani del merito? Impossibile. Servirebbe un meteorite, una glaciazione, un (ampio) salto generazionale. Il merito è una bestia cieca e furiosa che una volta liberata ucciderebbe noi e i nostri simili al grido di “Chi siete? Cosa diavolo ci fate qui?”. E noi questo lo sappiamo: ognuno di noi coltiva la propria inadeguatezza come un segreto, finge in un mondo in cui tutti fingono. Certo ci dispiace per il futuro dei nostri figli, ci dispiace per le conseguenze (evidentissime) di tutto questo sulla qualità della nostra vita. Ci dispiace, per carità, ma non ci dispiace abbastanza. Quindi non resta che il meteorite o la glaciazione. O una bomba intelligente che ci tolga la parola per sempre. È sabato mattina, ora. Fuori – chissà come mai – piove.

La faccenda dell’avvocato dello Stato che ha difeso il Governo (perdendo) davanti alla Consulta sul caso degli adeguamenti pensionistici della legge Fornero e che ha twittato spesso e volentieri per mesi e pubblicamente contro Renzi e contro il governo, apre una seria questione che esula da retropensieri, faccende di sensibilità personale o di libertà di espressione: quella di una policy digitale chiara per chi lavora per il Governo in simili posizioni di grande responsabilità.

Lo leggerò ma per via del mio Erleb­nis­ non garantisco di riuscire a capirci qualcosa:


Al cuore della rifles­sione di Byung-Chul Han c’è una cri­tica, molto chiara e evi­dente, a una visione dell’uomo immerso e alie­nato in uno pseudo ambiente digi­tale. È quella che l’autore chiama «antro­po­lo­gia idea­liz­zata dello sciame crea­tivo». Un’antropologia che si è decli­nata in forme di spi­ri­tua­li­smo, più o meno mani­fe­ste, che hanno finito col con­ver­gere verso una sorta di pen­te­co­sta­li­smo digi­tale fon­dato sulla pro­messa di libe­rare l’uomo dal sé iso­lato, pro­du­cendo uno spi­rito capace di into­narsi con il simu­la­cro dell’altro (in realtà: solo una diversa decli­na­zione dell’ «uguale) in uno spa­zio comune di riso­nanza (il web).



(via il manifesto)

Oggi pomeriggio a Milano sono arrivato in Stazione Centrale presto rispetto all’orario del mio treno e come mi è capitato molte altre volte sono andato in biglietteria per anticipare il mio ritorno a casa. In biglietteria, in mezzo alla solita umanità di gente diversissima, quasi tutti mediamente sperduti, ho notato che c’era una lunga fila e mi sono accodato. La fila però non era la solita fila per accedere ai desk della biglietteria, era – diciamo – una prefila. Una cosa non recintata, senza indicazioni né altro, a metà fra il dentro ed il fuori, che puntava ad uno di quei baracchini mobili nei quali si ottengono informazioni da un addetto che ricorda Lucy dietro il suo desk da consulenze psicologiche a 5 centesimi di dollaro. Ho fatto circa 10-15 minuti di fila, spiegato poi all’addetto Lucy che dovevo cambiare biglietto e lui a quel punto mi ha estratto un numero per accedere alla vera biglietteria. Poi gentilmente mi ha fatto presente che il mio turno alla biglietteria sarebbe stato circa 40 minuti dopo e che forse se andavo alle macchinette automatiche era meglio. Dopo 5 minuti avevo fatto tutto ed ero comodamente seduto da Feltrinelli ad aspettare il mio nuovo treno. Ma a parte questa mia grande confidenza con la tecnologia, per la quale sono certo che proverete sincera ammirazione e un po’ di invidia, mi pare evidente che FFSS non ci faccia una bella figura (expottimisti vs expopessimisti) e che la prossima volta che vengo a Milano forse mi toccherà fare la fila per prendere il biglietto che serve a fare la fila per prendere il biglietto per essere infine ricevuti dal signor bigliettaio.

Schermata 2015-05-13 alle 18.55.33


Il problema di Instant Articles e più in generale del rapporto tossico fra i giornali ed i social network è un problema molto semplice, troppe volte travestito da qualcosa d’altro. E riguarda l’idea che i giornali si fanno dei loro lettori nel momento in cui da un lato il rapporto fiduciario che avevano con loro un tempo si va rarefacendo e dall’altro bussano alla porta migliaia di nuovi lettori potenziali che mai avrebbero acquistato il nostro prodotto in edicola. Stranieri di cui non sappiamo nulla e che non ci assomigliano per niente.

I giornali non sono opere pie e non sono quasi più (anche se gli piace raccontarlo) i pilastri della democrazia. Lo erano forse una volta (in Italia pochissimo) e lo sono tuttora in pochissimi casi di eccellenza mondiale (non a caso quelli con cui Facebook ha iniziato la sperimentazione). La versione digitale dei giornali lo è ancora meno, più che silos culturali e informativi sono ormai da noi, quasi ovunque, discariche di pagine inutile immolate al dio click (no, non è una bestemmia).

Insomma il problema non è Facebook (e quelli che oggi si stracciano le vesti per gli articoli del NYT su FB non sembrano averlo capito) ma l’essenza stessa della presenza editoriale nel formato digitale: l’equilibrio in molti posti impossibile (da noi pressoché ovunque) fra sostenibilità economica e qualità dei contenuti. Alcuni soggetti forti dell’editoria mondiale come NYT o Guardian hanno spazi di manovra residui ma tutti gli altri, migliaia di fogli e foglietti in tutto il mondo sono davanti ad un bivio inevitabile: scrivere per la macchina (scrivere cazzate per la macchina per dirla meglio) o trasformarsi in versioni in sedicesimi del progetto originale, o in certi casi scomparire.

Allo stato in Italia dentro un arcobaleno di gradazioni più o meno forti tutti o quasi hanno deciso di scrivere per la macchina, di piegare il proprio lavoro alla bulimia di un pubblico vastissimo, superficiale e mediamente non pagante. Guardate i siti web di molti vecchi quotidiani cartacei del secolo scorso: c’è da rimanere fulminati dalla valanga di puttanate irrilevanti che pubblicano quotidianamente gli ex pilastri della democrazia.

Per tutti questi soggetti essere o non essere su FB, accettando la dittatura dei numeri di FB sarà perfettamente uguale. Forse la macchina mostrerà numeri migliori, forse no, ma la qualità del messaggio resterà immutata. Garbage in garbage out come si diceva una volta.

Ovvio che il problema viene prima di FB e del suo istinto cannibale che comunque biasimare non farà mai male. Ovvio che i media digitali sono in una situazione di grande difficoltà e un sacco di gente ne approfitta. Ovvio che un sacco di gente, tipo me adesso – quando sente i panegirici della qualità dell’informazione nel contesto digitale, un po’ gli scapperebbe da ridere. Ed anche i piccoli editori e giornalisti, quelli bravi e svegli e moderni il giusto in un contesto del genere sono destinati a soffrire. Come diceva il defunto in tempi non sospetti prima che tutto questo dovesse anche solo iniziare: non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti.

Schermata 2015-05-11 alle 17.16.48


In una delle sue interviste da semiubriaco che ora non trovo Francis Bacon disse che molte delle polemiche su un suo celebre dipinto intitolato “Three studies for Figures at the base of a crucifixion” si sarebbero evitate se i cristiani arrabbiati per l’iconografia violentissima di quel trittico avessero letto meglio il titolo e si fossero concentrati su quel “una”.

Non “la” Crocifissione ma “una” Crocifissione.

Mi è venuto in mente questo piccolo episodio, l’articolo indeterminativo che in una frase cambia l’interpretazione del testo, quando ieri su Twitter si è iniziato a discutere ferocemente sulla frase di Maria Elena Boschi sui rapporti fra scuola e sindacato. La frase – estratta con tutte le dovute cautele da un discorso fatto a braccio – dovrebbe essere questa:


«La scuola solo in mano ai sindacati funziona? Io credo di no»



Tocca dire che la frase, così, da sola, non ha senso compiuto. La scuola non è mai stata “solo” in mano ai sindacati, per cui chiedersi se una cosa che non esiste funzioni o meno è una domanda senza senso. E certo è colpa del Ministro che poteva argomentare meglio (probabilmente Boschi intendeva dire che il sindacato ha avuto in questi anni nella scuola un ruolo decisionale maggiore di quello secondo lei necessario). Ma detto questo è interessante notare che molta della discussione pubblica che si è scatenata ieri e che si scatena ciclicamente sui temi sindacali è una discussione che si disinteressa degli articoli determinativi e indeterminativi.

Invece utilizzare e capire gli articoli, esattamente come nel Trittico di Bacon, sarebbe utile. Servirebbe a spazzare lontano il rumore di fondo e comprendersi meglio.

Esiste una vasta difesa intenzionale delle prerogative sindacali che usa il termine “sindacato” ignorando il contesto. “Il governo – si dice spesso – attacca il sindacato” , quindi Renzi o la Boschi o altri attaccano l’idea stessa di sindacato, attaccano le tutele dei lavoratori in senso lato, minano alla base le nostre prerogative di lavoratori (i pochi ormai rimasti) con una qualche forma di rappresentanza riconosciuta. E dietro a questa generalizzione arrivano, questa volta con maggior senso, le accuse di conservatorismo visto che storicamente la destra (come ripetono tutti a pappagallo) è contro il sindacato (contro l’idea stessa di sindacato), coi padroni e contro i lavoratori (per usare termini un bel po’ ammuffiti ma insomma ci siamo capiti).

Solo che non tutte le crocifissioni sono uguali, non tutte le tele che riproducono l’orrore e la morte vanno riferite al calvario di Cristo e spesso la distanza intenzionale fra le une e le altre dura la specificazione di un articolo o di un aggettivo. Esiste il sindacato ed esiste questo sindacato: chi attacca il sindacato fa certamente una politica di destra, chi, misurando meglio le parole, stigmatizza il ruolo egemone e conservatore che “questo” sindacato si è costruito in Italia negli ultimi decenni, forse (anzi quasi sicuramente) no.

Schermata 2015-05-09 alle 23.47.40


Una delle mie attività preferite da qualche tempo a questa parte è guardare Francesca giocare a tennis. Tutte le volte che posso mi precipito al circolo, mi siedo a bordo campo e me ne sto lì a osservarla fino a quando non è ora di andare. Credo che un po’ dipenda dal fatto che lei è mia figlia e un po’ anche dal fatto che Francesca gioca a tennis molto bene. Merito suo, certo, ma anche di Valentina, la sua maestra, che l’ha condotta sapientemente in questi anni sui campi di terra rossa.

Ho giocato per molto tempo (un paio di volte all’anno gioco perfino ora) e so perfettamente che meraviglia sia il tennis: io e il mio amico Carlo ci iscrivevamo anche a qualche torneo di doppio a quei tempi. Eravamo bravissimi e parecchio eleganti nei palleggi di riscaldamento, durante i quali impressionavamo gli sconosciuti avversari (in genere due sfigati come noi solo con qualche anno in più) con colpi rotondi e perfetti: poi perdevamo di schianto appena la partita iniziava sul serio. Ma era divertente lo stesso e di uscire sconfitti non ci interessava granché. Anzi io forse a quei tempi, attraverso il tennis, iniziai a intravedere la linea di demarcazione fra una certa mia inevitabile tendenza alla sconfitta e il desiderio di vittoria di molti dei miei avversari. Il tennis non tanto (come diceva DFW riferendosi a Federer) come esperienza religiosa quanto come rappresentazione del mondo e dei suoi rapporti di forza.

Credo che perdere a tennis sia almeno altrettanto istruttivo che vincere: per la verità – e lo dico sottovoce – penso che perdere a tennis sia perfino più interessante, a patto che la sconfitta non sia l’alibi posticcio del vincente che non siamo. Il mio divertimento era giocare a tennis, per molti dei miei avversari – e lo capii subito – il divertimento supremo era vincere a tennis. A differenza di altri sport il tennis è una disciplina tecnica ed individuale, molto psicologica, alla ricerca di un punto di mediazione fra talento e sudore, fra l’amore per il bel colpo e il calcolo della scelta tattica più redditizia. Essere bravi non basta, per vincere bisogna volerlo più dell’avversario. Io non lo volevo abbastanza.

Guardo Francesca giocare e mi sembra di rivedermi in lei: l’anima leggera, allegra ma indifferente al destino del bel colpo; oppure forse, ancora una volta, proietto su di lei la mia mediocrità, quella cosa che spiegavo a me stesso come se fosse un valore e invece magari era tutt’altro. In ogni caso oggi la osservo giocare e penso: ecco, vedi, lei è come te.

L’avversario di Francesca invece è concentratissimo, e anche se questa assomiglia solo lontanamente ad una partita vera, mentre Valentina li osserva da bordo campo, lui suda e lotta come un leone, spinge la palla con lo sguardo verso il confine del campo: se potesse la accompagnerebbe oltre la linea di fondo con la sola forza del pensiero tanto è forte il suo desiderio di vedersi assegnato il punto.

Penso a cosa diventeranno questi due adorabili ragazzini fra vent’anni, se quello che stanno raccontando ai miei occhi oggi, nel formato ridotto di una innocua partita a tennis, significhi qualcosa per il loro futuro oppure nulla. Penso soprattutto a lei ed alla grazia dei suoi colpi, a come sia strano ricondurre ad un gesto muscolare l’amore per i propri figli, al senso di protezione che esercitiamo ogni giorno nei loro confronti. Il tennis di Francesca come esperienza religiosa mia, l’ammirazione per un rovescio dentro un movimento con un timing perfetto. Quella palla passerà la rete, resterà in campo o uscirà di un soffio e tutto questo non avrà troppa importanza. Davvero, fossi in Francesca non mi preoccuperei troppo ed infatti lei non si preccupa. Anche suo padre del resto ha perso a tennis per una vita ed è ancora qui.

L’esternazione odierna di Beppe Grillo sull’utilità della mammografia nella prevenzione del tumore al seno ha una sola vera variabile che ovviamente non riguarda solo Grillo ma tutti quelli che, da posizioni di privilegio mediatico, decidano di toccare argomenti simili senza averne competenza diretta. E la variabile è l’eventualità che una sola donna nei prossimi dieci o vent’anni ascolti o legga il tuo punta di vista e fidandosi di quello non si sottoponga allo screening e poi si ammali e muoia di tumore al seno. La distanza fra te e un coglione senza cervello è esattamente quella. La valutazione della probabilità per quanto modesta che un evento del genere possa accadere.

Vedo che le registrazioni audio di Beppe Grillo pubblicate in rete oggi sono state chiamate, da chi li ha diffuse e dai giornali, “Grillo-leaks”. Desideravo solo, per un istante e a reti unificate, sottolineare che tutti quelli che hanno paragonato nei titoli e negli articoli simile spazzatura ai leaks di Snowden o Assange o ai whistleblower in genere, dai Pentagon Papers in qua, sono una massa di sconsiderati che non conoscono il valore delle parole.

Schermata 2015-05-06 alle 13.56.12