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In un Paese nel quale tutti danno dell’imbecille a tutti a reti e Twitter unificati, Paola Saluzzi è stata sospesa da Sky per un tweet personale, astioso e fuori luogo nei confronti di un pilota di Formula Uno. Alcuni sottolineano che in molti Paesi un rigore del genere da parte del datore di lavoro, specie quando il proprio mestiere ha a che fare con i media, è la norma ed hanno ragione. Pero’ delle due una: o Sky applica ai suoi dipendenti rigide regole anglosassoni anche fuori dai confini dell’impero (nel qual caso bravi, anche per l’esempio coram populo) o in alternativa, nel suk blasfemo dell’informazione e dell’intrattenimento italiani si tratta di una decisione senza senso.

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Questa è una foto bellissima.

C’è un signore in campagna elettorale. Recita la parte del buon padre di famiglia. È in una scuola: legge una favola di fronte ai fotografi. Fanno di peggio, a volte. A volte vanno in giro a suonare i campanelli, come Claire in House of Cards. Ti tampinano al supermercato, impalati di fronte a degli sconosciuti. Io e te siamo uguali – sembrano dire ogni volta – ti chiedono qualche minuto per spiegare il loro programma. Testimoni di Geova stagionali, un duro lavoro.

La bellezza della foto non è David Cameron che legge in una prima elementare (qualche giorno fa il Premier dava il latte col biberon ad un agnellino nella stalla, in una iconografia agreste meno virile di quella del duce ma altrettanto sexy e, viceversa, plasticosa ed in perfetta luce come si addice ai tempi) ma è nella bimba bionda a capo reclinato. I bambini lo fanno, magari stava davvero ascoltando, magari Cameron è l’Alberto Lupo delle favole dell’asilo. Invece quella foto si presta all’istante ad altre interpretazioni. Tipo questa:



“Breaking News: Primo Ministro inglese uccide di noia una bimbetta”

L’utilizzo dei bambini per fini politici? Piuttosto abietto. Perfino più abietto di quello degli agnellini imbracciati in periodo pasquale. Peggio di Giorgia Meloni immortalata dal verduraio o di Fassino che fissa lo schermo di un computer spento. Ma a parte questo la bimba bionda in questa foto sembra il cappello nero di Magritte: ruba la scena, segna con un gesto forse involontario il ridicolo che appesantisce l’aria.

La mattina dell’11 settembre 2001 George Bush, allora presidente degli Stati Uniti fu avvisato con un bisbiglio che un secondo aereo aveva appena colpito le Torri Gemelle. Erano le nove del mattino, Bush era appena entrato in una classe elementare in Florida ad ascoltare una lezione. Per sette minuti rimase lì immobile, con un libro in mano, indeciso sul da farsi. Non gli fu mai perdonato.

Eppure la foto di Lucy (questo il nome della bimba a capo chino) e David Cameron racconta il falso. Anzi lo suggerisce, a raccontarlo ci pensiamo noi. Lo disegna come meglio non si sarebbe potuto. Nella realtà Lucy non è per nulla annoiata dal Primo Ministro (che invece suona molto convincente nella parte del bravo babbo): la piccola china la testa perché non ricorda quale sia il nome del principe della storia che lei e il tizio sconosciuto stanno leggendo. Abbassa la testa per un istante per la vergogna, non per la noia. Un gesto di resa tenerissimo. Per questo la foto è formidabile.

È interessante notare che tutto questa meraviglia alla fine non avrà molta importanza: se quella foto sarà il ritratto perfetto della noia senza inibizioni di un bambino di fronte al Primo Ministro, quella diventerà la realtà. Una occhiata ai titoli della stampa inglese al riguardo vi convincerà di un cinismo informativo che non è solo italiano:

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E lo diventerà a scapito di un’altra realtà altrettanto finta. Non quella di Cameron bravo e spigliato con i bambini di sei anni (troppo facile) ma quella di Cameron che durante la campagna elettorale era uno come noi che passava di lì. Alla scuola elementare del Sacro Cuore di Westhoughton, vicino a Bolton. 23056 abitanti nella contea della Greater Manchester, nord dell’Inghilterra.

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Sulle questioni delle interfacce tecnologiche occorre(rebbe) andarci cauti.
Specialmente quando se ne parla prima di averle utilizzate. Ed anche a quel punto, anzi soprattutto a quel punto, ci si renderà conto che in molti casi la difformità di giudizio fra noi e gli altri risulterà spesso rilevante. Mi ha colpito molto a tale proposito la lunga descrizione del passaggio di Marco Arment da iPhone 6 a iPhone 6+ di cui scrissi anch’io a lungo in occasione dell’uscita sul mercato qualche tempo fa. Quello che sospettavo allora, dopo poche settimane di utilizzo, si è confermato nei mesi successivi e se dovessi scrivere oggi al riguardo sottolinerei la grande distanza fra l’iPhone 6 e il 6+, con una scelta di campo, mia, nettamente favorevole al primo. L’esatto contrario di quanto scrive Arment.

Se questo è vero le prime impressioni su Apple Watch, uscite all’unisono sulla stampa americana nella giornata di ieri, andranno prese con grande cautela. Comunque, sia che siano sostanzialmente positive, come quella di Manjoo sul NYT, sia che siano più dubbiose come quella di Patel su The Verge. Oltretutto, rispetto alla questione iPhone 6/6+, qui le variabili di interfaccia ed utilizzo sono ben più rilevanti.

Nel frattempo va comunque segnalato un cortocircuito che riguarda Apple (e non solo lei) ed il suo prossimo smartwatch. Prima Cupertino ha creato un bisogno (lo ha fatto incidentalmente aggiungendo funzioni all’oggetto telefono molti anni fa, costringendoci così ad estrarlo dalla tasca centinaia di volte al giorno) poi ha utilizzato questa nostra nuova ingombrante dipendenza per giustificare la nuova utilità di Watch. Estrarre il telefono continuamente dalla tasca (o dalla borse) sta rovinando le nostre vite, dicono ad Apple senza imbarazzi, ecco a voi la soluzione.

La grande maggioranza dei nuovi oggetti tecnologici tenta di assolvere a due funzioni principali: occupare gli spazi intermedi, sgomitando fra tecnologie già esistenti (per esempio iPad a metà fra smartphone e notebook), risolvere problemi che la tecnologia stessa ha contribuito a creare.

Sopra tutto troneggia poi la questione principale: la percezione del bisogno, che è faccenda impossibile da prevedere. Conta al riguardo certamente la qualità intrinseca del prodotto ma contano anche raffinate questioni sociologiche e di appartenenza che le società collegate hanno reso sempre più rilevanti. Poi, per ultime, contano le nostre priorità personali. Che sono poi quelle che in genere gli altri trovano irrilevanti.

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La voce Wikipedia di Giovanni De Gennaro detto Gianni è stata modificata da qualche cretino (questo post valga anche come segnalazione). Ne approfitto per ricordare che Giovanni De Gennaro detto Gianni, ex capo della Polizia e plurindagato (e poi assolto) per istigazione alla falsa testimonianza durante i fatti della scuola Diaz di cui si riparla in questi giorni, è stato nominato sottosegretario di Stato delegato per la sicurezza della Repubblica da Mario Monti nel 2012 e successivamente nominato Presidente di Finmeccanica da Enrico Letta nel 2013 e confermato dal CdA dell’azienda (il primo azionista di Finmeccanica è il Ministero dell’Economia) nel 2014. Questo per ricordarci ogni tanto che razza di Paese siamo.




Il gigantesco straordinario lavoro di divulgazione che John Oliver sta facendo negli Stati Uniti sui temi della privacy e dei diritti civili. Una intervista ad Edward Snowden a Mosca.

Tommaso Marinetti, Distruzione della sintassi – Immaginazione senza fili

The blair witch project

Albert Einstein

Sigmund Freud

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Remo Ceserani, Raccontare il postmoderno

Thomas Pynchon

Don DeLillo

Philip K. Dick

David Foster Wallace

James Joyce, l’Ulisse

Marcel Proust (2)

James Joyce (2)

Thomas Pynchon (2)

Jane Austen

Honoré de Balzac

Émile Zola

Georges Perec

Franz Kafka



Elenco delle citazioni colte contenute in un articolo su Internazionale nel quale si parla di Periscope, un software per lo streaming audio video che c’è da una settimana e che magari la prossima settimana non ci sarà più.

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(via The Guardian)

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Quando decide di andarsene dal Michigan lei è una donna giovane: il figlio più piccolo, il minore di quattro avuti in rapida successione dal suo matrimonio con Rasjid, ha un anno. Metà degli anni 70, provincia americana. Uno di quei posti in cui se una donna giovane con seri problemi psichiatrici e di alcoolismo decide di mollare tutto e andarsene nessuno si meraviglia troppo. Il mito della frontiera applicato alle contingenze familiari.

Lei si chiama Carrie: il figlio più piccolo rivedrà la madre solo per qualche mese in estate, in Oregon, fra i 5 e gli 8 anni. Lei nel frattempo si è risposata, lavora in una libreria a Eugene. Il suo secondo marito si chiama Lowell. Buona parte dei ricordi di sua madre, per quel bambino che oggi è un uomo di 39 anni, risalgono a quel periodo. Negli anni successivi non la vedrà quasi più, lei sempre in fuga, dopo che è finito anche il secondo matrimonio, scappata non si sa bene dove, depressa, drogata e alcolizzata. Ogni tanto lei gli scriverà una lettera, qualche volta si presenterà per le feste a casa dei nonni. Il figlio piccolo la ricorda in quelle occasioni molto simpatica e premurosa. Quello stesso figlio venticinque anni dopo salirà su un aereo per rivedere la madre in ospedale, dove sta morendo per un tumore allo stomaco. A cose fatte il figlio tornerà al suo lavoro e poi comincerà a pensare di voler essere come lei, proverà ad essere come lei, in una forma di tardivo impossibile ricongiungimento.

Da questa storia americana di amore, dolore ed abbandono nasce Carrie & Lowell il nuovo disco di Sufjan Stevens, in buona parte composto nella casa di Brooklyn dall’autore con qualche chitarra un pianoforte e un banjo. Un disco difficile da descrivere, con il rumore del condizionatore sullo sfondo. Niente orchestre, niente batteria o percussioni, pochissimi musicisti, alcuni pezzi registrati con un iPhone in una stanza d’albergo: un lavoro che al primo ascolto sembra monocorde, e in seguito invece no, 11 pezzi che Thomas Bartlett ha estratto dal caos dei 30 brani che Stevens aveva scritto dopo la morte della madre.

Se vi capiterà di amare questo disco due cose vi consiglio di leggere: l’intervista di Stevens a Pitchfork del febbraio scorso e il pezzo che Dave Eggers ha scritto sul Guardian qualche giorno fa.

Come i lettori di questo vecchio blog sanno perfettamente io non ho mai sopportato Massimo D’Alema. Non lo sopportavano da prima, forse da quando ho iniziato ad appassionarmi alla discussione politica molti anni fa. Mi stava antipatico, in quell’unica maniera superficiale e istintiva con la quale può starti antipatico (o simpatico) qualcuno che non hai mai visto di persona e che segui in TV o nelle interviste sui giornali. Mi stava antipatico prima: prima della barca a vela di lusso cointestata agli amici (che lo statista comunista non stava bene che regatasse da solo su gozzi miliardari), prima dei piccoli vanti sulle scarpe fatte a mano o della definitiva messa in opera del suo eloquio tipico e autoriferito costellato di “diciamo” che lo trasforma ogni volta che apre bocca in un personaggio di un film di Nanni Moretti.
Mi stava antipatico prima che una sera, a Trieste durante le elezioni politiche mi capitasse incidentalmente di seguire i primi risultati elettorali dentro un istituto di sondaggi mentre lui chiamava febbrilmente Gianni Cuperlo (che era lì in SWG insieme a noi) ogni 5 minuti per sapere come andavano le cose, tranne poi dichiarare serafico in TV che a lui quei primi risultati parziali non interessavano per nulla. Prima del “vada a farsi fottere” urlato in faccia a Sallusti durante un salotto TV, prima della patetica intervista da proprietario terriero post caccia alla volpe rilasciata a Alan Friedman per non so quale programma televisivo. E prima delle ridicole dichiarazioni pubbliche di ieri su come domanda e offerta illustrino senza necessità di ulteriori spiegazioni il successo del vino della sua tenuta agricola umbra.

Eppure, nonostante tutto questo cumulo di cristallizzate antipatie, devo dire, pacatamente, che oggi Massimo D’Alema ha ragione: le intercettazioni pubblicate non possono e non devono riguardare cittadini non indagati ed i giornali non devono pubblicarle. Questo è vero in generale e per molti differenti motivi ma sfido chiunque, capovolgendo il punto di vista, a contestare l’idea che la notizia di una cooperativa emiliana che acquista migliaia di sue bottiglie di vino o centinaia di copie del suo libro, non sia qualcosa di politicamente e giornalisticamente rilevante. Comunque, indipendentemente dalle ragioni di simili scelte.

Esattamente come nel caso di Berlusconi alle prese con la prostituzione, minorile o non minorile che fosse, il mio interesse di cittadino è che possa emergere il maggior numero di informazioni utili a descrivere i nostri rappresentanti politici. E in questo certo la privacy di D’Alema e la mia non possono e non debbono essere uguali (e infatti per la legge non lo sono). Oggi in Italia questo disvelamento informativo avviene molto spesso attraverso l’atto pigro e un po’ codardo della diffusione di intercettazioni disposte da un magistrato. È sbagliato e non dovrebbe accadere ma è anche il portato di un giornalismo che ormai, per una ragione o per un’altra, ha abdicato al suo ruolo di indagatore autonomo (il cosiddetto e costoso giornalismo d’inchiesta) per concentrarsi in quello meno nobile di chi si accontenta di frugare nei resti del lavoro di un magistrato.

Esattamente come nel caso di Berlusconi l’atto giornalistico è esaudito da una violazione tecnica nei confronti dell’interessato. Per D’Alema è inaccettabile, per il lettore de Il Fatto Quotidiano o Repubblica è più che lecito: è una notizia. Se i giornalisti ricominciassero ad intestarsi le inchieste sui fatti politicamente rilevanti e lasciando stare gli atti delle inchieste scoprissero, autonomamente, che il vino di D’Alema piace un sacco alle coop emiliane, forse sarebbe un passo avanti.