C’è un aspetto interessante e tutto sommato poco indagato nella polemica scatenata in rete da questa Amaca di Michele Serra. Perché oltre alle dinamiche solite che osserviamo ogni volta emerge un nuovo canone: quello dell’imperfezione di qualsiasi punto di vista.

L’imperfezione, la sua sottolineatura, sono una nuova variabile legata ai contesti digitali che prende forma sotto i nostri occhi. Non che prima non esistesse, ovviamente, tutto quello che siamo e facciamo mediamente esisteva anche prima di Internet, ma tutto era meno visibile, spesso nemmeno ce ne accorgevamo. Ogni punto di vista è a suo modo imperfetto ma lo diventa in maniera palese nel momento in cui tutti lo possono commentare, dentro strutture comunicative sufficientemente potenti. L’imperfezione rende l’intellettuale più debole, talvolta arriva a sfilargli il palco da sotto i piedi, probabilmente lo maldispone nei confronti di qualsiasi confronto. Ma è un valore a cui non dovremmo rinunciare.

Per quello che vale (pochissimo in effetti) io credo che la generalizzazione di Serra sui differenti contesti sociali che possiamo trovare nelle scuole dei nostri figli sia un punto di vista difficilmente discutibile, fa parte della mia esperienza di genitore, l’ho vissuto direttamente: tuttavia perfino il mio parere, come quello di molti altri, è sottoposto alla medesima imperfezione. In ogni caso ogni posizione contraria, minoritaria o meno, è utile a creare una nuova ricchezza per tutti, allarga la visuale, un lusso che solo i contesti digitali possono fornirci. Così dove tu vedrai una stressante polarizzazione io osserverò la ghirlanda brillante di punti di vista differenti che si sommano.

Per questo una volta quotato Serra qui sopra ora aggiungo qui sotto il punto di vista di manginobrioches.



ps. Serra ha poi replicato a sua volta alle molte contestazioni qui.

18
Apr


 

Il sostanziale silenzio di gran parte del giornalismo italiano su caso Iacoboni, sulla sua esclusione da una kermesse grillina (curiosamente organizzata da un giornalista e da un anziano comunicatore e riservata, di fatto, a comunicatori e giornalisti) prescinde da molte cose. Da Iacoboni stesso intanto, dalle sue qualità o dai suoi limiti professionali, dalla sua simpatia o antipatia, dal fatto che abbia o non abbia tentato uno stratagemma per entrare lo stesso, dalla dietrologia spicciola sul “l’ha fatto apposta che ha un libro da promuovere”.

Non prescinde invece da tutto il resto: per esempio da quanto il M5S ed i suoi arroganti proprietari (Davide Casaleggio i giorni successivi ha pubblicamente scritto, fra gli osanna dei commentatori grillini,  che quel giornalista è meschino e sciacallo, citando tra l’altro un post stranamente aspro attribuito al padre a pochi giorni dal suo decesso e attribuendosi la responsabilità della decisione dell’esclusione di Ivrea) siano oggi destinatari di grande cautele giornalistiche quando non di recenti innamoramenti. Hanno dimenticato in fretta i giornalisti italiani le liste di proscrizione che comparivano sul blog di Grillo anni fa quando il comico, giocando sul suo doppio ruolo di giullare e capo politico, insultava a giorni alterni le grandi firme del giornalismo italiano, costruendo, passo dopo passo, quella che è oggi una buona quota della retorica grillina anticasta. A parte Enrico Mentana che ha scelto di partecipare lo stesso al convegno stigmatizzando poi pubblicamente l’esclusione del collega, e a parte pochi altri, altrettanto flebilmente sui giornali (specie sulla Stampa quasi per obbligo di marchio) nei giorni successivi, non stupisce che le uniche prese di posizione di un certo peso vengano da esponenti politici, per i quali ovviamente un tweet contro Casaleggio e a difesa del libero giornalismo è un invitante accrocchio win-win.

E questo silenzio, oltre all’usuale tendenza italiana di lucidare il carro di qualsiasi vincitore nella speranza di un eventuale strapuntino, dice forse anche qualcosa d’altro e di ben più importante sul giornalismo nostrano nel suo complesso. E cioè che l’abitudine per l’intera categoria a considerarsi soggetto terzo nell’ambiente informativo, una specie di legione di mezzo che sta fra il potere, le sue bulimiche aspirazioni e l’interesse dei cittadini è da considerarsi ormai del tutto estinta. Se mai è esistita in passato (con anche tutti i limiti del caso) oggi di sicuro non esiste più alcuna identità giornalistica intesa come vicinanza di intenti (informare i cittadini a qualsiasi costo) che rende solidali persone che hanno idee, stili e profili professionali fra loro distanti ma unite nella consapevolezza di fare un lavoro speciale. Un mestiere che, come tale, andrà difeso per sé stesso, a prescindere. Sapendo così che le offese a Iacoboni prescindono da Iacoboni, sono prima di tutto offese a tutta la categoria e una minaccia alla sua possibilità di mantenersi libera, oltre che, subito dopo, a tutti i lettori compresi quelli che votano Cinque Stelle.

Il silenzio di questi giorni dice, con sufficiente chiarezza, che quest’ansia di mantenersi liberi, un punto fermo – diciamo – del giornalismo, non è poi così sentita.

 

06
Apr

 

Quando Ilario è morto, un paio di mesi fa, io e mia sorella abbiamo dovuto pensare a come e dove seppellirlo. Lui in vita non si era mai occupato della questione, che è poi una forma di rimozione che comprendo perfettamente. Sapevamo solo che avrebbe voluto essere sepolto nel cimitero di Dovadola, accanto a sua madre. Ilario era nato a Portico di Romagna nel 1931. Il cimitero di Dovadola è un piccolo cimitero di collina delimitato da cipressi secolari, alcuni dei quali nel frattempo hanno ceduto all’incuria dei vivi e agli insulti del tempo. La simmetria di quel rettangolo pieno di croci è andata così un po’ perduta, come molte altre cose della nostra vita. A Dovadola nella piccola tomba di famiglia, acquistata mezzo secolo fa da una zia con un po’ di raziocinio, c’era spazio solo per le ceneri. Così ci ha detto un giovane e gentilissimo geometra comunale quando abbiamo chiamato per informarci. E ceneri siano, abbiamo pensato. Così abbiamo iniziato un rapido e sconosciuto viaggio fra crematori, modelli di bare, tipologie di urne, certificati, domande via mail, telefonate, lapidi da incidere. Nulla di particolarmente interessante. In questi giorni, camminando per Hampstead Heath pensavo che forse il pellegrinaggio occasionale sulle tombe dei nostri cari è un meccanismo imperfetto. E che il ricordo delle persone che amavano questo parco inciso sulle panchine di legno lungo i viottoli di questa collina ne è invece una forma molto più efficiente.

 

Chi è che crea valore nel M5S? A chi dobbiamo intestare la grande vittoria elettorale dei grillini alle ultime elezioni politiche? Qual è l’anima della costante ascesa del movimento negli ultimi anni?

Sono domande interessanti perché mai come in queste ultime settimane è accaduto che gli avversari politici, i media e gli analisti applicassero al Movimento Cinque Stelle caratteristiche politiche che davvero non sembrano appartenergli.

M5S più che a un partito assomiglia da sempre a un’impresa in franchising. È un marchio, attualmente di grande successo, con migliaia di persone che scalpitano per aprire una propria filiale, condividerne il trionfo e vendere il prodotto. Accedere non è complicatissimo, bastano buona volontà e poche competenze indirette (tipo non essere stato in galera).

Se questo è vero quanto valore aggiungono gli affiliati? In genere molto poco. Il valore sta al centro, da lì controlla la macchina con la maggior attenzione possibile.

Da questo punto di vista si spiegano e sono giustificate molte delle scelte di campo che Casaleggio ha imposto in questi anni e che tutti – e dico tutti – contestano partendo da presupposti che sembrano sbagliati. Il contratto con gli affiliati (gli eletti in Parlamento o nei consigli regionali) che prevede ammende di lesa maestà, la linea politica imposta dall’alto, la gestione centralizzata e opaca della piattaforma, le epurazioni dei dissenzienti, tutto si può spiegare dentro le relazioni imprenditoriali fra marchio e venditori. Dentro una simile logica commerciale tutto è perfettamente logico e conseguente.

Così una volta stabilito che nel caso del M5S il valore è al centro, che si tratta di una impresa di grande successo che semplicemente tiene le fila della propria attività come meglio ritiene, è evidente che tutte le discussioni di questi giorni (tranne una) sono inutili e fuori fuoco. Tolti un piccolo numero di fidati vecchi venditori che hanno creduto all’impresa in tempi non sospetti e che non si sono montati la testa (Di Maio, Di Battista, e pochi altri, in genere soggetti con una visione politica a dir poco elementare e naive) tutto il resto del Movimento è capitale umano variamente riciclabile senza che la quotazione aziendale presso il pubblico ne risenta. Discutere sul titolo di studio del nuovo tesoriere del M5S, della profondità di analisi di Paola Taverna o della varia umanità che il Movimento ha fatto emergere e portato all’attenzione dei media in questi anni non servirà a molto, se non a indignare gli indignati: non è lì il valore del Movimento. Meravigliarsi per i contratti capestro fatti firmare ai parlamentari in franchising o per l’acume di Toninelli o Sibilia sarà del tutto irrilevante semplicemente perché Toninelli e Sibilia sono irrilevanti, come ogni venditore periferico di un prodotto che piace alla gente. Finché quel prodotto continuerà a piacere lo spettacolo potrà continure.

Senza il pacchetto pronto uso confezionato a Milano (visto che ormai Grillo si è chiamato fuori) che non a caso è un sapiente mix di tutto un po’, con gli ingredienti variamente assortibili al momento in funzione delle volubili esigenze della ggente, il Movimento non conta nulla. Rousseau, i meet up gli unovaleuno, tutta bassa comunicazione scritta per e venduta agli amanti del pensiero elementare. I cittadini eletti in fondo un po’ lo sanno e come ogni comprimario baciato dalla fortuna semplicemente si godono lo spettacolo della loro nuova notorietà dalle tribune del Parlamento.

L’unica discussione possibile a questo punto riguarda il prodotto. E cosa c’entri quel prodotto con la politica e l’interesse comune. Come sia stato possibile che l’intuizione iniziale di Casaleggio (trattare la politica come fosse un dentifricio) non sia rimasta confinata sugli autobus dei venditori di pentole ma abbia trionfato nel Paese. Questo mi sembra oggi il tema. Discutere di questo, separando per una volta la comunicazione dall’essenza delle cose, non scimmiottare l’idiota solo perché vince, è l’unica maniera possibile per mettere a nudo il giocattolo della mercificazione delle idee. E da lì magari provare a ricominciare, senza pallottoliere, per fare politica sul serio.

 

25
Mar


Negli ultimi due giorni ha avuto discreta visibilità questo tweet di Marco Montanaro che, a proposito del graffito di Salvini e di Maio che si baciano comparso di notte a Roma e poi rapidamente cancellato, cita una pagina del mio libro in cui racconto la storia di una famosissima opera di Banksy che ha avuto un destino simile. Trovo che il paragone sia molto azzeccato. La pagina (e la storia, che per chi non la conosce è una bella storia) è questa:

 

p.s. per la presentazione del libro che abbiamo fatto a Roma ieri sera devo molti ringraziamenti a Diego Bianchi e a Gipi oltre naturalmente a quanti sono intervenuti.

 

È un decennio che subiamo la fascinazione dell’algoritmo. Fatichiamo a capire esattamente cosa sia ma non importa. Sappiamo che è scritto in un linguaggio strano, fatto di molte righe e pieno di simboli. Sappiamo che non lo scrivono persone normali, servono degli ingegneri per metterlo assieme per bene. Una volta scritto (loro dicono “compilato”) l’algoritmo diventa segreto, perché se non lo fosse il gioco sarebbe finito prima ancora di cominciare: l’algoritmo è il nuovo oro nero, se così non fosse poi noi come facciamo a pagare gli ingegneri?

Per sovrappiù subiamo la fascinazione anche degli ingegneri. Non si spiega diversamente la cieca fiducia che riponiamo in persone che preferiscono scrivere codice piuttosto che parlarsi in una delle molte lingue conosciute. Così capita che l’ingegnere prepari l’algoritmo, oggetto prezioso che per sua stessa definizione non potrà fallire. E l’algoritmo sapientemente compilato riconoscerà il colore della pelle, le fattezze femminili, il triangolo più scuro lì in basso e, nel tempo di un millisecondo, emetterà la sua sentenza senza appello: È PORNO!

 

 

Così su Facebook L’origine del mondo di Courbet diventa materiale pornografico e viene censurato. Non una volta (gli umani imparano dai loro errori gli algoritmi meno) ma più e più volte. Fino a quando l’incompetenza non diventa un vero marchio di fabbrica.

L’algoritmo può essere variamente interpellato. Per esempio gli potremo affidare il compito di censurare i contenuti indecenti, magari controllando una ad una tutte le parole della nostra piattaforma. Del resto chi altri lo potrebbe fare?  Essendo stato scritto da un ingegnere – categoria che notoriamente non eccelle in ironia – l’algoritmo magari all’inizio faticherà un po’ a distinguere la parola MERDA scritta da un comico da quella scritta da un odiatore seriale. Tutte le MERDE sono uguali per l’algoritmo. Il quale algoritmo quando segnaliamo che l’assessore alla cultura del nostro Comune ci ha appena detto SEI UNA MERDA sul suo profilo, ci risponderà di aver attentamente vagliato quella pagina e di averla trovata OK.

 

Quando segnaliamo a Facebook una pagina neofascista piena di odio, svastiche, proiettili, bersagli, elmetti, mimetiche, pugnali, busti del duce e minacce di morte, in genere la prima risposta automatica di Facebook è qualcosa tipo: Ciao mantello547, grazie per la tua segnalazione: abbiamo controllato la pagina “VIVA HITLER, VI FACCIAMO A PEZZETTINI” e l’abbiamo trovata OK.

 

 

Per anni abbiamo pensato che l’algoritmo pensasse a tutto: a difenderci dal porno o dai nazisti tanto per dirne un paio, in virtù della sua suprema intelligenza ingegneristica. E anche un po’ per via della nostra creduloneria sulle possibilità della tecnologia. Poi è venuto fuori che per esempio Facebook per distinguere i quadri dal porno o i MERDA dei comici da quelli degli assessori stipendiava algoritmi umani che in cinque secondi devono stabilire se un contenuto è OK o se deve essere cassato, e tutto il racconto eroico dell’ingegnere onniscente che costruisce universi di codice in grado di salvarci (o di condannarci definitivamente) è leggermente svaporato.

E buonanotte.