1) Nelle ultime 48 ore, dopo l’audizione del sindaco Raggi alla Camera la comunicazione del M5S verso l’esterno è stata azzerata. Nulla sul blog di Grillo, nulla sui profili dei principali portavoce del Movimento. Una situazione paradossale per un Movimento che usa la rete per connettersi, che affida a Internet non solo gran parte della sua comunicazione (per non cadere nelle trappole dei pennivendoli) ma anche – in teoria – per produrre le decisioni politiche affidate alla sua base. Il Sistema Operativo del M5S invece da due giorni è spento, proprio nel momento in cui sarebbe servito maggiormente.

2) La reazione alle accuse piovute sulla giunta romana, accuse in gran parte di mancata trasparenza e imbarazzanti condizionamenti, vedranno come prima reazione ufficiale una manifestazione di piazza a Nettuno questa sera. Non esattamente il luogo ideale per argomentare i propri distinguo, il palcoscenico perfetto per urlare slogan ai 4 venti e raccogliere applausi senza spiegare niente.

3) La crisi del M5S romano come era prevedibile ha aizzato la stampa contro il Movimento. Le relazioni dei media nei confronti del M5S sono da tempo di due tipi molto diversi. Un odio sotterranneo e diffusissimo, uguale da destra a sinistra (un odio contraccambiato, va detto e in parte figlio del cieco populismo di Grillo verso i giornalisti) che accende fari potentissimi nei confronti degli errori o delle incongruenze dei grillini. Oppure, in alternativa, un’indecente condiscendenza verso le richieste dei leader del M5S ad accedere nelle grandi stanze della comunicazione (fondamentalmente i talk show televisivi) in ambienti tutelati e asettici. Una vergogna del giornalismo TV italiano di cui non si è detto a sufficienza. il risultato è che poi quando il leader 5S non si presenta viene crocifisso senza tanti complimenti in sala mensa come è accaduto ieri sera a Politics.

4) Virginia Raggi mangia un sacco di pizza. A tutte le ore. E mentre la mangia parla al telefono con Di Maio mentre un tizio dal tavolo accanto della pizzeria registra la telefonata. Non esattamente una volpe la nuova sindaca di Roma.

A me la vicenda della campagna del Ministero della Salute sul fertilityday che tanta (giustificata) indignazione ha scatenato in questi giorni sembra molto semplice e trasparente. Il tema è perfino banale nel suo svolgimento. Si parte approntando una campagna informativa nazionale sull’infertilità (pienamente nei compiti del Ministero), si riuniscono commissioni di esperti, si produce un documento che stila una lista di punti rilevanti. Poi lo si dimentica. Si fa tutt’altro. E quel tutt’altro è la parte davvero rilevante.

La politica in Italia è ormai da tempo l’arte del mostrare. Quasi nessuno fa cose, quasi tutti si affannano a raccontarle. C’è una tale confusione di mani alzate che reclamano uno spazio per raccontare la propria politica che il problema principale oggi è quello di essere notati. Così cosa ne fa la Ministra della Salute di un modestissimo e un po’ barboso piano che dovrebbe occuparsi dei rischi legati all’infertilità? Molto semplice: lo trasforma in uno spot per la fertilità modellato con l’accetta, con tutte le tematiche sensibili e le contrapposizioni che questo comporta.

Nella logica dell’emersione della propria nullità politica nei confronti di altre nullità analoghe che stanno urlando altrettanto forte, quella della campagna spermatozoo-ovulo è una strategia forse un po’ grossolana ma comunque perfetta. Lorenzin racconta il suo essere un politico di destra, legato alla famiglia (anche se curiosamente, come nel caso dell’inarrivabile Pierferdinando Casini, la distanza fra la filosofia espressa e la sua biografia è notevole), marca soprattutto una distanza con il resto dell’esecutivo che al riguardo ha mediamente idea abbastanza differenti. Riafferma insomma una propria diversità, ben sapendo che un governo debolissimo che dipende da NCD sarà costretto a tollerare simili piccole sfuriate in silenzio per ragioni di forza maggiore.

Nulla di sostanziale è importante in questa vicende. Non lo è la povertà culturale della campagna social (che qualcuno avrà ben approvato), non lo sono i soldi buttati in ridicoli giochetti online che sarebbero stati meglio architettati durante un coderdojo di ragazzini delle medie e che comunque sono stati scritti in spregio alle più elementari leggi della biologia. Non lo è nemmeno il fatto che dopo una vera e propria insurrezione online come non se ne vedevano da tempo la Ministra se ne esca con un’allucinante dichiarazione del tipo: Ah non vi è piaciuta la campagna? Ok allora ne facciamo un’altra.”

Affidare a Beatrice Lorenzin un ministero laico come quello della Salute è stato un errore imperdonabile. Non certo per l’assoluta incompetenza in materia del Ministro e nemmeno per le sue del tutto rispettabili idee politiche (comunque lontane da quelle della maggioranza di governo) ma perché oggi in Italia è impossibile domandare ad un qualsiasi politico di rappresentare il Paese al di sopra delle proprie personali convinzioni. In un’arena disperata dentro la quale tutti urlano sarebbe come chiedergli di scomparire in silenzio.


Io non ho niente di particolare contro Enrico Mentana. Anzi direi proprio nulla. Gli riconosco anzi un grande talento televisivo, modellato in anni di presenza sugli schermi, ed un approccio giornalistico ad un prodotto vecchio come il TG meno antico di quasi tutti gli altri. Non mi meraviglia nemmeno la sua inadeguatezza digitale, quel senso di fastidio, celato a fatica, nel mescolare le proprie parole a quelle di chiunque altro. So perfettamente che è complicatissimo per qualsiasi personaggio pubblico utilizzare i social media, ho la massima comprensione per chi non abbia voglia di misurarsi con la marea ribollente di legami deboli (e spesso molto violenti) che un account Twitter o un profilo Facebook avvicinano alle persone famose. Così non ho biasimato a suo tempo la chiusura del suo profilo Twitter annunciata con sdegnati squilli di trombe: penso che nessuno sia obbligato a fare niente online ed ho molti amici, molto meno noti e meno al centro dei riflettori di Mentana che hanno smesso di usare Twitter per le medesime ragioni.

Ora in questi giorni ho visto decine di articoli e tweet e post su una risposta che Enrico Mentana ha dato ad un commentatore del suo profilo FB: noto molta ammirazione al riguardo, molti sorrisini compiaciuti, molti “eccoti sistemato”, molta sottolineatura della feroce concisione giornalistica di Mentana. Così, a questo punto, a proposito di quella risposta, vorrei dire due cose che esulano del tutto dall’ammiratissimo neologismo webete che tutti vanno ripetendo dandosi di gomito su Internet.


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La prima, banalmente, è che quella è una risposta violenta e vergognosa. È strano che nessuno abbia avuto voglia di sottolinearlo. Nel giro di poche righe Mentana scrive ad uno sconosciuto che è un idiota, decerebrato, grufoloso e webete. Poco o nulla conta il contesto ed i toni del commento a cui il giornalista risponde. Anche fossero stati differenti, anche fossero stati offensivi e diffamatori (non lo erano) quella sarebbe stata comunque una risposta violenta e vergognosa.

La seconda riguarda il coro di approvazione che l’ha seguita, gli articoli sui giornali, la ola di colleghi e sconosciuti che sui social network hanno celebrato il grande giornalista che infine reagisce all’idiozia imperante sbottando contro l’imbecille di turno. L’idea assurda per cui uno sfogo del genere possa essere una notizia, la necessità di dedicare pagine di giornale al Mentana scatenato che offende il povero webete (un individuo in carne ed ossa con un nome ed un cognome esposto al ludibrio generale), sono la dimostrazione che la violenza della Internet italiana è di tutti, riguarda tutti, colpisce tutti.

Se Mentana non fosse un utente dell’universo digitale casuale forse, negli anni e con la pratica (quella stessa pratica che gli ha consentito di diventare una star della TV), avrebbe imparato a non rispondere agli attacchi, o a farlo con toni adeguati, ma ripeto, nessuno lo pretende, è difficile e richiede energie che possono essere impiegate altrove. E francamente, di tanto in tanto, i nervi in una giornata storta saltano a tutti.

Ma il compiacimento diffuso per la sua uscita sfortunata quello no, quello è un segno dei tempi e di una incultura che continua a considerare Internet un ring per boxer suonati, che considera privilegi, rendite di posizione o gerarchie come normali: noi da una parte e la marea impalpabile degli imbecilli dall’altra. Se c’è invece una cosa che Internet ci ha insegnato in questi anni è la sorpresa per le opinioni altrui, l’educazione alla loro congruenza e in tutti i restanti casi (che sono la grandissima maggioranza) la capacità di sorvolarle o tenerle lontane. Per non dire delle mille volte in cui noi siamo stati l’imbecille di qualcun altro e alla fine – guarda un po’ – non è successo niente di che. Una palestra di umiltà che mi sentirei di consigliare a tutti.

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Zoro ieri era ad Amatrice ed ha postato su Instagram e su FB alcune foto dai luoghi del sisma. Fra le altre questa, con il commento che potete leggere sopra.

È utile e istruttivo leggere i commenti suscitati da quell’immagine. Come avviene sempre più spesso nella comunicazione digitale ognuno di noi associa ad una immagine (o anche solo a una frase) un proprio retropensiero.

Il mio (e credo anche quello di Diego ma potrei anche sbagliarmi) è questo:

“vi faccio vedere l’elicottero con cui Renzi è arrivato qua”.


Ma quella foto può essere associata ad altre idee che i commentatori in qualche maniera suggeriranno:

“Guarda Renzi che arriva in elicottero mentre qui non hanno più la casa”
“Guarda Renzi che appena può utilizza eventi dolorosi per accreditarsi politicamente”

Oppure quella foto può essere utilizzata per giudicare Zoro:

“Ma cosa fotografi un elicottero che sei al centro di un gigantesco disastro”
“Sei un venduto, stai facendo l’ufficio stampa di Renzi”


Una quota di una simile distorsione (osservare una foto e immaginare che contenga un messaggio supplementare) dipende certamente dalle dinamiche di ambiguità dei media digitali e dal loro frequentissimo utilizzo in tal senso. Un’altra quota dipende dalla diffusa cattiva fede che associamo ormai ad ogni forma di comunicazione, che è falsa e maramalda fino a prova contraria.

I due fenomeni assieme, il fatto che simili dinamiche di adulterazione siano alimentati da entrambi i lati, fa di noi un popolo di poveretti che guardano guardano senza capirci nulla.

(riguardando i tweet di stanotte)




Questa notte poco dopo le 3 e mezza io e mia moglie eravamo qui a “guardare” Twitter.

Succede ogni volta quando un terremoto ci sveglia e spaventa. Alle 3 e 40, prima che i sismografi automatici collegati a Internet iniziassero a rilasciare informazioni sulla potenza del terremoto, su Twitter centinaia di persone iniziavano a scrivere qualcosa, anche solo una domanda o un’espressione di spavento.

Come ogni volta la domanda che ci facciamo in casi del genere è la stessa. Dove è stato l’epicentro? Si tratta di un terremoto locale (da noi capita), quanti danni ci sono stati e dove? Prima che i sismografi americani (che in genere arrivano qualche minuto prima di quello di INGV) iniziassero a parlare di magnitudo 6, dalla search di Twitter ho visto moltissimi messaggi da Roma (Roma ha un sacco di abitanti), molti dalla costa adriatica (Rimini, Ancona, Senigallia, Civitanova) nessuno dalle zone del centro Italia.

Quando sono usciti i responsi dei sismografi (I primi dati erano online alle 3 e 41, 5 minuti dopo la scossa, ogni volta mi sembra una magia incredibile) ho pensato ci fosse da preoccuparsi: non era un terremoto locale (noi abitiamo all’ultimo piano di un condominio e spesso dalle nostre parti ci sono scosse attorno a 4.0), era stato avvertito in mezza Italia per una distanza di circa 500 km. E 500 km sono tantissimi.

Alle tre di notte in ogni caso nessuno sa nulla. Ascolti (anzi leggi, la differenza è importantissima) altre persone su Twitter (che nelle emergenze è uno strumento informativo e di confusione potentissimo), scrivi una riga a quelli che conosci, aspetti notizie. Ogni tanto, per spezzare la tensione ritwitti una cosa carina che hai appena letto.

Poi pensi che se tu fossi all’epicentro forse avresti qualcosa di diverso da fare dal pubblicare le tue impressioni: che è una idea vera e del tutto falsa contemporaneamente, perché anche lì è questione di numeri e di luoghi, di quanti usino Twitter di quanto forte sia stata la scossa.

A quel punto inizi a pensare (io almeno) alle piccole notizie, inizi a cercare piccoli messaggi senza importanza in mezzo al diluvio di tweet inutili, messaggi minuscoli che però dicono cose. Per esempio Stefano Mariani, che io non conosco, alle 4,46 ha scritto un piccolo tweet molto bello:




A Logna, se ti interessa, tutto ok. La potenza del messaggio. Chissà dove sarà Logna, sono contento per loro.


Le prime foto del terremoto che ho visto le ha mandate, linkandomi, Elisabetta Favale sul suo profilo. Le aveva scattate un suo conoscente a Norcia e gliele aveva appena spedite. Erano le 4.43, un’ora dopo il sisma.

Quelle foto dopo pochi minuti erano in homepage su Repubblica che le aveva prese (linkandole correttamente) dal suo profilo. Mentre giornalisti di CNN, NBC, SKYnews ed altri chiedevano nei commenti su Twitter ad Elisabetta l’autorizzazione ad utilizzarle Repubblica lo aveva fatto autonomamente (no, non è il momento di fare polemiche).


Poi è successo che RadioRai – più o meno a quell’ora – ha contattato il sindaco di Amatrice e il sindaco ha detto alcune brevi frasi inequivocabili: il paese non c’è più, ha detto. Non lo ha scritto su Twitter, non lo ha pubblicato sul sito web del Comune, sarà che siamo un Paese vecchio, sarà che è ancora presto, non so. Il sindaco è stato raggiunto al telefono e ha detto a tutti quello che era successo e dove era successo. E noi siamo rimasti attoniti e poi lo abbiamo subito ritwittato.




Nessuno twitta dall’occhio del ciclone.

Vedo che il commento TV si è “guidomedizzato”. Agli europei c’erano le sciabolate di Caressa (uno che per ogni neologismo figo che inventa sbaglia un congiuntivo per equilibrare) e il commento tecnico di una sorta di filosofo della tecnica calcistica di cui ho dimenticato il nome (non Bergomi, un altro) che leggeva la partita come interrogasse gli astri col sangue di gallina. Soprattutto, oggi, in occasione della finale di pallavolo alle Olimpiadi, ho ascoltato per la prima volta Andrea Lucchetta occupare ogni frequenza audio disponibile con le proprie acrobazie linguistiche (che sono convinto lui trovi particolarmente esilaranti visto che ne spara una dietro l’altra).

Io non ho nulla in contrario alla personalizzazione del commento TV: ascolto con un po’ di depressione i cronisti tifosi, quelli innamorati di sè stessi, quelli che recitano come fossero a teatro. Non ho idea se un simile intestarsi la cronaca sportiva sia un’evoluzione o un imbarbarimento, non so se gli spettatori la gradiscano o la tollerino, se Caressa o Lucchetta o Meda abbiano un vantaggio economico da simili prestazioni che offrono. Quello che so è che nel momento in cui il commento Tv diventa meno neutro e compassato, meno lineare e più innamorato di sé io vorrei mi fosse riconosciuta la possibilità di escluderlo senza dover zittire la TV. Vorrei gli effetti dal campo e basta: vorrei poter lasciare i neologismi di Lucchetta o le sciabolate di Caressa a quelli che le gradiscono. E se proprio nessuno potrà restituirmi Pizzul o Martellini almeno vorrei che la tecnologia mi lasciasse libero di guardare la partita in santa pace senza un invasato che mi dà di gomito e mi urla nelle orecchie dall’inizio alla fine.


update: esperti amici calciofili mi dicono che le “sciabolate” sono di Piccinini non di Caressa. Mi scuso con gli interessati.

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Mi ha molto colpito ieri questo lungo articolo scritto da Luciano Violante sul referendum costituzionale. È una maniera di affrontare la politica e la discussione che la circonda alla quale non siamo più abituati. Argomentato, moderato, schierato ma rispettoso delle opinioni contrarie. Lungo, anche. Un articolo del genere sarebbe normalità in un ambiente di contrapposizione politica sana, oggi invece in Italia è una solitaria eccezione.

Questo è lo stato delle cose: la contrapposizone urlata fra favorevoli e contrari basata sul rumore generato, sugli sfottò, sui ridicoli hashtag, sulle offese vere e proprie, sul variegato utilizzo di slogan che gli attori di una e dell’altra parte vanno a ripetere sempre uguali in TV. Una politica estetica, poverissima e superficiale che ha contagiato tutti e che mette assieme la mediocrità dei contendenti (la cui efficacia politica si misura ormai solo dalla capacità che hanno di bucare lo schermo o di partorire provocazioni su Facebook) e la banalizzazione del messaggio evidentemente adeguato ad un elettore che non merita di meglio. Ieri Violante ci ha ricordato – magari solo per un istante – che si può fare di meglio e che quello che ci circonda è una pena.

Io sulla foto del bambino dentro l’ambulanza ad Aleppo non avrei molto da dire. Tranne che non abbiamo speranza. E che l’informazione con questa roba non c’entra nulla. E che siamo tutti una massa di inutili, boriosi principini, con la bocca piena di sentimenti non nostri. Sentimenti di cui domani ci saremo già dimenticati.

Il fatto è che i pubblicitari non sanno nulla di me. Provano da anni a seguirmi in rete o al casello dell’autostrada, al bancomat o quando compro il vino online, ma di me continuano a non sapere un accidente. Usano tecnologie sofisticate, misteriose e un po’ angoscianti, comprano montagne di dati da spacciatori poco raccomandabili, li incrociano e li confrontano ma alla fine continuano a non sapere nulla di me. Si comportano con me da stupidi, forse perché sono stupidi.

Se non fossero stupidi avrebbero capito che a me la pubblicità piace, che sono curioso, che se l’invito è ben proposto ed elegante, ironico o strano, io sono disposto a seguirlo. E magari perché no a comprare il prodotto. Ciò non accade mai (praticamente mai) non perché io odi la pubblicità ma perché la pubblicitá sembra scritta da qualcuno che non mi conosce e non sa nulla di me. Qualcuno che dopo l’analisi di migliaia di dati che mi riguardano produce un oggetto medio che mi indispettisce. Un oggetto in molti casi respingente e molesto fino al sadismo, che urla e disturba e inquina il mondo.

La pubblicitá è un business talmente evoluto e che riguarda così tanti specialisti che una volta uscito dalla sua fase più artigianale ha finito per costruire attorno a sé il mito della propria complessità. Sono pieni di sigle ed acronimi i pubblicitari, snocciolano target, focus group e numeri con grande naturalezza. Seguono gli sguardi dei navigatori dentro le pagine web e gli sbadigli delle patate da divano di fronte alla TV. Hanno maghi e guru molto rispettati che tutti ascoltano in ipnotizzato silenzio: c’è una tale iperspecializzazione nell’ambiente che provare anche solo a ipotizzare – osservandolo da fuori – che tanta professionalità e ricerca producano alla fine un prodotto stupido sembra quasi un’affermazione da ignorante vero.

Il risultato che io ho di fronte agli occhi è invece quello di un prodotto stupido, massificato, pensato per altri stupidi. Nessuno è ovviamente interessato a dirlo troppo forte per il rischio concreto di essere poi in qualche misura iscritto al club. Invece oggi spesso la pubblicità è un prodotto violentemente imperfetto, che, molto prima di reclamizzare qualcosa, illustra con esattezza la stupidità del mondo.

Se la pubblicità non fosse stupida e non avesse sprecato così vistosamente tutti i numeretti che ha raccolto su di me negli ultimi decenni saprebbe che a me le pubblicità piacciono. Mi piacciono per esempio quelle sui giornali non italiani. Sono addirittura una delle ragioni che me li rendono interessanti. Per esempio io sono abbonato al New Yorker ed una delle cose che osservo per prima quando lo sfoglio, sono le pubblicità. Immagini e testi che molto spesso dicono moltissimo del luogo da cui provengono. Per esempio qualche settimana fa sul New Yorker c’erano 4 pagine di pubblicità di un chemioterapico di nuova generazione per certi tipi di tumore del polmone inoperabili. “Chiedi al tuo dottore di prescrivertelo” diceva la pubblicità: e insomma, raccontano più quelle pagine di un lungo racconto di Gay Talese. Ma non si tratta solo di bassa sociologia: le automobili in vendita sono differenti dall’altra parte del mondo, i frigoriferi sono giganteschi sul New Yorker, osservarli e fare confronti (e magari comprarli) è interessante.

Se la pubblicità che mi insegue ogni giorno non fosse stupida e non continuasse tranquillamente a non sapere nulla di me, saprebbe che a me, per esempio, quando apro il sito web del Guardian non piace troppo vedere i banner della Coop di Forlì o quelli dell’albergo che ho prenotato su booking la settimana scorsa. Che una simile scelta ottiene l’effetto opposto a quello prefissato: non mi invoglia ad acquistare un prodotto (tantomeno uno che ho appena acquistato, figuriamoci) ma si appunta al mio petto come un promemoria potentissimo: questa roba che stai apparecchiando per me è stupida e non funziona.

Io trovo incredibile che un simile tempesta di cervelli, dopo aver sondato la mia vita in grande profondità, produca risultati tanto miseri. Se la pubblicità non capisce che a me i video con l’audio acceso disturbano più di una coltellata significa che ha fallito. Avessi una azienda che vuole aumentare il fatturato non mi rivolgerei a gente del genere. Qualcuno in questo momento da qualche parte del mondo sta spiegando a qualcun altro che i video con l’audio acceso sui siti web funzionano, che fanno aumentare le vendite, che hanno un (aggiungi acronimo tecnico a caso) superiore del 32% al (aggiungi altro acronimo tecnico a caso). E nessuno da nessuna parte del mondo sta dicendo a questi tizi: guardate siete dei falliti, siete stupidi e superficiali e invece che vendere merendine ed automobili inquinate il mondo e basta.

Non sono così naive da pensare che la pubblicità debba acconsentire alle esigenze del pollo da spennare che sta scrivendo queste righe. Ma lo sono abbastanza per dire che se a questo punto questo è tutto quello che mi sapete proporre allora forse siete degli incapaci. O degli stupidi. O tutti e due.