I partiti progressisti, in genere, dovrebbero provare ad aumentare le libertà e i diritti dei cittadini. Far crescere le opzioni invece che ridurle.

I partiti progressisti, in genere, dovrebbero sposare un’idea di crescita della società basata su solidarietà e cultura, ma senza imporre la propria idea di solidarietà e cultura.

I partiti progressisti, in genere, dovrebbero abbandonare il paternalismo tipico degli ultimi 50 anni di governo democristiano, nei quali ovunque intorno, la politica ha spiegato ai cittadini cosa dovessero pensare per poi, subito dopo, legiferare di conseguenza. Una legge per ogni singolo cattivo pensiero e tutti saremmo diventati più buoni.

I partiti progressisti, in genere, dovrebbero basare la propria azione sulla centralità del bene comune. E il bene comune è ragionare sullo spettro del possibile in un dato istante. È immaginare i soldi pubblici come se fossero i nostri. Se una cosa costa troppo, se è chiaro che non la sappiamo fare, se è troppo complessa per una società tecnologicamente arretrata come la nostra, il bene comune prevede che non la si faccia. Che se ne facciamo di più piccole, più semplici, alla nostra portata provando per una volta a farle bene.

Siamo in grado di organizzare un servizio civile obbligatorio che abbia come soggetto centrale i nostri ragazzi? Sapremmo organizzare le Olimpiadi? Siamo in grado di costruire un ponte sullo stretto di Messina?

La risposta è no, non siamo in grado. Non oggi.

È giusto che ogni giovane italiano passi un periodo obbligatorio in un ufficio a fare fotocopie per qualcuno, esattamente come un tempo passava uno dei migliori anni della sua vita dentro decrepite caserme a Gradisca d’Isonzo?

La risposta è no, non è giusto. Un partito progressista, in genere, non dovrebbe nemmeno pensarle queste cose.


“Io ero estremamente contrario alle Olimpiadi, ma non ero sicuro che i romani la pensassero come me. In quei giorni mi domandavo se fare un referendum cittadino e proporlo durante le due settimane precedenti il ballottaggio non fosse una soluzione più morbida rispetto a un ‘no’ secco. Decisi di telefonare a Massimo, il mio meccanico, e gli chiesi di radunare un po’ di amici perché, gli dissi scherzando (ma neppure troppo), ‘dovevamo prendere una decisione politica’. Lui raduno’ una decina di persone: l’edicolante, il fruttivendolo del quartiere, un paio di parenti, un pensionato. Io arrivai all’officina in motorino. Lo parcheggiai, scesi, mi tolsi il casco e chiesi a Massimo se si trattava di persone di fiducia. Te poi fida’ disse lui. Cosi’, quasi in modo solenne, domandai cosa ne pensassero delle Olimpiadi a Roma. Le loro risposte furono molto aspre, e non posso riportare le parole esatte per evitare querele. A ogni modo uscii dall’officina, dal mio ‘soviet’ personale tra bulloni, pezzi di ricambio e olio, e mandai un messaggio a Virginia: ‘Sulle Olimpiadi nessuna esitazione, linea durissima. La stragrande maggioranza dei romani sta dalla nostra parte.'”



(Alessandro di Battista, nel suo ultimo libro. via Fabio Brinchi Giusti su FB)

18
Nov




(va Sergio Garufi su FB)

Da un certo punto di vista non è male che la maggioranza degli italiani non legga i giornali e non segua i talk show politici in TV. Da quello stesso punto di vista è un’ottima notizia che un italiano su due non si connetta a Internet (se non in maniera del tutto occasionale) e che sia quindi geograficamente esentato dalla lettura di migliaia di pagine web di news editoriali. Perché se la violenza, specie quella del linguaggio che è la forma di arrembaggio più economica e alla portata di tutti, un modo di essere che si assorbe respirando l’aria intorno a sé, esattamente come abitando un po’ di mesi a Bologna o a Parma o a Modena ognuno di noi, quasi senza rendersene conto, assume la tipica cadenza di quei luoghi, se quella violenza – dicevo – rende tutti noi persone peggiori e se è diventata uno dei principali linguaggi dei media, allora, forse, starsene lontani dai quotidiani di carta, dai talk show politici in TV e dai siti web editoriali non sarà questo gran danno.





Nel giorno dopo la morte di Salvatore Riina Il Giornale titola: “Bene, un mafioso in meno“. Il Tempo “Vai all’inferno“, la Gazzetta del Mezzogiorno “Riina il diavolo era lui“. Siamo passati dal nihil nisi bonum dei greci e dei latini alla volgare invettiva sul cadavere dell’anziano mafioso. Dal rispetto per la salma (qualsiasi salma) al vilipendio del defunto (a questo punto, domani, di qualsiasi defunto). Sia come sia mai come oggi la violenza verbale è considerata in certi ambienti una moneta di scambio facilmente cedibile.

Da un paio di giorni su corriere.it viene riproposto in grande evidenza un video in cui Vittorio Sgarbi durante un programma in TV di prima serata urla a Vauro che è una testa di cazzo. Non si tratta di una grande notizia: settimanalmente qualcuno in TV e sui giornali investe denaro sulla violenza del linguaggio; invita (senza imbarazzi) un violento nel proprio programma giornalistico “di approfondimento” in TV, gli apre il microfono, lo lascia fare il suo usuale numero da osteria e ne gode i frutti. Il giorno successivo, visto che della violenza come del maiale non si butta via niente, quel medesimo siparietto verrà ripreso da altri editori su altri media, a macinare pagine viste, dato che alla gente piace osservare simili spettacoli. A chiudere il giro (quello della violenza e del maiale) sarà interessante osservare che al più noto odiatore e insultatore dell’etere italiano, l’Università italiana ha ritenuto nelle scorse settimane di offrire una cattedra da professore ordinario all’Università di Perugia. Fosse stata la cattedra sul vaffanculo avrei capito ma siccome così non è (Sgarbi sarà ordinario di Storia dell’Arte) andrà osservato che, semplicemente, anche l’Accademia tiene nel giusto conto (cioè nessuno) la violenza del linguaggio e le sue conseguenze.

Ovviamente non solo i media e i loro eroi dello sberleffo sono spregevoli. Lo siamo anche noi, chi più chi meno. Detestiamo silenziosamente gli altri, li critichiamo, ne parliamo male, li offendiamo mentre non ci ascoltano. Ma la violenza del linguaggio, prima ancora di quella dei gesti che spesso viene a ruota, è qualcosa che si potrebbe limitare. E i media, da sempre, in questo hanno un ruolo importante. E’ un’attitudine che si può ridurre, se non spegnere del tutto. E come è possibile farlo? Esattamente come si assume la cadenza insinuante da bolognesi che non eravamo ai tempi dell’Università: stando assieme agli altri, osservandoli e rispettandoli. Proponendo e imitando le buone pratiche basate sul rispetto formale e rifiutando ogni forma di assalto frontale, anche la più piccola.

Per questo oggi forse i media italiani, non solo stanno fallendo in una quota rilevante della propria missione, quella di praticare religiosamente la maniera educata per raccontare i fatti, ma hanno eletto quel vizio da ubriachi a proprio modello economico. E se questa è la proposta, se questo è quello che offre il mercato, allora forse non leggere i giornali, non aprire i talk show in TV e non navigare fra i siti di notizie pieni di frizzanti video in cui gente nota ne manda affanculo altra nel tripudio generale, sarà un modo come un altro per provare a salvarsi.


17
Nov



Le ultime due pagine de Gli anni, di quella scrittrice gigantesca che è Annie Ernaux.


Salvare

il balletto delle automobiline dell’autoscontro di Bazoches-sur-Hoene

la camera d’albergo in rue Beauvoisine, a Rouen, non lontano dalla libreria Lepouzé in cui Cayatte aveva girato una scena di Morire d’inverno

il distributore di vino sfuso al Carrefour di rue du Parmelan, ad Annency

mi sono appoggiata alla bellezza del mondo / e ho tenuto l’odore delle stagioni tra le mani

il maneggio del parco termale di Saint-Honoré-les Bains

la ragazzina con il cappotto rosso che accompagnava un uomo barcollante sul marciapiede, un uomo che aveva raccattato al bar Le Duguesclin, in un inverno passato a La Roche-Posay

la “gente senza importanza” del film Appuntamento al chilometro 424

la locandina osé mezzo strappata del servizio di incontri “3615 Ulla” alla fine della discesa di Fleury-sur-Andelle

un bar e un juke-box che suonava Apache, a Telly O Corner, Finchley

lo sguardo della gatta bianca e nera nel momento in cui si addormentava per l’iniezione

l’uomo che stava ogni pomeriggio in pigiama e pantofole nell’atrio della casa di riposo di Pontoise, che piangeva chiedendo ai visitatori di chiamare suo figlio allungando un pezzo di carta sporco su cui era scritto un numero

la donna della foto del massacro di Hocine, Algeria che somiglia a una pietà

il sole accecante sui muri di san Michele visto dall’ombra delle Fondamenta Nuove

Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più.


Proseguendo una discussione a proposito di Facebook, nata su Il Post e su Valigia Blu, Luca Sofri usa la parola “responsabilità” in modo leggermente irresponsabile:


La domanda, tornando a Facebook, non è “di chi è colpa?” ma “chi ci può fare qualcosa?”, chi può intervenire, per cultura e potere, sull’interruzione del circolo vizioso, chi può migliorare le cose? Mio cugino sul suo profilo, o Mark Zuckerberg?
Voi direte “se tuo cugino, e tutti i cugini, e tutti i noi cominciamo a fare la nostra parte…” eccetera, e avrete ragione: perché ognuno ha pezzetti di responsabilità e ognuno può fare una parte nel limitare i danni e perpetuare principi e regole condivise. Ma a creare nuove regole, incentivare comportamenti, dare priorità a cose diverse, non può essere mio cugino: i poteri si chiamano così perché hanno i poteri: nel caso di cui parliamo, perché hanno creato Facebook, lo hanno fatto diventare quello che è e ne hanno indotto gli usi, o non ne hanno indotti altri.
(il mondo lo cambiano le masse o lo cambiano le élite?)
Di questo dovremmo parlare, invece che di dare le colpe: di chi individuare come responsabile di quello che sarà, di farglielo capire, di stargli addosso. Assolverlo da questa responsabilità – sia un politico, un direttore di giornale, un dirigente televisivo, o Zuckerberg – convenendo con lui che “la gente vuole questo” o “che è colpa degli utenti”, non aiuta, e di certo non suggerirà a due miliardi di utenti di Facebook come usarlo meglio.



“Comportarsi in maniera responsabile” e “essere responsabili” sono due concetti vicini ma diversissimi. Dal primo discendono giudizi etici sulle persone, dal secondo, molto spesso, conseguenze ben più serie, anche penalmente rilevanti.

Quindi sì, per tornare al tema di partenza: a me pare evidente che Facebook possa e debba comportarsi responsabilmente, come tutti noi del resto, ma a maggior ragione, vista l’importanza che quella piattaforma ha assunto in termini di attenzione mediatica e culturale. Ma è altrettanto vero che Facebook non è responsabile della marea di scemenze che i suoi utenti riversano là dentro. Non lo è per numerosi motivi, molti dei quali meramente tecnologici: gli stessi per cui gli ISP non sono responsabili per i contenuti delle pagine web che ospitano o Youtube non è responsabile per i video che i suoi utenti caricano.

Insomma chiedere a FB di essere responsabile per i contenuti che ospita è una affermazione non solo irrealistica ma anche lievemente irresponsabile: di contro accontentarsi dei goffi tentativi di Zuckerberg per sradicare le fake news, o distingure le Gif porno dai quadri di Courbet, o setacciare le parole d’odio separandole da quelle satiriche, forse non sarà sufficiente.

Se FB fosse una piattaforma informatica neutrale e non una macchinetta mangiasoldi ben orchestrata allora potremmo dire che le responsabilità di quanto passa da quelle parti sono solo delle singole persone che la utilizzano. Ma così non è: le piattaforme neutrali gratuite non fanno soldi. E benché Zuckerberg abbia cercato di vendere a tutti per troppo tempo la favoletta secondo la quale loro non erano una media company (e lo ha fatto per le ovvie ragioni di responsabilità di cui dicevo prima) è evidente a tutti che Facebook (ma anche gran parte delle altre piattaforme sociali più utilizzate) negli anni ha accentuato e non ridotto le proprie aspirazioni di indirizzo editoriale. Semplicemente volevano massimizzazione i profitti.

Questa accelerazione porta dritta al bivio in cui siamo ora. Quello fra comportarsi responsabilmente e essere responsabili. Poiché Facebook e soci hanno fallito nella loro aspirazione nerd di comportarsi responsabilmente, ora moltissime persone, da differenti direzioni, stanno iniziando a chiedere loro di essere davvero responsabili e di farsi carico di quanto hanno combinato.

È un fallimento a più facce quello di cui dobbiamo prendere atto oggi:

– quello della tecnologia, intanto, del tutto incapace di filtrare enormi flussi di contenuti mediante algoritmi.

– quello dei cittadini che scelgono di sottoporsi al flusso senza alcuna aspirazione di applicare proprie selezioni (tecnologicamente possibili ma intellettualmente dispendiose)

– quello dei meccanismi di autoregolamentazione (internet com’era una volta) che sono tanto meno efficaci quanto maggiore è la complessità e l’opacità della piattaforma e che quindi, dentro le piattaforme di rete più utilizzate al mondo, si sono trasformati da piccoli, brutali filtri di senso a grossolane macchine delatorie a disposizione dei peggiori di noi.


Questa mattina sono uscito di casa e nevicava. Ho scattato questa foto al parabrezza dell’auto.





L’ho guardata un po’ più tardi e, come delle volte succede, mi ricordava qualcosa ma non sapevo cosa. Poi alla fine mi sono ricordato.




Quando nel 2005 Rupert Murdoch acquistò MySpace pagandola 580 milioni di dollari ricordo che gli analisti dicevano due cose. La prima era che l’anziano tycoon australiano aveva bruciato tutti e sorpreso il mondo con la sua capacità di mescolare vecchia e nuova comunicazione; la seconda che MySpace era ormai una piattaforma talmente grande e utilizzata da non poter essere altro che un affare. Solo 6 anni più tardi, nel 2011, MySpace fu venduta da Murdoch ad una ignota società americana, Specific Media, per 35 milioni di dollari.
Io sono abbastanza convinto che molti di voi non avranno mai sentito nominare MySpace prima di oggi. Fra un decennio, forse, molti di noi ricorderanno a stento cosa fosse Facebook e a cosa servisse.

Sono partito da lontano ma in realtà era mia intenzione parlare di Twitter che è l’unica piattaforma sociale che uso con continuità, le cui previsioni di sopravvivenza sono perfino peggiori, ed in particolare della sua mossa strategica di offrire ai propri utenti non più i tradizionali 140 caratteri ma il doppio. 280 spazi e lettere per consentirci di esprimere meglio i nostri pensieri. Dopo una frettolosa e burocratica sperimentazione i vertici della società californiana hanno deciso che si doveva fare ed hanno raddoppiato i caratteri ai propri utenti nel giro di poche ore. Cosa c’entra tutto questo con Murdoch? Un po’ c’entra ma andiamo per gradi.

Stephen King, scrittore in ascesa e grade appassionato di Twitter l’ha presa bene, inutile tradurre dall’inglese.


A proposito di gente che con le parole ci lavora, più analitica J.K Rowling, altra scrittrice di una qualche reputazione.



La creatrice di Harry Potter in particolare dice due cose, entrambe interessanti. Dice che Twitter, passando ai 280 caratteri, ha distrutto la sua USP (Unique selling position, in pratica l’essenza della sua proposta commerciale) e che, per lei, l’aspetto più interessante di Twitter era osservare come le persone riuscissero a sfruttare un contesto molto sintetico per esprimersi. Rowling quindi, in 140 caratteri cita il modello di business e la cultura: teniamoli d’occhio perché sono i due punti essenziali sui quali si basa ogni piattaforma sociale su Internet.

In fondo è tutto lì: i social network devono avere una sostenibilità economica e devono creare valore per le persone. L’esperienza di questi 15 anni, da MySpace ad oggi ci insegna – a noi e a Rupert Murdoch – che questi due aspetti sono molto complicati da far crescere assieme. Quasi sempre al crescere dell’uno cala l’altro. Twitter in 140 caratteri era (anche) un esperimento culturale. Ora lo è molto meno.

E allora come mai Twitter si agita tanto ed è disposta a mettere a rischio la propria intuizione iniziale? Perché deve crescere. Sempre, ad ogni quadrimestre. Ogni tre per due deve dimostrare agli azionisti che l’investimento vale i soldi che hanno speso. Peccato che quasi sempre gli azionisti abbiano a suo tempo acquistato intuizione e cultura e ora ricevano in cambio massificazione e mediocrità.
Il paradosso è che sono loro a imporre questo scivolamento: il talento e l’intuizione, la cultura e la bellezza sono merci rare e deperibili. Wall Street vorrebbe da Twitter (e da Facebook e da tutti gli altri) nuove intuizioni e nuovo talento a getto continuo, nuove idee fantasmagoriche che richiamino miliardi di altri utenti entusiasti. Poi quando questo – come è nell’ordine delle cose – non avviene, la Borsa fa il broncio, come certi bimbi capricciosi di fronte al regalo di Natale sbagliato. E inizia a guardarsi intorno alla ricerca di una nuova grande idea da rovinare.

Certo alla narrazione complessiva andranno tolti i mugugni dettati dall’abitudine. Quasi nessuno di noi è disposto ad ammettere che l’utilizzo quotidiano scavi una culla confortevole dalla quale faticheremo ad uscire.





Io per esempio ho perso leggermente la calma quando ho visto l’indicatore dei caratteri residui, che ho seguito per anni amorevolmente con la coda dell’occhio mentre scrivevo su Twitter, trasformato in una brutta girella grafica (gli esperti mi hanno subito informato che si chiama nudge e che va molto molto di moda). Anch’io del resto, come ogni bambino capriccioso di fronte al regalo sbagliato volevo che la piattaforma almeno mi indicasse esattamente il numero di caratteri rimasti. Perché, ovviamente, a 140 avrei voluto fermarmi come al solito, non fosse altro per ripicca.

Quasi tutte le grandi bellissime aziende quotate che noi abbiamo amato, prima o dopo iniziano un percorso ineluttabile che è fatto di due caratteristiche principali: la mediocrità e l’arroganza. La mediocrità è una causa di forza maggiore: Google e Facebook, Twitter e Instagram sono oggi molto peggio di qualche anno fa. È inevitabile e credo che loro lo sappiano benissimo. Hanno allargato il tiro e ridotto le aspettative dei loro primi utilizzatori in nome di una crescita numerica che comunque, a un certo punto, si arresterà lo stesso. Ma è l’arroganza la caratteristica che mi colpisce e mi fa arrabbiare di più. Le piattaforme sociali, tutte, invece che sfruttare la tecnologia per coinvolgere e comprendere chiunque, utilizzano le scelte di interfaccia per imporre comportamenti ai propri utenti. Perché Twitter non mi offre nelle opzioni la possibilità di scegliere se usare i 140 o i 280 caratteri? Perché Facebook decide per me quali notizie mostrarmi e quali no? Perché Instagram non considera l’ipotesi di farmi guardare le foto dei miei amici in ordine cronologico, se per caso lo desiderassi? Non lo fanno – e sarebbe tecnicamente semplicissimo farlo – perché sono arroganti e impauriti. Perché la loro ipotesi di galleggiamento a Wall Street a un certo punto inizia a contare molto di più della complicità con i loro clienti. Ed è a quel punto che molte persone si alzano e come Stephen King li mandano a quel paese.

Murdoch ai tempi di MySpace non aveva capito granché. Certo ora è facile scriverlo. Una cosa è gestire un tubo (i giornali, le radio e le TV sono tubi) e farci dei soldi, un’altra è gestire una comunità di bisogni. I social network sono una complicatissima comunità di bisogni. Oggi perfino Mark Zuckerberg, che è stato il più bravo di tutti ad applicarsi in un simile lavoro in questi anni, è nei guai grossi per le medesime ragioni. Inoltre le piattaforme sociali in rete sono oggetti volubili per definizione. Fino a quando la rete resterà neutrale quella volubilità, a dispetto del nome, resterà un valore da difendere. Sarà la nostra assicurazione per il futuro. A un certo punto, quando la corda sarà stata tirata troppo e la relazione complice con i propri utenti sarà stata per la millesima volta ignorata, tutto rapidamente finirà, sostituito da qualcosa d’altro che ora nemmeno riusciamo ad immaginare. Murdoch o Wall Street si meraviglieranno, gli investitori batteranno i pugnetti sui loro tavolini dell’asilo, passeranno cinque minuti e di quel nome fulgido che riempiva le chiacchiere delle persone nessuno a parte Wikpedia ricorderà più nulla.





Nella mostra su Harry Potter al British Museum è esposta la sinopsi del primo libro della serie. Rifiutata da 12 editori prima che Bloomsbury decidesse di pubblicarla.

Ieri il PD a margine di una inchiesta giornalistica di Repubblica ha pubblicato questo tweet



Quella card riprende un tweet di Matteo Renzi di due righe postato alcune ore prima:



Come penso sia piuttosto evidente si tratta di una posizione politica parecchio discutibile. Forse esistono leggerezze dell’Università di Cambridge nei confronti del suo ricercatore (forse no) sulle quali si sta indagando ma quell’indagine (di cui i media fanno benissimo a dare conto) non sposta di una virgola le responsabilità sulle torture e l’assassinio di Giulio Regeni. E non modifica lo scenario politico della vicenda.

Il governo Renzi, a suo tempo, a inizio 2016, rimase immobile per due mesi prima di prendere una posizione sulla vicenda di Regeni. Poi visto che l’eco della morte di Giulio non si spegneva e i grossolani depistaggi del governo egiziano sulla vicenda avevano ormai superato ogni possibile limite, decise infine di ritirare l’ambasciatore. Un nuovo ambasciatore è stato rispedito al Cairo alcuni mesi fa, nonostante il nulla di fatto dell’inchiesta. Il tutto è stato condito da dichiarazioni imbarazzanti e senza vergogna di Angelino Alfano e del governo tutto. Un ambasciatore laggiù ci aiuterà a scoprire la verità, ci hanno spiegato.

Ora il PD utilizza il colore giallo della campagna per la verità su Giulio Regeni per attaccare l’Università di Cambridge, come se il nulla di fatto per la ricerca della verità sulla morte di Regeni non fosse anche un fallimento suo e del governo italiano. E usa la tutor di Regeni in UK come paravento alla propria inazione. O per scopi anche meno edificanti.

Oggi Renzi nella sua newsletter si spinge anche oltre e testualmente scrive:


Ci sono delle vicende che emozionano l’opinione pubblica. Poi però si tende a dimenticarle e questo non è giusto. Sia per le famiglie coinvolte che per la nostra stessa dignità. Una di queste storie è la tragica fine di Giulio Regeni, ucciso in Egitto da un colpevole ancora ignoto. Se è evidente che ci sono responsabilità egiziane sull’uccisione di Giulio, perché questo è ovvio e io credo all’impegno del Presidente Al Sisi di fare di tutto per trovare gli esecutori e i mandanti di questo terribile omicidio, è altrettanto ovvio che l’università di Cambridge deve collaborare davvero e i suoi professori devono dire tutto, ma proprio tutto, su questa terribile vicenda.


Dopo tutto quello che è successo, dopo le umiliazioni che la famiglia Regeni ha subito negli ultimi due anni dal regime egiziano e anche dal governo italiano, oggi Renzi scrive che crede all’impegno di Al Sisi. È una frase che ha due o tre sole possibile chiavi di lettura, tutte piuttosto indecorose per il segretario del PD.

Io da parte mia sarei curioso di sapere quanti eletti ed elettori del PD si riconoscono in questo schifo. Per ora non ho incrociato nessun tweet di nessuno del PD che riaffermi con chiarezza le responsabilità del regime egiziano sulla morte di Giulio. Ormai sono passati due anni.