Tutti i giornali del mondo hanno pubblicato in queste ore questa foto:


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L’immagine rappresenterebbe la frattura che Neymar si è procurato ieri sera duranti Brasile Colombia in uno scontro di gioco.


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Secondo quasi tutti i media la frattura di Neymar sarebbe quella dell’apofisi trasversa di L3. Una frattura minore che non coinvolge la stabilità della colonna e tanto meno il midollo spinale e che ci si procura in genere con eventi distorsivi (sull’apofisi si inserisce il muscolo psoas che con lo stiramento legato al trauma crea il distacco osseo). Fa molto male ma guarisce da sola nel giro di qualche settimana.

Quella della scansione pubblicata dai giornali non è in ogni caso l’immagine di una frattura di una apofisi trasversa. Per dirla tutta non sembrerebbe essere nemmeno una frattura (coi limiti dell’unica ricostruzione sagittale della TC), sembrerebbe, più probabilmente, una spondilolisi, vale a dire una mancata saldatura dell’arco posteriore di una vertebra su base costituzionale.




Oggi Gianfranco Giardina su Dday.it ha pubblicato i numeri del decreto sull’equo compenso firmato dal Ministro Franceschini e non ancora comparso in Gazzetta Ufficiale. Sono numeri semplicemente ingiusti, indegni di un governo che abbia minimamente a cuore l’innovazione tecnologica.

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Il grafico degli accessi a Youporn prima durante e dopo la partita Italia-Inghilterra contiene una quantità di informazioni molto rilevante. Anche se non so esattamente quali.

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(link)

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(fonte)

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Dopo lunga attesa iniziano ad uscire i primi numeri di Audiweb sull’accesso a Internet in mobilità in Italia. In particolare colpisce il fatto che, nel giorno medio (marzo 2014), 7,4 milioni di persone si collegano solo da dispositivi mobili contro i 5,4 da computer fissi (e 7,2 da mobile + fisso). Ora, siccome il mondo è schifosamente prevedibile, sono pronto a scommettere che nei prossimi giorni questo dato di prevalenza delle connessioni mobili sarà salutato da molti come una sorta di buona notizia sulla vitalità dell’accesso alla rete in Italia. È invece vero l’esatto contrario. La marcata prevalenza delle connessioni mobili su quella da rete fissa è una specie di campana a morto sulle possibilità di questo Paese di assomigliare nel prossimo futuro ad un Paese normale.

Esiste una specie di agiografia minima che collega la rete italiana alla Sardegna. A partire dai tempi del CSR4 e poi di Nicki Grauso e della sua Video On Line (uno dei primi tentativi commerciali di accesso a Internet in Italia a metà degli anni 90) fino alle megalomanie ed ai tracolli borsistici della Tiscali di Renato Soru. Hanno qualche attinenza con la Sardegna anche due progetti più recenti di cui si è parlato molto da noi: il motore semantico Volunia (anch’esso presentato alcuni anni fa con grandi squilli di trombe alla presenza del rettore e del sindaco di Padova dall’informatico Massimo Marchiori) che nell’analisi postuma dell’ideatore è naufragato per colpa dell’Amministratore delegato di Volunia (Marchiori non lo nomina mai ma l’AD supposto artefice del disastro è Mariano Pireddu, sardo, ex CEO negli anni novanta di Czech online, ISP di proprietà di Tiscali). Ora il dominio volunia.com rimanda ad una pagina del dipartimento di matematica dell’Università di Padova nella quale Marchiori, dopo essersi levato altri sasssolini, dichiara che renderà pubblico il codice del progetto. C’è poi iStella, altro progetto di ricerca web di Renato Soru dalle molte aspettative e dalle strategie lievemente demenziali (i navigatori nelle intenzioni del progetto avrebbero dovuto popolare il sito dei propri contenuti caricandoli fisicamente) anch’esso nato nella usuale modalità italiana delle prestigiose collaborazioni (se per Volunia erano il Sindaco ed il Rettore per iStella era la Treccani di Massimo Bray) e della grande pochezza intorno.

Beppe Grillo continua a non accettare granché delle regole minime di convivenza in rete. Questo è il testo del post difensivo comparso sul suo blog sulla ormai ciclica faccenda dei commenti ingiuriosi ospitati su quello stesso blog e sulla pagina Facebook di Grillo:


Gli insulti al ministro Boschi comparsi su Facebook sono stati ricondotti dai giornali di regime a Beppe Grillo, al M5S, ai suoi attivisti. La realtà delle cose ci dice che questi insulti sono stati scritti da alcuni utenti facebook, la cui identità non è certificata. Per quello che si sa possono essere stati scritti dagli stessi giornalisti che hanno fatto gli articoli o da esponenti del pd come successo in passato. I nominativi degli iscritti Facebook autori degli insulti, in gran parte cancellati, sono a disposizione del ministro Boschi qualora volesse attivare la polizia postale per giungere alla loro identità e agire per vie legali in tutela della sua reputazione.



Prima di tentare una piccola analisi del testo occorre sottolineare una cosa. Come tutte le altre volte in passato Grillo non si scusa. Semplicemente rimpalla altrove la responsabilità dei commenti d’odio. Continua a rifiutare l’idea che esista una parte di Internet da lui curata (il suo blog e la sua pagina FB) che è in qualche misura sotto la sua responsabilità. Una responsabilità evidentemente non penale (non solo penale per la verità) ma anche etica. Quando compaiono commenti offensivi sul mio blog io mi preoccupo, perché sporcano il mio spazio di rete, Grillo no.

Detto questo: che gli insulti al Ministro Boschi possano essere stati postati da chiunque è vero. È altamente improbabile che tali insulti siano stati postati in maggioranza da utenti non vicini a Grillo ed al suo movimento. In un numero rilevante di casi analizzati in passato (per esempio ai tempi delle offese a Bersani) i commenti d’odio su Facebook erano facilmente riconducibili ad attivisti e simpatizzanti del M5S. Negarlo è ridicolo e facilissimo da smentire. La verità è semplice e sotto gli occhi di tutti: la maggioranza dei commenti dffamatori a margine dei post di Grillo sono di attivisti 5 Stelle, un certo numero di commenti potrà poi venire da altre persone comprese quelle che utilizzeranno tale spazio per cercare di incolpare Grillo.

Seconda questione: i commenti sul blog o sulla pagina FB di Grillo sono una relazione fra Grillo ed i suoi commentatori. Bene ha fatto Grillo a cancellarli (anche se non poteva fare diversamente se non voleva rischiare lui stesso di essere incriminato o di vedersi chiudere la pagina d’autorità da FB). Quei commenti cancellati non dovrebbero essere a disposizione della Boschi ma del magistrato, al quale eventualmente Boschi si rivolgerà. In questo caso la volontà di Grillo è del tutto ininfluente. Se la Postale glieli chiederà in relazione ad una istruttoria in corso lui sarà obbligato a fornirli.

Tutte regole minime di convivenza in rete. Tutta roba di cui Grillo come al solito dimostra di non voler sapere nulla.

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Molto divertente ed intelligente (non capita mai) la campagna promozionale di Barilla su Twitter con l’hashtag #calciobarilla

Gli amici del Warburg hanno messo online una petizione per salvare l’istituto che l’Università di Londra vorrebbe incorporare. Quando ci entrai la prima volta a seguito di Alessandra dieci anni fa scrissi questa cosa qui:


Vediamo se ho capito bene. Aby Warburg era un signore tedesco con la fissa dei libri e della storia dell’arte. Primogenito di quattro figli maschi di un banchiere di Amburgo lascio’ volentieri al fratello Max gli onori dell’alta finanza per dedicarsi ad una strana ossessione intellettuale. Quella di creare una specie di biblioteca dei collegamenti nella quale storia, religioni, pittura e letteratura, miti, astrologia e scienze alchemiche si incontrassero e si scambiassero spunti ed informazioni. Dico io – da ignorante – cercando di immaginarmela, una specie di Internet dei fogliettini e delle cartellette, nella quale riunire, sugli scaffali di una biblioteca fino ad allora mai tentata, informazioni diversissime che si completassero l’una con l’altra.

Questa specie di mania, che con gli anni fece di Warburg un uomo coltissimo e della sua biblioteca una specie di paradiso in terra per gli umanisti di ogni foggia, oggi prende il nome di iconologia. Non ci fosse stato quest’uomo la storia dell’arte del ventesimo secolo sarebbe una specie di deposito polveroso, gli storici dell’arte del secolo scorso persone di straordinaria inutilita’. Cosi’ la biblioteca di Amburgo piano piano crebbe, incurante della prima guerra mondiale. I soldi che Warburg otteneva dalla famiglia andavano tutti spesi nel tentativo di unire contributi da scienze diversissime per meglio comprendere il mondo. Poiche’ il motto preferito di Aby pare fosse “Il buon Dio alberga nel dettaglio“, ai curatori della biblioteca, una volta morto Warburg nel 1929, non sfuggi’ il piccolo particolare della sciagurata ascesa al potere dell’omino coi baffetti in Germania. Per tale ragione l’archivio di testi, foglietti e ritagli della biblioteca impossibile, da Amburgo emigro’ – con i mobili, le macchine da scrivere e tutto il resto – a Londra. Dove ancora oggi risiede, religiosamente conservato – in Woburn Square, sede del Warburg Institute. “Studi avanzati” li chiamano. (continua)