Proviamo a guardarla da tutto un altro punto di vista. Molte delle contestazioni che autori, editori, giornalisti, amanti dell’oblio, fiscalisti di Stato, commercianti, lobbisti, linotipisti, paracadutisti e ufologi fanno a Google hanno buone ragioni – più o meno solide ma sempre buone ragioni – per essere discusse. Fanno parte del vasto pacchetto di temi legati al mondo cambiato da Internet che ci porteremo dietro anche nei prossimi anni. Temi leciti ed interessanti sui quali le posizioni della conservazione spesso non sono meno importanti di quella dei rivoluzionari digitali.

La faccenda Google News non rientra tra queste: non fa parte della contrapposizione sulla gestione dei diritti come in Google Books, non attiene alle falle della normativa fiscale europea che consente ad Adsense indecenti triangolazioni per eludere il fisco, non riguarda i temi antitrust legati alla prevalenza assoluta del ranking del motore di Mountain View, così come la quota ormai bulgara di raccolta pubblicitaria sul web; non c’entra, infine, con i temi di gestione della riservatezza così sciaguratamente affrontati dalla Corte Europea nel recente pronunciamento sul diritto all’oblio.

Niente di tutto questo: la faccenda Google News è una semplice pericolosa porcheria senza scusanti.

Quando Google aprì il proprio aggregatore nel 2002 fece una cosa intelligente. Non ci mise la pubblicità e da allora non c’è mai stata. Google News è un servizio gratuito, così che nessun editore dovrebbe poter dire che i propri contenuti siano utilizzati da Google per rubare soldi alle imprese editoriali. Eppure questo è stato affermato spesso. Google News è solo una lunga una lista di link con mezza riga di spiegazione.

A Google News è inoltre possibile sfuggire molto semplicemente. Si può chiedere a Google di non indicizzare i propri articoli (che, va ricordato, sono contenuti liberamente disponibili in rete), oppure si può, ancora più radicalmente, evitare che i propri articoli siano indicizzati dal motore aggiungendo una riga di codice alle proprie pagine. Tutto molto semplice e alla portata di tutti.
Google News, come è evidente, è un semplice canale di accesso ai contenuti editoriali che gli editori mettono in rete nella speranza che qualcuno li legga, quindi fare causa a Google News – sport molto praticato in Europa in questi ultimi anni – è un po’ come spegnere il server del proprio giornale per un paio di ore al giorno quando si esce a fare la spesa.

Nonostante questo la battaglia su Google News è viva e vegeta, contro ogni intelligenza, per due ragioni molto evidenti. La prima è che come nelle guerre mondiali nessuno alla fine sembra essere innocente. Gli editori attaccano Google News per attaccare Google: sparano alla bandiera, in un misto di invidia, inadeguatezza, irritazione, impotenza, depressione che in buona parte attengono alla crisi del business editoriale e alla ricerca di un colpevole più che ai temi in discussione.

La seconda ragione, quella fondamentale, quella per la quale l’attacco a Google News è una porcheria ributtante è che attaccare gli estratti, le citazioni, i link, trovando magari un giudice stupido che ti dà ragione come è accaduto in Spagna, è un attacco frontale non solo a Google ma anche all’architettura di rete e ai diritti dei cittadini. È un attacco proditorio e insensato modello bambino-acqua sporca, perché tutte le normative sul diritto d’autore proteggono il diritto di chiunque di estrarre un titolo o due righe da un testo per citarle ad altri, sia che questi siano liberamente disponibili sia che siano protetti da un paywall ad accesso milionario. E questo, per fortuna, da prima di Internet. Ed è un attacco al cuore stesso della rete perché coinvolge il diritto di collegare i propri scritti ed i propri pensieri in rete a quelli di qualcun altro senza dover chiedere permesso.

Da quando esiste Internet ogni tanto qualcuno prova a rendersi ridicolo invocando il proprio diritto a non essere linkato senza preventiva autorizzazione o, come nella variante iberica del delirio editoriale, previo pagamento di una somma per la citazione di due righe del prezioso testo: se rimaniamo dentro il microcosmo del contenzioso editoriale la faccenda la si potrebbe ricondurre al comparto psichiatrico delle liti temerarie. Ma così non è: la difesa strenua e a prescindere dei diritti editoriali nel caso di Google News mette in pericolo – seppur in maniera caricaturale – l’essenza stessa della libera espressione dei pensiero e la logica stessa della condivisione delle informazioni in rete. Per questa semplice ragione l’attacco a Google news è una porcheria senza scusanti.

p.s. e la richiesta di queste ore dell’Associazione degli editori spagnoli di impedire la chusura di Google News dopo che gli stessi hanno ispirato la legge che obbliga Google a pagare per i link, chiarisce meglio di qualsiasi ragionamento l’impazzimento dietro a simili scelte.

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Luca sul suo blog sottolinea un aspetto interessante che riguarda il coinvolgimento nell’inchiesta romana su MafiaCapitale di Micaela Campana parlamentare (bersaniana) del PD ( e per sovrapprezzo responsabile welfare del Partito), balzata agli onori delle cronache per aver mandato un SMS a Buzzi (il principale accusato) firmato “Bacio grande capo”.

Ora – chissenefrega del bacio-grande-capo – Campana sulla sua pagina Facebook usa quel messaggio pubblicato sui giornali per difendersi dall’accusa di aver tentato di presentare una interrogazione parlamentare contro un giudice che ostacolava Buzzi:


L’sms in questione, se letto nella sua interezza, e non nel solo stralcio maliziosamente riportato dai media, dimostra che non avrei mai presentato l’interrogazione richiesta dal Buzzi.
Ho ritenuto che non fosse corretto occuparmi di simile questione, anche perchè sarei entrata in contrasto con una decisione della giustizia amministrativa, circostanza facilmente verificabile presso la banca dati del sito internet della Camera dei Deputati, dove non c’è nessun atto ispettivo a mia firma sulla vicenda, senza per questo trascurare che rientra nel mio diritto e dovere di parlamentare presentare interrogazioni su qualunque tema io ritenga opportuno.


È interessante notare che il quoting qui sopra sugli “stralci maliziosamete riportati” è quello della pagina Facebook di Campana dove lei ovviamente scrive ciò che vuole. Tuttavia la stessa Campana riafferma più o meno gli stessi concetti in una intervista telefonica concessa a Repubblica oggi dal titolo molto forte “Io linciata per le vanterie di due mafiosi”


D:Conferma che lui (Buzzi nda) le aveva chiesto di presentare un’interrogazione alla Camera per la sua coop?
R:Non l’ho presentata
D: Perché?
R: Non mi convinceva
D: Ricorda su cosa verteva nello specifico?
R: Non lo ricordo
D: Come è possibile che non lo ricorda (sic! nda)?
R: Il lato decisivo è che non fu presentata. Questo è facilmente verificabile nella banca dati della Camera.


A questo punto occorre aggiungere un paio di elementi che aiutano a chiarire meglio il quadro. Vale a dire gli SMS pubblicati dai giornali che, se letti nella loro interezza ecc ecc.. Copio dal blog di Luca:


La sera del 20.03.2014, Salvatore BUZZI riceveva notizia del fatto che l’interrogazione, proposta dai parlamentari del PD da lui definiti “amici miei”, a breve sarebbe stata presentata. Già alle ore 18.31, Umberto MARRONI (deputato PD, ndr) gli inviava un SMS recante il testo: “Ho parlato con Micaela meniamo” e, in riferimento alla stesura del testo, precisava “La sta preparando Micaela”.
[...]
Infine, alle ore 21.03, riceveva l’attesa notizia proprio da Micaela CAMPANA, la quale inviava al BUZZI il seguente SMS: “Parlato con segretario ministro. Mi ha buttato giu due righe per evitare il fatto che mi bloccano l’interrogazione perche non c’e ancora procedimento. Domani mattina ti chiamo e ti dico. Bacio grande capo”.
Alle ore 15.49 del 21.03.2014, Salvatore BUZZI riceveva un SMS dal BARBIERI (assistente dell’onorevole Campana, ndr), che lo informava di un “rigetto” dell’interrogazione per difetto di presupposti, avendo come esclusivo fondamento le notizie di stampa: “Buongiorno mica (Micaela, ndr) aveva depositato interrogazione, ma l’ufficio responsabile ce l’ha rigettata perche non era congrua essendo basata solo su articoli di giornali, ora l’ufficio ce la riscrive affinche non venga rigettata ma ci vorra qualche giorno. Simone”.



L’aspetto per me interessante non è tanto la (debolissima) difesa di Campana quanto che – nei fatti – il suo punto di vista espresso su un suo spazio personale in rete e quello contenuto in una intervista sul giornale si discostino pochissimo (forse solo per il tono lievemente incredulo delle domande). Sarebbe bastato che Concetto Vecchio – il giornalista autore dell’intervista – avesse ricordato alla Campana il testo degli SMS. Sarebbe bastato che il titolista non sintetizzasse in maniera tanto forte l’estraneità riferita dalla deputata. Una estraneità che come si vede sembra essere piena di contraddizioni.

Nella sostanza dei fatti la dichiarazione spontanea di Campana su Facebook e la sua intervista a Repubblica non si discostano troppo una dall’altra e questo, se non altro, solleva qualche dubbio sull’efficacia del mediatore.

In questi giorni ho fatto amicizia con questa stufetta elettrica. Che sulle prime mi sembrava una tamarrata british impresentabile e che ora, invece, dopo un po’ di giorni mi sembra una tamarrata british impresentabile ma molto rilassante.

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Poco fa mi ha chiamato Radio 3 per un commento sulla faccenda della foto postata su FB dal governatore della toscana Rossi che ha suscitato tante polemiche e commenti negli ultimi giorni. Provo a sintetizzare qui cosa ne penso:

- Quel post ha una carica intenzionale di netta contrapposizione politica. Che sia stato pubblicato con queste intenzioni (avendo coscienza insomma delle reazioni che avrebbe scatenato) o che sia stato messo on line dentro un disegno “amatoriale” di Rossi stesso, il risultato non cambia. La foto di Rossi con i vicini rom è finta, è una sfida, non è il racconto di una usuale normalità.

- Oltretutto la polemica sui rom è stata molto forte in questi giorni, con i toni accesi e xenofobi di Salvini e compagnia (che sono anch’essi toni intenzionali, purtroppo per Salvini e soci) ed il post di Rossi anche temporalmente sembra esserne una reazione individuale. Con il limite molto rilevante di chi parla di politica parlando di se stesso. Che non è quasi mai una buona idea.

- Gli imbecilli nei commenti. Erano più che prevedibili ma non rappresentano la media di niente. La grande maggioranza delle persone che ha letto il post e visto la foto non ha commentato. Dare valore ai commenti è esattamente la stessa cosa che i media fanno da anni in rete quando pretendono di trarre una indicazione dalle parole scritte online. In genere l’indicazione che viene tratta è anch’essa intenzionale. Questo è uno dei grandi vantaggi dell’elaborazione culturale dei contenuti in rete. Chiunque potrà trovare qualcosa di utile alla sua causa da stigmatizzare sul giornale di domani. Una scorciatoia facile per rendere peggiore la nostra informazione.

- Il linguaggio d’odio quello no. L’hate speech è un tema rilevante che va affrontato con intelligenza. Non perché io creda che le parole d’odio in rete siano un problema rilevantissimo (non lo sono troppo, tranne che in alcuni casi molto particolari) ma perché le parole d’odio oltre ad essere codarde e oltraggiose saranno una scusa per fare altro domani. Da questo punto di vista credo che il contenzioso legale in rete al riguardo sia in Italia ancora troppo modesto e incentrare nella discussione pubblica su singoli fatti personali contribuisce a creare un cortocircuito pericoloso. Invece che portare il diffamatore davanti ad un giudice (ma ancora prima più banalmente all’attenzione di Facebook che gli chiuderà il profilo), si preferisce occuparsi del tema in senso generale con editti del tipo: ehi voi, guardate, mi hanno offeso on line. Dobbiamo fare qualcosa! (Laura Boldrini docet). Una quota di imbecilli che scrive “devi morire” in rete rimarrà sempre, ma la parte più rilevante della discussione sulle parole d’odio riguarda altre persone, la maggioranza, e meccanismi basici di controllo dell’interfaccia. Fino a quando questi verranno ignorati ci saranno due tipi di imbecilli nei commenti su Internet. Gli imbecilli imbecilli e gli imbecilli che se avessero avuto idea della propria imbecillità avrebbero fatto in modo di recuperarla prima che fosse troppo tardi.

Il progetto politico di Beppe Grillo non potrà finire con il suo passo indietro di oggi, né affondare nelle esplusioni o nelle polemiche interne al Movimento Cinque Stelle. Questo non potrà accadere per la semplice ragione che il progetto politico del comico genovese, quella di una democrazia diretta mediata dalla Rete era una assurdità fin dall’inizio. Non ha funzionato, così come non funzionano mai, matematicamente, le cose che non esistono.

Lo scrivo da molti anni, fin dai tempi in cui Grillo era un semplice blogger apocalittico di successo, ai tempi in cui nessuno avrebbe potuto immaginare la nascita del M5S, il suo grande rapido successo elettorale e la sua graduale successiva parabola discendente. E non lo scrivevo allora e non lo scrivo oggi per convincimento politico personale ma per semplice, minima coscienza delle dinamiche di rete. Se ci pensate è curioso: chiunque avesse guardato un po’ a Internet con occhio curioso anche solo dieci anni fa, sapeva perfettamente che il castello ideologico di Casaleggio, basato su una sorta di misticismo digitale adattabile ad ogni contesto, era un sentiero impraticabile ovunque, anche in un Paese digiuno di esperienza di rete come l’Italia.

La banalizzazione delle dinamiche di rete che Casaleggio e Grillo hanno raccontato agli italiani come nuova frontiera della democrazia contemporanea, consente a chiunque di applicare loro il beneficio del dubbio. Erano (e sono) Casaleggio e Grillo due ingenui incolti digitali, innamorati di una idea romantica ed impossibile che ora gli sta franando addosso, o andavano considerati, fin dall’inizio, come due spregiudicati affaristi sentimentali capaci di intuire il codice di accesso alla credulità di molti utilizzando Internet come grimaldello?

Personalmente non ne ho idea, non conosco Grillo né Casaleggio al di fuori del filtro deformante delle loro apparizioni pubbliche (e ho abbastanza anni ed abbastanza esperienza di relazioni dentro e fuori la rete per sapere che non tutto può essere compreso osservando il mondo da dietro una schermo) quello che però so – da tempo – è che il grande successo che il M5S ha ottenuto in questi anni è stato alimentato da due differenti categorie di persone: gli insoddisfatti e gli entusiasti.

Mentre i primi sono una quota storica e molto volatile dell’elettorato (una quota che contro ogni apparente scapigliatura rappresenta il borbottante tratto conservatore delle “patate da divano”), i secondi sono stati la vera interessante eccezione italiana allo sviluppo digitale.

Gli entusiasti, conquistati dal racconto internettiano di Casaleggio (divulgato con grande efficacia e fantasia da Grillo), sono stati la miglior espressione della nostra arretratezza culturale di inizio secolo sui temi digitali. Dentro un Paese con un digital divide culturale fortissimo, Grillo, dall’apertura del suo blog in avanti, ha coagulato un’armata di nuovi navigatori dai grandi entusiasmi ma sovente dalle competenze digitali esilissime. Nuovi ingenui navigatori dalla maiuscola e dal punto esclamativo facile. Per tutti costoro il racconto superficiale e pressapochista su come Internet avrebbe cambiato la nostra società è stato più che sufficiente. Mentre ovunque nel mondo le società complesse indagavano con cautela e raziocinio pregi e (soprattutto) difetti di alcuni miti fondanti della rete Internet (tutte cose che verso la fine del secolo scorso si erano rapidamente mostrate nella loro grande ambivalenza) come l’impatto della rete nel rafforzamento del pluralismo, della trasparenza, le frontiere possibili della democrazia elettronica, ecc. in Italia la vulgata semplificatrice di Grillo e Casaleggio attecchiva fra gli entusiasti.

Questa è stata la traiettoria nostrana verso esperimenti di democrazia elettronica in questi primi anni del nostro essere digitali. Compresi gli ultimi, imbarazzanti, andati in onda sul blog di Grillo in questi giorni. Il castello che sorreggeva tutto quanto, un’idea che tutti gli altri nel mondo avevano già da tempo prima immaginato e poi rapidamente rifiutato, non poteva fare altra fine. Una fine che se non è ora sarà domani o dopodomani. Perché non c’è nulla di più inevitabile del nodo giunto al pettine di una mistica digitale alla quale in molti hanno creduto fino a sperimentarne direttamente l’assoluta impraticabilità. Fino alla constatazione finale che essere digitali, come forse si poteva capire già dieci anni fa, non è la soluzione ai problemi del mondo, ma è una nuova maniera di essere noi stessi. Uguali a prima, con i medesimi pregi e gli stessi difetti, con forse qualche arma in più, ma con nessun problema vecchio e nuovo che possa essere risolto con un colpo di bacchetta magica. Nemmeno se la bacchetta magica fosse anche lei digitale.



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Non è vero – ovviamente – che l’astensionismo alle elezioni regionali di ieri è un problema secondario come ha detto Matteo Renzi oggi.
È vero l’esatto contrario, l’astensionismo è stato il problema centrale ieri, specie in Emilia Romagna, e come sempre accade in questi casi le motivazioni saranno le più varie (oggi Elisabetta Gualmini ne ha messe assieme alcune molto ragionevoli ma anche molto burocratiche). Sulla loro rilevanza è perfino più difficile esprimersi, così io ora dico cosa ha significato l’astensione a casa mia ieri, visto che ieri qua abbiamo deciso di non andare a votare. Nel peggiore dei casi varrà per i tre voti nostri, questo è infatti il bello di avere un blog, ma se ne scrivo è perché sono convinto che molte altre persone da queste parti abbiano fatto il nostro stesso ragionamento.

In Emilia Romagna, parlo ovviamente solo del PD, ci sono state delle primarie deludentissime e poco frequentate. Il voto di ieri è – secondo me – anche l’estensione di quel disamore numericamente assai pesante. Prima una opacità confusionaria nella scelta dei candidati (con qualche ingombrante responsabilità romana), poi il tira molla di Richetti, poi la designazione (in pratica) di un unico nome, quello di Stefano Bonaccini, ex segretario regionale, ex bersaniano di ferro, ex tutto. Un tipico prodotto dell’apparato politicante regionale riverniciato da un renzismo con su il cartello vernice fresca. Dico unico candidato perché il suo competitor era un personaggio perfino meno attraente, Roberto Balzani ex sindaco della mia città che dopo un quinquennio di gestione forlivese disastrosa si è scoperto fustigatore dei costumi del vecchio apparato del vecchio PC poi DS poi PD poi sa il cavolo. Un apparato una volta potentissimo ed oggi sulla via della dissoluzione causa crisi e fine dei soldi. Nonostante tutto Balzani ha preso il 40% dei (pochi) voti alle Primarie, che è una maniera nemmeno tanto complicata per spiegare che Bonaccini non lo voleva proprio nessuno. Come in tutte le tenzoni politiche italiche ora Balzani, dopo aver sdegnosamente rifiutato di candidarsi, si appresta a diventare Assessore Regionale a qualcosa. O così almeno giurano i beni informati. Vedremo.

Dopo le primarie fantoccio eccoci al voto e al mistero di una regione in cui pochi mesi fa hanno votato PD 1 milione e 200 mila cittadini ed oggi solo 500 mila. Forse che questa è una regione illuminata che precorre i tempi e ha visto nella sfera la fine del renzismo? Secondo alcuni è così (molti commenti della sinistra del PD di oggi hanno un grado di comicità elevatissimo, poco fa anche Cacciari in TV ha detto che in Emilia Romagna hanno votato solo i renziani). A me sembra improbabile, mi pare anzi più facile l’esatto contrario. Questa è in fondo la ragione per i tre voti in meno di casa nostra nel pallottoliere delle elezioni di ieri. Saremo inguaribili romantici ma la nostra è stata una astensione da insufficiente renzismo (con un bel carico di delusione anche su Renzi stesso ovviamente) che riguarda la assoluta mancanza di cambiamento dell’organigramma politico regionale, la presenza di indagati (“solo” 4 ha detto Bonaccini qualche tempo fa) fra i candidati, l’inesistente autocritica (ed anzi una certa diffusa sfrontatezza da così fan tutti) nei confronti delle indagini in corso con il PD che ha oltre 40 indagati su 50 consiglieri regionali, ha speso centinaia di migliaia di euro pubblici in puttanate varie e non sembra vergognarsene troppo. La rimozione del fatto che Bonaccini durante tutto questo casino era in fondo “solo” il segretario regionale del PD ed ora è il candidato del rinnovamento.

Insufficiente renzismo insomma, nonostante Renzi e anzi anche per colpa di Renzi al quale aggiungere il collasso di un sistema di potere (fatto di cooperative, sindacati, appalti, ditte amiche ecc ecc) che con il finire dei denari è andato piano piano affievolendosi sempre più, distruggendo quella specie di rete di relazione che è stata per anni l’Emilia rossa.

“Finito champagne finito amore”, diceva un amico di una mia amica anni fa. Un po’ quello, un po’ – e secondo me soprattutto – il poco coraggio di incidere in un tessuto sociale che ormai è solo il fantasma di se stesso. Che ha bisogno di essere cambiato dalle fondamenta e non da ieri. In molti speravano in Renzi, una parte di nuovi disillusi secondo me ieri non è andato a votare perché nei candidati renziani (sono del resto tutti renziani oggi) il Renzi del poema epico proprio non l’hanno visto.


La faccenda del canone Rai è uno dei molti esempi possibili del fatto che questo Paese non solo non ce la fa (come credo sia evidente ai più) ma che, se escludiamo l’ipotesi di ripopolarlo con specie nordiche dopo l’esplosione di un ordigno al neutrino, non ce la potrà fare nemmeno in futuro. Ecco alcuni punti:

Il canone Rai è evaso da un numero ampio di cittadini. Stime del Sole24ore del 2013 dicono 44% della popolazione (in largo aumento rispetto agli anni precedenti).

Il canone Rai – come molti altri oneri a carico dei cittadini – spacca il Paese. Al sud ci sono tassi di evasione del 95%.

Il canone Rai, come è evidente da tentativi grossolani effettuati negli ultimi anni, non può più essere associato all’oggetto TV. Perchè come è nell’ordine delle cose moltissime persone oggi guardano la TV altrove (PC, tablet, smartphone, console). Trattare i terminali elettronici come fossero TV è una idiozia del secolo scorso che crea un doppio danno. Aumenta lo spettro di inapplicabilità, va a gravare su pezzi di tecnologia che dovrebbero garantire la nostra crescita culturale.

Il canone Rai è stato negli anni oggetto di contrapposizione politica con ripetuti inviti a non pagarlo da parte di partiti di governo. Il che ha due aspetti rivelatori sul populismo nostrano: il controllore non si cura di invitare alla diserzione di una norma dello Stato. Il controllore spara sui suoi stessi zebedei visto che la Rai è il suo più rilevante microfono politico.

La Rai è una azienda inefficiente, ipertrofica, con troppi dirigenti pagati troppo (leggetevi questo report di lavoce.info se volete farvi il sangue amaro). Che non esita a farsi oggetto autonomo (come quasi tutti, in un Paese perduto) e a far ricorso verso una scelta di economia aziendale decisa dall’editore. Commovente una intervista a Repubblica di qualche giorno fa di Benedetta Tobagi (membro del CDA) che avvisava la sua indisponibilità a piegarsi alle richieste del padrone. “Il padrun” diceva la povera Benedetta.

La Rai è una TV pubblica che dovrebbe funzionare con i soldi dei ciitadini e che invece scarica sui cittadini gli oneri della TV commerciale generalista. E nonostante questo offre un servizio di qualità modestissima. Continua poi ad essere dominata dalla politica. Che nomina il CDA, il Presidente, il Direttore Generale e soprattutto gli organi di controllo (Vigilanza, Agcom). Sarebbe normale per un soggetto pubblico, non lo è per un soggetto misto pubblico privato.

La Rai è una azienda che per i piccoli calcoli di bottega elimina i suoi archivi da Youtube per segnare la propria distanza ideologica da Google fregandosene degli interessi dei cittadini che la finanziano. In pratica diventa soggetto pubblico o privato a seconda delle convenienze del momento. Chissà se a Benedetta Tobagi questo piace.

Ora il governo ha intenzione di cambiare. Sono vent’anni che i governi dicono che cambieranno la Rai e faranno un passo indietro. Non è mai successo. Si inizierà dal canone, il rischio concreto è che si finisca lì. Trovare un’altra maniera per finanziare la TV di Stato è sacrosanto ed inevitabile per le ragioni di cui dicevo poco fa. I furbetti, anche in questo caso la maggioranza silenziosa di questo Paese che avvelena le falde da decenni, saranno contrari ed eccepiranno con convincenti argomentazioni. Ed il rischio che non se ne faccia nulla anche in questo caso è molto forte.

Solo che il canone Rai è già oggi fra i più bassi d’Europa e ora i rumors dicono che sarà dimezzato. E questo forse ridurrà l’iniquità ma difficilmente porterà soldi freschi.

Contemporaneamente la TV di Stato non può rimanere il giardinetto per pensionati che è ora. Cristallizzata come un eterno Festival di Sanremo che va in onda sempre uguale a tutte le ore. E questo è indipendente dal modello di business che la sostiene ma è in relazione a questioni di ben maggiore sostanza. Come ad esempio che il fatto di essere un Paese perduto. Già lo sappiamo è vero, ma non è bello che ci sia qualcuno che ogni volta che accendo la TV sia lì a ricordarmelo.