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Le Femen, secondo Libero sarebbero sponsorizzate da Wikipedia. Se fosse vero si tratterebbe di un grosso scoop. Ecco come termina l’articolo del quotidiano italiano:


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L’articolo, come segnalato su Friendfeed, assomiglia molto – anche nel finale – a questo pezzo in tedesco uscito sul sito di una radio ucraina. Il finale è questo:


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La traduzione corretta della frase finale è che:


“Il giornalista ha suggerito che le persone più spesso in connessione con Femen sono il miliardario tedesco Helmut Geier, l’imprenditrice tedesca Beat Schober e l’uomo d’affari americano Jad Sanded. Quest’ultimo è considerato uno sponsor delle Femen secondo Wikipedia.”



update 19.11: Sulla boiata di Libero .mau. ha fatto una piccola ricerca in rete.

D: hai letto la cosa di Moretti?
manteblog: Il brigatista?
D: No
manteblog: Il regista?
D: No
manteblog: L’ex AD di Trenitalia?
D: No
manteblog: quello coi baffi della birra?
D: No.
manteblog: senza baffi?
D: Ecco, quella.

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Non vado spesso al cinema. Ieri sera mi hanno portato a vedere Interstellar. Film bellissimo, con attori affascinanti, suoni avvolgenti e scenografie strepitose. Solo che a un certo punto, quasi subito, volevo andare a casa. Sul serio, volevo alzarmi e andarmene.

Non come quella volta – molti anni fa – che ci sbagliammo ed entrammo a vedere Closer con Elisa adolescente senza avere idea di che film fosse e quando lui (ora ricordo vagamente), l’attore, cominciò a urlare a lei durante un litigio “Che sapore aveva il suo sperma EH, COM’ERA” io e Alessandra ci decidemmo infine ad uscire dalla sala per ragioni di provincialissimo imbarazzo genitoriale.

Non come quella volta, questa volta volevo uscire io, per ragioni mie. Perché diventando vecchio non vedo ragione per dovermi addolorare in una sala cinematografica. È un modello di business che francamente non capisco: tu paghi una somma e ti metti a piangere davanti a un film. Non mi frega niente che il mondo sia così e che quella lì ne sia una semplice rappresentazione. Lo so, non sono scemo. Ma non ho bisogno che tu mi faccia fare mente locale. È una (pesantissima) consapevolezza dell’età adulta che ho ben presente, non ho bisogno di un promemoria. È la stessa ragione per cui sono in imbarazzo a vedere Breaking Bad, che pure mi piace moltissimo: se la tragedia aleggia sullo sfondo io inizio a chiedermi perché nonostante tutto tu debba continuamente ricordarmelo. Non ce n’è bisogno. Lo so già. E mi fa paura. La storia è così? Ok non fa per me.

Così a un certo punto in Interstellar lui – l’eroe – cerca di entrare nella stanza della figlia decenne per dirle che se ne va. Già a Murph (questo il nome della ragazza) le è morta la madre per un errore diagnostico, già i raccolti stanno andando a male e la piaga sta annientando il mondo, già la polvere entra dappertutto. Lei in ogni caso ha capito tutto (poi nel film questa scena sarà fondamentale nella costruzione complessiva) e si è barricata nella stanza come ha potuto. Non vuole perdere il padre. Lui riesce ad entrare, si stende nel letto con lei, lei piange, lui la abbraccia. Io – soprattutto – a quel punto voglio andare a casa.

Mi volto verso mia figlia undicenne e le dico “Basta Fra, dì alla mamma che io voglio andare a casa”. Lei mi risponde: “Babbo piantala che voglio vedere.”

L’ex sindaco di Forlì Roberto Balzani dopo aver marcato il territorio della sua differenza antropologica dal “vecchio” PD durante le Primarie, una volta sconfitto con onore nella tenzone, dichiarò con grande chiarezza sua (e con grande sollievo nostro, nda) la propria indisponibilità a far parte della giunta regionale (min.3.06)

D: È disponibile eventualmente ad entrare anche in Giunta se sarà chiamato?
R: No.



Ora passati alcuni mesi di opportuno oblio, Balzani lancia su Facebook l’altolà a poteri sotterranei che tramano per impedirgli di fare l’Assessore regionale alla Sanità.


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Il noto esperto di cose digitali Giorgio Airaudo, parlamentare di SEL, è il primo firmatario di un emendamento alla legge di stabilità che ricopia pari pari il testo della web tax di Francesco Boccia già opportunamente cassata a suo tempo. La morale potrebbe essere che le cose senza senso collegano mondi lontanissimi.


(via public policy)

Luca Castelli – commentando un articolo dello scrittore Paolo Giordano uscito su La lettura domenica scorsa – ha scritto un post molto interessante sulla nuova fruizione musicale ai tempi dei social network:


Io credo che l’abbondanza da sola non ci abbia fatto male. Di certo ha deprezzato il valore della musica registrata, portando nuove dinamiche ed enormi problemi sul fronte economico/industriale. Ma in fondo sono convinto che noi ascoltatori stessimo sviluppando in modo abbastanza naturale gli anticorpi per gestire quella massa di contenuti. La nausea – almeno nel mio caso – è arrivata dopo. È arrivata con i social network. Con il modo in cui la musica ha subito una mutazione non tanto di valore commerciale o numerica, bensì esperienziale: non più solo qualcosa da ascoltare, ma qualcosa da raccontare. Da commentare, fotografare, twittare, linkare, condividere, stroncare, bestemmiare. Subito dopo il primo ascolto, a volte addirittura durante il primo ascolto. Sempre: in ogni minuto del giorno. Tutta: la musica bella, la musica media, la musica brutta, la musica necessaria, la musica inutile. Tutti: centinaia, migliaia, decine di migliaia di persone. Prendendo posizione, senza se e senza ma. Non so se Paolo Giordano abbia fatto uso dei social network, può darsi che stiamo parlando di due nausee diverse, nelle cause e negli effetti. Però credo che Facebook e più in generale il social web – oltre a rubarci molto prezioso tempo di lettura/ascolto/visione/riflessione – abbiano stravolto il nostro modo di percepire/vivere la musica (e il nostro piacere nell’ascoltarla) molto più di quanto abbiano fatto Napster, Soulseek, eMule e gli altri moltiplicatori MP3.


Rita Moriconi, consigliere regionale del PD, è arrabbiata. I giornali hanno scritto che lei avrebbe chiesto il rimborso per un acquisto (non meglio precisato) avvenuto in un sexy shop per un importo di 80 euro. La diffusione della notizia, comprensibilmente, non le è piaciuta.

Dopo una prima verace e leggermente autolesionista dichiarazione sul suo essere una persona per bene (e come tale impossibilitata ad entrare in un sexy shop) l’esponente del PD corregge il tiro dicendo che lei (da vera progressista, aggiungo io), non ha nulla contro chi va nei sexy shop. E questo politicamente parlando, è già un punto.

Una volta chiarito questo, Moriconi nega l’acquisto, nega di averlo mai fatto, nega che qualcuno fra i suoi collaboratori lo abbia fatto (intervista video al Resto del Carlino qui). Potrebbe averlo acquistato “Pinco Pallino a Canicattì” – dice Moriconi – e questo certamente è possibile, anche se non è chiaro come il signor Pallino abbia poi avuto accesso ai rimborsi chiesti dalla consigliera a Bologna, così come non si capisce come mai Pallino acquisti un bene per sé e il rimborso (80 euro rimborsati due volte, per lo scontrino e per la ricevuta della carta) lo riceva invece la politica in questione. Minuzie. In ogni caso da Canicattì a Bologna fanno 1280 km.




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Dopo un paio di giorni il caso si chiarisce: esce allo scoperto un collaboratore della Moriconi ansioso di incolparsi del misfatto (il pover’uomo si è precipitato dai magistrati per dare piena confessione, ma quelli, insensibili, avevano da lavorare e non l’hanno ricevuto) . È colpa mia dice Rosario Malaussène Genovese in una accorata intervista che vale la pena leggere. In perfetta affinità politica con il consigliere Moriconi Genovese dice che ha acquistato il fantomatico sex toy ma per scherzo. Mai stato in un sexy shop in vita sua – dice – l’unica volta quella, per comprare un regalo per fare uno scherzo ad un amico. Sono stato sfigato, dice poi all’intervistatore a guadagnare la nostra umana comprensione. A riguardo dello “scherzo” valga il tweet di Paolo Ferrandi di ieri sera:




Come mai lo scontrino sia finito (due volte) nelle spese della Moriconi è un mistero, ma a leggere le cronache sembra uno di quei misteri piccoli e trascurabili, l’importante è che l’onore di tutti sia stato restaurato in fretta, mentre il signor Pallino scompare nella nebbia delle frasi dette a caso.

Secondo Il Fatto Quotidiano, così per chiudere il cerchio della cronaca, Genovese sarebbe stato in passato “destinatario tra l’altro di un gran numero delle consulenze affidate dal Partito democratico “. Minuzie.


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L’arroganza del potere è ben raccontata da questa vicenda. È una arroganza da un certo punto di vista fragilissima, dall’altra incardinata a radici profonde ed inscalfibili. Da un lato c’è una narrazione anticasta che in questo paese ha ormai preso il sopravvento su ogni razionalità. Tutto sembra facilmente sondabile con il conteggio dei soldi spesi, di quelli rubati, di quelli nascosti. In questo le genovesità di Grillo e della sua retorica ha certamente avuto un peso (per lo meno quanto i libri di Stella e Rizzo). Parlano sempre di soldi i grillini in Parlamento, come se la conta dei denari da sola potesse spiegare tutto. È una delle molte feconde semplificazioni del M5S. È tutto più complicato di così ma alla gente non interessa e loro lo hanno compreso perfettamente.

Dall’altro lato c’è un senso di impunità della classe politica che fa impressione. Stefano Bonaccini, il prossimo presidente della Regione Emilia Romagna ha detto qualche giorno fa che di tutti i candidati del PD al prossimo Consiglio Regionale solo 5 sono indagati. Solo 5, cosa volete che sia. Minuzie.

Il consigliere regionale PD Casadei, mio concittadino, qualche mese fa è stato (giustamente) sputtanato in tutti i laghi per aver messo a rimborso due scontrini da 50 centesimi dei bagni pubblici della stazione. Piscia a spese nostre, ha scritto qualcuno. Un errore, anche questa volta, ma Casadei almeno ha avuto il buon gusto di non agitare la scimitarra della sua indignazione come Moriconi sta facendo in queste ore. Di fronte a consiglieri regionali che in tutta Italia hanno messo a rimborso qualsiasi cosa non ci sono scimitarre da agitare o querele da minacciare (come ha fatto Moriconi in questi giorni) ma solo lunghi silenzi da mantenere.

Questo almeno in teoria. Questo, almeno, politicamente parlando. Perché dentro una idea minimamente sana di responsabilità politica non esiste proporzione diretta fra dimensioni del gesto e suo significato. Farsi pagare dai cittadini lo scontrino del cesso o il vibratore (per uno scherzo, ovvio) non è politicamente diverso dal lucrare sui rimborsi chilometrici o sui convegni a Lampedusa mai fatti. Lasciare che un proprio collaboratore abbia accesso alle proprie spese, non controllarle (per rispetto ai cittadini, non per semplice barbosa contabilità) è un onere che nessuno di questi politici intervistati in questi giorni sembra volersi assumere. Un onere (politico) che nessun magistrato potrà mai sanzionare perché le leggerezze della politica, la cialtroneria e la cattiva fede non sono quasi mai comprese nel codice penale.

Così la lezione fondamentale che ricaviamo dai dialoghi del vibratore è che la vasta impunità e la enorme mancanza di responsabilità politica era di tutti e ovunque. E che una volta scoperchiata interessa i poveri cittadini cornuti e mazziati (giustamente cornuti e mazziati visto i tizi che hanno mediamente eletto) nei suoi tratti fockloristici (perizoni, champagne millesimato, cozze pelose, sextoys) e scatena nelle persone coinvolte reazioni difensive rivelatrici.

C’è in atto un attacco frontale ai soldi della politica, come se solo quello fosse il centro del problema. Ma a margine di questo assalto scomposto e superficiale c’è il ritratto di una inadeguatezza della politica che non solo è reale e indifendibile ma che ha cancellato negli anni ogni connotazione etica. Il così fan tutti è ormai un fardello impossibile da scaricare ma la notizia non è solo questa: è anche e soprattutto che a questi signori non sembra importare troppo.

cometa

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(via fascetta nera)

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