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Oggi su Amazon superofferta de La Vista in formato ebook a 1,49 euro. La prossima settimana vi pago io per leggerlo.

A me Justin Peters sta simpatico. Abbiamo anche fatto un panel assieme qualche anno fa al Festival del Giornalismo di Perugia. E proprio perché mi sta simpatico dirò che questo articolo che ha scritto per Slate e che Il Post ha tradotto è pieno di considerazioni che non condivido.


Considerate questo: per decenni, quando i giornali di carta e le televisioni monopolizzavano l’informazione, la “rilevanza di una notizia” era decisa in un processo dall’alto verso il basso, da direttori e giornalisti che erano solo in minima parte tenuti a rispondere alle persone per le quali lavoravano. I lettori potevano scrivere lettere ai direttori, e potevano offrire spunti per delle storie, ma il loro coinvolgimento nel processo dell’informazione si fermava qui. I giornalisti scrivevano le notizie, i lettori le leggevano. E se al lettore non piaceva la notizia che gli era stata raccontata, beh, cavoli suoi, perché il lettore aveva bisogno del giornale più di quanto il giornale avesse bisogno del singolo lettore. La disaggregazione delle notizie al tempo di internet ha rovesciato questa relazione e ha reso i giornali ipersensibili agli interessi dei lettori. Questo è uno sviluppo positivo. È un bene che i media raccontino storie che interessano i lettori e che i lettori vogliano leggere. È un bene che i giornali siano connessi con la community dei lettori. Se sei il principale giornale di internet – una cosa a cui siti come BuzzFeed, Huffington Post e Slate puntano – allora faresti meglio a prendere nota degli interessi e delle priorità dei tuoi lettori. Se non lo fai, allora gli affari andranno male, perché – sorpresa! – in un mondo in cui la scelta delle news è illimitata, hai più bisogno tu del lettore che lui di te.


Il punto per me è molto semplice. I giornali – se vogliono sopravvivere – dovranno fare in modo che il lettore abbia bisogno di loro e per farlo dovranno scovare storie interessanti da raccontare. Ovviamente i lettori correranno a frotte su Buzzfeed a seguire le avvincenti vicende dei lama sull’autostrada o del vestito bicolore che tanto hanno appassionato Internet nei giorni scorsi ma se il ruolo dei siti informativi deve essere quello di seguire le priorità dei lettori allora è piuttosto evidente che i giornali stessi rinunceranno ad ogni aspirazione che non sia quella delle pagine viste.


Quando lavoravo alla Columbia Journalism Review, discussi a lungo della “ruota del criceto”: la paura che l’evoluzione digitale delle news avrebbe portato il giornalismo a passare le giornate a produrre contenuti rapidi e inutili, a discapito di materiale più ragionato. Di sicuro è una cosa brutta quando un sito di news si adegua alla viralità e sacrifica completamente la sostanza per le fesserie. Ma pochi giornali importanti lo fanno davvero. BuzzFeed, Slate, l’Atlantic, Huffington Post, Gawker, e altri siti importanti hanno tutti trovato il modo di bilanciare le cose sceme con la sostanza, parlando del vestito e dei lama mentre si occupano delle vere notizie. La presenza di una cosa non impedisce quella dell’altra. Al contrario, il traffico ottenuto dalle storie sceme aiuta a sostenere e rendere possibili le altre.


Sono convinto che anche nei contesti migliori come quelli citati, nel medio periodo non potrà esistere bilanciamento fra articoli attira-lettori ed altri contenuti “intelligenti” da offrire agli amanti dei lama occasionalmente finiti sul nostro sito. I primi contenuti – se il modello di business non cambierà – sono destinati a vincere a mani basse senza lasciare spazio ad altro. Una rapidissima analisi dei siti web informativi italiani (dove l’etica giornalistica è stata da subito rapidamente accantonata a colpi di tette e culi) è per una volta forse idonea a riconoscere alcune tendenze al ribasso. Le pagine web dei nostri grandi quotidiani hanno svenduto immediatamente – chi più chi meno – buona parte del loro decoro in nome della real politik dei click facili. Altri eroicamente resistono (NYT, Guardian, Le Monde…). Buzzfeed e soci lo stanno facendo con molta maggior inventiva e classe (riuscendo perfino a fare milioni di click con Obama che si presta a sciocchi siparietti) ma la tendenza mi pare la medesima. Fare un giornale inseguendo ciò che i lettori desiderano sarà un po’ come trasformare i quotidiani nella timeline di Facebook. Con una differenza rilevante: gli amici che ti suggeriranno le notizie saranno spesso i fessi che desideravi tanto tenere alla larga.


Gian Luigi Gigli (Per l’Italia-Cd),
Simonetta Rubinato (Pd),
Anna Ascani (Pd),
Gianluca Benamati (Pd),
Paola Binetti (Area Popolare),
Enrico Borghi (Pd),
Rocco Buttiglione (Area Popolare),
Raffaele Calabrò (Area Popolare),
Daniela Cardinale (Pd),
Ezio Casati (Pd),
Diego Crivellari (Pd),
Giuseppe De Mita (Area Popolare),
Vittoria D’Incecco (Pd),
Giovanni Falcone (Scelta Civica),
Federico Fauttilli (Per l’Italia-Cd),
Giuseppe Fioroni (Pd),
Daniela Gasparini (Pd),
Federico Ginato (Pd),
Tommaso Ginoble (Pd),
Gero Grassi (Pd),
Maria Tindara Gullo (Pd),
Vanna Iori (Pd),
Simona Malpezzi (Pd),
Mario Marazziti (Per l’Italia-Cd),
Rudi Marguerettaz (Val d’Aosta),
Flavia Piccoli Nardelli (Pd),
Michele Nicoletti (Pd),
Edoardo Patriarca (Pd),
Teresa Piccione (Pd),
Francesco Priona (Pd),
Ernesto Preziosi (Pd),
Matteo Richetti (Pd),
Paolo Rossi (Pd),
Alessia Rotta (Pd),
Giovanni Sanga (Pd),
Francesco Sanna (Pd),
Milena Santerini (Per l’Italia-Cd),
Mario Sberna (Per l’Italia-Cd),
Daniela Sbrollini (Pd),
Gian Piero Scanu (Pd),
Mino Taricco (Pd),
Guglielmo Vaccaro (Pd),
Simone Valiante (Pd),
Raffaello Vignali (Area Popolare).

(link)


update; l’on Anna Ascani giovane parlamentare del PD che compare in questo elenco, su Twitter mi ha fatto notare che 1) questa che ho pubblicato sarebbe una lista di proscrizione 2) il link alla lettera di Avvenire è “nascosto” 3) io non ho letto l’articolo. Più un altro paio di cose simpatiche in privato che qui non cito perché sono un gentiluomo.


Jamie Ottomanelli, è il personaggio del libro al quale ho pensato tutto quell’inverno. In realtà non ci ho pensato e basta, ci ho lavorato; il guaio è che non mi è rimasto niente. Oggi, che sempre più spesso scriviamo, e addirittura leggiamo, a video e sempre meno su carta, ho un’ottima ragione per preferire la seconda: uso il computer da più di vent’anni, e tutto quello che ho scritto a mano ce l’ho ancora – per esempio i quaderni da cui ricavo il contenuto di questo resoconto –, mentre tutto, ma proprio tutto quello che ho scritto direttamente a video è sparito. Ho fatto, come mi supplicavano, ogni sorta di backup, e di backup dei backup, ma è sopravvissuto soltanto quello che è stato stampato su carta. Il resto era su dischetti, chiavette, hard disk esterni, considerati molto più sicuri ma diventati obsoleti l’uno dopo l’altro, e ormai inutilizzabili come le audiocassette di quand’eravamo giovani. In poche parole: nelle viscere di un computer da molto tempo defunto, c’è l’abbozzo di un romanzo che potrebbe servire per integrare i miei quaderni, se lo ritrovassi.



Emmanuel Carrère, Il Regno.



Si è discusso un po’ in questi giorni della faccenda dei ragazzini dell’accademia di Santa Cecilia che suonano nella bolgia e nel disinteresse generale alla convention del PD sulla buona scuola e della lettera di proteste al Corriere del padre di uno di loro. È una questione interessante da molti punti di vista, oggi ne parla anche Christian Raimo (ciao Christian!) con la sua solita verve antirenziana.

Dico due cose perché mi va.

Prima cosa.

Si tratta di un episodio piccolo ma grave e soprattutto molto sintomatico. Senza grandi giri di parole il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto scusarsi personalmente. Bastavano tre righe, anche Twitter sarebbe andato bene.

Seconda cosa.

La gente che si occupa di scuola non sa scrivere. Simona Flavia Malpezzi, la parlamentare del PD che si è intestata la lettera di scuse ai giovani musicisti ha – se possibile – peggiorato tutto con un lungo post sul suo blog su Huffington Post. Quattro righe di scuse (non si sa bene a nome di chi visto che “noi della buona scuola” è un soggetto dai profili indefiniti, noi chi? Lei, il Ministro? Renzi?). Quel messaggio è stato postato in un luogo personale e abbastanza remoto, ed è stato seguito da altri 5000 caratteri di imbarazzante propaganda in un italiano deprecabile. Malpezzi è una parlamentare ed è – leggo – una insegnante di italiano, oltre che un essere umano compreso nel misterioso sottoinsieme “noi della buona scuola”: la sua lettera “ci” autorizza a pensare (“ci” nel senso di noi del #cattivoitaliano) che quel testo non sia tanto differente da certi editti ministeriali “disonesti” come quello descritto qualche tempo fa su Internazionale da Claudio Giunta. La lingua disonesta non è solo quella burocratica del Ministero ma anche quella della cattiva politica che incolla il proprio marketing ovunque.

E di nuovo il gesto linguistico di Malpezzi è piccolo solo apparentemente. Il post di scuse usato come scusa per la propaganda politica è simmetrico al disinteresse raccontato dal breve video in cui i giovani musicisti suonano mentre nessuno al PD li ascolta. Ne è il perfetto compimento.

Sei andato in un luogo dove avresti dovuto fare una cosa e ne hai fatta un’altra. Una volta può succedere, se riaccade io inizio a preoccuparmi

La domanda è semplice: perché i talk show italiani sono pieni di maleducati che si offendono? Una volta erano un’eccezione, l’eccentrico un po’ sboccato tollerato da tutti che ravvivava le parti noiose del dibattito. Oggi in ogni talk show televisivo su ogni rete i polemisti sono i veri protagonisti, spesso messi ad arte uno contro l’altro dagli autori del programma.

Fra costoro i maleducati intelligenti praticamente non esistono. Che siano giornalisti, critici d’arte, sindacalisti, parlamentari improbabili, starlet decadute, sono accomunati da due cose: una ampia notorietà popolare faticosamente guadagnata a colpi di invettive ed un’altrettanto ampia ed indiscutibile cialtroneria. Nessuno di costoro potrebbe sopravvivere dentro una discussione argomentata nella quale, civilmente, persone con idee differenti esprimano le proprie opinioni. Non avendo opinioni (o avendone di banalissime) l’unico territorio di confronto che possono esibire è l’urlo belluino o la battutina canzonatoria. Così i provocatori da prime time sono in genere giornalisti mediocri, esperti d’arte da settimanale femminile, politici pappagallo senza talento, star tv con la testa da sempre semivuota.

Ieri sera, mentre Vittorio Sgarbi annunciava a Le Invasioni, con molta calma e senza nemmeno bisogno di trovare una scusa, che a lui Alfano “gli fa schifo fisicamente“, ultimo esempio in ordine di tempo di una maleducazione diffusa che ormai ha travolto tutti (compreso Otto e Mezzo che fino ad un po’ di tempo fa era l’unico programma con minime aspirazioni ad un decoro minimo e che invece ora sfodera Scanzi ogni sera ad offendere chiuque gli passi sotto tiro mentre Gruber ridacchia soddisfatta), pensavo: ma come mai ci siamo ridotti così? Perché tutti ridono e nessuno si indigna sul serio?

Programmi che mediamente quasi nessuno segue (i numeri dei talk show italiani sono in costante peggioramento da tempo) aumentano scientificamente di mese in mese la dose di cialtronaggine proposta ai propri clienti: nella speranza di cosa? Di vendere più pubblicità aumentando il sangue versato nell’arena? Qualcuno di voi ha guardato la faccia di Tahar Ben Jelloun qualche sera fa invitato a discutere di ISIS insieme a Daniela Santanché (!) e Andrea Scanzi (!) che hanno passato la puntata ad insultarsi a vicenda? A quando le sediate in faccia fra esperti del nulla con il conduttore che minaccia flebilmente una censura che non arriva mai?

Il giorno successivo i siparietti deprimenti di Caio che sputa in faccia a Tizio riempiono gli streaming dei siti web editoriali (completezza dell’informazione) e già alle nove del mattino chiunque di noi può navigare velocemente attraverso le risse TV della sera prima (sempre uguali e sempre diverse, stessi protagonisti, medesime scenette fatte apposta per farci vergognare di loro). L’illusione è ovviamente che un simile voyeurismo da incidente in autostrada riempia le tasche di tutti con buona pace di qualsiasi aspirazione (il giornalismo! l’informazione! la democrazia!) che non sia quella di vincere a quasiasi costo la battaglia per l’attenzione degli spettatori.

Eppure basterebbe poco per avvicinarsi a quanto accade in paesi meno deprimenti del nostro: offendi qualcuno in TV? Sei fuori per sempre, non verrai invitato più in nessun programma da nessuna rete: questioni elementari di rispetto. La scelta italiana va in direzione opposta: ci serve un MALEDUCATO, non importa che non sappia niente di niente e che ripeta da anni la solita scenetta. Ci serve un lama che sputi forte e che sputi lontano. Se gli schizzi non arrivano minimo nel tinello di Voghera dovremo inventarci qualcosa d’altro.


Data la kermesse odierna del PD su #labuonascuola incollo qui la parte del mio libro che riguarda la scuola digitale. Piccole cose semplici e necessarie. Almeno viste da qui.

Quindi i nativi digitali non esistono, ma esistono ragazzi svegli che avrebbero bisogno di una scuola nella quale si parli delle cose della loro vita. Come un tempo esistevano le ore di educazione civica (che tutti noi vivevamo come un intervallo di barbosa decompressione) oggi sarebbero molto utili ore di lezione in cui si impari l’abc digitale. L’universo di rete è straordinariamente complesso e pieno di sfaccettature: abbiamo bisogno che i nostri ragazzi affrontino una simile complessità e si attrezzino per decodificarla con rigore come Umberto Eco si attrezza con un libro per ristimolare la memoria.

Molti corsi di studi in tutto il mondo si aggiornano, inserendo nella didattica la programmazione e i suoi linguaggi; ma questo è solo un aspetto del problema ed è quello di cui tipicamente si occupano i sistemi educativi diversi dal nostro, molto centrati sulle materie scientifiche. A Londra ci sono alcune scuole private dove fin dalle elementari ai bambini vengono servite matematica, fisica e informatica e poco altro. Le frequentasse mia figlia non sarei contento. Per antico vizio io vorrei anche che imparasse a memoria le poesie di Ungaretti. E questo non è un altro discorso.
Ma se la scuola è la nostra grammatica del mondo, allora oggi internet deve essere compresa al suo interno nel doppio ruolo di fonte didattica e di linguaggio da imparare. Insegnare attraverso internet è un passaggio inevitabile della scuola di domani: alcuni solitari eroi lo stanno facendo già ora senza che nessun ministro glielo abbia imposto.

La dotazione minima per iniziare non è nemmeno sconvolgente: un notebook, una connessione internet e un videoproiettore, perché la rete diventi il libro di testo sfogliato dall’insegnante dentro una nuova lavagna senza ardesia. Immagini, testi, poesie, i filmati storici, la musica del mondo, ognuna di queste informazioni può uscire dalla rete per raggiungere i nostri ragazzi condotti per mano dai loro insegnanti; e se quel giorno durante la lezione di geografia si parlerà di Parigi o di Vienna, sarà possibile passeggiare nelle vie del centro o osservarla dall’alto o guardare immagini della torre Eiffel in costruzione. O ascoltare Édith Piaf che canta «La Marsigliese». E poi magari vedere Marsiglia, e poi e poi e poi.
Mentre gli insegnanti gli mostreranno il mondo in questo modo nuovo e affascinante, i ragazzi, i cosiddetti nativi digitali, esperti di Instagram e Snapchat, potranno allenarsi a riconoscere i linguaggi della rete, a evitarne le trappole, a fidarsi delle migliori fonti. E a scrivere loro stessi quella rete che, a differenza dei vecchi libri di testo, non è immobile e granitica ma aperta al talento e al cambiamento. Anche al loro personale contributo, quando e se decideranno di indirizzarlo da quelle parti.

Internet a scuola è una scommessa a lungo termine, centrale e difficilissima per mille ragioni note. Ma è anche l’unica concreta possibilità di uscire dall’isolamento culturale nel quale ci siamo volontariamente rinchiusi. A questo, se tutto andrà bene, potrà seguire il resto. Si annacqueranno il biasimo degli intellettuali, le articolesse indignate dei prestigiosi quotidiani, le alte grida dell’associazionismo conservatore. Oppure le ascolteremo ancora ma sarà il suono in lontananza del pazzo, la litania della beghina alla quale nessuno presta più attenzione perché, nel momento in cui il mistero doloroso della internet cupa malvagia e soprattutto inutile viene rivelato e mostra la propria inconsistenza, tutto finirà per adagiarsi nella sua placida normalità.

I libri elettronici, che sono stati al centro delle discussioni e delle polemiche sulla scuola digitale in questi ultimi anni, quelli, poi, magari verranno. Ma è evidente che non sono i libri in questa fase il nostro problema. Non lo sono stati fin dall’inizio: l’accelerazione modernista del ministro dell’Istruzione Profumo, che voleva portare in tempi rapidi gli ebook in scuole nemmeno connesse a internet, era un’assurdità di vaste dimensioni. E in ogni caso la scuola non è i suoi libri (come direbbe Luca De Biase, autore della nota frase «i giornali non sono la loro carta»). Ridurre l’innovazione didattica all’adozione di nuovi oggetti in forma di libro (più leggeri e dotati di schermo) e nuovi formati (con contenuti molto simili e affidati ai medesimi intermediari) era un’altra maniera per continuare a ragionare come in passato dopo essersi rapidamente cambiati d’abito.

Partire dalle scuole significa per ora collegarle a internet e riporre fiducia nello spirito costruttivo e nella fantasia degli insegnanti e, possibilmente, del legislatore. Trovare un governo delle 3 i (uno qualsiasi) disposto ad andare oltre gli slogan per spendere soldi per l’innovazione a scuola e per premiare come merita chi, durante l’ora di geografia, non segnerà più con l’asta di legno la carta plastificata dell’Europa politica indicandoci dove sia Parigi e raccomandandoci di studiarla su una scheda fotocopiata male, ma ci porterà a spasso gli alunni con Street View per Rue de Seine a sbirciare le vetrine delle gallerie d’arte e poi giù in fondo fino alla Senna. E poi, guardate, lo vedete il Louvre di là dal fiume? La vedi Notre-Dame laggiù a destra su quella specie di isola?

In tutta questa idea di rivoluzione scolastica è evidente che gli insegnanti rappresentano il tessuto connettivo sul quale sarà necessario appoggiarsi.

Personalmente sono assai dubbioso sul fatto che il passaggio verso una scuola digitale possa avvenire attraverso un processo di alfabetizzazione rigidamente imposto ai docenti. Vale per loro, esattamente come per qualsiasi altra categoria lavorativa, l’incombente problema del divario digitale, poiché è ovvio che dentro quel 40% di italiani che non accedono alla rete sarà possibile trovare anche un numero abbastanza cospicuo di insegnanti. Anche in questo caso le imposizioni rigide verso l’utilizzo delle tecnologie nell’insegnamento rischiano di determinare fenomeni di rifiuto più o meno organizzati. Forse il percorso giusto potrebbe essere quello di immaginare una serie di imposizioni deboli legate alla «innovazione spintanea» ma, soprattutto, meccanismi di incentivazione anche economica ai nuovi maestri digitali. Esiste un’agenda digitale che passa per la scuola e che deve organizzarsi per riconoscere, premiare e incentivare le buone prassi: compito dello Stato è stabilire quali siano (non è per nulla scontato che una simile idea di didattica digitale sia ampiamente accettata) per poi creare un per- corso preferenziale per i migliori fra i nostri insegnanti, suggerendo allo stesso tempo ad altri di seguirne l’esempio.
L’incastro complicatissimo tra infrastrutture scolastiche in muratura e digitali, formazione e nuove prospettive dell’insegnamento, dotazione tecnologica e criteri di accesso ai contenuti, è una delle assolute priorità del paese. Lo so, si dice sempre così, per tutto, eppure forse oggi davvero è giunto il momento in cui occorre uscire dalla banalità di una simile frase per iniziare a valutarne con esattezza il peso. Dobbiamo trasformarci in Nick Hornby e iniziare a fare una lista delle dieci cose più importanti per noi.

La rivoluzione digitale del nostro sistema scolastico è in cima a questa benedetta lista, viene prima di mille altre emergenze e deve essere affrontata subito, sapendo che è un tema a lungo termine. Il divario culturale nel quale siamo precipitati è oggi la ragione principale per cui questo paese è sull’orlo dell’abisso. Continuare a parlarne e basta non ci aiuterà.


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Ora a me piacerebbe sapere

La sezione italiana dell’Ecole Européenne de Psychanalyse
l’Associazione Cometa
Manif Pour tous Italia
AIBI- Movimento amici dei bambini
Comitato articolo 26
Comitato di mamma ce n’è una sola
MOIGE – Movimento italiano genitori
AGE- Associazione italiana genitori
Associazione nonnni 2.0
SIDEF – Sindacato delle famiglie
AGESC – Associazione Genitori Scuole Cattoliche
Comitati sì alla famiglia
Associazione nazionale famiglie numerose

a che titolo debbano essere auditi in materia di Unioni Civili in Parlamento.

Basterebbe probabilmente una regolina minima di sana rappresentanza: per esempio 1000 persone che in Italia paghino una iscrizione annuale ad una meritoria Associazione per dare la possibilità ai suoi rappresentanti di essere ascoltati in fase di discussione di legge in quanto portatori di un interesse minimo di un gruppo di cittadini. Invece sprecare tempo ad ascoltare lo zio di mio cugino contrario alle unioni Civili nel Paese in cui ogni tre cittadini ci sono due associazioni è veramente deprimente.


(via L’Espresso)

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(via nomfup)