Lei non ha detto niente, lui non ha chiesto niente.

Esisteva da anni un solo TG nazionale degno di questo nome ed era quello di Sky. Ora pure quello – pur mantenendo molti punti di assoluta eccellenza, specie per quanto riguarda la copertura della politica estera – ha iniziato a produrre ogni giorno l’usuale panino italico di dichiarazioni politiche contrapposte, marchette cammuffate da notizie e – ultimamente – imbarazzanti sviolinate a Giorgia Meloni. Da un lato è un vero peccato, dall’altro l’ennesima dimostrazione che un giornalismo “normale” in Italia è oggi impossibile.

I recenti fatti di cronaca rendono ormai indispensabile un numero identificativo per i ministri di questo governo che quotidianamente manganellano la democrazia.

“Non credo che essere identificato sia un atto che comprime una qualche libertà personale”


Il Ministro dell’Interno Piantedosi, già noto in passato per alcune uscite pubbliche non particolarmente fortunate, pronuncia questa frase in un’intervista dopo che la Digos ha identificato cittadini che a Milano lasciavano un fiore in memoria di Aleksej Navalny.

Tre sono le possibili interpretazioni di un pensiero del genere.

1 – Il Ministro finge.
2 – Il Ministro parla a ruota libera senza capire cosa sta dicendo.
3 – Il Ministro non ci arriva.

20
Feb

Con il caso di cronaca di Altavilla nei prossimi anni sarà possibile produrre contenuti per almeno otto podcast, due serie TV e 12 libri inchiesta.

16
Feb




Il comunicato stampa dell’ambasciata di Israele in cui si cerca di proporre un significato alternativo alla parola “regrettable” (come se un aggettivo modificasse il senso complessivo del discorso) è la dimostrazione che nemmeno la diplomazia internazionale è ormai esente dalle dinamiche tossiche dei social network. Per la causa siamo disposti a renderci ridicoli: è deplorevole ma è così.

Molte discussioni degli ultimi giorni, a cavallo fra il festival di Sanremo, le trasmissioni Rai domenicali, le discese in campo di chiunque (cantanti, politici, opinionisti vari) esposte sui giornali e sui social, tutte le parole di tutta questa gente che si esprime su Israele e la questione palestinese, spingono il pensiero nella medesima direzione. Quella di una sostanziale acquisita incapacità non solo ad un argomentare degno della complessità delle cose (non una novità) ma anche – e questa mi pare di più una caratteristica recente – ad una diffusa disumanità di fondo. Un essere disumani molto spesso orgogliosamente ostentato, espressione di quanto la misura sia colma, necessario baluardo e risposta ad altre ben peggiori disumanità. Ecco nulla come questo tratto comune alla maggioranza delle posizioni acquisite su una simile tragedia racconta quanto siano miserabili i tempi in cui viviamo. Perfino la breve frase “Restiamo umani”, anche quando sussurrata sottovoce in luogo pubblico, viene oggi esposta alle critiche e ai distinguo dei peggiori. Che sono tanti e ovunque e abitano trionfanti questo povero Paese.



Sono affascinanti i video degli occhiali da sci di Apple indossati dai primi che hanno deciso di acquistarli. Lo sono perché mentre noi li osserviamo (io almeno) consideriamo la possibilità che quella stranezza, quella pratica inedita di gente in metropolitana o sulle strisce pedonali, dentro un negozio o alla guida di un’auto con un ingombrate diaframma ricurvo e specchiato che li separa dal mondo, sia un’anticipazione di un mondo nuovo. Che insomma quello che stiamo provando sia uno stupore destinato nel tempo a rarefarsi sempre di più e diventare normalità.

Sono affascinanti anche perché – esattamente come è accaduto con gli smartphone – ogni tecnologia che diventa dominante e portatile, che si inserisce nel mondo esterno a noi con la propria potenza, riduce il nostro interesse per quel mondo in maniera plateale e diffusa. I telefoni cellulari hanno saputo svilire il mondo in maniera inedita, con grazia e leggerezza; hanno iniziato a contenere sempre maggiori quote della nostra vita spostando i nostri occhi e la nostra attenzione dalla natura allo schermo, dal panorama intorno a noi al panorama dentro di noi.

Gli occhiali da sci di Apple scommettano su un ulteriore incremento di questa forma di trasformazione, di questo passaggio fuori dalla natura. Ciò che vendono più che il progetto (come dicono) di un mondo aumentato è quello di una sua ulteriore sostituzione. Lo fanno, per ora, in maniera goffa e parziale ma il progetto nel lungo periodo è comunque evidente. Ed è quello di un’ulteriore invasione di campo. Forse non è nemmeno un caso che questo avvenga nel momento in cui il campo, il mondo degli oggetti solidi, dell’aria, della pioggia e del vento, vacilla sotto i colpi del cambiamento climatico e dell’inquinamento.

Sono affascinanti i video della gente in giro per New York con gli occhiali da sci di Apple indossati. Gente che cammina per il mondo scegliendo di osservare il mondo non attraverso i propri occhi ma attraverso una sua riproduzione fornita da alcune telecamere montate sulla testa. È attualmente impossibile non pensare che questa sia una metafora sufficientemente potente non solo di come – sciagurati che siamo – vorremo il nostro mondo domani, ma anche di come – in alternativa – intenderemo difenderci dalla sua rapida caduta.



Dio creò la terra, ma la terra non aveva sostegno, e così sotto la terra creò un angelo. Ma l’angelo non aveva sostegno, e così sotto i piedi dell’angelo creò una montagna fatta di rubino. Ma la montagna non aveva sostegno, e così sotto la montagna creò un toro con quattromila occhi, nasi, bocche, lingue e piedi. Ma il toro non aveva sostegno, e così sotto il toro creò un pesce chiamato Bahamut, e sotto il pesce mise acqua, e sotto l’acqua mise oscurità, e la scienza umana non vede più oltre.

(Jorge Luis Borges, Manuale di zoologia fantastica, Einaudi 1962- traduzione di Franco Lucentini)



Alcune persone che conosco e che stimo sono state recentemente rimosse o non confermate nei ruoli che ricoprivano nel mondo culturale italiano. Penso per esempio a Edoardo Camurri e Marino Sinibaldi. Sono state allontanate forse ragioni ideologiche, forse per ragioni di antipatia personale, non ne ho idea, forse per motivi diversi. Comunque sia, sarà interessante osservare chi prenderà il loro posto.

Il problema è che nella destra italiana oggi al potere l’ambito culturale è da sempre un deserto senza oasi. I medesimi quattro nomi ripetuti ogni volta, buoni per ogni stagione, sempre gli stessi da almeno due o tre decenni. Quindi ogni tentativo di sostituzione della vecchia guardia con la nuova ha ottime probabilità di trasformarsi in una barzelletta. Nessuno è poi indispensabile, inoltre di soldi da quelle parti ne girano comunque pochi, ma se il sostituto è ogni volta una macchietta, un italianista senza congiuntivi, un artista famoso nell’hinterland di casa sua, un giornalista cresciuto nella fucina di quei giornaletti senza lettori pagati con i soldi del contribuente, capirete bene che le possibilità di ritrovarsi domani con una legione di sangiuliani che straparlano di antifascismo è un rischio concreto. Lo stesso ministro della cultura è un esempio di questo iter di emersione verso l’alto di cospicue nullità. Altri poi seguiranno.

Perché sta accadendo questo? Forse perché alla destra la cultura non è mai interessata? Perché gli intellettuali – chiunque essi fossero – volevano visibilità personale e da quelle parti fino a l’altro ieri era impossibile trovarla? Oppure si tratta di una discussione del tutto oziosa visto che gli intellettuali da tempo non servono più a nulla? Anche fosse oziosa andiamo avanti lo stesso.

Poiché escludo del tutto che quelli bravi siano a sinistra e quelli scarsi a destra l’emersione ormai quotidiana dei sangiuliani di certo ha qualche relazione con l’idea stessa di cultura che ha la destra. Un’idea che mantiene a prudenziale distanza dalla politica le persone colte che votano Meloni, aprendo così le porte a legioni di agguerriti arrampicatori. Ma non potrà comunque essere tutto lì. Manca per i vertici dei partiti del centro destra non solo la disponibilità di figure rilevanti da schierare ma anche la capacità di individuarle e di sceglierle. È questo, se possibile, il peggior difetto che un politico possa avere: se Meloni, Salvini e Tajani scelgono come punti di riferimento dei fessi patentati (succede in continuazione) di chi potrà mai essere la colpa? Mancano le pedine, non ci sono alternative, o sono anche le mosse di chi sceglie ad essere irrimediabilmente perdenti?

Non è un caso che quanto sta accadendo nell’ambito culturale accada anche in ambiti di ben maggior peso come quello finanziario e quello sociale. Scelte che indicano un metodo, un metodo che, a sua volta, indica il nome del colpevole.

Molto di quello che vediamo ogni giorno nelle piccole notizie di rimozioni, ripicche, sostituzioni, ridimensionamenti, è il risultato del lavorio dei servi sciocchi e del loro realismo sempre superiore a quello del re. Questo però non basterà: ciò che sta sotto il pesce Bahamut, “l’oscurità sotto l’acqua” come dice J.L.Borges, in casi come questo non è così oscuro.

Una classe politica di ignoranti si è circondata di altri ignoranti.


Se proprio si volesse fare un sit-in, come la segretaria del PD Schlein sta proponendo, preoccupata com’è dall’egemonia del partito della Premier nelle veline TV, più che a favore della libertà dell’informazione (una scemenza che perfino il direttore di Repubblica sta ripetendo da giorni) lo potrebbe fare sulla correttezza dell’informazione. I giornali in Italia sono infatti liberissimi, talmente liberi da poter piegare ogni giorno l’informazione ai desiderata dei loro padroni senza che gli succeda granché. Sono invece sempre meno corretti perché il giornalismo per i lettori in Italia non esiste più: i cuor di leone dell’informazione sono morti tutti e quello che altrove continuiamo a chiamare giornalismo è diventato da noi semplice esercizio dialettico contro i propri nemici.

Non esistono al momento alternative perché, semplicemente, un modello economico basato su un buon giornalismo, che provi a bilanciare i vari poteri, ha un pubblico pagante modestissimo. Se anche l’etica giornalistica (quella vera non quella di Molinari) in qualche maniera provasse a dare segno di sé non avrebbe nessuno che la finanzia.

Abbiamo insomma un po’ quello che ci meritiamo, compresa la solita pantomima per cui il partito perdente chiede a gran voce un passo indietro dalla Rai dopo averne fatti un paio in avanti al giro precedente.