Prendo in prestito da Franco Berardi una singola parola sulla pandemia che mi ha colpito. Quella parola è frugalità.

Su questo primo anno di pandemia ho scritto pochi appunti su singole questioni, accenni sparsi qua e là sul mio vecchio blog. Eppure mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa di più attento e strutturato. È possibile allora che non ne sia stato capace; forse, prima di scrivere, mi serviva capire e forse — ad oggi — non ho capito. È passato un anno e non ho ancora capito cosa ci sia successo.







Sono salito su un aereo per Bologna in una serata piovosa del dicembre 2019. Tornavamo da Parigi, a due settimane dal Natale, in una giornata un po’ storta: nel gigantesco ingorgo del centro della capitale francese, dopo settimane di scioperi dei mezzi pubblici, quasi perdevamo il volo. Le prime notizie sul coronavirus in Cina sarebbero arrivate qualche settimana dopo.

Da quella sera non ho più preso un aereo. E non sono più salito su un treno, nemmeno un treno regionale. Li ho evitati accuratamente; inoltre, come tutti, non avevo dove andare. Anche l’auto l’ho usata poco, solo per brevi tratti. Sembrerà una cosa da niente ma non lo è.

Mi è mancato viaggiare, per la prima volta in vita mia, per un periodo tanto lungo? Non so, forse. O forse no. Forse sono strano io, forse non viaggiavo così volentieri nemmeno prima ed è serviva la pandemia perché me ne rendessi conto. E comunque — ripeto — non lo so. Una delle molte cose che non so, una delle tante cose che non ho capito.

Amici che lavorano nell’editoria mi raccontavano del profluvio di proposte letterarie sulla pandemia che hanno cominciato a piover loro addosso fin da subito, fin dal mese successivo all’inizio del disastro. Altri evidentemente avevano capito: per me è stato diverso.

La parola “frugalità”, che ho ascoltato pronunciata da Berardi in una lunga conversazione con Marino Sinibaldi su Radio3 mi si è subito attaccata addosso.

Eccolo infine — ho pensato — il senso più preciso di questi mesi per me. Riscoprire il valore dell’essere frugali. Liberarsi dal non indispensabile, o almeno limitarlo un po’, occuparsi di quello che è possibile, lasciando da parte ciò che non lo è. E talvolta rimpiangerlo.

Durante il primo confinamento, nella primavera del 2020, il motore principale della nostra obbedienza è stato la paura della morte. Poi i motivi di sopportazione si sono diversificati e uno di questi, almeno per me, è stato questa sorta di francescanesimo imposto dagli eventi. Frugali per necessità, per cause di forza maggiore, fino al punto di scoprirne non solo la grammatica, ma iniziando poi a riconoscere l’inconsistenza e la fragilità palese del suo opposto, alla cui normalità ci aveva abituati la nostra vita precedente.

L’opposto dell’aggettivo frugale, il suo contrario secondo la Treccani è l’essere


incontinente,

intemperante,

sfrenato,

smodato,

smoderato,

sregolato



Lo ero? Abitavo un mondo del genere senza averne coscienza?

Eppure era tutto di fronte a noi, oltre ogni possibile fraintendimento.

Il dominio delle automobili, l’abitudine al rumore senza remissioni, il rito delle cene al ristorante, il flusso ininterrotto delle parole ovunque, l’ammassarsi negli stadi e ai concerti, l’ostinazione all’avanti-indietro da un luogo ad un altro come se il viaggio — davvero, per una volta — fosse il senso ultimo di quel continuo pendolamento. Anche Parigi, certo. Anche Parigi. Anche Londra, ovviamente. Anche Londra, che è stata la città nella quale negli ultimi decenni ho passato la maggior parte del mio tempo le rare volte in cui non ero qui.
Così, improvvisamente, siamo cambiati per imposizione delle mani. Siamo sopravvissuti, chiusi dentro le nostre case, facendoci piccoli, riducendo abitudini ed aspettative: in una parola accontentandoci.

Chiedi a qualcuno nato nella seconda metà del novecento di “accontentarsi”, per un qualsiasi motivo, e lui ti odierà.

Alcuni hanno scoperto — io almeno ho scoperto — che quell’abito frugale almeno in parte mi apparteneva. Era semmai ciò che avevo addosso prima che ora trovavo pesante e faticoso, pieno di zavorre. Ora, nella luce brillante del tempo presente, molto di quello che ero prima mi pareva incomprensibile. La pandemia come rivelazione.

A piedi si può andare lontano. Abbiamo scoperto che si poteva fare, che non era nemmeno troppo faticoso e che anzi forse era perfino salutare. Ma abbiamo anche scoperto che serviva tempo. La società frugale un po’ di quel tempo ce lo ha restituito. E ha messo in discussione il nostro innamoramento ormai secolare e senza discussioni per la velocità.




Da Giacomo Balla in qua tutte le nostre vite sono state immerse in un secolo di continua accelerazione. Un simile ridimensionamento, il rallentare del nostro passeggiare a piedi, è avvenuto — anche in questo caso — dentro un processo di violenta coercizione. A cosa servirà essere veloci se non possiamo andare da nessuna parte?

Alla scomparsa della velocità abbiamo reagito in due maniere differenti. Ce ne siamo lamentati, ce ne siamo cibati. Ironia della sorte perfino questa decelerazione è avvenuta velocemente. Rallentare è una forma di velocità al contrario e molti di noi ne sono stati offesi.

In ogni caso abbiamo camminato. E siamo andati lontano lentamente.

Nulla di questo rallentare, dilatare il tempo, cancellare il rumore poteva essere di tutti. La pandemia è stata anche uno spartiacque individuale. Ha tracciato una linea fra continenza e incontinenza, tra temperanza e intemperanza, fra l’essere frenati e l’essere senza freni, fra il modo e la smodatezza, fra la regola e la sregolatezza. E tuttavia quella linea, nel momento in cui abbiamo deciso di tracciarla, è risultata essere differente e originale, unica e indiscutibile per ciascuno di noi.

Non esiste una sola società frugale, ne esisteranno molte e ciascuno di noi costruirà la propria. Molti di noi — come detto — la odieranno e chiederanno a gran voce di tornare a come erano prima.

Costoro sono — mi sembra — la maggioranza.

Così io, da questo angolino frugale ritagliatomi su misura, leggo un simile desiderio in due maniere contrapposte.
Da un lato contestiamo la coercizione. Le nuove convenzioni sociali imposte da una forza esterna che non abbiamo potuto controllare. Il ricatto del virus al quale non vogliamo sottostare. Nulla è più naturale e ragionevole di una simile convinzione. La società è degli uomini e delle donne, i loro comportamenti e le loro scelte, non altro, sono ciò che la definisce.
Dall’altro il pungolo esterno di una pandemia che si impone su tutti noi così violentemente diventa un’occasione per ripensare l’impensato. Rifiutare una simile opportunità in nome di una rapida restitutio ad integrum è un tic conservatore che dovremmo saper fuggire.

Il dilemma della società frugale è che non potrà essere la società di tutti. E che non potrà essere nemmeno la società di molti, specie in Paesi come il nostro nel quale l’automatismo verso la conservazione è da sempre potentissimo e dominante. Ma potrà essere forse la società di alcuni. E fra la piccola folla di quegli alcuni, ci saremo anche noi.


7 commenti a “La società frugale”

  1. Antonella dice:

    Spunti di riflessione molto belli.
    La leggo sempre con interesse, anche perché ama Highgate Cemetery. Li vorrei ritornare, si.
    Grazie.

  2. Gabriele dice:

    La pandemia ha diviso le singole persone in due gruppi: chi vuole tornare al prima e chi si è adattato e nel fare questo ha riscoperto tra le altre cose il tempo, il poter fare in tempi più lunghi, dedicare più tempo alla conversazione con le altre persone, soprattutto i propri ‘congiunti’ ed anche con se stesso. Infine una maggiore attenzione alla propria salute e a quella del prossimo legato alla responsabilità individuale, l’uso delle norme: mascherina e distanziamento, oltre che a propria difesa immediata a evitare di diffondere ed ammalare gli altri. Una riscoperta della socialità e della responsabilità.

  3. Bragadin dice:

    “Il dilemma della società frugale è che non potrà essere la società di tutti. E che non potrà essere nemmeno la società di molti, specie in Paesi come il nostro nel quale l’automatismo verso la conservazione è da sempre potentissimo e dominante. Ma potrà essere forse la società di alcuni. E fra la piccola folla di quegli alcuni, ci saremo anche noi. “

    ***
    Caro Massimo (posso usare questo tono colloquiale? Eventualmente mi scuso in anticipo)
    la chiave del suo post sta tutta nella chiusa, che ho riportato sopra.
    Mi spiego.
    Questa società frugale non è stata scelta da nessuno, ci è stata imposta (dall’alto?) e qui sta la chiave, secondo me, per comprendere il presente.

    Alcuni (o molti) fanno di necessità virtù, ossia si ingegnano a vivere pur tra le maglie di questo tempo sospeso, e per vivere non intendo andare al bar ad ogni costo, quello è solo un sintomo di questo tempo; ma un sintomo che la dice lunga.

    Altri si lasciano vivere forse perché si illudono che questa attesa vittoria sul virus prima o poi arriverà (come Godot?)

    Poi ci sono quelli che credono di aver capito tutto e si sentono in dovere di dispensare la loro conoscenza.

    Le chiedo: perché questa società frugale non potrà essere di tutti? Chi stabilirà chi deve farne parte? E in base a quali criteri? E soprattutto che patente (di competenza, superiorità o altro) avranno i decisori?
    Inoltre, perché quel (non tanto) dissimulato autorazzismo (… specie in Paesi come il nostro…)?

    Lei usa il pronome noi e questo pronome sembra inclusivo, dato che ciascuno ci si può riconoscere, ma a me, in questo contesto, tale pronome risulta sommamente divisivo dato che poi, anzi prima, aggiunge “ potrà essere forse la società di alcuni” e quindi si torna alla domanda iniziale.

    Se fosse veramente frugale, tale società potrebbe essere di tutti e non solo di alcuni. Non credo di dirle niente di nuovo riguardo al fatto che la frugalità a molti (altri) era stata imposta ben prima del covid e spesso chi impone la frugalità non è affatto frugale.

    Le domande che ho fatto sopra non sono retoriche, gradirei veramente una sua risposta.

    Bragadin (non quello di twitter)

  4. massimo mantellini dice:

    @Bragadin
    grazie del commento, il tono va benissimo. Su quello che lei chiama autorazzismo me la sbrigo in fretta: non ho grande fiducia sulla nostra capacità nazionale di riscoprirci contemporanei, è un giudizio di valore, la razza non mi pare c’entri.
    Sul resto: ovviamente la frugalità imposta esula da questo post, al massimo un’eventuale riscoperta dei limiti di chi oggi non intende averne troppi potrebbe domani ridurre la distanza fra gruppi sociali distanti. Ma proprio perché le aspirazioni sociali complessive mi pare vadano in tutt’altra direzione, quel “noi” rimarrà sempre un noi molto piccolo
    saluti

  5. Bragadin dice:

    Caro Massimo

    1) suvvia, era così difficile capire che ho usato il temine autorazzismo senza nessun riferimento alla razza? Sono convinto che ha capito benissimo, dal momento che scrive “non ho grande fiducia sulla nostra capacità nazionale di riscoprirci contemporanei, è un giudizio di valore” e la domanda sarebbe a questo punto: “sta proiettando una sua disistima su tutti gli italiani? O solo su alcuni? E lei in che punto si pone in questa sfiducia?

    2) mi spiace ma tutto il post parla di covid e di come dovrebbe (molto teoricamente) renderci migliori, dato che la frugalità si reputa migliore del suo contrario (“il non indispensabile” come da sue parole); inoltre sempre lei dice “poi i motivi di sopportazione si sono diversificati e uno di questi, almeno per me, è stato questa sorta di francescanesimo imposto dagli eventi” come fa poi a dire che “ovviamente la frugalità imposta esula da questo post“ ?

    Certo ci si dovrebbe mettere d’accordo se per eventi in questo caso si possa intendere la pandemia o la gestione della stessa.
    Credo converrà con me che “pandemia” e “gestione della stessa” sono due cose diverse anche se tra loro collegate.

    Bragadin (non quello di twitter)

  6. Gianluca dice:

    Per chi non la conoscesse, segnalo questa bellissima canzone di Concato, che sembra scritta a corredo del pezzo:
    https://youtu.be/DQA0H_GEjvE

  7. Camillo dice:

    Grazie della riflessione, lunga ed interessante. Mi trovo ad accusare, più di altre cose, la mancanza del poter viaggiare… sia per il piacere personale, sia per avere una figlia che sta finendo un master in UK e che, tra un lockdown e l’altro, non abbracciamo da 14 mesi. Tanti, davvero (e Dio benedica l’inventore della videochiamata).

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